Il Progetto Orvieto, ormai dimenticato

Settembre 2017















Il Progetto Orvieto, ormai dimenticato


Pecunia viro non vir pecunia













                                                                                                                                           
                                                           Paolo Borrello



         
                                                                                                                             a Cinzia e a Elisa






Notizie sull’autore

Paolo Borrello, nato a Orvieto nel 1957, si è laureato in Scienze Economiche presso l’Università di Siena. Ha frequentato il master in gestione dell’economia e dell’impresa organizzato dall’Istao (Istituto Adriano Olivetti di Ancona), allora presieduto da uno dei più importanti economisti italiani del ‘900, Giorgio Fuà.
Ha svolto diverse attività lavorative: consulente di alcune associazioni imprenditoriali, consulente per conto della Regione dell’Umbria relativamente all’utilizzo di contributi dell’Unione europea, consulente del Comune di Orvieto riguardo varie problematiche inerenti lo sviluppo economico. Attualmente è funzionario del Comune di Orvieto.
Ha fatto parte del gruppo di lavoro dell’osservatorio sulla situazione economica e sociale dell’area orvietana, fin dall’inizio della pubblicazione del bollettino realizzato dall’osservatorio.
Ha scritto su incarico del Comune di Orvieto, nel 1998 “L’andamento e i caratteri della popolazione residente nel comune di Orvieto” e nel 2006 “L’economia orvietana dal 1870 agli inizi del 2000". Inoltre, nel 2010, “Dove va Orvieto - il punto sulla situazione economica e sociale dell’Orvietano”, Intermedia edizioni. Infine, nel 2016, l’e-book “La crescita di Orvieto - un’analisi dei piani regolatori comunali”.







Indice


Introduzione (pag. 1)

Brevi note su alcune vicende della sinistra orvietana  (pag. 3)
negli ultimi trenta anni del XX secolo e agli inizi del XXI

Le frane della rupe nel 1977  (pag. 13)

Le leggi per il Progetto Orvieto e l’inizio dei lavori (pag. 27)

I lavori di risanamento della rupe (pag. 42)

Il Pci, il Consiglio comunale e il Progetto Orvieto  (pag. 53)

Orvieto: i luoghi della cultura  (pag. 76)

Orvieto, progetto per una città utopica (pag. 85)

Il Progetto Orvieto a livello internazionale (pag. 95)

Il sistema di mobilità alternativa  (pag. 105)

Il palazzo dei Congressi e il teatro Mancinelli  (pag. 114)

Il parco archeologico (pag. 127)

Gli altri interventi, soprattutto relativi al Duomo  (pag. 136)

Il “dopo Progetto Orvieto” (pag. 146)

Conclusioni (pag. 163)




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Introduzione

In questo e-book sarà analizzato il cosiddetto Progetto Orvieto.

Ma cos’è, o meglio, cos’è stato il Progetto Orvieto?

Il Progetto Orvieto è costituito da tutti gli interventi che sono stati realizzati, in seguito alle frane che interessarono la rupe alla fine degli anni ’70 del XX secolo, sia per il risanamento della rupe stessa - prevalentemente interventi di consolidamento volti ad eliminare le cause che determinarono quelle frane - sia per il restauro e la valorizzazione di gran parte del patrimonio storico-artistico del centro storico sia per l’attuazione del sistema di mobilità alternativa.

Gli interventi furono appunto diversi. In primo luogo certamente i lavori di risanamento della rupe, lavori di consolidamento, anche di numerose cavità sotterranee, ma anche l’intero rifacimento delle reti idrica e fognante. E poi il sistema di mobilità alternativa, con il quale si realizzò un cambiamento radicale soprattutto delle modalità di accesso delle auto  al centro storico e dell’assetto dei parcheggi, e il parco archeologico. Inoltre il restauro delle più importanti componenti del patrimonio storico-artistico, dal Duomo, ivi compresa la cappella del Signorelli, al palazzo del Popolo, per realizzarvi un centro congressi.

Per questo il Progetto Orvieto rappresentò una complessa azione di risanamento e di valorizzazione dell’intero centro storico e proprio per questo suo carattere fu un vero e proprio progetto di sviluppo non solo del centro storico ma dell’intero territorio comunale, tale da divenire un modello da seguire anche da parte di altre città italiane ed estere, per la sua organicità, per il suo essere, contemporaneamente, è bene ripeterlo perché non tutti coloro che lo hanno analizzato ne sono stati consapevoli, progetto di tutela e progetto di valorizzazione, con una visione che tendeva ad interessarsi non solo di quanto si potesse verificare nel breve periodo, ma anche nel medio e nel lungo periodo.

Gli interventi previsti furono nella quasi totalità realizzati.

E questo aspetto del Progetto Orvieto rappresentò un suo tratto caratteristico ed originale per l’Italia, Paese nel quale spesso le opere pubbliche progettate vengono solo in parte attuate.

Non solo, gli interventi previsti furono realizzati in tempi brevi, altra originalità per le opere pubbliche italiane.

Ho utilizzato il termine opere pubbliche per il complesso degli interventi del Progetto Orvieto non a caso, sia perché erano rivolte, tutte, a soddisfare l’interesse generale della popolazione, appunto l’interesse pubblico, sia perché furono finanziate interamente con risorse finanziarie pubbliche, principalmente derivanti da alcune leggi speciali, anche rifinanziate.

Tali risorse finanziarie furono concesse, quasi interamente, dallo Stato centrale e solo in minima parte ebbero origine da fondi comunali o comunitari (solo la ristrutturazione del palazzo del Popolo per realizzarvi un centro congressi e una piccola parte del sistema di mobilità alternativa furono così finanziati).

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Il Progetto Orvieto fece sì che, per almeno per un decennio, Orvieto svolse un ruolo importante, da protagonista, all’interno dell’Umbria. Un ruolo che in passato, sia prima che dopo l’istituzione dell’ente Regione, non aveva svolto, anzi tale ruolo era stato del tutto marginale.

Quanto si fece ad Orvieto, poi, con il Progetto Orvieto, ebbe un’eco anche a livello internazionale, suscitando l’interesse dell’Unesco, del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo.

Si consideri fra l’altro che Todi, nella quale, ugualmente, nello stesso periodo di tempo, si verificarono eventi franosi, seguì Orvieto, tanto che le leggi speciali approvate dal Parlamento furono  definite leggi per Orvieto e Todi, perché comprendevano interventi anche a favore di Todi.

La gestione di una parte consistente dei fondi messi a disposizione dalle leggi speciali citate fu affidata alla Regione dell’Umbria e l’efficienza e l’efficacia che ha contraddistinto tale gestione dipese appunto anche dal buon operato della Regione. La gestione della restante parte dei fondi fu affidata al ministero dei Beni Culturali.

Non a caso, vi furono ritardi eccessivi - e anche sprechi? - per la ristrutturazione del teatro Mancinelli, la cui gestione, come per alcuni altri interventi, fu affidata ad una società dell’Iri, Bonifica.

Ma dipese dal Comune di Orvieto, o meglio, principalmente da alcuni amministratori comunali “illuminati”, da Franco Barbabella e da Adriano Casasole, per essere più precisi, l’individuazione degli interventi da realizzare, la volontà di dare vita a un progetto complessivo di tutela e valorizzazione del centro storico e l’impegno perché fossero concessi i finanziamenti statali necessari.

Certamente, funzionari comunali, altri amministratori locali, persone esterne all’Amministrazione svolsero un ruolo non secondario, anche numerosi parlamentari, in quest’ultimo caso soprattutto affinchè le leggi fossero approvate dal Parlamento italiano.

Ribadisco però che fondamentale per l’elaborazione e l’attuazione del Progetto Orvieto fu soprattutto l’azione portata avanti  da Barbabella e Casasole che, per diversi anni, svolsero una funzione di guida del Comune di Orvieto, anche perché ricoprirono incarichi di primo piano nell’ambito dello stesso Pci orvietano, contribuendo così a realizzare un profondo rinnovamento di questo partito e dell’intera sinistra, in quanto, oggettivamente, il Pci rappresentò la parte più importante e decisamente migliore della sinistra locale. Di qui la mia scelta, prima dei capitoli dedicati specificamente al Progetto Orvieto, di inserire un capitolo nel quale sono contenute delle brevi note su alcune vicende che hanno interessato la sinistra orvietana, principalmente il Pci, dagli anni ’70 del XX secolo fino agli inizi del secolo successivo.

Inoltre, è necessario rilevare che prendere in esame i caratteri distintivi del Progetto Orvieto significa anche analizzare le principali attività svolte dalle Amministrazioni comunali che si sono succedute nell’arco di un periodo almeno ventennale, a partire dagli inizi degli anni ’80 del Novecento.

Quindi, il Progetto Orvieto - che da ora in poi chiamerò per brevità PO - ha assunto una notevole importanza e sarebbe necessario non dimenticarlo come, invece, oggettivamente, è avvenuto.

Ma di questo mi occuperò nel capitolo finale, le conclusioni.

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Brevi note su alcune vicende della sinistra orvietana negli ultimi trenta anni del XX secolo e agli inizi del XXI

Come già rilevato nell’introduzione, ho ritenuto opportuno occuparmi, sinteticamente, di alcune vicende che hanno interessato la sinistra orvietana, soprattutto il Pci locale, in quanto parte più consistente e oggettivamente più importante di quell’area politica, poichè esse hanno influito considerevolmente nel processo di elaborazione e di attuazione del PO.

Il periodo preso in considerazione riguarda gli ultimi 30 anni del Novecento e gli inizi del secolo successivo.

Tali vicende hanno riguardato essenzialmente il Pci orvietano, e i partiti che furono creati successivamente al termine dell’attività del Pci, perché l’altra componente, minoritaria nell’ambito della sinistra locale, il Psi, non fu molto interessata al PO, in quanto prevalentemente rivolta alla gestione del potere e, solo in minima parte, interessata ad elaborare ed attuare progetti che avessero come obiettivo una visione della città che si estendesse anche nel medio e nel lungo periodo.

Agli inizi degli anni settanta del Novecento il Pci orvietano, oggettivamente, poteva essere definito un soggetto politico conservatore, scarsamente disponibile a promuovere ed attuare processi innovativi che tendessero, anche, a far sì che Orvieto svolgesse, all’interno dell’Umbria un ruolo di primo piano.

Nei primi anni di quel decennio era ancora sindaco Italo Torroni, un esponente del Pci molto apprezzato dalla popolazione ma che, nell’ambito delle Amministrazioni comunali da lui guidate, svolse un ruolo oggettivamente inferiore a quello che avrebbe potuto avere in seguito all’importante incarico che ricoprì per molti anni.

Ed infatti un’importanza notevole ebbe, tra gli altri, Marcello Materazzo, che per lungo tempo fu assessore sotto la sindacatura di Torroni - Materazzo che nel 1975 fu eletto consigliere regionale - e chi guidava il Pci orvietano, in quel periodo, Alessandro Tilli.

Soprattutto l’operato di quest’ultimo fu oggetto di numerose e consistenti critiche da parte di molti iscritti, tanto che nel 1975 diventò segretario di zona del Pci Osvaldo Sarri, con la collaborazione dell’allora giovane Fausto Prosperini, proveniente dal Psiup, partito che abbandonò da un giorno all’altro, proprio per entrare nel Pci, entrando a far parte, poco dopo, della segreteria di zona.

E Sarri sulla cui onestà, non solo intellettuale, non c’era alcun dubbio, contribuì notevolmente a rinnovare il partito, anche facendo in modo che divenissero amministratori comunali degli intellettuali, i quali, per un breve periodo, sebbene vicini al Pci non vi aderirono, facendo parte della cosiddetta Sinistra Indipendente, gruppo che ad Orvieto fu alimentato dal senatore Luigi Anderlini, che per diversi anni fu eletto nel collegio di Orvieto.

E’ bene precisare che, in quel periodo, gli organi più importanti del Pci locale avevano competenze sull’intero comprensorio orvietano - infatti Sarri era originario di Fabro -, di qui peraltro la denominazione utilizzata di segretario di zona, e di segreteria, di direttivo e di comitato di zona.

Ma tali organi decidevano anche sulle vicende politiche che interessavano il comune di Orvieto, anche perché allora, come del resto oggi, questo comune era decisamente il più importante tra tutti

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gli altri comuni che componevano il comprensorio orvietano, facendo sì che quanto avveniva ad Orvieto, oggettivamente, avesse degli evidenti e notevoli riflessi anche su quanto si verificava negli altri comuni.

Nel 1975 fu riconfermato sindaco un professore di Orvieto, Wladimiro Giulietti, originario però di Montegabbione, che diventò sindaco alcuni anni prima, poiché Italo Torroni fu coinvolto in una vicenda giudiziaria che, successivamente, si concluse con il suo completo proscioglimento da ogni accusa.

Giulietti fu il sindaco che guidava la Giunta comunale di Orvieto quando si verificarono le pericolose frane che determinarono la necessità di intervenire in modo consistente per salvaguardare e consolidare la rupe di Orvieto, al fine di evitare che si verificassero nuove frane che avrebbero messo a rischio anche i diversi monumenti che insistevano sulla rupe, in primo luogo il Duomo.

Nel quinquennio, dal 1975 al 1980, nel quale Giulietti fu ancora sindaco di Orvieto, assunsero l’incarico di assessori sia Adriano Casasole, e successivamente anche Franco Barbabella, che svolsero entrambi, senza alcun dubbio un ruolo da protagonisti nell’elaborazione e nell’attuazione del PO.

A questo punto ritengo opportuno precisare il percorso intrapreso da Barbabella e Casasole per decidere di candidarsi nella lista del Pci in occasione delle elezioni comunali del 1975.

Barbabella e Casasole, negli anni precedenti, non erano molto vicini al Pci, facevano parte di quell’area politica che veniva considerata a sinistra del Pci.

Il loro avvicinamento al Pci si verificò tramite la loro adesione alla Sinistra Indipendente, un gruppo politico guidato a livello locale e a livello nazionale dal senatore Luigi Anderlini il quale, come già rilevato, fu più volte eletto nel collegio di Orvieto.

A livello nazionale molti parlamentari, pur non essendo iscritti al Pci, aderirono alla Sinistra Indipendente, per poi essere eletti nelle liste di questo partito. Peraltro alcuni osservatori, nonostante la denominazione adottata, non considerarono i gruppi parlamentari della Sinistra Indipendente che, per diverse legislature, furono presenti sia alla Camera che al Senato, realmente indipendenti dal Pci, tutt’altro.

Ad Orvieto fu costituito un circolo Astrolabio che prese la sua denominazione dal nome della rivista che la Sinistra Indipendente pubblicava a livello nazionale. E sia Barbabella che Casasole aderirono a questo circolo e, conseguentemente, alla Sinistra Indipendente. Solo in anni successivi aderirono al Pci.

E, sia Barbabella che Casasole, decisero di presentarsi nella lista del Pci, come candidati della Sinistra Indipendente, in occasione delle elezioni comunali del 1975 e motivarono questa loro scelta in un articolo che fu pubblicato dalla rivista Astrolabio, nel numero 3 del 1975, e scritto congiuntamente.

Può essere utile riportare alcune parti dell’articolo in questione, dal titolo “Le motivazioni di un impegno”.

Nel sottotitolo si può leggere:

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“Due giovani professori di Orvieto, Franco Barbabella e Adriano Casasole, hanno accettato di entrare nella lista del Pci per le prossime elezioni comunali come candidati della Sinistra Indipendente. Agli amici essi hanno voluto offrire una motivazione distesa della loro scelta. A noi sembra che il loro discorso meriti di andare al di là della cerchia ristretta degli amici e che la traiettoria che essi sono riusciti a disegnare attraverso la vicenda della lotta politica nell’Italia di questi anni, possa essere un utile punto di riferimento per i giovani e meno giovani. E’ per questo che l’ ‘Astrolabio’ ha ospitato nel n. 3 di quest’anno il loro discorso ed è per questo che il ‘circolo Astrolabio’ di Orvieto ne ha curato questa edizione”.

Infatti la versione integrale di quell’articolo fu anche pubblicata autonomamente e consta di un documento di 4 pagine che fu ampiamente diffuso ad Orvieto, in occasione appunto della campagna elettorale per le elezioni riguardanti il rinnovo del Consiglio comunale, svoltesi nel 1975.

Ed ancora si può leggere:

“…Fare una scelta è sempre difficile, ma fare una scelta di impegno politico, con l’ambizione della serietà, in Italia, e, in particolare, in un ambiente di provincia, presenta un grado di difficoltà molto elevato. Chi sceglie di fare politica, non importa da quale parte di collochi, ingenera sospetto e diffidenza, provoca dubbi e domande, suscita pettegolezzi, si scontra cioè con uno degli aspetti tipici della mentalità dell’italiano medio, l’ostilità o l’indifferenza per la politica. L’affermazione corrente è che ‘la politica è sporca’…”

E pensare che quanto appena riportato sembra essere scritto oggi, non circa 40 anni or sono…

“…Dunque le ragioni della diffusa diffidenza verso ciò che è politico e verso chi fa politica affondano le loro radici nel modo in cui si è sviluppata la storia del nostro Paese, nel corso della quale clientelismo e corruzione, demagogia, diseducazione e spoliticizzazione sono stati funzionali al mantenimento dei privilegi economici e sociali, finchè in regime democristiano sono diventati vero e proprio sistema di governo.

La maturazione di questa consapevolezza sta alla base della nostra scelta. Ed è una maturazione che trova aggancio anch’essa in processi oggettivi, in pratica in tutto ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi dieci anni.

Su questa strada l’esperienza fondamentale per noi è stata la rivolta studentesca, sviluppatasi nelle nostre università, a partire dal ’67. Come molti nostri coetanei, avevamo anche noi sperimentato la difficoltà del giovane di bassa estrazione di accedere ai gradi superiori dell’istruzione, avevamo sentito il peso dei pregiudizi e delle discriminazioni sociali, conoscevamo il significato di ‘non essere come gli altri’. Ma eravamo usciti dalla scuola superiore senza conoscere praticamente niente di ciò che viene definito come ‘moderno’, senza sapere leggere un giornale, insomma senza possedere gli strumenti intellettuali indispensabili per comprendere il nostro tempo…

Eppure, ripensata oggi, quella esperienza ci pare fondamentale. Ci rendiamo conto infatti che in quegli anni, seppure confusamente, veniva emergendo una crisi profonda delle società capitalistiche della quale i movimenti studenteschi erano solo l’espressione più evidente…

Abbiamo imparato insomma che sceglie anche chi non sceglie, giacchè  contribuisce a lasciare le cose come stanno.

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Abbiamo da allora sentito chiaramente l’esigenza di un modo diverso di fare politica, distinguendo fra democrazia formale e democrazia reale e assumendo come punto di riferimento le istanze di democrazia di base…

Dunque, l’esperienza delle agitazioni studentesche ci ha avviato sulla strada della presa di coscienza delle contraddizioni della società contemporanea e dei ruoli storici del nostro Paese e ci ha convinti della necessità dell’impegno politico, ma contemporaneamente ci ha anche convinti del fatto che non si può agire concretamente senza analisi profonde, che non si può ignorare il patrimonio acquisito dal movimento operaio e popolare, che non ci si può separare dalle organizzazioni, partitiche e sindacali, di classe…

L’equilibrio del potere col passare degli anni si viene di nuovo stabilizzando su posizioni arretrate, con il Psi sostanzialmente subordinato alla Dc che fa la parte del leone nella attribuzione delle cariche negli enti di stato, negli istituti di credito, dovunque ci siano leve di comando da manovrare.

Nonostante tutto questo, è innegabile che l’accelerazione produttiva e il nuovo corso politico dell’inizio degli anni sessanta imprimono movimento alla situazione italiana nel suo complesso e, in particolare creano le condizioni favorevoli al rafforzamento del movimento operaio e popolare sia sindacale che politico…

Contro l’irrazionalismo di chi gioca al ‘tanto peggio tanto meglio’, contro l’arroganza di una classe politica dominante che fa della mistificazione e dell’inganno, della corruzione e dello sperpero, un modo per continuare a monopolizzare il potere sfidando l’intelligenza del cittadino e spesso offendendone anche il buon gusto, si è venuto manifestando un desiderio sempre maggiore, da parte di larghi strati della popolazione, di chiarezza e di razionalità, una forte volontà di capire e di partecipare alle scelte, insomma una crescente maturazione politica.

La partecipazione alla vita del sindacato in questi ultimi quattro anni, l’impegno diretto nella campagna referendaria del ’74 ed in quella recente degli organi di gestione democratica della scuola, ci hanno convinto della urgenza di adeguare le strutture politiche alla spinta che viene dal basso.

Per questo abbiamo accettato di presentarci come candidati alle prossime elezioni amministrative: vogliamo dare il nostro apporto, per quanto modesto possa essere, al processo di costruzione di una società diversa.

L’ente locale è il primo punto di contatto che il cittadino ha con il potere pubblico; pertanto esso deve essere il momento attraverso cui si lascia intravedere la possibilità di un potere alternativo capace di costruire una società alternativa. Intendiamo farci portavoce di tutte quelle forze che intendono camminare in questa direzione”.

Quindi, come emerge dal fatto che questo documento fu firmato da entrambi, Barbabella e Casasole decisero insieme di accettare la proposta di presentarsi alle elezioni comunali del 1975 nella lista del Pci.

Negli anni successivi, però, talvolta, entrarono in conflitto tra di loro, ma, inizialmente non sembra che si sia verificato alcun contrasto di notevole rilievo.

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I risultati delle elezioni comunali del 1975 furono i seguenti:

Pci         8.815 (51,76%)

Psi         2.248 (13,20%)

Msi           866 (  5,08%)

Dc         4.555 (26,75%)

Psdi         544  (  3,19%)

Il Pci, quindi, mantenne la maggioranza assoluta dei voti ed anche la maggioranza dei consiglieri comunali, anche se nella Giunta comunale che scaturì dalle elezioni del 1975 erano presenti sia rappresentanti del Pci che rappresentanti del Psi.

Pertanto si può rilevare che la presenza nella lista del Pci sia di Franco Barbabella che di Adriano Casasole garantì il mantenimento di quella maggioranza, ottenuta infatti per pochi voti.

Nel 1980 Giulietti non fu riconfermato come candidato a sindaco, in occasione delle elezioni comunali che si tennero in quell’anno.

Evidentemente Giulietti non fu considerato all’altezza dei compiti che l’Amministrazione comunale di Orvieto doveva svolgere, negli anni successivi al 1980, non solamente perché il processo di risanamento della rupe continuasse e si estendesse, ma anche perché si manifestò la consapevolezza della necessità di provare ad andare oltre il solo risanamento della rupe, al fine di elaborare e attuare un progetto complessivo ed organico non esclusivamente di tutela ma anche di valorizzazione del centro storico e, conseguentemente, dell’intero territorio comunale.

All’interno degli organi del Pci, quindi, fu deciso che Giulietti dovesse essere sostituito e si consideri che allora, non solo ad Orvieto ma in molte altre parti d’Italia dove il Pci governava a livello locale, le decisioni prese all’interno del partito contavano molto, in primo luogo per le candidature che dovevano essere avanzate in occasione della formazione delle liste per le elezioni comunali, ma anche per gli incarichi più importanti nell’ambito delle Giunte municipali, compreso il sindaco e non solo gli assessori.

Giulietti non accettò di buon grado le decisioni che maturarono all’interno degli organi locali del Pci.

Alla fine, rendendosi conto che non poteva essere riconfermato, chiese però come contropartita la presidenza dell’Apt, cioè dell’azienda di promozione turistica dell’Orvietano.

Ma Giulietti non fidandosi molto di quanto gli assicurarono, a tale proposito, in un incontro che si tenne a casa sua, sia Sarri che Prosperini (si ricorda che Sarri era allora segretario di zona del Pci e Prosperini faceva parte della segreteria), al termine dell’incontro mostrò a Sarri e Prosperini un piccolo registratore con il quale aveva registrato il colloquio appena terminato, probabilmente per avere maggiore certezza che effettivamente, in seguito, fosse nominato presidente dell’Apt.

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In precedenza, comunque, Giulietti, anche nelle cronache locali di alcuni quotidiani, in primo luogo “La Nazione” espresse chiaramente la sua contrarietà rispetto alla decisione di non essere riconfermato.

Tra l’altro utilizzò, in modo strumentale, quanto fu pubblicato nella prima pagina del primo numero di un mensile “L’Oca”, alla cui realizzazione parteciparono anche esponenti del Pci orvietano.

Infatti, in prima pagina, la redazione di quel mensile pubblicò i risultati di un’indagine, rivolta ai cittadini orvietani, tendente a valutare l’operato del sindaco e degli assessori della giunta capeggiata, fino ad allora, da Giulietti.

Da quell’indagine risultò che i voti attribuiti a Giulietti erano decisamente più bassi di quelli furono concessi a Barbabella e a Casasole.

I voti espressi in seguito a quella indagine furono i seguenti:


onestà
popolarità
capacità politica
efficienza
Wladimiro Giulietti
7,5
7+
6-
6-
Giusepe Cirinei
7-
7
6,5
6+
Franco Barbabella
9
7,5
8+
8+
Adriano Casasole
8
8,5
8
8,5
Michelangelo Ferrara
6
5-
5
4,5
Carlo Alberto Fini
6,5
7
6-
6
Alessandro Mescolini
8,5
5+
5-
5+

In un’intervista rilasciata al corrispondente locale de “La Nazione” Piscini, Giulietti di fatto sostenne che i risultati di quell’indagine non corrispondevano alla realtà, ma che erano stati artefatti per metterlo in cattiva luce e, di contro, per evidenziare il buon operato di Barbabella e Casasole.

Io posso assicurare, poiché facevo parte della redazione de “L’Oca”, che i risultati di quell’indagine non furono cambiati e che i voti erano realmente l’espressione dei giudizi formulati dai cittadini intervistati.

Per completezza d’informazione, aggiungo che la redazione de “L’Oca”, oltre al sottoscritto, era composta da Benedetto Burli, Carlo Carpinelli, Stefano Cimicchi, Pietro Cicognolo e Gianni Marchesini. Il grafico era Alberto Satolli, che fu anche l’inventore dello slogan utilizzato per “lanciare” il nuovo mensile, e cioè: “L’Oca mangia e caca”. Cimicchi, allora un giovane di 24 anni, da poco iscritto al Pci, dopo aver militato in Lotta Continua, era l’unico rappresentante dei comunisti orvietani, Cicognolo, rappresentava il circolo Astrolabio e quindi la Sinistra Indipendente, e gli altri componenti della redazione, compreso chi scrive questo e-book, avevano come riferimento politico il quotidiano “Il Manifesto”.

Una volta deciso che il candidato a sindaco del Pci non dovesse essere Giulietti, si manifestò la necessità di chi indicare come nuovo candidato.

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Io non ho ancora capito, né mai furono rese note esplicitamente, le motivazioni alla base della scelta di Franco Barbabella.

Infatti nella giunta guidata da Giulietti un ruolo decisamente di primo piano lo svolse Adriano Casasole e non Barbabella e molti, allora, ritenevano che l’erede di Giulietti dovesse essere appunto Casasole. E invece fu scelto Barbabella, mentre, dopo le elezioni, Casasole mantenne l’incarico di assessore alla cultura, alla pubblica istruzione e ai servizi sociali.

C’è chi sostiene che il gruppo dirigente più ristretto del Pci orvietano scelse Barbabella piuttosto che Casasole perché quest’ultimo, nei 5 anni, dal 1975 al 1980, in cui fu assessore spesso prese delle decisioni in totale autonomia rispetto ai “desiderata” dei componenti degli organi del partito più importanti. In pratica Barbabella fu ritenuto più affidabile e meno indipendente. In realtà, Barbabella, negli anni in cui svolse l’incarico di sindaco - si dimise nel 1987 - assunse delle decisioni molto spesso non condivise dalla segreteria di zona del Pci, che dal 1980 al 1985, fu presieduta da Fausto Prosperini, soprattutto relativamente alla politica urbanistica.

E, molto probabilmente, proprio questi dissidi tra la segreteria del partito e Barbabella furono la principale causa che determinarono, appunto nel 1987, le sue dimissioni da sindaco.

Sempre per completezza d’informazione, nel 1985, subentrò a Fausto Prosperini, come segretario di zona del Pci, Valentino Filippetti, purtroppo. Come dire che al peggio non c’è mai fine…

A questo punto i lettori potrebbero essere interessati a conoscere i criteri che furono seguiti, quanto meno a partire dal 1975 in poi, per scegliere il candidato a consigliere regionale, espressione del Pci orvietano.

Il merito, le competenze? Per nulla. Contava solamente il peso che i diversi candidati avevano all’interno del partito, per un incarico molto ambìto, soprattutto perché garantiva agli eletti anche una cospicua pensione che, in qualche modo, avrebbe rappresentato una contropartita rispetto alle magre remunerazioni di cui godevano i funzionari di partito e la gran parte di coloro che furono scelti erano o erano stati funzionari di partito.

Infatti, in rapida successione, divennero consiglieri regionali, Marcello Materazzo, Fausto Prosperini, Costantino Pacioni e Fausto Galanello.

Particolarmente emblematica e significativa la scelta che fu compiuta nel 1985. Il candidato migliore era, senza dubbio, Adriano Casasole, il quale per le sue capacità politiche e per le sue competenze poteva legittimamente ambìre a diventare assessore regionale.

E, invece, fu scelto Prosperini, il quale diventò assessore, per sbaglio, solo per alcuni mesi, quando, per un periodo molto limitato, la Giunta regionale fu espressione di un “monocolore” del Pci.

In questo modo le ambizioni di Prosperini coincisero con le volontà degli esponenti del Pci perugino e ternano, i quali, con l’assenza di Casasole in Consiglio regionale, avevano un concorrente in meno relativamente ai possibili candidati all’incarico di assessore. Con l’elezione di Prosperini, ovviamente, quegli esponenti del Pci andavano sul sicuro.

Nel 1987, dopo le dimissioni di Barbabella, diventò sindaco Casasole. E’ bene ricordare che allora non vigeva l’elezione diretta del sindaco, ma il sindaco veniva eletto dai consiglieri comunali.

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Casasole appena eletto sindaco, sostenuto dall’allora segretario del Pci, Filippetti, volle rimarcare una certa discontinuità con l’operato del suo predecessore, a testimonianza del fatto che, nel corso degli anni, i rapporti tra Casasole e Barbabella si erano almeno in parte deteriorati.

Ricordo una riunione del direttivo di zona, di cui facevo parte, un organo composto da una quindicina di esponenti del Pci orvietano, tenutasi appena avvenuta l’elezione di Casasole, dedicata alle politiche che Casasole intendeva attuare come sindaco di Orvieto, nell’ambito della quale il nuovo sindaco affermò testualmente che si proponeva di realizzare una politica urbanistica che consentisse il raddoppio della popolazione residente nel comune (allora i residenti erano poco più di 20.000).

Quell’obiettivo era, per la verità, del tutto irrealistico, ma era la più evidente testimonianza della volontà di Casasole di attuare un politica urbanistica che legittimamente può essere definita fortemente espansiva, e che, oggettivamente, si sarebbe contrapposta alla politica urbanistica promossa da Barbabella, ritenuta da alcuni, in parte anche a ragione, eccessivamente restrittiva.

Dopo alcuni anni si tennero, nel 1990, le nuove elezioni comunali. Era scontato che il candidato a sindaco fosse Casasole, e così fu. Meno scontata la composizione della lista del Pci.

Un piccolo passo indietro. Normalmente i segretari di zona, in quel periodo, mantenevano il proprio incarico per 5 anni, gestivano le candidature per le elezioni comunali e per quelle regionali, e poi venivano sostituiti, per garantire un ricambio ai vertici del più importante organo del Pci orvietano, appunto la segreteria di zona.

Filippetti, invece, fu allontanato dal suo incarico di segretario prima del 1990, e sostituito da Fausto Galanello, per la sua manifesta incapacità di guidare il partito orvietano.

Ma, con il pieno sostegno di Casasole, fu avanzata, come contropartita rispetto alla perdita dell’incarico di segretario di zona, la proposta di inserire Filippetti nella lista del Pci, per le elezioni comunali del 1990, il quale ambìva a divenire assessore comunale di Orvieto, nonostante fosse originario, ed ancora lì residente, di Parrano.

Ci fu chi all’interno del direttivo di zona era decisamente contrario alla candidatura di Filippetti in quanto riteneva che l’elezione di Filippetti potesse rappresentare un problema per le attività della nuova Amministrazione comunale.

Chi si opponeva a quella candidatura non raggiunse la maggioranza nel direttivo e pertanto la candidatura di Filippetti passò. Ricordo molto bene chi si oppose a quella candidatura: il sottoscritto, Giancarlo Baffo, Franco Barbabella, Stefano Cimicchi e Giuseppe Ricci. E ricordo altrettanto bene una riunione, a cui parteciparono gli appena citati componenti del direttivo, tenutasi presso l’azienda agricola di proprietà di Cimicchi, che doveva rimanere segreta, per delineare una “strategia” che consentisse di far passare in direttivo la posizione contraria alla candidatura di Filippetti.

Un episodio, forse divertente: quella riunione fu tanto segreta che il giorno seguente ne venne a conoscenza Adriano Casasole. Forse informato da Baffo?

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Comunque nella riunione del direttivo fu approvata la lista dei candidati del Pci alle elezioni comunali, con la presenza di Filippetti, con un solo voto contrario, quello del sottoscritto (infatti gli altri oppositori al momento del voto si defilarono).

Nelle elezioni comunali del 1990 ci fu una lotta molto accesa, per ottenere il maggior numero di preferenze, tra Cimicchi e Filippetti. Prevalse Cimicchi e Filippetti non diventò assessore ma fu nominato capogruppo del Pci, in Consiglio comunale.

Nel 1992, per motivi di salute, Casasole, purtroppo, fu costretto alle dimissioni e fu eletto sindaco Cimicchi, che ricoprì quell’incarico per 12 anni, fino al 2004. Molto probabilmente, se Casasole non si fosse dimesso, Cimicchi non sarebbe mai divenuto sindaco di Orvieto, ma avrebbe assunto altri incarichi.

Cimicchi, quindi, per molti anni guidò l’Amministrazione comunale di Orvieto, con luci ed ombre (tra le luci la sua decisione di costituire una Giunta comunale che fu denominata di “uomini e donne” piuttosto “sganciata” dalle indicazioni dei partiti del centro sinistra e che non comprendeva rappresentanti del Psi), ombre che si manifestarono soprattutto negli ultimi anni, ad esempio quando, insieme a Franco Barbabella, nominato presidente della società “Risorse per Orvieto”, nel 2000 e negli anni successivi, ipotizzò una strategia per il riutilizzo dell’ex caserma Piave che si rivelò, a mio giudizio, del tutto sbagliata, ed inoltre perché la sua azione determinò una forte crescita dell’indebitamento finanziario del Comune che, peraltro, il suo successore non fu assolutamente in grado di gestire, come possibile.

E quelle ombre, oltre agli ostacoli frapposti alla sua candidatura a consigliere regionale, nelle elezioni del 2005, da una parte consistente degli esponenti locali dei Ds, contribuirono ad impedire la sua elezione a consigliere regionale.

Nel 2004 diventò sindaco Stefano Mocio, il peggiore sindaco di Orvieto dal dopoguerra in poi, soprattutto perché la “Margherita”, il partito politico in cui confluirono gran parte dei cattolici democratici, a livello regionale ambìva ad avere un incarico di rilievo, la presidenza della Provincia di Terni. Ma poiché non riuscì ad ottenere quella presidenza, quel partito si accontentò di un incarico di minore rilievo, e, nelle trattative a livello regionale tra i rappresentanti dei Democratici di Sinistra e quelli della Margherita, fu deciso che un esponente della Margherita dovesse candidarsi a sindaco di Orvieto per il centro sinistra.

Il candidato alternativo, espressione dei Ds orvietani, era Carlo Carpinelli, per circa un decennio senatore, senza peraltro avere molto “brillato”. Ma gli esponenti orvietani di maggior rilievo dei Ds non si opposero ai “desiderata” dei vertici regionali di quel partito, per timore che la propria carriera politica ne venisse influenzata negativamente.

E così Mocio, purtroppo, per 5 anni, assunse l’incarico di sindaco di Orvieto, peraltro favorendo, nelle elezioni comunali del 2009, la vittoria del candidato del centro destra, Toni Concina, per una sorta di ritorsione nei confronti della sconfitta da lui subìta, a favore di Loriana Stella, nelle elezioni primarie che i Ds orvietani organizzarono per scegliere il candidato a sindaco.

Termino questo capitolo, ricordando alcune vicende connesse alle candidature nel collegio senatoriale di Orvieto.

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Da sempre il collegio senatoriale di Orvieto era considerato un collegio “sicuro” nel senso che non c’erano problemi per l’elezione del candidato del Pci. Per questo venivano spesso candidati esponenti politici, non locali, scelti dalla direzione nazionale di quel partito. Per diverse legislature fu eletto senatore il prima citato Luigi Anderlini, poi Dario Valori.

Nel 1992 sembrava che fosse possibile candidare Franco Barbabella. Ma la direzione nazionale del Pci decise di candidare l’ex segretario della Cgil, Luciano Lama, sebbene un’ampia maggioranza soprattutto degli iscritti orvietani al Pci erano favorevoli alla candidatura di Barbabella. Barbabella, dopo la candidatura di Lama, ebbe la bella idea di dimettersi dal partito, scelta che si dimostrò del tutto sbagliata sia perché Barbabella, comunque, aveva ricevuto il sostegno della grande maggioranza del Pci orvietano sia perché era prevedibile, come del resto avvenne, che dopo alcuni anni si sarebbero tenute nuove elezioni (in quegli anni si era in piena “Tangentopoli”) e che allora la candidatura di Barbabella poteva essere di nuovo avanzata ed avere successo.

Ed infatti nel 1994 furono convocate nuove elezioni ed allora si decise finalmente che il candidato nel collegio senatoriale dovesse essere un orvietano. Barbabella era fuori gioco, e fu scelto Carlo Carpinelli, anche se allo stesso incarico puntava Fausto Prosperini. Ma per merito soprattutto dell’allora segretario del Pds orvietano (infatti a livello nazionale si decise di concludere l’esperienza pluriennale del Pci e di dare vita al Pds), Giuseppe Ricci - il quale peraltro un giorno mi confessò di essere particolarmente preoccupato dell’eventualità che venisse candidato Prosperini -, ebbe la meglio Carlo Carpinelli, che fu eletto senatore e che mantenne questo incarico per due legislature.

In conclusione?

Negli anni presi in considerazione, nella sinistra orvietana, emersero importanti elementi di innovazione ma, contemporaneamente, non mancarono atteggiamenti che non possono che essere definiti conservatori. E, a mio giudizio, al termine del periodo esaminato, i secondi prevalsero decisamente sui primi.

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Le frane della rupe nel 1977

Si può legittimamente sostenere che furono le frane verificatesi nella rupe di Orvieto nel febbraio del 1977, tutte localizzate nel lato sud-ovest, da piazza Marconi a porta Romana, a rappresentare il presupposto affinchè fosse elaborato e poi attuato il PO, nell’ambito del quale i lavori di consolidamento della rupe costituirono una parte molto rilevante del progetto. Per la verità, altre tre imponenti frane ci furono nel periodo compreso tra il 1971 e il 1976, una in corrispondenza di viale Carducci, più nota come Confaloniera, e le altre nella località denominata Cannicella. Ma la fragilità della rupe di Orvieto, con le conseguenti frane, è un fenomeno che risale molto indietro nel tempo, come risulta da quanto scritto da Lucilla Gregori e Laura Melelli, del dipartimento di Scienza della Terra dell’Università di Perugia, in un volume dal titolo “Di fuoco e di acqua: forme e paesaggi delle ‘Città del Tufo’”.

Infatti Gregori e Melelli, scrivevano, tra l’altro:

“Le prime testimonianze storiche dei dissesti sono indirette e risultano  dall’osservazione delle dislocazioni subìte dai manufatti di epoca etrusca  e  romana.  L’esempio  più  noto  è  quello  della  necropoli  del  Crocefisso  del  Tufo, (versante  settentrionale)  con  il  piano  di  appoggio  delle  tombe,  originariamente suborizzontale,  attualmente  inclinato  verso  monte  di  circa  10°,  in  conseguenza  di  un movimento franoso di scorrimento rotazionale. Anche le altre tombe e i manufatti presenti lungo il versante meridionale hanno subìto dislocazioni con componente rotazionale, ma di entità  minore. Le  prime  documentazioni  scritte  risalgono  al  periodo  medioevale  e testimoniano  di  porzioni  perimetrali  della  rupe,  attualmente  non  più  esistenti, parzialmente  o  totalmente  svincolate  dal  corpo  centrale,  ma  ancora  così  prossime  al perimetro da essere raggiungibili con un ‘tiro di pietra’ (così si legge nel Bellum Ghoticum dello storico bizantino Procopio di Cesarea, cfr. Ambrosini e Martini, 1995). Gli editti di quel tempo e arrivati fino ai nostri giorni evidenziano la diffusa consapevolezza della fragilità della  rupe,  motivo  dei  severi  divieti  ufficiali  di  gettare  rifiuti  e  costruire  edifici  lungo  il perimetro. Dal secolo XV alla fine dell’ottocento i dissesti coinvolsero prevalentemente il lato  meridionale  della  rupe  ma  risale  al  ‘900  la  frana  di  porta  Cassia,  la  più  ampia  e rovinosa  in  epoca  storica,  imputata  allo  scalzamento  operato  al  piede  della  rupe  per  la realizzazione  del  tracciato  della  ferrovia  Roma-Firenze  (Ambrosini  e  Martini,  1995). Numerosi movimenti  franosi hanno  coinvolto fino  ad oggi  la rupe. Le  cause del dissesto sono da  ricercare nella  fratturazione  della placca  tufacea e  nelle scadenti  caratteristiche delle argille di base. Il marcato contrasto di deformabilità e di permeabilità  dei due complessi litologici e lo stato  di  sforzo  al  piede  della  rupe  innescano,  insieme  alle  variazioni  della  quota piezometrica  e  alle  azioni  di  degradazione  fisica  e  chimica,  fenomeni  franosi  che  si propagano  dalla  placca  tufacea  al  substrato  argilloso  e  viceversa.  Crolli,  ribaltamenti esterni  ed  interni  nonché  scivolamenti  traslazionali  interessano  la  porzione  tufacea, mentre scivolamenti rotazionali e traslazionali coinvolgono la coltre detritica e la parte più superficiale  delle  argille…”.

Inoltre già nel 1966 Luigi Muzi, in una delle riunioni del Rotary club di Orvieto, presentò una relazione nella quale erano evidenziate le cause delle frane che caratterizzavano la rupe. Muzi, infatti, laureato in agraria, era allievo del professor Vinessa De Regny, titolare della cattedra di geologia e mineralogia dell’istituto superiore agrario sperimentale, oggi facoltà di agraria. E nella sua relazione Muzi espose, soprattutto, le valutazioni del professor Vinessa, riguardanti prevalentemente le frane che si verificarono a partire dagli inizi del Novecento. La prima grande

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frana fu registrata, nella zona sottostante la fortezza degli Albornoz, intorno al 1900 e Vinessa, tre anni dopo, effettuò un sopralluogo, pubblicando successivamente un articolo nel “Giornale di
Geologia pratica”. Le osservazioni di Vinessa riguardavano principalmente le origini geologiche della rupe e gli interventi più immediati da attuare per frenare la progressiva corrosione del masso tufaceo. I provvedimenti che Vinessa proponeva agli inizi del 1900 possono essere così sintetizzati: “Per le frane di roccia: impedire la escavazione delle pozzolane e del tufo dalle pareti della rupe o sotto le pareti a picco; chiudere, mediante muri, ogni scavo esistente in modo da rendere alla parete tutta la sua resistenza; in casi di particolare importanza costruire murature a bastioni per sorreggere la rupe franante. Per le frane di detrito: sistemare le fognature della città in modo che tutte le acque che vi giungono siano raccolte e fatte defluire direttamente in pianura, con collettori dal fondo murato o quanto meno consolidato con briglie molto vicine fra loro in modo da impedire l’affondamento; impedire la irrigazione su tutta la estensione del pianoro cittadino e specialmente della collina e convogliare le acque delle sorgenti e di pioggia nei collettori provenienti dalla città; trasformare di conseguenza tutte le colture ortive che si praticano sulla collina in colture arboree; infine, rimorchiare i fianchi dei collettori che dalla città scendono alla pianura”. E nella sua relazione Muzi sostenne che nessuno degli interventi proposti da Vinessa fu realizzato, per apatia e indolenza, almeno secondo Muzi.

Inoltre delle frane verificatesi nel febbraio del 1977 si occuparono in molti, ad Orvieto, anche negli anni successivi. Mi sembra utile riportare integralmente un articolo di Pier Luigi Leoni e Paolo Borri, pubblicato dal mensile “Il Comune nuovo”, nel numero di marzo 1979: “Le piogge abbondanti di febbraio, con l’aggravarsi dei fenomeni franosi a Canicella e alla Fontana del Leone, e con l’abbassamento del fondo stradale in via delle Conce, hanno portato alla ribalta della cronaca nazionale il problema della rupe di Orvieto. Il fenomeno è visto con ottica diversa da chi, non abitando ad Orvieto ma conoscendo questa illustre città, manifesta semplicemente curiosità e interesse, e da chi, vivendo sulla rupe o nei dintorni, si sente investito spiritualmente e fisicamente del problema. Cerchiamo di fare, con la maggiore calma possibile, il quadro della situazione; anche se scriviamo a non molti metri dalla rupe e sappiamo che là sotto qualcosa non va. Premettiamo che la rupe di Orvieto è un banco tufaceo circondato da un anello, costituito da detriti di falda (praticamente il risultato della degradazione geologica della rupe). Il tutto poggia su argille plioceniche dove scorrono le falde acquifere. La degradazione della rupe che, considerata in milioni di anni, è un fenomeno naturale e ineluttabile, dovuto al trascorrere del tempo e all’azione dell’acqua, può essere accelerato o ritardato dall’opera dell’uomo. I fenomeni franosi più recenti, che riguardano direttamente il masso tufaceo, oppure le pendici della rupe, pur costituendo sostanzialmente lo sviluppo di fenomeni naturali, sono stati in larga parte determinati o accelerati dalla attività e dalla imprevidenza degli uomini. Per quanto riguarda le frane della rupe, è emblematica la vicenda della Confaloniera. In quel caso il fenomeno si verificò sullo stesso piano di scorrimento di una precedente enorme frana del 1908, che addirittura aveva costretto allo spostamento della ferrovia. Vale a dire che la vecchia frana, non completamente assestata, ha richiamato materiale sovrastante. Ma a determinare il fenomeno ha contribuito in modo senz’altro notevole l’imbibizione del terreno da parte dei liquidi dispersi dalle fognature della Smef. E’ noto agli addetti ai lavori che, all’epoca della frana, si notava da tempo un abbondante stillicidio nella sottostante ‘fungaia’: una vecchia cava di pozzolana che forse attraversava completamente la rupe da nord a sud fino alla parete tra porta Romana e porta Maggiore; ma il lungo tunnel risulta interrotto da muri forse ottocenteschi nel tratto corrispondente a piazza del Popolo. In seguito alla frana fu rinnovato a cura del ministero della Difesa il tratto terminale della fognatura della Smef; infatti finì lo stillicidio nella ‘fungaia’, per riprendere tranquillamente dopo qualche tempo, a dimostrazione del fatto che la fogna della Smef era responsabile della frana e che non era stata sufficientemente riparata. Ma agli errori dell’uomo possono essere ascritti almeno le concause che

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hanno determinato le altre frane della rupe e delle pendici. Così, ad esempio, la frana delle Conce è un fenomeno molto circoscritto dovuto alla presenza di una falda superficiale che è stata drenata alcuni fa con opere insufficienti che si dovranno, presto, sostituire per rendere agibile la strada pubblica. Mentre le grosse frane di Canicella e della Fontana del Leone, sembrano dovute alla concomitanza, su un terreno naturalmente franoso, di imbibizioni di acque dovute alle colture dei terreni, alle precipitazioni atmosferiche e allo scarico di acque nere e pluviali dalla rupe sovrastante. Ma soffermiamo l’attenzione sul sistema di convolgimento e smaltimento delle acque, sia nere che pluviali; è questo un aspetto raccapricciante dell’Orvieto di oggi dove veramente si misura l’insipienza, addirittura secolare, della classe politica e amministrativa. Infatti Orvieto è città medievale non solo nell’aspetto urbanistico e nei monumenti ma anche nelle fogne. Sono ancora in uso collettori pluricentenari che per la vetustà, per il sistema di costruzione, per le scosse telluriche e per le sollecitazioni dovute al traffico moderno, sono ridotte a miseri colabrodi che lasciano scolare in profondità acque che impregnano il tufo, invadono le cavità sotterranee e accelerano la degradazione della rupe. Inoltre lo scarico delle acque al di fuori della rupe solo in parte è irreggimentato; i collettori del Cavarone (vicino a Porta Maggiore), di San Benedetto (tra S.Agostino e la Confaloniera), di San Zeno (dietro al casermone), del fosso della Civetta (sotto Piazza Cahen), di porta Romana raccolgono parte delle acque, il resto ‘piscina’ lungo la rupe o addirittura cade di getto sulle pendici sottostanti. Le conseguenze sono deleterie e a lungo catastrofiche. I decenni sono passati senza interventi consistenti nella rete fognante, sono stati ideati e progettati miglioramenti alle fognature interne e la costruzione di un collettore circolare, da installare nelle pendici della rupe, che avrebbe dovuto convogliare le acque ad un depuratore. Quasi tutto è rimasto sulla carta e soltanto nel mondo delle idee. Intanto, mentre i miliardi della legge speciale per la rupe tardano ad essere utilizzati, per le iniziali divergenze sulle priorità di intervento, si cercano altri miliardi. I soldi sono senz’altro necessari e dovranno arrivare; del resto il problema della rupe di Orvieto assume un rilievo nazionale e internazionale. Quanto ai rimedi concreti accenniamo a quelli noti e alla portata di tutti, riservandoci di approfondire il problema quando si saranno pronunciati chiaramente e con una certa univocità gli esperti che, dopo gli ultimi eventi, tornano ad interessarsi di Orvieto. In primo luogo occorre riprendere quella che può essere chiamata la ‘ordinaria manutenzione’ della rupe: cioè la realizzazione delle ingrappature e dei muri di contenimento nei tratti più lesionati, che veniva eseguita dal Genio Civile fino a qualche anno fa e che poi è stata molto trascurata. Infatti su questo non ci piove: dove sono state fatte opere di consolidamento non è mai cascato un sasso. Poi occorre ricostruire il sistema di fognatura, dal più piccolo dei vicoli fino all’impianto di depurazione. Poi occorre sistemare, bonificare e impermeabilizzare il ciglio della rupe. Poi occorre sistemare le pendici con drenaggi, terrazzamenti e apposite piantagioni, eliminando in qualche caso le colture preesistenti. Ma sarà in grado la classe politica e amministrativa orvietana di gestire un problema di tale portata? Se dovessimo fare riferimento al passato preferiremmo non pensarci. Ma il fallimento dei maggiori responsabili sarebbe la rovina per tutti. Quindi cerchiamo di assumerci ognuno le nostre responsabilità e di seguire ad ogni livello lo sviluppo di una questione importante per il mondo civile, vitale per noi”.


Ora si può rispondere al quesito finale contenuto nell’articolo dei Leoni e di Borri: sì, la classe politica e amministrativa orvietana, insieme a quelle della Regione dell’Umbria, fu in grado di gestire un problema così complesso e andò anche oltre, perché, lo ripeto, con il PO non ci si limitò ad intervenire per impedire il protrarsi delle frane.

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Anche Riccardo Bianchi, in un articolo pubblicato sulla rivista “Ingenium”, dal titolo “Orvieto e la sua rupe”, si occupò delle caratteristiche della rupe e delle cause delle frane. Di nuovo mi sembra utile riportare integralmente l’articolo in questione.

“Come noto, la città di Orvieto è collocata, alla quota di 300 m., su di una rupe tufacea dalle pareti perimetrali pressoché verticali alte fino a circa 60 m., avente forma approssimativamente ovale (1.500 x 700 m.). La rupe, costituita da materiali piroclastici (ignimbriti tefritico fonolitiche) con vario grado di cementazione, poggia, con l’interposizione di uno strato di modesto spessore di depositi lacustri e fluvioplaustri (Albornoz), sul tetto di una collina di argille plioceniche, altrove ricoperta da una coltre di detriti di falda e di frana. Tale collina, inclinata circa 15°-20°, risulta completamente isolata dai rilievi circostanti ed è incisa radialmente da alcuni fossi che hanno origine alla base della rupe tufacea. Il centro abitato è interessato da una condizione di dissesto, riguardante sia il pendio argilloso detritico che l’ammasso tufaceo sovrastante, il quale si manifesta mediante eventi franosi di vario genere: frane rotazionali coinvolgenti le argille e la colte detritica del colle; crollo di blocchi di tufo dalle pareti della rupe con arretramento progressivo del ciglio; ribassamento di cavità sotterranee nel tufo. Tutti questi fenomeni, ad esclusione forse del crollo di cavità, costituiscono le manifestazioni dello stato di  dissesto del colle orvietano nel suo complesso, causato dalla situazione geotecnica naturale in cui è inserita la città. L’esame della giacitura delle fessure ed anche risultati di analisi ad elementi finiti (Lembo-Fazio e Cecere) fanno supporre infatti che i dissesti sulla rupe siano da mettersi in relazione più che a processi diagenetici e a fenomeni tettonici, al notevole stato di sforzo nel tufo causato dall’evoluzione morfologica del colle. Infatti le frane nel pendio argilloso, specialmente in prossimità della balza tufacea, provocano una sensibile riduzione dell’efficacia del sostegno alle zone marginali della piastra litoide, che ha nel ribassamento a gradini e nel distacco di blocchi dalle pareti le sue manifestazioni più evidenti. Le frane nel pendio argilloso sono causate dal fatto che la parte superficiale di questo, al di sotto della coltre detritica, è costituita da argille rimaneggiate e degradate e, più sotto, da argille ammorbidite fessurate e ossidate le quali possiedono caratteristiche meccaniche (notevolmente inferiori a quelle delle argille plioceniche intatte sottostanti) che non sono staticamente compatibili con l’inclinazione del pendio. La lenta erosione dell’ammasso litoide, portando alla superficie nuovi strati di argilla intatta e favorendo la circolazione idrica attraverso le fessure che vengono a crearsi, contribuisce da parte sua all’evolversi del fenomeno. In questo quadro, una primaria importanza è assunta dal fattore antropico, che fin dall’antichità ha interagito in maniera profonda con l’ambiente fisico naturale. Lo sviluppo demografico della città e la conseguente progressiva urbanizzazione della rupe hanno infatti comportato: la realizzazione, sin dall’epoca etrusca, di numerose e notevoli cavità sotterranee sia per l’estrazione di materiali da costruzione (pozzolana e tufo) sia per la creazione di vuoti utilizzati come cantine, cisterne, pozzi, magazzini, stalle ed anche tombe; l’utilizzazione di aree non ancora edificate in prossimità del margine della rupe stessa; la progressiva modifica del regime idrico naturale, sia nella rupe che nel colle sottostante; l’esigenza di opere di risanamento nei confronti delle situazioni di instabilità interessanti il centro abitato. Nella creazione di cavità artificiali si può individuare la principale causa responsabile dei crolli sotterranei, i quali hanno diverso effetto a seconda che investano zone superficiali, con più immediato danno alle costruzioni sovrastanti, o profonde, con l’interessamento di maggiori volumi di materiale lapideo ed eventuali interazioni con l’instabilità del colle, nel caso di porzioni a ridosso del basamento argilloso. Tali crolli possono essere ritenuti imputabili, quindi, quasi esclusivamente al fattore antropico piuttosto che a cause naturali; essi dunque costituiscono un problema di importanza primaria solamente a causa dell’elevatissimo numero di cavità sotterranee che, disposte su vari ordini, arrivano ad occupare in maniera quasi capillare la superficie della rupe. L’edificazione di aree marginali della rupe e soprattutto la modifica del regime delle acque sotto di essa, viceversa, possono identificarsi come azioni che esaltano ed accelerano il fenomeno naturale in atto nel colle orvietano. La prima,

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infatti, provoca l’incremento dei carichi in zone, come detto in precedenza, già sede di notevoli stress meccanici quando non addirittura isolate dal resto dell’ammasso, con gli effetti che è facile intuire. La seconda consiste sostanzialmente in una diminuzione dell’infiltrazione diretta delle acque meteoriche, causata dalla progressiva urbanizzazione, ed in un notevole incremento delle portate erogate dall’acquedotto, dovuto sia allo sviluppo demografico che, soprattutto, all’aumento del consumo pro-capite, con conseguente aumento dell’infiltrazione dovuta alle perdite delle reti idriche e fognarie. E mentre le conseguenze di tale fenomeno all’interno della rupe sono di difficile determinazione, in quanto risultato delle due tendenze contrastanti sopra esposte, non v’è dubbio che la modificazione del regime delle acque provochi l’aumento delle portate lungo il pendio e la concentrazione dei deflussi nei fossi che lo solcano. I pericoli che ne derivano emergono chiaramente alla luce dei meccanismi di dissesto dell’insieme colle-rupe. In conclusione appare evidente, avendo i dissesti della rupe tufacea la loro principale causa nell’instabilità del pendio argilloso determinata dalla degradazione della porzione superficiale di questo, che interventi i quali si limitino ad agire solo sugli effetti del fenomeno non possono costituire che dei palliativi di breve efficacia, come ha dimostrato lo scarso successo di molti interventi realizzati in passato per fare fronte a situazioni locali specifiche. Solamente mediante un intervento articolato che agisca sulle cause che determinano i fenomeni di dissesto nel loro complesso si può invece pensare di rallentare lo sviluppo dei fenomeni di instabilità della rupe, pur non essendo possibile, logicamente, arrestare in maniera definitiva l’evoluzione morfologica”.

Ed è proprio un intervento articolato che agisca sulle cause che determinano i fenomeni di dissesto nel loro complesso, come giustamente rilevato da Bianchi, ciò che è stato realizzato.

E, tornando al 1977, l’11 marzo il sindaco Wladimiro Giulietti e l’assessore all’urbanistica  Giuseppe Cirinei, insieme all’ingegnere capo del Comune Giacomo De Simone, in una conferenza stampa appositamente convocata, evidenziarono i gravi pericoli che minacciavano la rupe.

Nella relazione di De Simone, presentata in occasione della conferenza stampa, si può leggere:

“La rupe di Orvieto per sua naturale conformazione geologica è costituita da colonnati verticali, scarsamente saldati, poggianti in prossimità delle pendici, su sottostanti strati più degradati (sabbia e pozzolana) per progressive azioni di sfaldamento…La struttura ha subìto evidentemente nel tempo una continua degradazione per effetto degli agenti atmosferici che hanno fatto risentire le loro conseguenze specialmente nel versante sud-ovest. L’azione dilagante delle precipitazioni atmosferiche, infiltratesi nelle fessurazioni verticali esistenti tra i diversi colonnamenti, accentuate queste ultime dai profondi apparati radicali delle vegetazioni spontanee, hanno sempre più contribuito a creare una instabilità degli elementi litoidei con il conseguente verificarsi di diversi movimenti franosi…”.

E, riferendosi alle frane del 1977, nella relazione si può continuare a leggere: “Anche se tale movimento franoso non desta per il momento notevoli preoccupazioni e non vengono direttamente minacciate abitazioni nella zona, vi è da rilevare che sono state riscontrate crepe notevoli e preoccupanti in diversi punti e soprattutto in corrispondenza del costone tufaceo  a valle dell’istituto professionale di Stato. Il distacco di tali elementi potrebbe questa volta interessare terreni coltivati e fabbricati compresi tra le rupe e la strada provinciale dell’Arcone, con minaccia per la pubblica incolumità…Come è noto per effetto della legge del 4.2.1908 n. 445 tutta la rupe di Orvieto era oggetto di interventi diretti di consolidamento da parte dello Stato, effettuati dal genio civile ed ora di competenza della Regione che finora ha finanziato un primo intervento per eliminare tratti

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pericolanti alla rupe di Canicella per L. 40.000.000 ed il primo stralcio per la ricostruzione del muro di sostegno della Confaloniera per L. 120.000.000…

A giudizio del sottoscritto occorrerebbe effettuare uno studio globale preceduto da una accurata indagine geologica per individuare i possibili interventi di consolidamento. Sulla base di tali indagine e studi, da affidare a ditte attrezzate e specializzate, bisognerebbe poi passare alla fase progettuale e tendere all’emanazione di una legge speciale da parte della Regione, da finanziare con stralci successivi…”.

E, nel corso della conferenza stampa, Giulietti fece presente che aveva già avanzato le dovute e necessarie richieste di finanziamento occorrenti per consolidare la rupe. E aggiunse: “Essa oltre ad essere custode di un patrimonio artistico ammirato e conosciuto in ogni parte del mondo, se non venisse subito ed urgentemente consolidata, potrebbe ulteriormente franare o cedere con più gravi conseguenze di ora, mettendo in pericolo e costituendo minaccia per l’incolumità pubblica”.

L’assessore all’urbanistica Cirinei rilevò poi: “Occorrono finanziamenti sostanziosi e prima ancora uno studio serio ed ulteriore (uno studio generale già è stato fatto) sulle reali condizioni della rupe”.

Da quel giorno ebbe inizio anche il coinvolgimento di noti intellettuali, i quali svolsero un ruolo di notevole importanza per chiedere al Governo e al Parlamento un intervento di rilevante entità, per consentire la salvaguardia della rupe. Primo fra tutti lo scrittore Luigi Malerba, che possedeva un’abitazione nelle campagne vicine al centro storico.

Così scrisse Malerba, in un breve articolo pubblicato da “Il Corriere della Sera” il 18 marzo del 1977:

“Una nuova frana minaccia la cultura italiana. Questa volta purtroppo non si tratta di una metafora, ma di una frana reale che sta sgretolando pezzo a pezzo l’antica rupe sulla quale sorge la preziosissima città di Orvieto. Difendere la cultura in ogni luogo e in ogni mezzo, tutelare il paesaggio e il patrimonio artistico, come del resto sancisce l’articolo nove della Costituzione italiana, è uno dei doveri ai quali purtroppo non sembrano granchè interessati i nostri uomini di governo. Che cosa rappresenti Orvieto per la nostra cultura lo si può apprendere anche dai libri di scuola e dai correnti manuali turistici. Ma, dal momento che il discorso sulla difesa dell’arte e della cultura sembra destinato a disperdersi ogni volta nelle sabbie mobili della ignavia burocratica, conviene spostare subito il discorso in termini pratici, economici. Diciamo allora che Orvieto, oltre che dal vino tipico, trae i suoi maggiori cespiti dal turismo: oltre centomila presenze all’anno per circa tre miliardi e mezzo di incasso lordo. Per chi è sordo ad altri argomenti, sarà bene ricordare che anche l’arte si può monetizzare, che il Duomo, gli affreschi del Signorelli, il quartiere medievale, la chiesa di San Giovenale, la torre del Moro, il pozzo di San Patrizio, sono traducibili in moneta sonante e lampante, come dice Pinocchio. A meno che la vocazione tipicamente nostrana alle rovine, ai relitti, agli atri muscosi, ai fori cadenti, non assapori già in prospettiva quanto è avvenuto a pochi chilometri da Orvieto, alla franata città di Civita, che viene segnalata da vistosi cartelli gialli con la scritta ‘Visitate Civita, la città che muore’. E’ troppo chiedere che Orvieto venga sottratta ai necrofili nostrani con un pronto intervento politico?”.

Un breve commento, Orvieto, proprio grazie al PO non fece la fine di Civita di Bagnoregio, anche se c’è qualche orvietano che paventa ancora per Orvieto un futuro come il presente di Civita, luogo che nonostante il notevole afflusso di turisti, non è stato, per ora, interessato da un efficace intervento di consolidamento.

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Inoltre nell’articolo di Malerba emerge con evidenza lo stretto legame tra consolidamento della rupe da un lato e tutela e valorizzazione del patrimonio storico artistico del centro storico di Orvieto, tratto caratteristico ed essenziale del PO. Forse gli ideatori e i promotori del PO presero spunto proprio da quell’articolo di Malerba per decidere di impegnarsi nell’elaborazione e poi nell’attuazione del PO?

Quello di Luigi Malerba fu solo il primo degli articoli pubblicati dallo stesso autore e da altri noti intellettuali, relativamente alla necessità di  intervenire efficacemente per il consolidamento della rupe.

Il 3 aprile, sempre del 1977, Clara Valenziano scrisse un lungo articolo dal titolo “Allarme per Orvieto ‘l’ottava meraviglia’, frana la rupe dal piede di argilla”, pubblicato da “La Repubblica”.

Ecco alcune parti dell’articolo in questione:

“Nell’almanacco del Pci del 1977 c’è una classica fotografia a colori di Orvieto vista dal lato sud: il piede verde del colle (è la celebre necropoli etrusca della ‘Cannicella’) su cui si leva il tufo rosso della rupe a picco e, sopra, illuminata in pieno dal sole la facciata colorata del Duomo. Sotto la fotografia è scritto: ‘La sconfitta della speculazione edilizia è una conquista di civiltà in una città come questa che costituisce un inestimabile patrimonio di cultura’. La frase, forse, non è del tutto felice perché si presta all’obiezione: per qualunque città la speculazione edilizia è un male. Ma il fatto che a Orvieto, città che da sempre è retta da un’amministrazione comunista, nella notte di venerdì 25 febbraio, proprio una parte della rupe ritratta in quella foto è precipitata a valle con un gran boato…Usciamo da porta Romana, prendiamo un viottolo scosceso che taglia in diagonale la roccia e ci troviamo ai piedi della rupe che, poi, costeggiamo per un paio di chilometri fino al punto della frana. Ed è una passeggiata che - assai più della frana - serve a capire la gravità di quello che sta per succedere ad Orvieto…Lungo i due chilometri percorsi c’è di tutto: ci sono rocce di 50 metri completamente staccate che potrebbero cadere da un momento all’altro (quando sono a questo stadio qui le chiamano ‘liscioni’); ci sono fenditure di pochi metri e fenditure che corrono per tre quarti dell’altezza. In questo ultimo caso, il peso della roccia sovrastante ha provocato lo ‘sgrottamento’, cioè la caduta del piede della roccia (dentro la quale hanno già trovato alloggio un popolo di cani e di polli)…Lo spettacolo della rupe, in questi due chilometri, suggerisce in modo così drammatico la prossima rovina che, quando si arriva alla frana - un fiume di massi grigi che ha sotterrato anche il nostro viottolo -  la vista aggiunge solo tristezza a tristezza. Torniamo su, bussiamo alla porta del convento delle Clarisse. La superiora ci fa entrare. Una campana avverte le altre di nascondersi. ‘Siamo quattordici vecchiette’ dice la superiora. ‘Prima quando avevamo gli occhi buoni, vivevamo di ricami. Ora facciamo le ostie e il bucato per tutte le parrocchie di Orvieto’. La superiora è sgomenta e si raccomanda al geometra perché i lavori siano fatti in fretta. Usciamo nell’orto, che è quasi sparito. Ora ci sono esattamente dieci passi dalle mura del convento allo sprofondo…Secondo Laura Bolletta, professoressa di Scienze, il Comune ha fatto molto, ma è completamente fuori strada…Afferma Benedetto Burli, marito della professoressa Bolletta, ‘se si vuole ritardare l’erosione della rupe, bisogna mettere sotto controllo tutte le acque e le reti fognarie che scorrono sotto Orvieto’. L’ingegnere Araldo Forbicioni dice la stessa cosa e aggiunge: ‘Orvieto è come una groviera. Qui sotto è pieno di buchi, cunicoli, pozzi, cantine. Molti di noi hanno abitato nella stessa casa per generazioni. Se si organizzasse un lavoro paziente d’inchiesta si potrebbero raccogliere notizie valide e costruire una mappa dei sotterranei e dei percorsi delle acque. Per questo, come orvietano e come ingegnere, non trovo giusto che il Comune si preoccupi solo di fare Orvieto un caso internazionale’. Il notaio Nino Anselmi sostiene che non è da ora che la parte sud della rupe si sgretola. Lui ricorda benissimo che al tempo in cui i tedeschi venivano a rastrellare i

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giovani, già si poteva, sia pure con molti rischi, scappare dalla città calandosi tra i massi pericolanti, sotto l’orto dell’ospedale, dove ora c’è stata la frana. Quasi tutte le donne alle quali ho chiesto - al mercato, nei negozi - della frana, mi hanno risposto che l’avevano saputo dalla televisione, ma l’avvenimento non gli sembrava tragico…Per questo il Comune ha incaricato l’istituto di geologia dell’università di Perugia di condurre uno studio, ha interessato al problema, oltre che la Regione, il ministero dei Lavori Pubblici e quello per i Beni Culturali, ha chiesto una legge speciale per Orvieto e, infine, ha proposto un convegno internazionale, perché Orvieto per il suo valore artistico è un bene che appartiene all’umanità”.

Inoltre mi sembra utile riportare anche alcuni brani di un articolo scritto il 7 novembre del 1977 da Antonio Cederna, pubblicato da “Il Corriere della Sera”:

“Orvieto sorge sopra una rupe di tufo percorsa da antiche fratture: l’acqua che vi si infiltra e poi gela le allarga, il tutto si sfalda e frana a valle. L’acqua sprofonda e imbeve le argille sottostanti, che non offrono più un sostegno stabile: il tutto aggravato dalle perdite della rete idrica e della rete fognaria, dalle vibrazioni del traffico, da recenti sovraccarichi edilizi e forse anche, come sostiene Luigi Malerba, dal passaggio dei reattori che proprio nel cielo di Orvieto infrangono il muro del suono, Spaccature e crolli non sono mancati in passato: ma nel febbraio scorso un enorme blocco di tufo lungo la pendice meridionale della rupe è precipitato a valle tirandosi dietro i muri di un convento trecentesco, minacciando la rocca dell’Albornoz, il complesso medievale dell’abbazia di S.Domenico e il pozzo di S.Patrizio. Siamo, in linea d’aria, a duecento metri dal Duomo famoso…Lo sfaldamento di Orvieto è fenomeno vecchio, fin dagli inizi del secolo quando una frana lungo la pendice settentrionale della rupe arrivò a travolgere a valle la linea ferroviaria e un geologo definì il banco d’argilla alla base del tufo ‘un immane polenta’. Nel 1937 la città veniva inclusa nell’elenco degli abitati da consolidare a totale carico dello Stato: oggi un gruppo di geologi dell’università di Perugia studia il problema ed è stato chiesta la collaborazione dell’Unesco…In realtà in un Paese in cui la normalità è rappresentata dal disfacimento fisico, ogni scelta discrezionale e privilegiata appare inammissibile: bisognerà decidersi ad impostare finalmente quel programma generale ‘organico e di ampio respiro’ di cui parla il disegno di legge del ministro dei lavori pubblici, che prevede una spesa di tremila miliardi in dieci anni per la difesa del suolo italiano. La vera calamità è l’impotenza ad agire: valga il caso dei cinquecento milioni stanziati l’anno scorso per l’incolumità dei templi di Agrigento e di cui non si è spesa ancora una lira. Né d’altra parte sono di aiuto gli uomini di cultura: pensiamo all’insana proposta recentemente avanzata di spendere decine di miliardi per ricostruire il tempio ‘G’ di Selinunte, per trasformare cioè una grandiosa rovina storica in un falso moderno”.

Ho riportato anche la parte finale dell’articolo di Cederna, che non riguarda direttamente Orvieto, ma la cui attualità è impressionante, se si considera che ancora non esiste un piano organico di intervento per affrontare i numerosi casi di dissesto idrogeologico che interessano il nostro Paese. E pensare che Cederna scrisse quell’articolo solo 40 anni or sono…

Inoltre, leggendo il verbale di una riunione del Consiglio comunale di Orvieto, tenutasi il 21 aprile 1977, emergono con chiarezza le prime iniziative che l’Amministrazione comunale intendeva promuovere per raggiungere l’obiettivo del consolidamento della rupe.

Nella sua relazione iniziale, il sindaco Giulietti affermò: “Passiamo al 3° punto all’ordine del giorno, signori consiglieri. Cercherò brevemente di illustrare un po’ questo punto, e nel fare questo non posso non partire dall’ultimo evento franoso: quello del febbraio scorso. Subito dopo questa frana, che tutti conosciamo, di dimensioni rilevanti, l’Amministrazione Comunale si è preoccupata

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di informare tutti gli organi competenti, dalla Regione, al Prefetto, al Genio Civile, al ministero dei Lavori Pubblici, al ministero dei Beni Culturali ed Ambientali. Poi abbiamo disposto un intervento del nostro ufficio tecnico, che ci ha portato una relazione, con la quale siamo andati ad una conferenza stampa tenuta il 3 marzo nella sede comunale. Da quella conferenza stampa, il problema è venuto a conoscenza ed è stato posto all’attenzione, non solo degli ambienti locali, provinciali e regionali, ma nazionali e con echi che travalicano i confini del nostro Paese…Poi abbiamo avuto altri servizi su tutti i giornali e uno interessante su ‘La Nazione’ di ieri. In pagina nazionale ed in pagina locale. Perché dico che il servizio de ‘La Nazione’ è interessante? Perché in questo servizio viene riportato il pensiero di un’autorevole personalità come il sottosegretario ai Beni Culturali ed Ambientali, il senatore Spitella, che ha detto cose che noi certamente ricorderemo, e cercheremo anche che queste cose non rimangano parole. Si è reso conto, almeno nella breve sintesi del trafiletto, che il problema della rupe di Orvieto è un problema di dimensioni tali che certamente non può essere affrontato e risolto con mezzi dell’ente locale e neanche con mezzi della Regione e che quindi per Orvieto toccherà investire il Parlamento, il che vuol dire andare alla ricerca di uno stanziamento di fondi nazionali. Questo, mi pare, un discorso serio e responsabile, del quale noi prendiamo atto con soddisfazione. Non è che altri giornali non abbiano reso dei servizi utili, sì tutti hanno detto queste cose, però le hanno dette con minore autorevolezza, e quando queste cose le sentiamo dire da un sottosegretario, poi umbro, noi a maggior ragione dobbiamo crederci, siamo confortati nel senso che questa cosa, tutto sembra e fa pensare, sta prendendo una piega seria. Tutto sta ora a noi non abbandonarla, a noi starci dietro…Quindi questo fatto della rupe malata della nostra città è un fatto serio, è un fatto che preoccupa le persone che hanno interesse a tutelare e a salvaguardare i beni storici, e noi certamente non possiamo essere secondi, anzi noi dobbiamo essere in testa nel portare avanti questa grossa impresa di cui ci stiamo facendo carico, perché mi rendo conto che noi abbiamo mosso un qualcosa che sta diventando forse più grande di quello che noi stessi potevamo immaginare, però ormai vediamo che ciò non è negativo, per cui dobbiamo vedere di continuare anche nelle iniziative più idonee e più opportune per non ridurre ad accademia il discorso della rupe che frana, ma per arrivare a soluzioni concrete che potrebbero dire per Orvieto non solo il consolidamento e l’irrobustimento di questo masso che effettivamente è quello che tiene su i beni culturali e quindi è quello che deve essere, non dico prima, ma contestualmente agli interventi all’interno del centro storico, curato e rafforzato. Ma sarà, se le cose andranno come noi ci auguriamo, per Orvieto un fatto che la porrà all’attenzione, alla discussione in tante parti del mondo, e sarà anche un modo per portare a Orvieto, speriamo, dei capitali che potranno rappresentare anche posti di lavoro di cui abbiamo tanto bisogno...Che cosa abbiamo fatto noi fin qui? Oltre alla conferenza stampa ci siamo mossi in direzione della Regione e mentre mi trovavo a Roma al Tg2 l’assessore Cirinei conduceva un incontro con l’assessore Tomassini e con una equipe di geologi dell’istituto di geologia dell’università di Perugia, che ha fatto anche insieme al nostro ufficio tecnico un sopralluogo, una prima diagnosi, e ci sono già degli impegni sia a livello di studio e di ricerca, sia a livello di interventi finanziari, però non possiamo pensare che la Regione sia in grado di sostenere l’ingente spesa che occorrerà per rimettere a posto questo cosa…Noi vogliamo che questo problema che tutti stanno riconoscendo degno di sostegno e d’intervento, sia affrontato non solo dalla Regione ma sia affrontato finalmente dal potere centrale. Invocheremo mezzi da tutte le parti, e non mi limiterei nemmeno alla Regione e allo Stato, dal momento che Orvieto è una città che appartiene alla cultura internazionale, dico che non sarebbe male di pensare di ricorrere all’Unesco, quell’organizzazione a fianco delle Nazioni Unite, che è proprio istituita per intervenire a salvaguardia della cultura, dell’arte, dei beni culturali, perché questo forse ci potrebbe consentire anche un maggiore successo ed una maggiore attenzione su questo nostro problema cittadino. Ma una cosa vorrei proporre subito: che questa sera, in questo Consiglio, e qui penso non ci saranno polemiche, forse ci sarà qualcuno che saprà dire cose più valide delle mie, ci sarà chi potrà fare proposte migliori, ma non ci saranno divisioni fra democristiani e noi e socialdemocratici e noi, noi

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dobbiamo tutti d’accordo chiedere una convocazione del Consiglio regionale ad hoc, nella quale sia presente una delegazione del nostro Comune, direi l’Amministrazione comunale, i Capigruppo col Sindaco, o la Giunta con i Capigruppo oppure tutto il Consiglio, perché è previsto dal regolamento del Consiglio della Regione Umbria, e chiedere di essere ricevuti per andare ad esporre e sottolineare il problema che abbiamo sollevato. Dobbiamo inoltre portare a conoscenza in modo più dettagliato, perché la prima comunicazione, quella fatta all’indomani della frana a tutte quelle autorità che ho nominato prima, era contenuta in poche righe, invece qui occorre dire qualcosa di più ai ministeri competenti: al ministero dei Beni Culturali ed Ambientali, al ministero dei Lavori Pubblici. Credo, e mi scuso se sono stato un po’ prolisso, che questa è un’occasione per dimostrare che quando ci sono di fronte a noi problemi come questo, che riguardano la vita della nostra città e in prospettiva anche la vita delle persone, si possa raggiungere l’unanimità sulle cose che ho detto e su quelle migliori che possono venir fuori dalle proposte vostre”.

Un solo breve commento, quanto sottolineato nella parte finale dell’intervento di Giulietti, e cioè la necessità di raggiungere un’unanimità fra i rappresentanti dei diversi partiti, fu un obiettivo realmente conseguito, non solo nel Consiglio comunale, ma anche in Consiglio regionale e in Parlamento, e fu l’essenziale presupposto affinchè, successivamente, si realizzasse un’azione di consolidamento della rupe molto efficace e che produsse i risultati che si attendevano.

Dopo Giulietti prese la parola l’assessore Cirinei, il quale si limitò a leggere il verbale della riunione, tenutasi presso il Comune di Orvieto, alcuni giorni prima, con l’assessore regionale Tomassini.

E quindi riporto la versione integrale di quel verbale:

“A seguito delle frane verificatesi negli ultimi tempi nella rupe di Orvieto, l’Amministrazione comunale ha svolto un’azione tendente a interessare la Regione Umbria del fenomeno e a mezzo stampa ha posto il problema della conoscenza al pubblico. Il problema è preminentemente di carattere geologico e tecnico, ma interessa anche dal lato panoramico e culturale in quanto la tipica rupe si estende per oltre tre chilometri di circonferenza. La Regione, sensibile alla richiesta del Comune, ha interessato anche l’istituto di geologia della facoltà di Scienze dell’Università di Perugia ed ha inviato un’apposita commissione guidata dall’assessore Ennio Tomassini e composta dall’ingegnere Perricone, ingegnere capo del Genio Civile di Terni, dai professori Sabatini, Pialli, Conversini, dell’istituto di Geologia, da Endro Martini, geologo, e dal dottor Lupi, naturalista. La riunione è avvenuta presso la sede municipale di Orvieto, alla presenza dei consiglieri regionali Materazzo ed Ercini, presieduta dall’assessore ai Lavori Pubblici, Giuseppe Cirinei, in assenza del sindaco Giulietti chiamato per un’intervista alla Rai Tg2 a Roma, in merito allo stesso problema. Il professor Cirinei ha aperto la discussione, riassumendo la storia più recente della rupe, i vari interessamenti presso gli organi regionali e prospettando l’ interessamento verso organi statali, quali il ministero dei Lavori Pubblici e dei Beni Culturali. Il consigliere Materazzo nel suo intervento ha messo in risalto la necessità di un massimo sforzo della Regione per intervenire per la salvaguarda della rupe e ha proposto di acquisire dati certi svolgendo studi sia sul terreno che sulla rupe per la predisposizione dei lavori di risanamento e protezione da eseguire nel rispetto e nella salvaguardia del carattere paesaggistico di Orvieto, che è conosciuta oltre che per il suo vino e il suo Duomo anche per la sua caratteristica panoramica. Propone di investire del problema anche i vari parlamentari. Il consigliere regionale Ercini nel suo intervento richiede l’interessamento anche degli ambienti culturali. Propone quindi di indire un appalto concorso per il progetto da esplicarsi fra ditte, anche straniere, competenti nel campo geologico e del consolidamento degli abitati. Ritiene non trascurabile inoltre uno studio particolare della rete fognante e della consistenza tufacea

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rammentando che il sottosuolo della città è determinato da scavi di grotte e cunicoli. Propone inoltre un convegno cui debbano partecipare varie categorie tecniche e culturali. L’ingegnere Perricone precisa che esistono frane con distacco di massi già avvenute, che esistono motivi per prevedere distacchi di altri massi con pericoli per cui è necessario eseguire subito un certo lavoro di consolidamento che però non deve fare dimenticare l’opera più consistente da eseguire. Propone quindi un attento esame geologico della rupe e del terreno alle sue falde, la predisposizione di un progetto per la impermeabilizzazione della pavimentazione superficiale, per la disciplina dello scorrimento delle acque, progetto completo degli interventi da eseguire che potrà essere proposto ai vari organi per il relativo finanziamento. Precisa ancora che non dovranno comunque essere trascurati i piccoli interventi da finanziare annualmente. Il dottor Lupi, naturalista, nel confermare quanto dichiarato dall’ingegnere Perricone, precisa che per decidere gli interventi sono indispensabili studi approfonditi circa la meccanica delle rocce e la meccanica dei terreni ai suoi piedi, solo in questo modo si avrà un’esatta valutazione dei lavori indispensabili. La commissione ha, inoltre, preso visione di una completa documentazione fotografica e quindi si è recata a fare un sopralluogo per accertamenti circa i punti di maggiormente interessati ad un immediato intervento. Dopo eseguito il sopralluogo la commissione si è riunita nuovamente per arrivare alla conclusione dei propri lavori individuando il da farsi in tre fasi distinte e precisamente: 1) indagine geologica approfondita sulle caratteristiche della rupe e del basamento argilloso della stessa, onde evidenziare le zone maggiormente interessate da dissesti in atto e potenziali; 2) indagine geognostica per l’individuazione delle caratteristiche geotecniche dei termini presenti onde poter predisporre un piano di intervento; 3) progetto del risanamento delle zone più insidiate e minacciate da dissesto entro tempi brevi (7-8 mesi). Ora la commissione geologica dell’università di Perugia si è impegnata a fare questo lavoro per noi gratis per  conto della Regione, entro tempi brevi, 7-8 mesi al massimo. Prima di lasciare la riunione l’assessore Tomassini, che aveva già parlato lungamente sul problema e sull’interessamento della Regione, ha assicurato il suo interessamento per l’inclusione dei lavori della rupe di Orvieto in un piano quinquennale e il finanziamento per un miliardo. Si è impegnato a presentare questo piano presso la Giunta”.

Intervenne poi il consigliere Tiberi: “Il gruppo Dc manifesta la comprensione e l’apprezzamento e la solidarietà per quanto è stato fin qui operato.  A noi pare che sia fondamentale il fatto che la Regione abbia già messo a disposizione i mezzi finanziari per lo studio di fondo, sul quale poi saranno costruite le linee di difesa che coinvolgeranno naturalmente impieghi finanziari che al momento opportuno si vedrà in qual forma dirottare, per realizzare il consolidamento della rupe (ce ne sono tante in Italia, ma insomma questa assume un aspetto tutto particolare). In questo momento, proposte particolari non le facciamo proprio perché le proposte particolari dovranno nascere da quello studio analitico e approfondito che sarà il punto di riferimento per le iniziative future. Se ci sono dei problemi, signor sindaco, noi dichiariamo fin da questo momento la nostra piena disponibilità in ordine alle iniziative che dovranno esser adottate”.

Prese poi la parola l’assessore Giorgio Basili: “Io voglio dire su questo argomento solamente pochissime cose, anche perché a me sembra, che sia Cirinei che il sindaco hanno informato, tanto per precisare, che come Amministrazione comunale abbiamo fatto tutto quanto era possibile da parte nostra fare…Ma, come politici, come amministratori, noi abbiamo il dovere di far parlare di Orvieto il più possibile, nel senso buono, nel senso positivo, s’intende. Per cui la proposta, che ho già avanzato al sindaco, di fare una mozione da presentare con urgenza al Consiglio regionale e di dare l’incarico al sindaco che andrà alla Regione con una delegazione di amministratori della maggioranza e della minoranza, io credo che sia una cosa valida…Per cui direi di mandare avanti questa proposta di avanzare la richiesta alla Regione dell’Umbria di darci la possibilità di discutere questa mozione. Ma questo lo dobbiamo fare presto, entro questa settimana o i primi giorni della

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prossima, noi dovremmo essere in grado di aver già presentato questa mozione. L’altra cosa che dobbiamo fare, è di sollecitare l’intervento degli ambienti della cultura per quanto riguarda il consolidamento della rupe e degli organismi che sono preposti anche per quanto riguarda questo intervento. Il sindaco parlava dell’Unesco, ma indubbiamente ce ne sono altri…Accanto a questo noi dobbiamo fare in modo che per il consolidamento della rupe di Orvieto, intervengano anche, ma con mezzi di una certa consistenza, perché sappiamo che la Regione non ha la possibilità di farlo, il ministero dei Beni Culturali (e già c’è la dichiarazione di Spitella ieri su ‘La Nazione’), e intervenga il ministero dei Lavori Pubblici, perché è vero che le competenze sono state delegate alle Regioni, ma non avendoci questi mezzi, noi non possiamo chiedere alla Regione degli interventi che poi sappiamo benissimo che non potranno assolutamente essere realizzati…In questa maniera, noi riusciremo a sviluppare un dibattito che interessa le forze politiche, sociali, della cultura, intorno alla nostra città e da una parte otterremo il risultato che si leva anche il dibattito politico, culturale su problemi grossi che rivestono una grande importanza, dall’altro lato sicuramente riusciremo ad ottenere anche mezzi finanziari di una certa consistenza che daranno la possibilità di consolidare, da un lato la rupe, dall’altra però di intervenire perché i problemi di Orvieto non sono limitati soltanto al consolidamento del masso tufaceo ma sono quelli relativi ad un risanamento di tutto quanto il centro storico della nostra città…”.

Soprattutto la parte finale dell’intervento di Giorgio Basili mi sembra interessante: fin dal 1977 si era manifestata, all’interno dell’Amministrazione comunale di Orvieto, la consapevolezza della necessità di intervenire non soltanto per il consolidamento della rupe ma anche relativamente all’intero centro storico, e quindi al suo patrimonio storico-artistico.

Anche l’allora consigliere Franco Barbabella intervenne nel dibattito: “Vorrei dire che abbiamo discusso prima della variante al piano regolatore, del centro storico, ed è stato rilevato che non si può discutere del risanamento del centro storico senza discutere del risanamento della rupe stessa…Vorrei approfondire un punto che mi sembra importante, cioè: è stato rilevato giustamente che Orvieto è una città che ha un valore che travalica i confini del nostro territorio e quelli dell’Umbria, anche quelli del nostro Paese, e quindi il valore di una prospettiva di risanamento della rupe è un valore che è patrimonio, non solo nostro, ma patrimonio nazionale e anche internazionale. Per evitare discorsi astratti, retorici e per concentrarci sulle cose concrete, io dico, se vogliamo veramente che questo movimento di opinione pubblica che è stato messo in moto da iniziative opportune dell’Amministrazione comunale, sia produttivo, se vogliamo far questo, non possiamo accontentarci di prospettive, diciamo vaghe e generiche. Quindi bisogna agire concretamente e subito, in quale direzione? Questo è un punto che credo debba essere chiarito. Cioè è chiaro che oggi la Regione è competente in materia urbanistica e quindi ad essa spettano anche le incombenze relative a fenomeni come questi, però ha rilevato giustamente Basili prima che la Regione ha le deleghe, ma non ha i mezzi per poterle coprire. Quindi primo problema: non possiamo assolutamente scaricare sulla Regione un problema che essa non può da sola risolvere, perché non possiamo illudere noi, né illudere i cittadini che problemi di questo tipo che richiedono un impegno finanziario eccezionale, non possono essere problemi risolti con i contributi delle casse comunali, né regionali. Quindi, noi diciamo, che l’intervento deve essere, sì, del Comune, sì, della Regione, ma deve essere anche dei ministeri che per competenza si devono occupare di queste questioni, mi riferisco al ministero dei Lavori Pubblici e a quello dei Beni Culturali. E’ quindi opportuna la proposta di poter esporre in Consiglio regionale la situazione attuale e di avanzare le proposte e di cercare le vie migliori per poter risolvere questo problema insieme agli organi regionali. Però è opportuno anche sottolineare fin da adesso il fatto che la stessa Regione deve intervenire insieme all’Amministrazione comunale perché questo problema investa in prima persona gli organi centrali dello Stato. In secondo luogo è opportuna l’idea di investire anche altri Enti internazionali,

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associazioni culturali. Ma io direi che da questo Consiglio, questa sera, dovrebbero uscire almeno due cose concrete: una mozione da votare che richieda la convocazione del Consiglio regionale per discutere di questo problema, con un intervento di una delegazione del Consiglio comunale. Questa delegazione dovrebbe essere guidata dal sindaco e di essa dovrebbero far parte i Capi gruppo, quindi essere rappresentativa di tutte le espressioni del Consiglio, di tutte le espressioni democratiche del Consiglio comunale. Quindi prima proposta concreta, votazione della mozione. Seconda proposta concreta: elezione, cioè nomina, questa sera, della delegazione da inviare al Consiglio regionale e dare di queste iniziative la più ampia diffusione, in maniera tale che si possa arrivare, in un breve giro di tempo, anche a contatti precisi con gli organi nazionali, del Governo nazionale, in maniera che questo problema non solo non venga lasciato sfuggire a livello proprio di dibattito, ma venga proprio afferrato per arrivare a impegni concreti, precisi, puntuali, che dovranno essere poi rispettati e noi tutti quanti, spero, ci impegneremo per farli rispettare.

Alla fine della discussione si decise, invece di approvare una mozione, di inviare un telegramma che richiedesse la convocazione di una riunione del Consiglio regionale nella quale si discutesse anche dei problemi della rupe di Orvieto.

Comunque, dopo pochi giorni, si tenne una riunione del Consiglio regionale dell’Umbria, alla quale partecipò anche una delegazioni di amministratori comunali di Orvieto.

Il Consiglio regionale stanziò 200 milioni di lire per i primi interventi ma al termine della discussione si approvò, all’unanimità,  un documento nel quale emerse con evidenza la consapevolezza che le risorse finanziarie necessarie per affrontare adeguatamente, in modo complessivo, i problemi della rupe di Orvieto, erano considerevolmente superiori a quelle di cui la Regione poteva disporre. Di qui la necessità di un intervento da parte dello Stato centrale.

Ecco alcune parti del documento approvato dal Consiglio regionale:

“Il problema della stabilità della rupe di Orvieto ha varcato in breve tempo i confini regionali e nazionali e, per l’urgenza con la quale è stato posto, ha portato alla ricerca di quelle soluzioni che sono sembrate più rapide. Per la soluzione del problema è necessaria un’azione organica ed incisiva che superi le carenze registratesi negli anni passati…Il consiglio regionale ritiene che anche la collettività umbra debba farsi carico dell’onere derivante dagli interventi di emergenza che si ritengono indispensabili sulla scorta dei primi rilievi. Ritiene inoltre necessario che si debba predisporre un programma globale, pluriennale, degli interventi di tutti i settori di competenza regionale. Ritiene pertanto che una quota dei mezzi di bilancio non inferiore ai 200 milioni annui sia destinata ad interventi di consolidamento e ad operazioni di pronto intervento per le finalità indicate…Ciò premesso il Consiglio regionale dà mandato alla giunta di portare a compimento, d’intesa con il Comune di Orvieto, quelle iniziative già avviate e di coinvolgere nel problema più vasto del consolidamento e del risanamento del centro storico i ministeri dei Lavori Pubblici e dei Beni Culturali, l’Unesco, al fine di pervenire ad un progetto globale e all’acquisizione dei necessari mezzi finanziari per la sua realizzazione.. Il Consiglio regionale dà mandato alla giunta perché venga, anche in questa occasione, impegnata l’Università di Perugia, in particolare l’istituto di geologia, per conseguire un sempre più proficuo e corretto rapporto tra Regione e Università…Per il conseguimento di tali finalità, il Consiglio regionale esprime il proprio consenso ed appoggio al disegno presentato dalla Regione umbra e auspica la presentazione da parte dei gruppi consiliari di una proposta di legge ai sensi dell’articolo 121 della Costituzione cosicchè sia possibile un intervento globale ed organico anche per quanto riguarda il centro storico  nel suo complesso…Il Consiglio regionale dà mandato alla seconda commissione perché, d’intesa con la Giunta regionale,

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chiedano un intervento con la presidenza del Senato e della Camera affinchè il progetto di legge di iniziativa parlamentare, o quello di iniziativa regionale, vengano posti in discussione con procedure d’urgenza. Dà inoltre mandato alla medesima commissione di prendere idonee iniziative perché al più presto si realizzi l’incontro già richiesto al Consiglio dei Ministri per esaminare il complesso problema della stabilità della rupe sulla quale è posta la città di Orvieto”.

Nel documento, pertanto, viene avanzata per la prima volta, ufficialmente, la proposta che sia approvata dal Parlamento una legge che preveda l’attuazione di un intervento globale ed organico non solo per il consolidamento della rupe ma per il risanamento dell’intero centro storico.

E, in effetti, sarà approvata il 25 maggio 1978 una legge, la 230, denominata “Provvedimenti urgenti per il consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi a salvaguarda del patrimonio, paesistico, storico, archeologico ed artistico delle due città”.

Ma questa legge verrà esaminata nel capitolo successivo. Per il momento è bene precisare che, in seguito agli eventi franosi che si verificarono anche a Todi, si decise che con la stessa legge fossero previsti interventi che riguardassero entrambe le città umbre.

Per concludere, vorrei sottolineare ancora il ruolo svolto da numerosi intellettuali, non orvietani, spesso noti sia a livello nazionale che internazionale, affinchè fossero attuati, per la salvaguarda della rupe e del centro storico di Orvieto, gli interventi necessari.

Diversi furono gli appelli sottoscritti da un notevole numero di intellettuali.

Mi sembra utile riportare l’elenco di coloro che sottoscrissero un appello, finalizzato a garantire il proseguimento degli interventi, che ebbero inizio in attuazione della legge 230 del 1978, con l’approvazione di un’altra legge, altrettanto importante, la 545 del 29 dicembre del 1987.

Salvatore Accardo, Martino Ancona, Giulio Carlo Argan, Alberto Asor Rosa, Ludina Barzini, Giovanni Bechelloni, Leonardo Benevolo, Adolfo Beria d’Argentine, Luciano Berio, Carlo Bernardini, Raymond Bloch, Carlo Bo, M. Bonanno Atarantino, Renato Bonelli, Dimoninque Briguel, Franco Bruno, Silvano Bussotti, Massimo Cacciari, Filippo M. Cannata, Giorgio Caproni, Nicola Caracciolo, Fabio Carpi, Antonio Cederna, Pier Luigi Cervellati, Maurizio Chiari, Romano Cipollini, Fabrizio Clerici, Filippo Coarelli, Giovanni Colonna, Guido Crepas, Franco Crespi, Elena Croce, Ettore Della Giovanna, Vezio De Lucia, Tullio De Mauro, Carlo De Signore, Giulio Einaudi, Vittorio Emiliani, Enzo Forcella, Riccardo Francovich, Massimiliano Fuksas, Antonio Gambino, Valentino Garavani, Eugenio Garin, Jas Gawronski, Piero A. Gianfrotta, Enzo Golino, Giuliano Gramigna, Emilio Greco, Vittorio Gregotti, Lucia Guerrini, Angelo Guglielmi, Fabio Isman, Jader Jacobelli, Giovanni Klaus Koenig, Adriano La Regina, Francesco Leonetti, Marino Livolsi, Luigi Lucchini, Mario Luzi, Emanuele Macaluso, Miriam Mafai, Luigi Malerba, Paolo Marconi, Gianfranco Maddoli, Anna Marinetti, Stella Matalon, Paolo Mauri, Wolf Mauro, Luciano Minguzzi, Franco Minissi, Marcello Minerbi, Giorgio Mondadori, Gianfranco Moneta, Morando Morandini, Cesare Musatti, Giorgio Nebbia, Tino Neirotti, Luigi Nono, Vittoria Ottolenghi, Giancarlo Pajetta, Walter Pedullà, F. Hélène Peirault Massa, Sandro Pertini, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi, Friedhelm Prayon, Aldo Luigi Prostoncini, Giovanni Pugliese Carratelli, Guido Quaranta, Francesco Roncalli, Gian Luigi Rondi, Francesco Rosi, Giorgio Rossi, Antonio Ruberti, Giorgio Ruffolo, Anna Maria Saccenti, Eduardo Salzano, Edoardo Sanguineti, Carla Schettino, Vera Squarcialupi, Gianni Statera, Claudio Strinati, Giuseppe Talamos, Giorgio Tecce, Ugo Tognazzi, Marina Torelli, Mario Torelli, Bruno Toscano, Paolo Volponi, Bruno Zevi.

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Le leggi per il Progetto Orvieto e l’inizio dei lavori

Nel mese di maggio del 1978 fu approvata dal Senato, in via definitiva, la prima legge per il consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi.

Questa legge fu il risultato dell’unificazione del disegno legislativo presentato dai senatori Maravalle, Anderlini, Ottaviani, Rossi, Carnesella, Valori e De Carolis con quello presentato dalla Regione dell’Umbria. Fu inizialmente approvata dal Senato il 13 ottobre 1977 e subito dopo passò all’esame da parte della commissione Lavori Pubblici della Camera. L’iter di approvazione della legge subì una battuta d’arresto derivante sia dalla crisi di governo sia dalla decisione di inserire anche il consolidamento del colle di Todi. Infatti il testo originario prevedeva esclusivamente il finanziamento dei lavori di consolidamento della rupe di Orvieto.

Ecco il testo definitivo della legge, la 230 del 25 maggio 1978, denominata “Provvedimenti urgenti per il consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi a salvaguardia del patrimonio paesistico, storico, archeologico ed artistico delle due città”:

Art.1

Per la salvaguarda del patrimonio paesistico, archeologico, storico ed artistico delle città di Orvieto e di Todi dai movimenti franosi attuali e potenziali, è disposto, a favore della Regione Umbria, un contributo speciale di 6 miliardi per la città di Orvieto e di lire 2 miliardi per la città di Todi, ripartiti in annualità rispettivamente di lire 1.500 milioni e di lire 500 milioni, per ciascuno degli esercizi finanziari dal 1978 al 1981.

Art. 2

La Regione Umbria, avvalendosi dei mezzi finanziari di cui all’articolo precedente, determinerà con appositi provvedimenti:

a) di eseguire un studio geolitologico per accertare le cause dei movimenti franosi e individuare gli interventi necessari al consolidamento del masso tufaceo sul quale poggia la città di Orvieto ed al consolidamento del colle di Todi;               

b) di eseguire, d’intesa con i Comuni interessati e con la partecipazione del Consiglio nazionale delle ricerche e di istituti universitari, i progetti e le opere necessarie ad evitare che i movimenti franosi in atto e prevedibili mettano in pericolo gli abitanti e le opere d’arte in essi contenuti.


Art. 3

All’onere di lire 2 miliardi, derivante dall’attuazione della presente legge per l’anno finanziario 1978, si provvede mediante corrispondente riduzione del fondo speciale di cui al capitoli 9001 dello stato di previsione della spesa del ministero del Tesoro per l’anno finanziario medesimo.

Il ministro del Tesoro è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

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La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addì 25 maggio 1978

LEONE

ANDREOTTI – STAMMATI – ANTONIOZZI – MORLINO – PANDOLFI

Visto il  Guardasigilli:  BONIFACIO


Esaminando gli articoli della legge, alcune brevi considerazioni possono essere formulate.

La legge 230 era una legge speciale, cioè specifica per due città, Orvieto e Todi. E sono stati pochi i casi di leggi approvate dal Parlamento per affrontare i problemi specifici di alcune città. Oltre alla 230 ci sono state le leggi per Venezia, Siena e Matera. Non credo proprio che, fino ad ora, vi siano state altre leggi con quelle caratteristiche.

La gestione dei finanziamenti, poi, fu affidata alla Regione dell’Umbria, non ad un singolo ministero: un atto di fiducia nei confronti della Regione che ha rappresentano una delle condizioni più importanti affinchè i finanziamenti previsti dalla 230, e dalle altre leggi che furono approvate successivamente, fossero spesi, in tempi relativamente brevi, senza sprechi, perseguendo effettivamente gli obiettivi per i quali erano stati stanziati. Ovviamente la gestione dei finanziamenti successivi, relativi al restauro del patrimonio storico-artistico, fu affidata al ministero dei Beni Culturali. E tutti sanno quanto frequentemente in Italia fondi statali finalizzati alla realizzazione di opere pubbliche, anche molto importanti, sono stati mal utilizzati e, spesso, sono stati accompagnati da fenomeni di corruzione.

Gli interventi a favore di Orvieto e Todi, anche per le considerazioni appena svolte, rappresentano oggettivamente un modello che dovrebbe essere sempre seguito nel nostro Paese.

E dopo l’approvazione della legge 230 cosa avvenne?

Innanzitutto fu realizzato lo studio previsto dall’articolo 2 della legge.

La principale conclusione a cui pervennero coloro che contribuirono alla realizzazione dello studio fu la consapevolezza del fatto che l’opera di risanamento della rupe di Orvieto dovesse avere il carattere della globalità, non dovendosi limitare all’esecuzione di interventi in alcune zone anche se particolarmente interessate dai fenomeni franosi, estendendosi invece a tutto il perimetro della cosiddetta piastra tufacea, altrimenti gli eventuali lavori settoriali avrebbero potuto essere vanificati in poco tempo.

Lo studio in questione fu realizzato utilizzando non solamente tecniche geologiche, geomeccaniche e geofisiche ma fu contraddistinto anche dall’effettuazione di alcune indagini idrogeologiche, tramite le quali si accertò la presenza di una falda acquifera che alimentava tutta una serie di sorgenti la cui acqua però, come hanno dimostrato anche gli esami batteriologici eseguiti, non derivava tutta da acque meteoriche ma veniva anche alimentata dalle infiltrazioni di acque reflue

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che confluivano in cinque fossi. Questi ultimi però non risultavano essere sufficientemente “contenuti”, per cui l’azione erosiva delle acque era notevole, tanto che le aree franose erano per lo più localizzate in corrispondenza dei fossi principali. E proprio questi ed altri elementi hanno indotto gli estensori dello studio a concludere che fosse indispensabile una globalità dell’intervento. E gli estensori dello studio formularono alcune proposte volte ad affrontare i problemi della rupe di Orvieto. In primo luogo fu rilevato che si dovesse realizzare una regimazione di tutte le acque che allora scorrevano nella rupe stessa, eseguendo dei lavori di sistemazione dei cinque fossi che la contornavano. Ed inoltre si doveva provvedere ad una sistemazione della rete fognante e alla canalizzazione delle acque reflue al fondo valle. Anche per le sorgenti fu evidenziata la necessità di intervenire, captandone e regimando le acque che da esse scaturivano. Si suggerì inoltre la ricostituzione del manto erboso ed eventuali rimboschimenti nelle zone più scoperte. Ma, per quanto riguarda i fenomeni di dissesto geomeccanici, venivano suggeriti altri interventi, primo dei quali la realizzazione di sistemi di ancoraggio delle masse tufacee pericolanti e l’impermeabilizzazione delle zone scoperte prospicienti la rupe. Si propose anche la costruzione di opere di protezione per impedire l’erosione e di miglioramenti delle caratteristiche del tufo con immissioni di miscele leganti. Furono comunque indicate delle priorità per quanto concerneva le zone nelle quali vi era la necessità di un intervento immediato pur, ovviamente, salvaguardando il principio della globalità, di cui si è già riferito. E le zone della rupe, ritenute esposte a maggiori pericoli, erano lo sperone tufaceo che dalla testata del Salto del Livio si estendeva fino al dispensario provinciale, la zona del convento del Buon Gesù e dell’istituto professionale, la zona di viale Carducci e della Confaloniera, la zona della testata del fosso della Civetta compresa la rocca dell’Albornoz, la zona della parete di tufo sovrastante la fonte delle Conce.

Non ci si limitò, ovviamente, alla redazione dello studio. Furono adottate da parte della Regione dell’Umbria tutte le procedure necessarie affinchè potessero iniziare, nei tempi i più brevi possibili, i lavori di consolidamento della rupe di Orvieto.

Fu costituita, da parte della Regione, innanzitutto, una commissione tecnico-scientifica, commissione che, in seguito alla complessità delle problematiche da affrontare e degli interventi da realizzare, svolse un ruolo di notevole importanza, influenzando giustamente, in modo determinante, le decisioni che spettavano alla Giunta regionale. A far parte della commissione furono chiamati esperti di chiara fama, in rappresentanza dell’università di Perugia, della Regione, del Comune di Orvieto, del Comune di Todi, del Cnr, dell’Unesco, del servizio geologico nazionale, del ministero dei Beni Culturali e del ministero dei Lavori Pubblici.

Per l’affidamento dei lavori di consolidamento della rupe di Orvieto si scelse la strada dell’appalto concorso e il 28 dicembre 1978 la Giunta regionale approvò il disciplinare relativo a tale appalto, gli studi geologici e le cartografie da allegare come elementi conoscitivi ai fini della progettazione, ed anche l’elenco delle imprese da invitare. 79 furono le imprese che chiesero di partecipare all’appalto concorso. A queste imprese fu concesso un periodo di 4 mesi per poter presentare i progetti esecutivi e le relative offerte. Il termine ultimo affinchè le imprese presentassero progetti e offerte fu individuato nel 23 maggio 1979. Ma, in seguito alla complessità delle opere da realizzare, la gran parte delle imprese che inizialmente manifestarono il proprio interesse a partecipare all’appalto concorso decisero di non farlo. Infatti furono solo 9 le imprese o i gruppi di imprese che presentarono dei progetti con le relative offerte. I progetti furono approfonditamente analizzati dalla commissione tecnico-scientifica.

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E dei 9 progetti, la scelta definitiva si restrinse a 2 solamente, quello presentato dalla società Geosonda e quello proposto dalla Fioroni Spa. Ma la commissione non espresse un giudizio unanime, dei suoi 11 componenti, 5 votarono a favore del progetto della Geosonda, 4 a favore del progetto della Fioroni e 2 si astennero, tra i quali il vice presidente della Giunta regionale, Ennio Tomassini, a riconferma della totale autonomia della commissione rispetto alla Regione. Lamberto Sposini che, allora, era un giornalista de “Il Paese Sera”, in un articolo del 14 agosto del 1979 analizzò quelli che, a suo giudizio, furono i motivi che determinarono la scelta della commissione tecnico-sceintifica: “…Delle nove società che hanno presentato i progetti (il consorzio Crc, la Spa Pietro Cidonio, la Spa Fondedile, la Molinari appalti, la Montedil Spa, la Geosonda, la Spa Impremoviter, la Spa Sain e la Spa Fioroni) la Geosonda appare come la più qualificata: ha già in appalto i lavori a Narni e vinse a suo tempo la gara progettuale per la torre di Pisa. Sette di queste società hanno presentato non solo il progetto per i lavori di consolidamento più immediati con l’appalto di 5 miliardi e mezzo di lire, ma anche il progetto di risanamento globale e soltanto due (la Impremoviter e la Sain) si sono limitate al primo. Queste sono le spese dei singoli progetti: consorzio Crc, 22 miliardi e 369 milioni, Spa Pietro Cidonio, 21 miliardi e 543 milioni, Spa Fondedile, 18 miliardi e 125 milioni, Molinari appalti, 19 miliardi e 640 milioni, Spa Montedil, 20 miliardi e 21 milioni, Geosonda, 15 miliardi e 349 milioni, Impremoviter, 3 miliardi e 664 milioni, Spa Sain, 5 miliardi e 696 milioni, Fioroni Spa, 27 miliardi e 545 milioni. Il progetto della Geosonda, come si vede, è quello che costa meno, ma la scelta della commissione non si è basata sulla economicità tenendo conto, tuttavia, della globalità dei progetti e della loro ‘metodologia’. Si spiega anche la notevole differenza di spesa tra il progetto della Geosonda e quello della Fioroni. Quest’ultimo, unico tra i nove, rispetterebbe in linea teorica lo spirito del risanamento in armonia con la salvaguardia paesaggistica. In altre parole il consolidamento avverrebbe mediante l’installazione di tiranti nella roccia ‘dall’interno’ mentre i progetti delle altre società (compresa la Geosonda) prevedono tiranti ‘dall’esterno’ che  in qualche modo deturperebbero la facciata della rupe. E’ chiaro che l’opera prevista dal progetto Fioroni è più complessa e quindi anche più costosa. Questo della salvaguarda della facciata della rupe è stato l’elemento che, a quanto pare, ha diviso di più la commissione, perché poi bisogna fare i conti anche con le conseguenze di tipo idrogeologico delle varie soluzioni. Un po’ il pomo della discordia. Ed è probabile che di questa differenza si parlerà ancora se è vero che la legge per Orvieto metteva tra i suoi punti principali proprio quello della salvaguardia storica, culturale e paesaggistica della rupe”. In un altro articolo, Sposini ritorna di nuovo ad analizzare le caratteristiche principali dei progetti della Geosonda e della Fioroni: “Nell’opera di consolidamento della rupe c’è da tener conto che la disgregazione del tufo procede gradualmente, aggravandosi, dall’interno (dove la rupe è sana) verso l’esterno (dove invece crolla). Le due ipotesi progettuali che hanno spaccato la commissione tecnico-scientifica (‘Geosonda’ e ‘Fioroni spa’) propongono, da questo punto di vista, soluzioni completamente differenti, anzi opposte. Il progetto Geosonda, che potremmo chiamare della ‘chiodatura’ prevede l’inserimento nel masso di grossi ‘chiodi’ la cui punta affonda nella parte sana, interna, della rupe, ma la cui capocchia preme sulla parte che si sta sgretolando. A detta degli esperti, è questa una soluzione rischiosa perché la capocchia del chiodo non farebbe altro, con l’andare del tempo, che contribuire allo sfaldamento. Il progetto Fioroni, invece, capovolge questa impostazione. Nella parte sana della rupe, dall’alto, vengono fatti dei pozzi, del diametro di due metri, dai quali si irradiano a raggera grossi tiranti elicoidali che agganciano i massi di tufo che crollano e li ‘ancorano’ verso l’interno. Non è marginale la differenza tra il ‘chiodo’ (che per giunta ha una superficie liscia) e il tirante elicoidale. A parte, infatti, il principio della tenuta ‘dall’esterno’ e quello della tenuta ‘dall’interno’, la soluzione elicoidale offre tecnicamente maggiori garanzie perché crea attrito tra il metallo e la roccia. E’ un po’, fatte le debite proporzioni, la differenza che passa tra un chiodo e uno ‘stop’. Questa che abbiamo spiegato (o almeno abbiamo cercato di farlo) è per grosse linee la filosofia tecnica dei due progetti. La questione, tuttavia, non è così semplice. Gli esperti dicono che anche

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altri e importanti sono i fattori che entrano in gioco, la salvaguardia del paesaggio, il drenaggio delle acque, la durata dell’intervento ecc…”.

Occorre rilevare che il parere della commissione, sebbene molto importante, non era vincolante, e la Giunta regionale avrebbe anche potuto compiere una scelta diversa, rispetto a quella della maggioranza dei componenti della commissione tecnico-scientifica.

E il 21 agosto, presso il teatro Mancinelli, si svolse un incontro pubblico per illustrare le conclusioni a cui era pervenuta la commissione tecnico-scientifica. Oltre a un notevole numero di cittadini, parteciparono all’incontro amministratori regionali, dal vice presidente Tomassini agli assessori Provantini e Neri, i consiglieri Ercini e Materazzo, amministratori comunali, parlamentari, tra i quali Anderlini e il professor Felice Ippolito - quest’ultimo era consulente di una delle imprese che presentarono i progetti esaminati dalla commissione -, numerosi esperti anche in rappresentanza delle imprese citate. In molti intervennero. Alcuni tecnici che lavoravano per le imprese i cui progetti furono bocciati dalla commissione criticarono il suo operato per la scelta del progetto presentato dalla Geosonda. L’ingegner Mascalli, ad esempio, criticò il fatto che il progetto vincente prevedesse interventi dall’esterno, considerando che erano state individuate fessure localizzate fino a 60 metri all’interno della rupe. Il professor Felice Ippolito, parlamentare europeo, rilevò che, pur avendo la commissione riconosciuto che le infiltrazioni idriche rappresentassero un problema molto importante, fosse stato scelto un progetto che non prevedeva, nel primo stralcio dei lavori, alcun intervento idraulico. Ma una parte consistente di coloro i quali presero la parola invitarono ad esaminare l’operato della commissione con serenità, evitando polemiche che avrebbero potuto ostacolare la soluzione dei problemi che caratterizzavano la rupe. Tra gli altri, il professor Faraone, membro della commissione, rilevò la necessità di stringere i tempi per arrivare quanto prima all’appalto dei lavori, non ripetendo gli errori commessi a Venezia e a Matera, dove si era discusso molto ma non si era pervenuti ad alcuna conclusione. Ma anche il sindaco Giulietti e l’assessore regionale Provantini furono dello stesso avviso, relativamente alla necessità di arrivare in tempi molto brevi all’appalto dei lavori. Di particolare interesse fu l’intervento del vice presidente della Giunta regionale e presidente della commissione tecnico-scientifica, Ennio Tomassini. Tomassini fece presente che in meno di due mesi la commissione aveva esaminato i nove progetti, tutti piuttosto complessi, un periodo piuttosto breve che non autorizzava nessuno a formulare accuse di negligenza relativamente all’operato della commissione. La commissione, poi, considerò tutti i progetti molto interessanti tanto che, all’unanimità, propose che la Regione si attivasse affinchè tutti gli studi realizzati, nell’ambito della redazione dei nove progetti, venissero recepiti dall’Unesco, al fine di realizzare una pubblicazione che potesse rivelarsi utile in futuro in tutti i casi analoghi a quello della rupe di Orvieto. Tomassini aggiunse, però, che si doveva arrivare a scegliere un progetto, in base ai criteri che la commissione individuò prima di analizzare i nove progetti, criteri alla base della bocciatura di numerosi progetti e della scelta finale, sebbene quest’ultima non fosse avvenuta all’unanimità. Tra l’altro fin dall’inizio la commissione individuò come causa principale dello sfaldamento del masso tufaceo la cattiva irreggimentazione delle acque, tanto da considerare come primo intervento da realizzare quello di impedire la dispersione delle acque della rete idrica e della rete fognante. La commissione ritenne poi che fosse più adeguato l’intervento dall’esterno rispetto a quello dall’interno, che fosse inopportuno il prosciugamento artificiale del masso tufaceo, perché considerato pericoloso come, anche, la costruzione di pozzi, cunicoli e gallerie sotto la rupe, perché già ne esistevano troppi.

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Sulla vicenda, intervenne anche un’associazione ambientalista che allora svolgeva ad Orvieto un ruolo molto importante, la Pro Natura, presieduta da Gianni Cardinali. Elaborò, infatti, un documento nel quale fu sottolineata la preoccupazione per le incertezze e i ritardi burocratici e per l’azione dilatoria di cui fu accusata la Dc orvietana, manifestatasi nella riunione del Consiglio comunale del 28 agosto. La Pro Natura criticò soprattutto la demolizione del lavoro svolto dalla commissione tecnico-scientifica, le perplessità sulle effettive capacità dei suoi componenti, la richiesta di un “super esperto”. Inoltre la Pro Natura sostenne che se si intendeva fare “il gioco al massacro” lo si doveva dire apertamente. E si doveva essere ugualmente espliciti se si voleva chiedere le dimissioni in blocco della commissione, se si proponeva la scelta di un altro progetto, rispetto a quello dichiarato vincente dalla commissione. La Pro Natura aggiunse che una scelta definitiva per affrontare i problemi della rupe non era più procrastinabile. E individuò tre punti, per quanto riguarda la problematiche urbanistico-paesaggistiche del problema: la città e la rupe erano due aspetti di un’unica struttura, la città naturale e quindi non si doveva scindere in modo netto due entità di tale rilevanza naturale-culturale, che traevano dalla loro diversità un esaltante equilibrio tra natura e storia; il paesaggio non doveva essere considerato “facciata”, una visione romantica, non doveva comportare discettazioni pseudo-estetiche, ma, invece, essenzialmente immagine, struttura visiva che traeva le sue linee essenziali da realtà materiche imponenti, da rapporti di grandi masse in gioco naturali e urbane come nel caso di Orvieto; la necessità di scegliere un progetto che fosse il meno vincolante possibile per eventuali futuri interventi sulla rupe.

E’ opportuno precisare che, nella riunione del 28 agosto, il Consiglio comunale di Orvieto, soprattutto in seguito alle prese di posizione dei componenti del gruppo della Dc, non ritenne opportuno arrivare ad una scelta, ravvisando la necessità di un approfondimento dei contenuti dei diversi progetti e dell’operato della commissione tecnico-scientifica.

Solo il 27 settembre del 1979, comunque, la Giunta regionale decise di aggiudicare i lavori alla società Geosonda, il cui progetto era stato considerato vincente dalla commissione tecnico-scientifica. In un comunicato della Giunta si può leggere, tra l’altro: “l’aggiudicazione è avvenuta in conformità al giudizio di idoneità tecnica emesso dalla commissione scientifica all’uopo costituita dal Consiglio regionale e al parere favorevole della seconda commissione consiliare e preso atto dei dibattiti svoltisi nell’Assemblea regionale e nel Consiglio comunale di Orvieto…L’appalto è stato aggiudicato con modalità e condizioni tali da garantire pienamente l’Amministrazione regionale e l’interesse dalla popolazione di Orvieto e della collettività. In particolare si è prevista l’immediata esecuzione dei lavori che secondo le indicazioni della commissione scientifica rivestono carattere di priorità, consistenti nella revisione delle rete idrica, nella sistemazione della rete fognaria, nella esecuzione dei primi indispensabili interventi di consolidamento e nella predisposizione di un sistema esteso di controlli tecnico-scientifici circa la evoluzione dei fenomeni di dissesto della rupe. Tali lavori prioritari saranno finanziati con i fondi stanziati dalla legge speciale per Orvieto mentre l’efficacia dell’aggiudicazione per le ulteriori fasi del progetto è subordinata al reperimento dei finanziamenti occorrenti…In relazione ai rilevamenti dei dati circa il movimento franoso da attuare mediante il sistema di controlli che sarà realizzato con priorità, il raggruppamento aggiudicatario (che in termini precisi si chiama: ‘Geosonda Spa, Grassetto, So.Ge.Stra’) è obbligato a introdurre e a realizzare tutte quelle modificazioni del progetto che risulteranno necessarie per garantire la idoneità dell’intervento senza diritto ad alcun compenso aggiuntivo o indennizzi…L’Amministrazione regionale ha in tal modo realizzato l’esigenza di un continuo adattamento dei lavori alla dinamica della situazione concreta della rupe nella prospettiva di un suo completo risanamento e della effettiva salvaguardia del patrimonio civile, storico ed artistico della città di Orvieto…La legge speciale prevede che i lavori aggiudicati siano eseguiti sotto la direzione dell’Amministrazione regionale d’intesa con il Comune di Orvieto con la partecipazione del Cnr e

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dell’Università di Perugia…La Giunta regionale sottoporrà al Consiglio regionale una proposta per attribuire al Comune di Orvieto la massima competenza nella fase di esecuzione dei lavori”.

E’ bene rilevare che dal comunicato della Giunta emerge, fra l’altro, la consapevolezza che i fondi stanziati fino a quel momento dalla legge 230 fossero del tutto insufficienti per arrivare all’attuazione completa del progetto scelto. E proprio da questa consapevolezza ebbe inizio l’impegno, da più parti portato avanti, per ottenere prima un rifinanziamento della legge 230 e poi, nel 1987, l’approvazione di un’altra legge che ebbe delle caratteristiche diverse rispetto a quelle che contraddistinsero la 230.

Il presidente della Giunta regionale, Germano Marri, al termine della riunione della Giunta, rilasciò la seguente dichiarazione: “Come ci eravamo impegnati, entro il mese di settembre la Giunta ha aggiudicato i lavori nonostante le varie pressioni che da più parti si sono messe in movimento. La Giunta ha operato nel più breve tempo possibile assicurando la più ampia discussione e valutazione delle risorse del lavoro della commissione. La nostra scelta permette di iniziare al più presto gli interventi garantiti dalla indiscutibile qualificazione del raggruppamento di imprese e dal parere della commissione tecnico-scientifica e nello stesso tempo di approntare tutti gli ulteriori studi e ricerche sulla base delle quali si potrà procedere anche a correzioni ed eventuali miglioramenti che si rendessero necessari perché l’opera di consolidamento e di salvaguardia sia la più efficace e duratura possibile”.

A questo punto, è bene sottolineare che le affermazioni di Marri, in quella dichiarazione, e di altri amministratori regionali, contenute in dichiarazioni precedenti, circa l’impegno e la sollecitudine profusi dalla Giunta regionale per arrivare all’inizio dei lavori di risanamento della rupe, possono anche essere messe in relazione ad una vicenda giudiziaria che vide coinvolti alcuni amministratori regionali, riguardante soprattutto presunte lentezze che avrebbero caratterizzato l’operato della Giunta nell’affrontare i problemi della rupe di Orvieto, vicenda di cui mi sembra ora opportuno riferire.

Nel mese di marzo del 1979, infatti, tutti i componenti della Giunta regionale ricevettero delle comunicazioni giudiziarie dal pretore di Orvieto, Astolfo Di Amato, per il reato contemplato dall’articolo 734 del codice penale (Distruzione o deturpazione di bellezze naturali “chiunque, mediante costruzioni, demolizioni, o in qualsiasi altro modo, distrugge o altera le bellezze naturali dei luoghi soggetti alla speciale protezione dell’autorità, è punito con l’ammenda da lire 50.000 a 300.000 lire”). La decisione del pretore fu presa, molto probabilmente, in seguito agli ulteriori crolli che si verificarono lungo la parete sud-est della rupe, nel periodo antecedente all’invio delle comunicazioni giudiziarie. Fu ipotizzato, comunque, che l’intervento del pretore fu determinato anche da un telegramma del sindaco di Orvieto Giulietti, dopo la frana già citata, che fu inviato al pretore, al Genio civile e per conoscenza al presidente della Regione oppure da un esposto inviatogli da alcuni privati cittadini che denunciarono la presenza di infiltrazioni di acque luride negli scantinati in via Alberici.

Immediate furono le reazioni degli amministratori interessati dall’indagine promossa da Di Amato. Il presidente della Giunta regionale, Germano Marri, convocò infatti una conferenza stampa nella quale precisò che l’attività della Regione, fin dal 1977, era stata sempre attenta, puntuale e precisa. Sempre secondo Marri, in pochi mesi erano stati compiuti con estrema tempestività tutti i “rituali” burocratici al fine di giungere ad una soluzione radicale dei problemi della rupe. Per questo motivo aggiunse: “Non ci sentiamo affatto colpevoli, non abbiamo commesso alcun reato, ma semplicemente abbiamo svolto il nostro lavoro con la massima serietà e tempestività, nel pieno

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rispetto delle leggi. Perciò ritengo che il clamore del tutto artificioso che si è fatto e si sta facendo intorno a questo argomento non possa che nuocere al lavoro di cui ci stiamo occupando con  assoluta serietà…Non siamo affatto preoccupati delle comunicazioni giudiziarie del pretore di Orvieto perché siamo onestamente convinti di aver compiuto soltanto il nostro lavoro e quest’azione ha soltanto un valore politico…Sicuramente su questo argomento si scatenerà una bagarre politica non indifferente e non avulsa da strumentalizzazioni di parte. La Giunta, ovviamente, dopo questa azione del magistrato orvietano è costretta a difendersi, dimostrando la sua assoluta buona fede e, in particolar modo, quelle che sono state le sue scelte e le sue decisioni in merito al problema della rupe di Orvieto”. Il vice presidente Tomassini confermò le tesi e le argomentazioni sostenute da Marri: “Il tema rupe è stato affrontato con grande determinazione sia dalla giunta che dalla speciale commissione tecnico-scientifica che ha provveduto ad esaminare le condizioni del masso tufaceo di Orvieto con la volontà di arrivare quanto prima ad una razionale applicazione dei più moderni ritrovati tecnici. Anche e soprattutto a noi sta a cuore la salvaguardia del paesaggio, della città di Orvieto. Purtroppo ci troviamo di fronte ad una situazione assai complessa per la quale si richiede una gravosa serie di accorgimenti tecnici che, sul piano operativo, mettono in seria difficoltà tutti coloro che devono lavorare attorno a questo problema. Non si tratta infatti di normali lavori di manutenzione, bensì di un’opera vastissima che pertanto richiede studi ed approfondimenti assai complessi. La decisione del magistrato orvietano ci ha alquanto amareggiati: noi stiamo lavorando intensamente affinchè la rupe di Orvieto possa quanto prima essere salvata, e non abbiamo affatto ed in alcun modo deturpato il paesaggio. Questa sconcertante novità -  anche se non ci crea problemi personali dal punto di vista giuridico - ci pone certo in una condizione estremamente critica, pronta ad essere sfruttata politicamente. E non escludo che una situazione del genere possa sfociare addirittura in una lunga serie di ‘dimissioni’, si tratta sicuramente di un’ipotesi personale, un’ipotesi che al momento attuale potrebbe essere presa nella dovuta considerazione. Ripeto, la Giunta, di concerto con le forze politiche e sociali, ha compiuto nel volgere di quattro mesi (dall’approvazione della legge speciale per Orvieto e Todi) tutti quei passi indispensabili e che umanamente erano nelle nostre possibilità”. La Giunta regionale, poi, dopo la conclusione della conferenza stampa diffuse il seguente comunicato: “In ordine agli ultimi sviluppi del problema della rupe di Orvieto si precisa quanto segue: le comunicazioni giudiziarie inviate dal pretore di Orvieto ai componenti della Giunta regionale a proposito delle recenti vicende concernenti l’aggravarsi dello stato di degrado della rupe destano notevoli perplessità. La Giunta regionale non intende entrare, in questa sede, nel merito del significato giudiziario del comportamento tenuto dal magistrato pur non potendo fare a meno di rilevare l’abnormità, oltreché l’infondatezza, dell’ipotesi contravvenzionale contestata. Ma gli odierni atti del pretore di Orvieto assumono significati politici obiettivi dei quali peraltro si ritiene che la collettività regionale sia pienamente consapevole: a nessuno infatti può sfuggire , né al pretore stesso, la pretestuosità sostanziale di un comportamento che si presta alle più spregiudicate speculazioni politiche gettando gratuitamente discredito sulle istituzioni democratiche e mettendone in discussione la credibilità, attraverso il totale travisamento dei fatti. Questi ultimi mettono in evidenza un impegno straordinario della Regione e degli enti locali nell’affrontare sul piano programmatico e attuativo le questioni inerenti l’assetto del territorio. Per quel che concerne in particolare la rupe di Orvieto e il colle di Todi è noto che la legge speciale emanata dal Parlamento costituisce il risultato dell’iniziativa dei Comuni interessati e della Regione. Alla sua attuazione si sta procedendo con rapidità esemplare: a meno di sette mesi dall’entrata in vigore della legge speciale la commissione tecnico-scientifica nominata dalla Regione ha terminato gli studi geologici indispensabili e stanno per concludersi le procedure della gara d’appalto dei lavori. L’iniziativa del pretore costituisce ora un fatto obiettivamente ritardante che certo non agevola lo sforzo che si sta producendo nella piena consapevolezza della gravità della situazione”.

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Nei giorni successivi all’invio delle comunicazioni giudiziarie, il pretore Di Amato rilasciò alcune brevi dichiarazioni. Di Amato, dopo aver precisato che le notizie trapelate, relative a quelle comunicazioni, non erano provenute dall’ambiente giudiziario ma dai diretti interessati oggetto dei provvedimenti in questione, rilevò che “le frane susseguitesi sulla rupe sono un esempio oggettivo, innegabile del suo stato…Se sussistono dei reati non lo ho ancora accertato, infatti le comunicazioni giudiziarie non sono delle imputazioni, ma hanno una funzione di garanzia processuale e consentono lo svolgimento delle successive indagini…Sono in corso gli accertamenti e fino a che questi non saranno terminati non procederò a contestazioni, imputazioni e conseguenti interrogatori…La mia intenzione è di risolvere presto la questione, infatti data la delicatezza del problema che investe persone pubbliche ed interessi della collettività orvietana, a cui mi sento molto legato, intendo procedere celermente, se la ventilata applicazione di un pretore di Orvieto, Leonasi o me, presso gli uffici giudiziari di Terni per alcuni giorni alla settimana, non si realizzerà. Infatti ciò ostacolerebbe non poco questa prassi”.

Nel mese di agosto la sezione penale della pretura di Orvieto formalizzò l’inchiesta a carico dei componenti della Giunta regionale: era sua - era scritto nel fascicolo depositato - la responsabilità della frana e dei crolli, verificatisi nel 1979. E il dibattimento processuale si sarebbe tenuto il 29 settembre, presso la pretura di Orvieto. La formalizzazione dell’inchiesta non stupì. Infatti nel corso degli interrogatori a cui il pretore sottopose i rappresentanti della Giunta direttamente interessati, quelli del settore lavori pubblici e del territorio, si era capito che l’inchiesta sarebbe andata avanti. Il pretore sembrò convinto che i crolli fossero addebitabili ai ritardi amministrativi con i quali la Giunta regionale sarebbe intervenuta nell’affrontare i problemi della rupe di Orvieto.

Nel processo che si tenne appunto il 29 settembre, appena dopo la decisione della Giunta regionale di affidare i lavori alla società Geosonda, il collegio di difesa era composto dagli avvocati Fabio Dean, per Germano Marri, Ennio Tomassini e Pier Luigi Neri, Gianfranco Orioli, per Mario Belardinelli, Mario Laureti, per Vittorio Cecati, Giancarlo Mercatelli e Roberto Abbondanza, e Augusto Fratini, per Franco Giustinelli e Alberto Provantini. Secondo quanto scritto in un articolo pubblicato da “Il Paese sera”: “Fin dalle prime battute il procedimento è apparso come una forzatura. Scontata anche la sentenza: il pagamento di un’ammenda per il presidente Germano Marri e per il vice Ennio Tomassini e il proscioglimento per gli altri imputati…Il processo di Orvieto all’occhio più o meno esperto del pubblico presente in aula è apparso nel suo complesso come un processo inutile. Si è anche capito successivamente con gli interrogatori degli imputati che era già avvenuta una selezione, come il verdetto ha poi sottolineato. Gli interrogatori più significativi infatti al di là delle semplici conferme alle dichiarazioni rilasciate in fase istruttoria sono apparsi quelli del presidente della Giunta Germano Marri e del vice Ennio Tomassini. Marri ad esempio ad altrettanti incalzanti domande ha insistito sull’impossibilità per gli amministratori regionali, in quanto membri di una Giunta, di agire individualmente…Di Amato ha insistito lungamente nel chiedere a Marri in che modo egli fosse intervenuto con solleciti o avesse verificato di persona lo stato della rupe informandosi direttamente. Marri ha ribadito che la sua figura e quella dei suoi colleghi amministratori è subordinata, al di là di scontati accertamenti ed azioni individuali, ad un comportamento e soprattutto alla decisione di provvedimenti adottati dalla Giunta nel suo insieme. Del resto - ha detto Marri - in Giunta la continuità dell’informazione sulla situazione della rupe di Orvieto era garantita e seguita con puntuali relazioni di Tomassini, confortate sempre da accertamenti anche a carattere episodico frutto di contatti politico-amministrativi con gli amministratori orvietani. Ad ogni riunione di Giunta il problema di Orvieto è sempre presente (‘anche troppo’ hanno puntualizzato poi altri imputati), dimostrando l’immediatezza con cui ci si è mossi. Evidentemente però il pretore non è rimasto convinto. Sembrava sollecitare delle ‘confessioni’ circa la mancanza di volontà politica di intervenire per il risanamento della rupe.

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‘Confessioni’ aggiungiamo davvero impossibili vista la celerità con cui si è mossa nel giro di pochi mesi la regione dell’Umbria sul problema della rupe ma soprattutto perché - e l’ha chiarito Marri abbastanza polemico - la Giunta regionale non è una squadra di muratori dove ciascuno armato di cazzuola e cucchiara fa dei lavori, il compito di una Amministrazione come soggetto, e di un gruppo cioè la Giunta, è quello di fare atti amministrativi, atti di legge, predisporre finanziamenti, sollecitare, dare deleghe e decidere (del resto così è stato fatto decidendo l’affidamento dei lavori). Il magistrato orvietano chiedendo poi a Tomassini se la Giunta avesse preso in considerazione la possibilità di utilizzare per interventi urgenti la legge 65 sulla tutela del territorio, ha concretizzato uno dei dubbi che troppo spesso in questi ultimi mesi l’opinione pubblica umbra aveva avanzato cercando di interpretare l’azione del pretore. In sostanza al di là della legge 230 c’era o no la possibilità di intervenire ugualmente a favore di Orvieto? Tomassini e prima di lui Marri hanno spiegato che la finalità principale degli amministratori umbri era quella di attuare presto e bene la legge nazionale, cioè la 230. Con sentenza inaccettabile sul piano del buonsenso e che condizionerà certo e non poco in seguito il pensiero dell’opinione pubblica e l’operato degli amministratori, il presidente e il vicepresidente della Giunta regionale (apparsi visibilmente amareggiati dopo il pronunciamento della sentenza), sono stati condannati per aver agito, per avere insomma applicato le leggi nazionali”.

Mi sembra evidente che al collegio di difesa si era aggiunto un altro avvocato, la corrispondente locale de “Il Paese sera”, Annalisa Fasanari…

Nel successivo mese di ottobre furono rese note le motivazioni della sentenza del 29 settembre. Esse furono analizzate in un articolo pubblicato da “Il Messaggero”: “Il presidente della Giunta regionale, Germano Marri, ‘di fronte ad un problema così grave quale quello della rupe di Orvieto, non poteva limitarsi, come ha dichiarato in dibattimento, ad informarsi sulla base delle relazioni svolta in Giunta dal Tomassini. La sua carica di presidente avrebbe dovuto indurlo ad una costante verifica diretta della situazione, almeno nei suoi aspetti più salienti, così da poter adottare con maggiore ponderazione le decisioni’. Il vice presidente della Giunta, Ennio Tomassini, dal canto suo, ‘ha agito senza prestare la dovuta attenzione all’esigenza di dare ai problemi della rupe una soluzione progressiva, avendo anche riguardo ai problemi più urgenti ed ai quali poteva essere data immediata risposta…Numerosi erano stati i segnali sicuramente ricevuti dal Tomassini in ordine alla urgenza e  gravità della situazione…Si tratta di elementi che inducono a ritenere che il Tomassini non abbia ponderato con la dovuta attenzione i problemi inerenti la salvaguardia della rupe di Orvieto’. Per quanto riguarda ‘viceversa, gli altri componenti della Giunta è verosimile che abbiano aderito alle proposte del Tomassini sulla base delle relazioni di quest’ultimo e, perciò, con una inesatta percezione della realtà’….Nelle sedici pagine di sentenza, depositata nei giorni scorsi in cancelleria, Di Amato rifà la storia più recente delle cause che avrebbero provocato poi le frane del febbraio scorso, secondo una scaletta che aveva già seguito nella fase dibattimentale del processo. Il pretore di Orvieto parte dal presupposto che il reato di cui all’art. 734 del codice penale ‘può essere realizzato anche mediante una omissione, purchè a carico del soggetto sia ravvisabile un dovere di agire restato inadempiuto’. La Giunta regionale aveva questo dovere? Per Di Amato non ci sono dubbi. La tutela del territorio rientra tra gli specifici compiti delle Regioni. Peraltro la legge speciale per Orvieto, del maggio 1978, ‘ha confermato essere compito della Regione Umbria il provvedere al consolidamento della rupe di Orvieto’. Marri e Tomassini quali colpe hanno? Per il pretore di Orvieto avrebbero dovuto ‘dare più presto possibile corso alle iniziative necessarie a risanare il sistema idrofognario della città’, consentendo al Comune di Orvieto di utilizzare i 200 milioni stanziati dal Consiglio regionale ‘in modo da iniziare un’opera che avrebbe dovuto proseguire, senza soluzione di continuità, appena divenuta operante la legge statale’, anche se Di Amato avanza il dubbio ‘sulla possibilità che si raggiunga una soluzione definitiva dei problemi

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della rupe’ e perplessità sui ‘metodi da adottare per ovviare ai dissesti di natura geomeccanica della medesima’. E’ certo, dice il pretore, che la causa che almeno innesca i dissesti della rupe è la cattiva regimentazione delle acque reflue. E a Orvieto ‘non è stato fatto nulla per la regimentazione delle acque e il risanamento del sistema fognante’. La colpa? Naturalmente di Marri e Tomassini. Anche per la circostanza che ‘nel luogo in cui si è verificata la frana di maggiore entità, alla Cannicella, è risultato non solo che vi erano due scarichi a cielo aperto, ma che gli stessi si immettevano direttamente nel suolo’. Il pretore non si è chiesto, a questo punto, dove stava il Comune e cosa facevano gli amministratori locali. Avrebbero dovuto pensarci Marri e Tomassini a fare opera di stimolo e di sensibilizzazione, così come vuole lo statuto regionale. Il quale non prevede l’intensità delle piogge che sulla città si erano abbattute nei giorni precedenti le frane del febbraio scorso. Ma per il pretore di Orvieto l’avrebbero potuta prevedere Marri e Tomassini. ‘Dai dati pluviometrici acquisiti agli atti’, argomenta Di Amato, ‘risulta tanto per guardare ai tempi più recenti, che piogge di intensità uguale o di poco inferiore ci erano state tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio e tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 1977, nonché nei primi giorni dell’ottobre 1978’. Insomma: piove, governo (regionale) ladro!”.

E il 23 gennaio 1980 ebbero inizio i lavori di consolidamento della rupe di Orvieto. In quel giorno si tenne una cerimonia ufficiale, presso la sala consiliare del Comune, nell’ambito della quale emerse con chiarezza la necessità di almeno altri 10 miliardi di lire per completare quei lavori. Dopo un breve intervento del sindaco Giulietti, prese la parola il presidente della commissione consiliare della Regione, il professor Monterosso, il quale sottolineò appunto l’inadeguatezza dei finanziamenti concessi tramite la legge 230 ma contemporaneamente rilevò che la Regione si sarebbe impegnata, prima della fine della legislatura, entro due o tre mesi, a promuovere tutte le iniziative necessarie per ottenere il rifinanziamento della legge. Intervenne poi l’ingegnere Piccione, in rappresentanza delle società vincitrici dell’appalto concorso (Geosonda, Sogestra e Grassetto), illustrando a grandi linee le caratteristiche dei lavori di consolidamento della rupe, finalizzati da un lato ad eliminare la continua permeazione della rupe da parte delle acque, piovane e di fogna, dall’altro a proteggere l’esterno della rupe stessa dall’erosione. La prima parte dei lavori avrebbe riguardato la costruzione di due grandi collettori fognanti sul ciglio della rupe, uno dal convento di Santa Chiara a piazza Cahen, l’altro dalla caserma Piave a porta Maggiore, per un totale di tre chilometri circa. Inoltre si sarebbe dovuto ristrutturare sei chilometri di fognature già esistenti. Anche la rete idrica sarebbe stata revisionata e, se necessario, ricostruita per un totale di dodici chilometri. Per quanto concerne la seconda parte dei lavori sarebbero stati piantati 5.000 “chiodi”, o ancoraggi, di vario tipo che sarebbero penetrati nel masso tufaceo per una profondità variante tra i sei e i trenta metri e i chiodi sarebbero stati disseminati lungo 25.000 metri quadrati di parete. Anche il ciglio della rupe sarebbe stato sistemato in modo da proteggerlo dai danni provocati dalle acque e dalle piante. Particolare importanza poi avrebbe assunto un complesso sistema di rilevamento che sarebbe stato installato in modo da coprire  Orvieto con una sorta di ombrello sotto il quale non si sarebbe verificato nessun movimento senza essere registrato. Il complesso sistema sarebbe stato composto da 92 piezometri per controllare il livello delle acque, 44 inclinometri, 32 estensimetri e 32 termometri per segnalare ogni minimo spostamento. La realizzazione dei lavori avrebbe richiesto circa 500.000 ore di lavoro.

In effetti la legge 230, che stanziò 6 miliardi di lire, fu rifinanziata in seguito all’ approvazione di altre 3 leggi la 119 del 30.3.1981, la 526 del 7.8.1982 e la 227 del 12.6.1984, leggi che stanziarono le prime due 6 miliardi ciascuna e la terza 28 miliardi.

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La legge 227 era composta da un solo articolo:

                                                                               Art. 1

Ai fini della prosecuzione degli interventi previsti dalla legge 25 maggio 1978 n. 230, è disposto, a favore della Regione Umbria un contributo speciale di lire 12 miliardi per il 1984 e di lire 16 miliardi per il 1985 per la città di Orvieto, nonchè di lire 7 miliardi per il 1984 e di lire 8 miliardi per il 1985 per la città di Todi. Per studi, progettazioni e primi interventi atti ad affrontare la situazione di grave dissesto strutturale del duomo di Orvieto e di altri edifici storici ed artistici nonchè delle mura di cinta di Orvieto e Todi, è altresì autorizzata la spesa di lire 1 miliardo, per ciascuno degli anni 1984 e 1985, da iscrivere nello stato di previsione del ministero per i Beni culturali ed ambientali.

Sono importanti le ultime righe dell'articolo laddove, per la prima volta, fu previsto uno stanziamento per il duomo di Orvieto e per altri "edifici storici ed artistici".

Fu poi approvata la legge 29 dicembre 1987, n. 545, denominata “Disposizioni per il definitivo consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi”.

Il testo della legge 545 è il seguente:

Art. 1

A completamento degli stanziamenti della legge 12 giugno 1984, n. 227, è assegnato alla regione Umbria un contributo straordinario di 180 miliardi negli anni 1987-1990, in ragione di lire 55, 45, 40 e 40 miliardi, rispettivamente per gli anni 1987, 1988, 1989 e 1990, da destinare agli interventi di definitivo consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi, valutati rispettivamente in lire 115 miliardi e in lire 65 miliardi. Alle relative opere si applicano le disposizioni dell’articolo 59 della legge 5 agosto 1978, n. 457.

La Regione Umbria realizza direttamente, d’intesa con i Comuni, gli interventi di cui al comma 1, garantendo continuità delle realizzazioni; può avvalersi, se necessario attraverso convenzioni del Cnr e dei suoi istituti, nonché di università e di enti scientifici, anche al fine di realizzare sistemi di costante monitoraggio e vigilanza; può, altresì, delegare attività ai Comuni di Todi ed Orvieto.

Gli organi tecnici e consultivi delle amministrazioni statali sono tenuti ad assicurare collaborazione alla realizzazione degli interventi di cui alla presente legge.

E’ altresì autorizzata la spesa di 120 miliardi negli anni 1987-1992 per interventi, di competenza del ministero dei Beni culturali e ambientali, di recupero, restauro, conservazione, valorizzazione ed utilizzazione degli edifici, nonché dei beni e delle opere di pertinenza degli stessi, di cui alla legge 12 giugno 1984 n. 227, in ragione di lire 5, 15, 20 e 20 miliardi per ciascuno degli anni dal 1987 al 1990, sulla base di un programma che garantisca la continuità di realizzazioni e completamento delle opere in corso. Per gli anni successivi al 1990 gli stanziamenti relativi ai singoli esercizi finanziari sono quantificati con legge finanziaria.

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Art. 2

Il ministero dei Beni culturali e ambientali e la Regione Umbria sono autorizzati ad assumere impegni per gli interi stanziamenti, fermo restando che le erogazioni annuali non superino le singole previsioni di spesa.

Art. 3

L’onere complessivo della presente legge per il periodo 1987-1992 è pari a 300 miliardi di lire. All’onere di 60 miliardi per l’anno 1987 si fa fronte mediante riduzione dello stanziamento iscritto al capitolo 9001 dello stato di previsione della spesa del ministero del Tesoro per il 1987 utilizzando l’accantonamento “Conservazione e salvaguardia di Todi e Orvieto”. All’onere di 60 miliardi previsto per gli anni 1988, 1989 e 1990 si fa fronte mediante riduzione dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1988-1990, al capitolo 9001 dello stato di previsione del ministero del Tesoro per l’anno 1988 utilizzando il medesimo accantonamento.

La presente legge entra in vigore il giorno successivo  alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.

Data a Roma, addì 29 dicembre 1987

COSSIGA

                                                        GORIA, Presidente del Consiglio dei Ministri

Visto, il Guardasigilli VASSALLI

Dalla lettura degli articoli della legge 545 emerge con chiarezza la sua fondamentale importanza sia per i consistenti finanziamenti concessi, tali da consentire il completamento dei lavori di consolidamento della rupe di Orvieto, sia perché prevedeva l’erogazione di fondi di notevole rilevanza anche per il restauro del patrimonio storico-artistico del centro storico orvietano, intervento questo già previsto dalla legge 227, ma con lo stanziamento di un solo miliardo di lire.

I contenuti di questa legge quindi sono la testimonianza più evidente del fatto che, come ho già rilevato fin dall’inizio, che il PO non si limitò a prevedere i pur importanti lavori di consolidamento della rupe ma anche interventi relativi al patrimonio storico-artistico del centro storico di Orvieto, in modo tale da divenire effettivamente un progetto globale di risanamento e valorizzazione dell’intero centro storico, un vero e proprio, aggiungo, progetto di sviluppo di questa parte del territorio comunale, elemento questo che rappresenta il tratto distintivo e peculiare del PO, tale da considerarlo realmente un modello che poteva e doveva essere seguito per altri centri storici non solo italiani ma anche esteri.

Dopo l’approvazione della legge 227, l’allora sindaco Franco Barbabella rilasciò un’intervista al corrispondente locale de “La Nazione”, Roberto Conticelli, nella quale traspare chiaramente la sua soddisfazione:

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“Prof. Barbabella, dopo il Senato, anche la Camera ha approvato il provvedimento che stanzia 45 miliardi per la rupe di Orvieto e il colle di Todi. I cantieri, quindi, non si fermeranno. Qual è il significato reale di tutto questo e quale il suo pensiero?

Credo che si tratti di un provvedimento molto importante, non solo per l’entità del finanziamento ma per il fatto che esso, per la prima volta, è pluriennale, cioè, stanziato nei modi che noi chiedevamo. Ciò, è chiaro, consente una programmazione degli interventi che abbia il necessario respiro. L’inserimento di un primo finanziamento per il duomo ed altri monumenti cittadini, inoltre, riconosce la giustezza delle nostre intenzioni, quelle di trattare organicamente i problemi della rupe e del centro storico. E’ importante, infine, la fissazione del termine temporale al 31 marzo 1985 per la presentazione di ulteriori aggiornamenti progettuali, sia per la rupe che il duomo ed altri monumenti: tutto questo prefigura quell’organicità per la quale ci siamo battuti.

Quali enti, quali istituzioni, quali personalità si sono maggiormente impegnate per l’ottenimento della legge?

Non mi pare possibile fare una graduatoria dell’impegno. C’è stata una elevata sintonia tra Comune, Regione e Parlamento, con il sostegno di numerosi enti e personalità. Da sottolineare, inoltre, il consenso, direi la simpatia dell’opinione pubblica, in particolar modo degli orvietani.

Varie difficoltà si sono poste per giungere all’emanazione della legge. Quali le maggiori e come sono state superate?

Le maggiori difficoltà sono derivate dalle vicende politiche nazionali: si è lottato per tenere ferma una giusta impostazione, di fronte a governi instabili e ministri che si succedevano. Mai, però, si è avuta l’impressione di ostilità preconcetta e la prova la si ha nei fatti.

Professor Barbabella, una parte dello stanziamento riguarda il duomo. Verranno così risolti tutti i problemi della cattedrale?

Il finanziamento consentirà di affrontare i più urgenti problemi: il duomo necessita di un restauro generale, quindi di un progetto globale adeguatamente finanziato. Dovrà aprirsi un cantiere che, per vari anni, occuperà enti, amministrazioni, tecnici ed operai specializzati.

E’ possibile, oggi, fare un bilancio dell’intera vicenda. Come ha reagito la popolazione alle vicissitudini dei lavori di consolidamento?

Si è fatto un ulteriore passo per rivitalizzare Orvieto, forse quello più significativo sino ad oggi. L’impegno, tuttavia, non è concluso ma il nostro futuro è più sereno. Numerosi altri aspetti della valorizzazione di Orvieto ci attendono e ci aiuta il sostegno della gente”.

Dopo l’approvazione alla Camera del disegno di legge che poi, una volta approvato anche dal Senato, diventò la legge 545, alcuni parlamentari artefici di quel disegno rilasciarono alcune dichiarazioni, come riportato in un articolo pubblicato sempre da “La Nazione”:

“La commissione Lavori Pubblici della Camera ha approvato ieri la proposta di legge per il definitivo consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi nel testo unificato…Nelle scorse settimane - ha detto l’on. Radi - c’è stato un incontro fra i presidenti delle due commissioni nel corso del quale è stato trovato un accordo sul testo che la commissione della Camera ha approvato

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ieri…Commentando l’approvazione l’on. Radi ha detto che il testo ‘risponde molto bene alle finalità che mi ero proposto come autore di una delle due proposte di legge. Le norme consentono di realizzare un programma organico di opere per il consolidamento del colle di Todi e della rupe di Orvieto e per provvedere al restauro, conservazione e valorizzazione del patrimonio artistico-monumentale delle due città umbre. Il piano finanziario di 300 miliardi nei sei anni, a partire dal 1987 è congruo rispetto alle spese previste’…L’onorevole Alberto Provantini dal canto suo, ha commentato: ‘La Camera ha approvato una legge che non solo garantisce la continuità e la conclusione delle opere per Orvieto e Todi ma che interviene anche sui beni ambientali, storici e monumentali dei due centri, con un finanziamento di 300 miliardi in sei anni, secondo la nostra proposta, la proposta Dc chiedeva molto meno. Debbo sottolineare - ha proseguito Provantini - che questa legge è stata approvata malgrado il governo non abbia presentato un disegno di legge. Il Parlamento - ha aggiunto - si è comportato in modo esemplare, approvando le leggi per i primi interventi, approvando nella finanziaria centottanta miliardi nel triennio, finanziando oggi i progetti presentati dalla Regione Umbria per 180 miliardi e dalla Sovrintendenza per 120 miliardi’”.

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I lavori di risanamento della rupe

Può essere utile esporre le principali caratteristiche degli interventi previsti nel progetto che risultò vincente in seguito all’appalto concorso realizzato alla fine degli anni ’70.

Tali caratteristiche vengono esposte con chiarezza in un articolo pubblicato sulla rivista “Ingenium”, scritto sempre da Riccardo Bianchi.

“Le finalità che si propone il progetto prescelto sono quelle illustrate ai punti seguenti.

1) eliminazione delle cause di dissesto mediante: 1.a.) ricostruzione delle rete idrica e fognante consistente nel rifacimento dei sistemi idrico e fognante in particolare nelle zone periferiche della rupe; nella creazione di collettori di ciglio per convogliare le acque meteoriche e di scarico sino ai collettori principali ed ai pozzi di caduta previsti per eliminare gli sbocchi liberi;  nell’impermeabilizzazione di alcuni collettori in buone condizioni statiche. 1.b) sistemazione idraulico forestale consistente nella regimazione delle acque di supero e di quelle di scorrimento superficiale anche mediante rimboschimento di terreni nudi o cespugliosi degradati; nella revisione e completamento del sistema di imbrigliamento dei fossi e sistemazione idraulica degli stessi, in relazione ai fenomeni di dissesto rilevati, mediante soglie, briglie, ed opere longitudinali continue per la difesa delle sponde.

2) ricostruzione dello stato di equilibrio preesistente al dissesto e miglioramento delle caratteristiche meccaniche dei materiali mediante: 2.a) consolidamento della rupe realizzato attraverso chiodature interessanti la parte superficiale della parete, in modo da conferire alla parete stessa maggiore compattezza e monoliticità (con presenza di dreni per eliminare eventuali sovrappressioni); ancoraggi passivi in testa alla parete tufacea per realizzare un complesso strutturale in grado di assorbire eventuali tensioni orizzontali; la costruzione al piede di una rete di ancoraggi attivi per ricostruire all’interno della massa tufacea lo stato tensionale preesistente alla eliminazione delle azioni di contrasto al piede della rupe. 2.b) sistemazione del ciglio e restauro conservativo delle opere murarie mediante la creazione nella zona di ciglio di un’area verde con adeguato rimboschimento, impermeabilizzazione delle zone di ciglio non destinate a verde, revisione e ripristino della pavimentazione, convogliamento delle acque meteoriche agli appositi recapiti; la revisione e il risanamento di parti ammalorate di murature ed inserimento all’interno di barre cementate nelle zone sollecitate a trazione; il restauro conservativo di elementi murari di particolare interesse storico ed archeologico; la revisione e il ripristino della copertina dei muri lungo il ciglio.

3) controllo della situazione generale mediante: 3.a) una rete di strumentazione ed accertamenti in corso d’opera realizzata attraverso la posa in opera di una rete di strumentazione, costituita da inclinometri, piezometri ed estensimetri, atta a fornire indicazioni sulla evoluzione geomeccanica e sul comportamento delle falde acquifere; un impianto automatico a registrazione grafica per la lettura della rete estensimetrica; accertamenti in corso d’opera consistenti nell’analisi dei dati forniti dalla rete di strumentazione ed in prove di tiro su ancoraggi”.

Per quanto riguarda gli interventi sulle numerose cavità presenti nel sottosuolo di Orvieto, concausa anch’esse dei problemi della stabilità della rupe, si può far riferimento a un documento del raggruppamento di imprese che si occupò del consolidamento della rupe, documento nel quale furono elencati tutti gli interventi che si intendevano realizzare:

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“Per l’individuazione delle cavità presenti nel sottosuolo di Orvieto e non conosciute è stata effettuata un’indagine geofisica con il metodo delle onde elettromagnetiche (‘georadar’) articolata in una prima fase, tendente ad accertare l’esistenza delle cavità ed in una seconda, di dettaglio, per la definizione delle singole cavità. Tale indagine ha comportato il rilievo in campagna di 996 linee radar per uno sviluppo complessivo di 50.926 metri. Per il rilievo delle cavità o grotte note e di quelle individuate con l’indagine geofisica è stata predisposta una poligonale esterna di appoggio, allacciata a punti catastali e Igm noti, a cui connettere una seconda poligonale che, percorrendo il centro abitato, costituisce il riferimento di base per l’ubicazione planimetrica di ogni singola cavità. Infine, il rilievo di ciascuna cavità è stato effettuato con i tradizionali metodi topografici, nel corso dei quali sono state anche valutate le loro condizioni statiche generali al fine di definire il grado di pericolosità. Le cavità rilevate ammontano a 453 per uno sviluppo complessivo di mq. 51.147. Esse rappresentano quasi il 60% di quelle esistenti.

Le opere previste per il consolidamento delle cavità, ricadenti sotto aree pubbliche, considerate in condizioni gravi e, quindi, pregiudizievoli per la pubblica incolumità si articolano secondo i seguenti tre indirizzi, in relazione al loro valore storico-culturale:

- consolidamento mediante chiodature di tipo passivo, armate con barre di acciaio, nelle zone disarticolate; formazioni di muri, volti ed archi in muratura di tufo, per il rinforzo di pareti sottili e dei pilastri di sezione insufficiente; risarcitura delle lesioni e loro intasamento con malta cementizia; eventuale cordatura di fondazione.

- riempimento delle cavità con conglomerato di pozzolana a grana grossa  e pezzatura mista, e/o con miscela di calce idrata e cemento addittivato con betonite; successivo intasamento della calotta con iniezioni a pressione controllata.

- restauro conservativo utilizzando microcuciture diffuse; impregnazione delle zone più deteriorate con speciali prodotti chimici a bassa viscosità; iniezioni e sarciture delle lesioni eseguite con malta a base di pozzolana super ventilata, calce idrata e cemento La Farge”.

Utilizzando un documento della Regione dell’Umbria, denominato “Opere di consolidamento della rupe di Orvieto”, risalente al luglio 2002, si può esporre una sintesi degli interventi eseguiti in seguito ai finanziamenti previsti dalle diverse leggi approvate dal Parlamento, a partire dalla legge 230 del 1978 alla legge 242 del 1997.

“In attuazione delle leggi 230 del 1978, 119 del 1981, 526 del 1982 e 227 del 1984, i lavori di consolidamento della rupe eseguiti sono stati i seguenti:

Ricostruzione dello stato di equilibrio preesistente al dissesto e miglioramento delle caratteristiche meccaniche del materiale con consolidamento della parete tufacea mediante chiodature, ancoraggi passivi in testa e tiranti attivi al piede della parete stessa, per conferire migliore compatezza e monoliticità

Per il consolidamento sono stati eseguiti interventi su tratti di rupe, particolarmente dissestati, posti nella zona di porta Romana, monastero di S.Chiara, istituto professionale, dispensario e monastero di S.Paolo, con uno sviluppo perimetrico alla base di 786 m. e su una superficie di 19.500 mq., per un’altezza media della rupe di 25 m. Sono stati posti in opera 120.000 mc. di ponteggio, con 39.400 m. di perforazioni e 143.600 kg. di acciaio per chiodature, ancoraggi e tiranti per 35.000 ml.,

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per sarcitura di 5.000 ml. di lesioni e microlesioni, iniezioni di cls. per 88.700 ql. di cemento per bonifica fratture, chiodature, ancoraggi e tiranti.

Il restauro delle murature ha interessato porta Romana e l’insieme posto a ripa Medici, il rifacimento del muro crollato della Gonfaloniera e alcuni settori della rocca Albornoz comprendente riprese su 6.097 mq. di murature antecedenti il XX secolo, diserbo di 6.200 mq., riprese di murature del XX secolo su 1.400 mq., consolidamento di murature su 1.770 mq. e tassellature di reintegro su 4.000 mq.

Rifacimento del sistema idrico e fognante per eliminare le cause di infiltrazione nella rupe e di conseguenza nelle argille di base

Il rifacimento della rete idrica e fognante, comprese pavimentazioni e impermeabilizzazioni stradali nella totalità dell’abitato di Orvieto posto sul pianoro della rupe, per uno sviluppo complessivo delle strade interessate di 19.880 mq., ha comportato la posa di:
- collettori fognari di vario diametro per 25.900 ml.;
- 6.343 allacci fognari;
- 2.475 caditoie stradali;
- tubazioni principali rete idrica per 13.991 ml.;
- 3.129 allacci idrici;
- pavimentazioni, in cubetti di lava o porfido (75.049 mq.), in asfalto (30.521 mq.), in basole (1.670 mq.).

L’intervento è stato completato dalla costruzione del nuovo serbatoio di carico dell’acquedotto con 2 vasche di 2.000 mc. posto fuori della rupe, in località Sasso Tagliato, con una condotta di avvicinamento alla città su un percorso di 2.230 m.

Sistemazione idraulico-forestale al piede, con regimazione delle acque sorgive e di ruscellamento, e con rimboschimento di terreni nudi e degradati; sistemazione idraulica con opere adeguate nei fossi che scendono a raggiera dai piedi della rupe

Tale sistemazione idraulico-forestale ha comportato la posa di canalette di cemento, con opere di drenaggio lungo la strada del fosso del Livio e a sud della rupe, fra il dispensario e il fosso della Civetta, e in alcuni settori a nord della rupe. Sono state poste in opera 3.600 ml. di canalette, rimboschimenti su 13,50 ha. con 8.400 piantine di latifoglie e conifere, recinzioni e chiudende per 6.600 m.

Sistemazione del ciglio della rupe e restauro conservativo delle opere murarie, specie se d’interesse storico e archeologico

Per quanto riguarda il ciglio, gli interventi hanno interessato il settore fra il dispensario e l’istituto professionale, la zona Conce, quella sotto ripa Medici, con pulizia e riassetto, controllo vegetazione, costruzione muretti, interventi per complessivi 18.00 mq.

Controlli della situazione generale mediante rete di strumentazione e con accertamenti in corso d’opera

Tale rete ha impostato il sistema di monitoraggio per il controllo di stabilità delle pendici (pendio) della rupe di Orvieto e ha comportato l’installazione di:

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- una rete di 25 stazioni estensimetriche, con associate 10 stazioni termometriche, poste sulla parete di tufo, con acquisizione automatica dei dati;
- una rete di 33 inclinometri e 33 piezometri, con acquisizione manuale dei dati, posti alla base della rupe sul pendio entro i detriti e/o argille di base.

Le misurazioni dei dati hanno permesso di seguire e controllare i risultati, valutandone l’andamento, in generale, positivo.

In attuazione della legge 545 del 1987, i lavori eseguiti sono stati i seguenti:

Sistemazione delle pendici

Ha comportato la captazione delle acque sotterranee con drenaggi profondi, la regimentazione delle acque superficiali con canalizzazioni, inerbimenti e rimboschimenti, riprofilatura del pendio ed imbrigliamento dei fossi esistenti.

I progetti relativi sono stati:

- Pendici sotto l’istituto professionale. Sono stati eseguiti 7 pozzi a grande diametro (m. 3,40), per 83,20 m., equipaggiati con raggiere orizzontali di drenaggio, collegamenti di fondo con scarico su canalette a valle;
- Fosso San Benedetto. Sistemazione e regolamentazione idraulica del fosso a partire dalle origini sotto le pendici, a monte della strada statale 71 e con l’esecuzione di m. 2.300 di nuovo alveo a sezione trapezia in cls armato con rete elettrosaldata, corredato di 20 briglie, sottopassando il tracciato della ferrovia, della direttissima e dell’autostrada del Sole;
- Fosso Cavaiene. Sistemazione e regolamentazione idraulica del fosso a partire dalle origini  sulle pendici sotto porta Maggiore con l’esecuzione di m. 2.200 di un nuovo alveo a sezione trapezia in cls armato con rete elettrosaldata, dotato di briglie, poste sulla testata dello stesso, e sotto passando la ferrovia Roma-Firenze prima della confluenza con il fosso di San Benedetto;
- Porta Cassia. I lavori eseguiti hanno comportato l’esecuzione di 15 pozzi a grande diametro, di varie profondità per il drenaggio della coltre detritica nella pendice e disposti lungo un allineamento grosso modo parallelo alla parete tufacea, nella zona sottostante la rupe, fra le caserme e verso il fosso di S.Zero, lungo all’incirca 400 m. Il drenaggio della falda è operato dai dreni sub orizzontali eseguiti all’interno dei pozzi stessi, a loro volta collegati fra loro da una condotta di fondo. L’intervento ha interessato inoltre la captazione di alcune emergenze, la posa di canalette prefabbricate anche per lo scarico delle acque provenienti dai pozzi.

Consolidamento della rupe, porta Maggiore e fortezza dell’Albornoz

L’intervento è consistito in particolare:

- diserbo e pulizia della parete con eventuale demolizione di massi pericolanti;
- sarcitura di micro e macrolesioni per consentire le iniezioni di bonifica;
- chiodature della parte superficiale con lunghezze variabili da due a dodici metri per conferire monoliticità alla parete;
- fasce di ancoraggi attivi o passivi, di lunghezze da venti a trenta metri per collegare la parte superficiale, consolidata dalle chiodature, agli strati più interni;

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- sistemazione del ciglio della rupe, con l’aspetto del detrito accumulato, riduzione della vegetazione, ed eventuale realizzazione di murature di contenimento dello strato di copertura anche con la posa di geogriglia alveolare;
- il tutto con operazioni da ponteggio di altezza media variante da 25 a 35 metri e oltre e utilizzo di adeguati sistemi di perforazione.

Da segnalare che l’intervento, come detto in precedenza, è stato preceduto dalla scelta di alcune zone caratteristiche, dette zone campione, determinate principalmente in base al tipo litostratigrafico, al grado fessurativo, all’altezza, allo spessore e allo stato del detrito alla base; le peculiarità riscontrate nelle zone campione per gli interventi relativi, come densità e lunghezza di chiodature, tiranti e ancoraggi, sono state estese agli altri settori similari della rupe. Le zone campione hanno un’estensione perimetrale di 630 ml., superficie di 16.800 mq. e altezza media di m. 26,8. Gli interventi si sono sviluppati pertanto sul totale di oltre 2.200 metri del perimetro di base della rupe, sia sul lato sud che su quello nord ivi compreso quello delle strutture sottostanti alla fortezza dell’Albornoz, lato est della rupe, su una superficie di 63.200 mq., con altezza media di m. 29.

Per quanto riguarda la rupe e porta Maggiore, i lavori hanno comportato l’installazione di 250.000 mc. di ponteggio, l’esecuzione di 127.000 ml. di perforazioni per chiodature relative a 450.000 kg. di acciaio, 94.000 m. di perforazioni per tiranti e ancoraggi, 170.000 ql. di cemento per iniezioni relative a bonifica di fratture, per chiodature e per ancoraggi e tiranti. Il diserbo della vegetazione ha interessato 35.000 mq. di parete, 17.000 mq. di ciglio, con posa di 9.000 mq. di geogriglia alveolare, rifatte 2.300 mc. di murature di ciglio.

Per quanto concerne la fortezza dell’Albornoz, i lavori hanno compreso una sezione di 140 ml. di lunghezza, per una superficie di 4.900 mq., e altezza media di 35 ml., con l’esecuzione di interventi analoghi alle altre parti della rupe. Inoltre nel settore a valle della strada della fontana del Leone sono stati completamente ricostruiti o ristrutturasti i 13 piloni in muratura di tufo, posti a sostegno della strada stessa, con ripresa di muratura tra pilone e pilone: in particolare gli interventi hanno comportato l’installazione di 35.500 mc. di ponteggio, diserbo, pulizia di pendice rocciosa su 3.110 mq., esecuzione di oltre 10.500 ml. di perforazioni per tiranti e ancoraggi, 17.000 ql. di cemento per iniezioni relative a bonifica di fratture, per chiodature e ancoraggi e tiranti, interventi sulle murature per fissaggio, consolidamento, rifacimento e riprese su 4.700 mq., oltre a sistemazioni lungo le pendici sottostanti con drenaggi per 2.500 mc., gabbionate per 245 mc., geogriglie per 1.000 mq. e posa in opera di essenze arboree e arbustive. L’intervento è stato completato da un sistema di drenaggio e rimboschimento lungo le pendici e al suo piede.

Intervento sulle cavità

L’intervento ha comportato in un primo tempo l’individuazione con rilievo diretto e anche con indagine geofisica (georadar) delle numerose cavità di origine antropica, esistenti nella placca tufacea, sia sul pianoro che sul perimetro dello stesso, cavità che spesso hanno innescato fenomeni di dissesto. Nell’ambito del rilievo sono stati determinati i gradi di priorità dell’intervento, secondo lo stato di dissesto stesso. I successivi lavori hanno comportato il consolidamento e il restauro in base ai dati risultanti dai rilievo. E’ stata altresì messa in evidenza la relativa posizione planimetrica, sottostante a proprietà pubblica o privata.

I progetti di intervento sono stati pertanto:

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Rilievo plano altimetrico delle grotte sul pianoro.

Ha comportato l’esecuzione di una cartografia scala 1:500 (17 fogli per ha. 156) e 1:2.000 (7 quadranti per ha. 625) della rupe e pendici, l’esecuzione di una poligonale principale sul pianoro della rupe e poligonali secondarie a cui riferire le 453 cavità sotterranee rilevate direttamente, su una superficie di 51.000 mq., con sezioni, foto e notizie varie, un’indagine geofisica col metodo “georadar” per il rilievo indiretto di eventuali cavità su uno sviluppo di oltre 50.000 m.

Consolidamento di grotte poste sulla fascia perimetrale e sul pianoro della rupe

Le opere previste per il consolidamento sono state indirizzate verso quelle ricadenti sotto aree pubbliche, considerate gravi e quindi pregiudizievoli per la pubblica incolumità, e si sono articolate seguendo tre indirizzi, secondo il loro valore storico- culturale:

- consolidamento statico, mediante chiodature di tipo passivo, armate con barre d’acciaio, formazione di muri, volte e archi in muratura, risarcitura delle lesioni con malta cementizia;
- riempimento delle cavità con conglomerato di pozzolana e/o miscela di cemento bentonitico e calce idrata;
- restauro conservativo, utilizzando micro cuciture oppure l’impregnazione delle zone più deteriorate con speciali prodotti chimici;
- iniezioni e sarciture delle lesioni con malte a base di pozzolana, calce idrata e cemento.

Le quantità poste in opera, con lavori in sotterraneo, sono state principalmente:

- ferro per strutture in cls armato: kg. 34.200
- muratura in blocchetti di tufo: mc. 212
- perforazioni per chiodature: ml. 15.300
- iniezioni di malta cementizia per bonifiche e chiodature: ql. 7.250
- conglomerato pozzolanico con calce e cemento: mc. 2.500
oltre a cuciture armate con resine epossidiche, trattamenti superficiali di parete tufacea a base di resine speciali.

Gli interventi hanno interessato:

- grotte sotto i giardini di San Paolo;
- grotte poste in fascia perimetrale nei settori San Bernardino, San Giovenale, dispensario;
- grotte poste sotto l’ex ospedale, di particolare valore storico per i reperti ivi esistenti, attualmente utilizzate per visite pubbliche guidate;
- varie grotte poste sul pianoro della rupe e determinate secondo lo stato di pericolosità, specie se sotto suolo pubblico.

Restauro delle murature

L’intervento ha comportato:

- il restauro conservativo di elementi murari di particolare interesse storico ed archeologico (zone di porta Vivaria, Conce, necropoli etrusca, rocca Albornoz);
- ricostruzione delle opere di sottofondazione per sottomurazione;
- consolidamento statico mediante chiodature, iniezioni e sostituzioni di parti disgregate.

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Tale intervento ha comportato in particolare:

- diserbo delle superfici consistente nell’asportazione di essenze vegetali di qualsiasi tipo, su 8.350 mq.;
- ripresa di settori di muratura di tufo o pietrame con tassellature su 8.400 mq.;
- fissaggio e consolidamento superficiale di settori di murature di qualsiasi tipo su 7.200 mq.;
- risanamento di lesioni di murature mediante sarcitura profonda per 320 ml.;
- revisione della copertina dei muri per 460 ml.

Monitoraggio e rete geodetica

Sulla base delle esperienze maturate nei precedenti lavori, è continuata l’installazione di una rete di estensimetri, inclinometri e piezometri collegati ad un impianto di registrazione automatico, sia in completamento di quanto eseguito nei lavori precedenti, sia a supporto delle nuove zone d’intervento, secondo sezioni ben determinate. E’ continuata anche l’analisi in corso d’opera dei dati forniti dalla strumentazione da correlare in relazione agli interventi realizzati. Infine è stata realizzata una rete geodetica di capisaldi, per il controllo globale del posizionamento della rupe. E’ stata integrata l’attuale rete estensimetrica per il controllo della deformazione della rupe con il posizionamento su 16 zone al piede della stessa, delle basi estensimetriche a base tripla. Sono stati installati inoltre 87 piezometri e 79 inclinometri nelle pendici sud della rupe (istituto professionale, San Bernardino, rocca Albornoz e fosso della Civetta) e nella zona nord (porta Cassia, fosso di San Benedetto e le Conce). Per la realizzazione della poligonale principale a servizio della rete geodetica, sono state installate 7 stazioni Gps con determinazione delle coordinate planoaltimetriche dei punti tramite sistema satellitare.

Strada al piede della rupe

La realizzazione di una strada al piede della rupe è nata per la necessità di consentire l’accesso alle varie zone perimetrali della stessa, sia per gli interventi di consolidamento sia soprattutto per quelli successivi di manutenzione e controllo. Mentre nel settore sud esistevano tracciati di strade campestri già utilizzati per coltivazioni di orti e frutteti, nella parte nord erano del tutto inesistenti, oltre ad essere la pendice coperta da folta vegetazione sia arborea che arbustiva.

Il tracciato realizzato è composto da due settori:

- un primo, realizzato sulla strada della Fontana del Leone sottostante la fortezza dell’Albornoz, è stato eseguito in pietre basaltiche a varia pezzatura per 415 ml. (appunto per l’importanza dell’inserimento entro la fortezza dell’Albornoz, ricostruendo uno degli antichi accessi alla città), e accede attraverso la porta Rocca a piazza Cahen;
- un secondo, molto più sviluppato contornante quasi totalmente il perimetro della rupe alla sua base, è stato realizzato su un tracciato di 4.600 ml., largo 3 ml., con sottofondo di arido di cava, in parte con copertura bituminosa e in parte con mistro granulometrico e legante naturale.

Le quantità principali poste in opera sono:

- scavi a sezione obbligata e di sbancamento per opere edili, 28.300 mc.;
- formazione di rilevato con arido di cava opportunamente granulato, 10.300 mc.;
- pavimentazione di strade sterrate con emulsione bituminosa, 13.000 mq.;
- formazione di gabbionate, 243 mc.;

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- pavimentazione stradale con pietre basaltiche di varia pezzatura, 2.013 mq. (rocca Albornoz), oltre ad opere di drenaggio, muretti in blocchetti di tufo a rivestimento di muri di sostegno, pozzetti, chiusini, cavidotti, geogriglie.

Con l’emanazione del decreto ministeriale n. 719/1997 sono stati concessi ulteriori finanziamenti, da destinare all’ampliamento della concessione in atto con il raggruppamento di imprese Geosonda, Grassetto, Todini, Fioroni, C.c.c. Detto ampliamento è dovuto ad un aumento dell’I.v.a. passata dal 4% al 10% e alla necessità di completare alcuni interventi sulla parete tufacea (zona Crocefisso del Tufo e San Zero per 120 ml. di sviluppo perimetrale) e per alcune cavità sotterranee rinvenute nel corso dei lavori ( zona pozzo di San Patrizio, rocca Albornoz e sotto la zona dell’ex ospedale, sul bordo e al piede della parete tufacea).

Contemporaneamente la Regione ha bandito una gara, attribuito alla ditta Icop di Udine, riguardante il consolidamento di alcuni tratti di rupe, a nord e a sud (zone Conce, Crocefisso del Tufo e Cannicella, per circa 240 ml di sviluppo perimetrale.

In attuazione della legge 242 del 1997, la Regione dell’Umbria ha approvato il progetto esecutivo della restante parte di consolidamento della rupe tufacea che interessa alcuni settori posti sia a nord che a sud della rupe rimasti esclusi dagli interventi precedenti. Gli interventi riguardano consolidamenti in parete per uno sviluppo planimetrico di circa 1.000 m. e superfici di 19.500 mq.; interventi sul ciglio perimetrale per circa 450 ml.; il consolidamento di 8 cavità; sistemazioni di aree sul pianoro quali l’accesso al pozzo di San Patrizio e le zone di San Giovanni e S.Giovenale; la discesa per il collegamento con il parco archeologico.

A seguito delle gare d’appalto i lavori sono stati aggiudicati all’A.t.i. Geosonda S.p.A. di Roma (capogruppo) - Consorzio cooperative costruzioni di Bologna.


In sintesi con i lavori iniziati nel 1980 per e sulla rupe sono state eseguite le seguenti opere:

Per il consolidamento della parete tufacea sono stati interessati oltre 4.000 m. di sviluppo perimetrale per una superficie di 82.000 mq. su un’altezza media di 28,5 m., con chiodature diffuse e fasce di ancoraggi profondi, risanando staticamente la stessa. In definitiva tutto il perimetro della rupe è risultato consolidato e sistemato, ivi comprese le murature (anche di epoca medievale insistenti sul ciglio), nonché l’intera superficie sul ciglio stesso in modo tale da mettere in risalto l’insieme del masso tufaceo, vero monumento naturale, che si erge sulla vale del fiume Paglia, con positiva valorizzazione ambientale.


Per le strutture di supporto alla città risulta ricostituito tutto il sistema idrico e fognante, quest’ultimo con recapiti di scarico verticale sino alla base della parete tufacea e da qui alle condotte dirette all’impianto di depurazione. Inoltre un serbatoio di carico dell’acquedotto è stato realizzato con capacità adeguate sia di volume che di carico, con oltre 2,5 km. di condotta di avvicinamento, escludendo pertanto il preesistente posto sul pianoro della rupe. Con il rifacimento delle reti idrica e fognante  e relative pavimentazioni si è realizzata l’impermeabilizzazione dell’area urbana per eliminare l’infiltrazione delle acque all’interno della rupe. Con le condotte idriche e fognanti è stata effettuata la posa anche della rete di distribuzione del gas metano e varie linee elettriche.

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Sistema di monitoraggio e controllo dei dati relativi ai vari fattori, che influenzano o possono influenzare il comportamento della piastra tufacea e delle pendici (punti di misura estensimetrica sulle pareti della rupe, piezometri e inclinometri entro il detrito al piede della stessa, rete geodetica comprendente una poligonale esterna a cui riferire le letture dei punti di osservazione), il tutto collegato attraverso una rete di trasmissione ad una centrale di acquisizione per archiviare ed elaborare i dati, ed in associazione ad un centro di vigilanza e manutenzione permanente (osservatorio).

Censimento e rilievo delle cavità presenti nel sottosuolo (oltre 500) della città, e consolidamento di quelle a rischio elevato pregiudizievoli per la pubblica incolumità, in particolar modo per quelle ricadenti sotto aree pubbliche, in prossimità o sul ciglio stesso, con diverse modalità d’intervento in relazione al loro valore storico-culturale.

Sistemazione idraulica forestale dei fossi e stabilizzazione delle pendici, al fine di evitare l’erosione delle sponde e della testata dei fossi stessi, con controllo del deflusso delle acque con nuove opere e sistemazione di briglie esistenti (fossi di S. Benedetto, Cavaiene, Civetta, Salto del Livio, S. Zero), bonifica ed intervento sui fenomeni franosi in essere lungo le pendici con opere di drenaggio profondo e regimazione delle acque superficiali (zone sotto l’istituto professionale, Albornoz, Cannicella, porta Cassia).

Molti degli interventi sopra citati permetteranno la creazione di un parco urbano archeologico, consistente nella creazione e sistemazione di alcune aree di rilevante valenza storico-archeologica posizionate lungo le pendici della rupe (necropoli etrusche del Crocefisso del Tufo e della Cannicella) e nella realizzazione di alcuni percorsi per la valorizzazione del parco stesso.


Come già rilevato in più occasioni,  si decise anche di realizzare un centro di documentazione, relativo ai lavori di consolidamento effettuati nel corso degli anni, e un osservatorio permanente, tramite il quale si tenesse sotto controllo, negli anni successivi al termine dei lavori, la stabilità della rupe, soprattutto utilizzando tutta una serie di strumenti che furono effettivamente installati.

Il centro di documentazione è stato realizzato all’interno dell’ex chiesa di Madonna del Velo. L’osservatorio non è risultato essere permanente perché, attualmente, i tecnici comunali, a cui spettava l’analisi dei dati desumibili dagli strumenti prima citati, sono stati destinati allo svolgimento di altre attività lavorative.

E comunque, mentre spesso si è sostenuta la necessità di attribuire notevole importanza al centro di documentazione e all’osservatorio, ipotizzando che fosse creata una struttura organizzativa ampia e articolata che svolgesse le attività opportune, tale importanza non è stata attribuita né al centro né all’osservatorio e nemmeno è stata realizzata quella struttura.

Tutto questo è avvenuto per carenza di risorse finanziarie o anche per altri motivi?

Può risultare, infine, interessante riportare una parte dell’intervento dell’ingegnere Claudio Soccodato, sempre nell’ambito del convegno “Orvieto e Todi due città di salvaguardare”, relativamente alla realizzazione di un sistema di monitoraggio e vigilanza, per analizzarlo più nel dettaglio, rispetto a quanto già fatto.

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“…Al fine di tenere sotto controllo l’evoluzione nel tempo dei vari fattori influenzanti il comportamento della formazione di tufo e delle pendici, è stato realizzato un sistema di monitoraggio e controllo in grado di acquisire e conseguentemente tenere sotto controllo:

- le deformazioni della rupe;
- le variazioni della falda idrica;
- i movimenti delle pendici.

La rete di strumentazione e di controllo topografico prevista e realizzata si articola in zone campione significative e opportunamente scelte in modo da acquisire gli elementi necessari ad una definizione globale, oltre che locale, delle condizioni dello stato di equilibrio sia della rupe che delle pendici.

Per il controllo topografico plano-altimetrico delle zone soggette a possibili movimenti è stata prevista, in associazione alla rete di strumentazione, la realizzazione di una rete geodetica comprendente anche una poligonale esterna di sicura affidabilità a cui riferire tutte le letture degli altri punti di osservazione.

In considerazione della geomorfologia del sito, le aree per i controlli sono state schematizzate in tre fasce successive discendenti da monte a valle e correnti lungo tutto il perimetro della rupe:

- la prima che corre lungo il ciglio e le pareti della rupe;
- la seconda comprendente le pendici circostanti la placca tufacea e localizzata nella parte più prossima alla rupe;
- la terza localizzata in zone a basso rischio di movimento e quindi in aree diverse dalle pendici immediatamente circostanti la rupe.

L’individuazione delle zone da tenere sotto osservazione è stata fatta utilizzando il metodo delle discretizzazione con particolare riguardo alle zone di maggiore interesse; sono stati così individuati 6 settori di controllo specifico, con eventuale possibilità futura di sviluppo, ciascuno contenente aree appartenenti alle tre fasce. Pertanto, all’interno di ciascun settore è stata prevista una serie di capisaldi disposti lungo le pendici (poligonali secondarie) e sulla parete tufacea e, non disponendo nelle aree sottoposte a controllo di zone tali da garantire un riferimento certo per i rilievi successivi, si è fatto ricorso a punti esterne ad esse e di provata stabilità a cui fare riferimento. Questi ultimi punti costituiscono la poligonale principale. La scelta del rilievo è stata fatta tenendo in particolare considerazione il tempo occorrente per l’esecuzione in rapporto all’affidabilità del rilievo stesso. E’ stato così utilizzato il sistema Gps (global position system) che fornisce una buona affidabilità con tempi di lavoro in campagna di gran lunga inferiori a quelli occorrenti con metodi tradizionali. Tale sistema garantisce, se opportunamente impiegato, errori massimi sulla posizione del punto rilevato dell’ordine di alcuni millimetri. Dai capisaldi della poligonale principale ci si allaccia a quelli delle singole poligonali secondarie in modo da verificarne, in ciascuno dei 6 settori, la posizione e tener conto dell’eventuale spostamento di uno o più capisaldi nel corso del successivo rilievo dei punti di controllo posizionati in parete. Quest’ultima fase viene effettuata con il metodo topografico tradizionale.

Anche le aree poste sotto controllo con strumentazione geognostica sono state scelte con lo stesso criterio adottato per le aree sottoposte al controllo topografico. Inoltre, si è cercato di ottimizzare la distribuzione degli strumenti sia come ubicazione che come tipo di strumento onde contenere la

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spesa sia in fase di realizzazione che durante le gestione, giungendo così alla realizzazione di una rete di tipo misto (automatico-manuale).

Nelle aree prescelte sono stati posti in opera per il controllo delle deformazioni della rupe una serie di basi estensimetriche in associazione alla serie di capisaldi geodetici; per il controllo della falda idrica presente nel sottosuolo una rete di piezometri ubicati sia sul pianoro che lungo le pendici in modo da poter correlare tale andamento sia con le precipitazioni atmosferiche, rilevate da apposita stazione meteorologica, che con eventuali movimenti dei terreni costituenti le pendici della rupe, i fori piezometrici sono stati tutti attrezzati con piezometri tipo Casagrande a doppio tubo onde garantirne il corretto funzionamento nel tempo, la scelta di prevedere anche per i piezometrici elettrici la posa di una cella Casagrande deriva dalla considerazione sia di poter controllare nel tempo le prestazioni del sensore elettrico sia di effettuare una taratura più rigorosa nonché, nel caso di possibile andata fuori uso dello strumento automatico, di non perdere completamente il piezometro; per il controllo dei movimenti delle pendici circostanti la rupe, una serie di inclinometri in associazione ai capisaldi topografici la cui ubicazione è stata scelta tenendo presente gli stessi criteri di ottimizzazione richiamati.

Tutti gli strumenti a lettura automatica sono stati collegati, tramite reti secondarie, ad una centrale principale di acquisizione ed elaborazione dei dati rilevati da ogni singolo strumento. Il sistema di acquisizione dati è, pertanto, costituito da:

- strumenti dotati di sensori elettrici per la lettura delle unità fisiche;
- zone di raccolta di più strumenti (centraline locali);
- rete di trasmissione dei dati;
- centrale di acquisizione ed elaborazione dei dati.

Dalla centrale è possibile anche interrogare un singolo strumento o variarne il programma di lettura come, ad esempio nel caso dei piezometri, aumentare la frequenza di lettura qualora la precipitazione meteorica superi una certa soglia. Infine, una particolare attenzione è stata dedicata all’affidabilità nel tempo sia degli strumenti che delle centrali di acquisizione tenendo in osservazione per un periodo di circa un anno quanto il mercato nazionale ed estero offriva, effettuando la scelta della componentistica da utilizzare solo al termine del periodo di osservazione.

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Il Pci, il Consiglio comunale e il Progetto Orvieto

Nel 1982 il Pci e il Consiglio Comunale, per la prima volta, si occuparono pubblicamente del PO, individuando le linee generali di questo progetto.

Il 30 aprile il Pci di Orvieto promosse un incontro pubblico, presso la sala Isao, denominato “Il ruolo della cultura, della scienza e della tecnica per uscire dalla crisi e per un nuovo sviluppo”.

La relazione introduttiva fu scritta da Adriano Casasole, allora assessore comunale alla Cultura.

E nella sua lunga relazione Casasole si occupò anche del PO.

Infatti, tra l’altro, Casasole scrisse:

“…Dalla fase congressuale del nostro partito che ha visto qui ad Orvieto impegnati tutti i comunisti militanti in questo sforzo di comprensione analitica e teorica, in questo sforzo di avanzamento teorico e pratico; da questi confronti di massa, dicevo, sta uscendo un partito convinto e impegnato ad accettare il rapporto con il ‘nuovo’, a lanciare innanzitutto al proprio interno e poi all’esterno la sfida per una battaglia storica (nel Paese e qui ad Orvieto); una battaglia contro la consuetudine, la pigrizia, la conservazione che è negli altri ma anche in noi comunisti.

Esempio concreto, testimonianza politica di quanto dicevo, è l’analisi e lo sforzo di progettualità che sta alla base di quello che andiamo chiamando PO:

- uno sforzo di analisi puntuale e moderna della nuova realtà orvietana (ancora parziale perché limitato alla città di Orvieto ma che guarda al comprensorio ed intende allargarsi a tutto l’Orvietano)

- un lavoro di intelligenza politica tesa a rifotografare con strumenti culturali nuovi la realtà in cui viviamo ed operiamo, a vedere leggere interpretare dare voce al nuovo, a riscoprire e ridefinire l’identità culturale sociale economica della odierna Orvieto

- una progettazione politica che non mira alla gestione dell’esistente in crisi e in cambiamento, ma a favorire lo sviluppo, a qualificare culturalmente lo sviluppo della Orvieto anni ’80, guidando razionalmente i processi in corso

…Di fronte alla odierna realtà economica e sociale orvietana, il compito storico che si pone a noi comunisti è quello di produrre un disegno ordinatore di questo processo di crisi e di cambiamento; di lavorare alla costruzione della nuova identità culturale, sociale ed economica di Orvieto;

di elaborare un PO, insomma, che sia un risposta positiva alla crisi e al cambiamento che tocca tutti i settori economico-sociali cittadini (agricoltura, artigianato, commercio, turismo, industria, realtà del pubblico impiego); che costituisca una risposta in termini di nuova aggregazione ed unificazione delle forze tradizionali ed emergenti; che sia una risposta positiva in termini di valori ideali, che abbia una capacità di nuova attrazione ideale, che liberi tutte le forze ed i soggetti disponibili a lottare per il cambiamento, che sia insomma capace di produrre nuove lotte sociali e politiche.

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…Come riuscire a fare iniziativa politica (e quale tipo di politica) in una realtà orvietana in cui non è più centrale e prevalente (anche se ancora corposa e fondamentale) l’agricoltura e le figure sociali ad essa legate, ma sta crescendo di peso il terziario e vede emergenti le figure sociali nuove a questo legate?

La risposta che sentiamo, che intendiamo dare a questo quesito (punto nodale tra l’altro della nostra strategia politica nazionale dell’alternativa democratica), assumendoci fino in fondo il ruolo e il compito che ci spetta, come maggiore forza di opposizione nazionale e di governo locale è riassumibile in poche parole, programmazione democratica dello, e per lo, sviluppo: sviluppo inteso come utilizzo razionale delle vocazioni territoriali, delle risorse materiali e umane tradizionali ed emergenti ad Orvieto; qualificazione e modernità dello sviluppo con l’immissione delle innovazioni tecnico-scientifiche nei comparti produttivi; democrazia, intesa come coinvolgimento democratico della popolazione nella sua complessità sociale attuale (tradizionali soggetti sociali, culturali, politici e nuovi ed emergenti).

Queste le direttrici politiche e strategiche di fondo che stanno alla base del PO, che è insieme lettura aggiornata della realtà dell’Orvietano e riprogettazione dello sviluppo economico, sociale, culturale, partendo dall’esistente, dalle vecchie e nuove vocazioni territoriali, e puntando al loro massimo sviluppo in qualità.

…Ma il nostro PO non si basa solo su un serio consolidamento e qualificazione moderna di questi settori economici, punta anche e soprattutto ad una più alta qualità urbana di vita; ad una ulteriore qualificazione dello sviluppo culturale, sociale, economico, prevedendo di investire produttivamente su un’altra vocazione territoriale, unica nel comprensorio, in Umbria e nel Paese per le sue caratteristiche: parlo della rupe e del centro storico di Orvieto, che insieme costituiscono un bene culturale perfettamente integrato, una risorsa culturale unica ed irripetibile nella nostra zona, in Umbria e nel Paese.

Un bene culturale che, messo in gioco nelle sue immense potenzialità culturali ed economico-turistiche, può costituire la più grossa risorsa economica non solo per gli orvietani, ma per la popolazione dell’intero comprensorio.

E’ questa un’intuizione teorica su cui lavoriamo più o meno consapevolmente da qualche anno con risultati tangibili a tutti:

- lo Stato ha riconosciuto, con la legge per la rupe di Orvieto e il colle di Todi, l’eccezionalità del caso Orvieto ed ha già erogato due finanziamenti annuali di 12 miliardi per la rupe;

- la Regione ha erogato altri finanziamenti per interventi di pronto intervento sulla rupe, ha invitato all’appalto per i lavori di risanamento ditte fra le più qualificate di livello nazionale ed ha costituito una commissione di supporto tecnico-scientifico  di altissimo valore professionale e culturale;

- al convegno internazionale dell’Unesco, tenutosi a Belgrado nel settembre 1980, Orvieto ha rappresentato, come caso e modello nazionale di intervento sulla rupe, l’Italia;

- la stampa, la radio, la Tv, nazionali ed estere dedicano ampi spazi ad Orvieto per la vicenda rupe.

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Orvieto che, fino a qualche anno fa, era conosciuta per il Duomo, il pozzo di S.Patrizio, la funicolare ed il vino oltre che per la felice posizione geografica che la pone al centro di più direttrici viarie (Roma, Firenze, Perugia, Viterbo), ha assunto d’improvviso una nuova dignità nazionale e
internazionale e si è ricostruita un’immagine fortemente promozionale in Italia e nel mondo per il fatto rupe.

L’obiettivo politico che ci siamo posti, e sui stiamo lavorando, come comunisti orvietani, è quello di diffondere questa consapevolezza politica ai vari livelli e di far divenire la questione rupe, da emergente e trainante, questione centrale ed elemento portante del PO, del progetto di sviluppo della città di Orvieto e del comprensorio orvietano.

Al tema rupe vogliamo saldare, collegare, con un approccio globale e corretto, quello del centro storico, della città storica e monumentale. Alla questione della rupe (riconosciuta ormai come risorsa unica e irripetibile da salvare, risanare e valorizzare) intendiamo legare politicamente (naturalmente, storicamente e culturalmente già lo sono) la questione del patrimonio storico e artistico di valore nazionale e internazionale che su di essa poggia e che insieme ad essa costituisce un caso unico e irripetibile di bene naturale, ambientale e culturale perfettamente integrato.

Siamo sempre più convinti che questa è l’idea-guida, la visione culturale e politica nuova e centrale, su cui bisogna lavorare e rilanciare la battaglia politica per la salvezza e lo sviluppo di Orvieto e del territorio circostante. Una battaglia politica tesa ad affermare la produttività di questo patrimonio inestimabile della cultura italiana e mondiale, e le enormi possibilità di sviluppo economico e turistico, oltre che culturale e di qualità della vita, insite nella nostra eccezionale risorsa territoriale.

In questa direzione stiamo producendo un lavoro politico e progettuale che sta già dando i primi risultati positivi. Dal risanamento della rupe, inteso come consolidamento del masso tufaceo, si è infatti passati (per nostra determinazione politica) ad un serio e innovativo processo di ricerca scientifica e di sperimentazione culturale: dando corso a nuovi studi, ricerche e verifiche; richiedendo l’istituzione di un osservatorio scientifico permanente; progettando l’istituzione del centro (unico a livello nazionale) di documentazione e ricerca sulla rupe e di formazione di operatori specializzati sulle problematiche del masso tufaceo.

Risanare la rupe non vuol dire solo consolidarla ma porsi anche il problema della manutenzione (di una struttura permanente di manutenzione e di un gruppo stabile di operatori che lavora in questa direzione) ed il tema della prevenzione.

Anche su questo tema stiamo producendo elaborazioni, progetti e fatti concreti: dal rifacimento delle fognature della città, alla sua ripavimentazione scrupolosa e rispettosa del contesto storico-artistico, alla proposta dell’osservatorio scientifico permanente, al concorso di idee per la ristrutturazione del traffico, che ha visto recentemente al teatro Mancinelli un primo importante risultato con la presentazione di un progetto generale di mobilità alternativa per il centro storico, strettamente collegata ai problemi del traffico suburbano e di accesso alla città. Una proposta moderna, che tiene presente i risultati della ricerca tecnico-scientifica più avanzata a livello internazionale e che tenta l’inserimento del nuovo (ascensori, minibus, ecc.), ed il recupero culturale, turistico e logistico dell’esistente (funicolare), in una situazione storica complessa e predeterminata (il centro storico) con il metodo dell’approccio verticale, cercando di salvaguardare le esigenze economiche e commerciali cittadine e di coniugarle con i nuovi bisogni di qualità di cui è portatrice la gente di Orvieto.

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Dal tema ‘prevenzione rupe’ abbiamo poi fatto emergere con forza l’idea di una salvaguardia della rupe all’esterno e all’intorno, di un cinta di sicurezza alle pendici del masso tufaceo che, nel caso di Orvieto, non può che identificarsi con il parco archeologico. La Regione dell’Umbria ha varato alla
metà del 1981 una legge che assicura per un decennio finanziamenti per gli scavi archeologici in corso, il Comune di Orvieto sta avviando a soluzione il problema della progettazione del parco archeologico, inteso come struttura di difesa e di salvaguardia della rupe; come struttura culturale (centro di lettura della città, museo del paesaggio storico, testimonianze della vita etrusca e medievale); come struttura di verde pubblico attrezzato (contributo all’elevamento della qualità della vita cittadina) e soprattutto come struttura promozionale e di forte attrazione turistica (contributo alla trasformazione dell’attuale turismo di passaggio in turismo almeno di sosta se non di soggiorno).

Se riflettiamo politicamente su questi importanti ed innovativi processi in corso che prefigurano un nuovo tipo di sviluppo economico, sociale e culturale di Orvieto che sta trovando il suo asse portante e trainante nella risorsa rupe, ci rendiamo ancora meglio conto della giustezza della nostra analisi politica e della necessità di affrontare in termini nuovi e globali tutta la politica del centro storico cittadino. Come la rupe, infatti, il patrimonio storico-artistico cittadino, patrimonio anch’esso inestimabile della cultura nazionale ed internazionale, può e deve giocare un ruolo centrale e trainante nello sviluppo della Orvieto anni ’80.

Duranti il convegno “Orvieto: i luoghi della cultura”, organizzato dal Comune di Orvieto presso il teatro Mancinelli nel gennaio-febbraio 1981, le migliori forze della cultura nazionale si sono misurate su questo tema ed hanno offerto contributi decisivi alla delineazione di un raccordo progettuale tra tanti settori e progetti di intervento già da tempo messi in cantiere dal governo locale. Per quel convegno, che aveva al centro il problema del riassetto dei musei archeologici orvietani, si tentò di  trovare raccordi fra tutte le questioni nodali del nostro centro storico. Una città monumentale - si ribadì in quella sede - che può e deve essere naturale luogo di documentazione, ricerca e sperimentazione del rapporto antico-moderno; una risorsa straordinaria da vivere culturalmente, da riutilizzare per servizi e vita abitativa, da giocare promozionalmente in tutti i suoi aspetti per la sua capacità di forte attrazione turistica.

Noi comunisti siamo consapevoli e convinti di questo, e stiamo lavorando perché questa consapevolezza della centralità della questione rupe-centro storico divenga patrimonio di tutti non solo nel territorio orvietano ma anche in quello umbro e nazionale.

Il governo locale si sta muovendo in questa direzione progettualmente e concretamente. Ne sono esempi evidenti i progetti in corso: da quello per l’arredo urbano (che in un confronto aperto con l’istituto nazionale per l’arredo urbano, tende a dare soluzioni ai problemi del centro storico, del suburbio e delle frazioni), a quello del palazzo dei Congressi; dal progetto di restauro del teatro Mancinelli a quello della nuova sede della biblioteca comunale presso il palazzo ex Posta; dalle pratiche in corso per acquisire il complesso storico del S.Anna (da destinare a centro sociale per anziani) a quelle per ricevere in donazione dall’Opera del Duomo il convento dei Cappuccini (da utilizzare come struttura culturale-turistica e come luogo di ricerca e di sperimentazione nazionale nel settore delle arti visive), al progetto casa (un ambizioso programma sperimentale di recupero del patrimonio edilizio storico cittadino ad uso abitativo, del costo di 20 miliardi, recentemente inoltrato al ministero dei Lavori Pubblici per il finanziamento), al progetto scuole (che prevede il consolidamento ed il restauro di alcuni edifici storici per ubicarvi definitivamente due istituti medio-superiori e la creazione di un centro per l’innovazione scolastica e l’educazione permanente), al progetto cultura (che tende al recupero pieno per usi culturali del teatro Mancinelli, del palazzo

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ex Posta e del Carmine, al riassetto dei musei archeologici orvietani e alla creazione di un museo d’arte moderna con la già avvenuta donazione Greco), al progetto sanità (che, oltre all’ultimazione dei lavori del nuovo ospedale, punta al reperimento di tutte le strutture idonee e attrezzate per garantire la piena attuazione della distrettualizzazione ed il rilancio dei servizi territoriali), al progetto sport (che prevede nel centro storico il recupero di alcuni spazi interni ed esterni per la pratica sportiva ma punta anche e soprattutto al pieno utilizzo coordinato delle strutture suburbane, palazzetto dello sport, piscina, palestre scolastiche, che per la loro felice ubicazione logistica, possono svolgere anche un ruolo fortemente promozionale-turistico).

Un enorme lavoro di progettazione per settore dimensionato però a un’idea-guida trainante: risanare il patrimonio storico-artistico, riutilizzarlo per usi moderni (edilizia abitativa, servizi culturali, sociali, sportivi, turistici), valorizzarlo come bene culturale ed economico-turistico. Un immane sforzo di elaborazione e di progettazione che non si deve fermare, deve andare avanti, deve trovare uno sbocco graduale e positivo in termini di concretezza e di attuazione.

Noi comunisti riteniamo che, per andare avanti su questa strada, sulla via di un nuovo sviluppo per Orvieto e del territorio circostante, è necessario e decisivo aprire una battaglia politica storicamente nuova, che faccia entrare a pieno titolo in Umbria e nel Paese Orvieto, la specificità di Orvieto, come problemi, risorse materiali, come capacità di ideare, progettare, trovare soluzioni ad essi. Aprire una vertenza Orvieto - questa la nostra indicazione politica - in funzione non solo cittadina ma comprensoriale, significa affrontare la questione del riequilibrio in seno all’Umbria delle attuali differenze di sviluppo; significa porsi il problema di come utilizzare al meglio le risorse di ogni territorio; vuol dire accelerare i tempi per esaltare le specificità di ogni zona in una visione regionale e nazionale armonica e coordinata, ma contemporaneamente significa voler essere parte integrante e attiva della battaglia per la difesa dell’Umbria dai pericoli di nuova marginalizzazione e per il suo rilancio nel contesto nazionale. Per questo fin da adesso diciamo che il piano regionale di sviluppo, in fase di elaborazione, non potrà non tenere conto delle proposte complessive che noi chiamiamo PO.

Siamo convinti che tale battaglia comporta l’apertura di una vertenza globale con il governo nazionale che affronti tutti i nodi economici, sociali e istituzionali che oggi frenano, mettono in difficoltà, e spesso tendono a mortificare le capacità di governo locale e regionale. In questa vertenza globale con il governo nazionale, noi comunisti lavoriamo perché Orvieto sia uno dei punti focali non solo in quanto parte del territorio umbro, ma anche perché capace di costituire una piattaforma, specifica e originale.

Nell’affrontare i problemi locali, già oggi il governo locale ha dimostrato di sapersi porre da un punto di vista elevato (seguendo il metodo della globalità e dell’esemplarità dell’intervento in diversi campi: rupe, centro storico, traffico, musei, ecc…) e di sapersi ben raccordare con gli Enti di secondo grado (Azienda Turismo, Usl, Comunità Montana e Consorzio economico-urbanistico, a cui spettano i compiti di coordinamento e di gestione dei programmi) e con l’Ente Regione, testimoniando che si possono coniugare fra di loro buon governo, programmazione, democrazie ed efficienza. E’ con questa impostazione di fondo che il governo locale, a nostro giudizio, dovrà chiamare il governo nazionale da una parte a rispettare gli impegni già assunti e dall’altra a dare risposte puntuali ai problemi che non possono essere ridotti al puro ambito locale, in quanto non risolvibili con forze finanziarie locali.

Risposte urgenti in particolare devono venire dal governo nazionale sulle seguenti questioni:

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rupe (rifinanziamento per 6 miliardi della legge 230 per il 1982, discussione e approvazione della nuova proposta di legge di 60 miliardi, intervento delle strutture statali di ricerca per l’avvio del centro di documentazione);

viabilità e traffico (intervento di 7-8 miliardi per la realizzazione del sistema di mobilità alternativa per il centro storico, intervento delle FF.SS. per una serie di opere ad Orvieto scalo in funzione del suburbio e del piano più generale di mobilità, intervento dell’Anas per la variante di Orvieto scalo);

musei (soluzione dei problemi che hanno fatto perdere un anno di tempo per la realizzazione del museo Greco, intervento di sostegno al piano di riassetto e valorizzazione dei musei della città);

parco archeologico (finanziamenti adeguati per intensificare e ultimare gli scavi, realizzazione del parco);

programma casa (risposta positiva al programma sperimentale di intervento sul centro storico il  cui costo è di 20 miliardi);

arredo urbano (interventi per la progettazione di un piano globale di settore, finanziamenti per interventi significativi ed esemplari di conservazione e valorizzazione del patrimonio storico, coordinamento di un programma di intervento della Sip, dell’Enel, della Rai per le antenne ed i cavi che deturpano il paesaggio storico-artistico);

industria (garanzie per la stabilità della Lanerossi, presenza delle partecipazioni statali nel settore agroindustriale);

ospedale nuovo (garanzia di finanziamenti immediati per non chiudere il cantiere in corso e per portare a termine almeno gli assai avanzati lavori del primo lotto funzionale).

Non si tratta, a nostro giudizio, di mendicare qualcosa nel rapporto con lo Stato ed il governo centrale ma di chiamare chi rappresenta gli interessi generali del Paese a dare risposte positive in termini di investimenti pubblici a proposte non localistiche, ma fondate su ragioni di carattere generale, a partire da quella dell’utilizzazione razionale delle risorse territoriali ed in particolare anche di risorse uniche e irripetibili di valore nazionale ed internazionale.

A dimensionarsi sul complesso delle proposte dovranno essere chiamati, oltre lo Stato, la Regione, gli Enti territoriali di secondo grado, anche gli istituti di credito cittadini.

…Queste le linee di fondo del nostro PO, un progetto che vuole delineare il ruolo e lo sviluppo di Orvieto in un ambito regionale e nazionale, rifotografando il presente con nuovi strumenti di analisi culturale e politica, riscoprendo e ridefinendo la nuova identità culturale, sociale ed economica del territorio. Un progetto che non mira alla gestione dell’esistente in crisi e in cambiamento, ma vuole favorire lo sviluppo investendo produttivamente su tutte le vocazioni territoriali e ricollocando al giusto posto la scienza, la ricerca, la cultura, come risorse e finalità dello sviluppo della Orvieto degli anni ’80.

Un progetto che si pone come punto di riferimento ideale e di interessi concreti per tutta la popolazione e all’interno del quale tutti sono chiamati a fare la loro parte attiva:

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- dalle forze economiche chiamate a misurarsi sul terreno nuovo e moderno dello sviluppo qualificato, imprenditoriale e non assistenziale, e a lavorare per creare occupazione produttiva e qualificata;

- alle forze intellettuali e tecniche, chiamate a contribuire alla ideazione e definizione di una immagine più avanzata e moderna di Orvieto;

- all’associazionismo culturale, che può trovare in questo progetto un terreno di ulteriore protagonismo nella battaglia, che già da tempo conduce avanti, per la difesa dell’ambiente e per la valorizzazione delle risorse ambientali e culturali;

- ai nuovi soggetti sociali (giovani, donne, anziani), a cui si aprono nuovi terreni di aggregazione e di confronto, a cui si prospetta una qualità di vita più elevata e soprattutto un gusto nuovo di vivere nella città e di lavorare e lottare per una nuova identità territoriale di Orvieto, non più ai margini della vita culturale, sociale ed economica del Paese, ma finalmente tutta dentro i processi della storia moderna;

- alle organizzazioni di massa e sindacali, a cui si schiudono vie nuove per aggregare forze sociali, tecniche e culturali, strade nuove per lo sviluppo dell’associazionismo ma anche per battaglie mobilitanti per lo sviluppo di nuove professionalità e per l’occupazione in un lavoro continuativo e qualificato;

- alle forze politiche, chiamate a rinnovarsi e a concepire la politica come iniziative, invenzione, movimento, cambiamento, ad elevare il dibattito a livelli qualitativamente nuovi di analisi e di progettualità, liberando il confronto e lo scontro da aspetti quotidiani e a volte meschini.

Un PO quindi come nuovo referente della lotta politica e culturale orvietana, capace:

- di reimpostare i rapporti unitari a sinistra sulla effettiva capacità e volontà di misurarsi con i problemi e la ricerca della loro soluzione;

- di ampliare ad altre forze laiche e di sinistra il confronto;

- di lanciare alla Dc una sfida forte e nuova che non le consenta di liberarsi (come spesso ancora fa) dalle sue responsabilità di maggiore forza di governo nazionale e di opposizione locale.

Sono queste le proposte su cui intendiamo aprire un confronto con la popolazione orvietana, è questo il nostro contributo aperto alla individuazione di linee politiche per uscire dalla crisi e per rilanciare un nuovo  sviluppo ad Orvieto e nel Paese. Questi gli obiettivi che ci stiamo dando ad Orvieto e i difficili compiti che ci attendono come partito laico e moderno (che vuole stare da protagonista dentro i processi storici), come partito dello sviluppo (che vuole rappresentare le forze sane, progressiste e moderne che reclamano una fuoriuscita in avanti dalla crisi), come partito di lotta (e di governo nella realtà orvietana, con ambizioni di governo nazionale) che individua in queste nuove linee di sviluppo per Orvieto un processo di ulteriore consolidamento dei suoi rapporti con il movimento dei lavoratori e la possibilità di costruire un rapporto organico con nuove forze sociali, tecniche, culturali, la possibilità di costruire un nuovo blocco sociale per il cambiamento”.

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E il 2 luglio del 1982 il Consiglio comunale di Orvieto approvò un documento denominato “Proposte per un nuovo ruolo della città antica nell’ambito urbano”, un documento in cui erano contenute le linee generali del PO.

Innanzitutto riporto una parte del verbale riguardante gli interventi del Sindaco e dei Consiglieri comunali relativi al documento in questione.

“La relazione viene svolta dal sindaco (Franco Barbabella, n.p.) il quale così introduce l’argomento:

‘Le proposte che sottoponiamo oggi all’esame del Consiglio comunale non sono frutto di improvvisazione, ma di un dibattito vasto sviluppatosi in questi ultimi anni su aspetti specifici e su tematiche generali cui hanno fornito contributi le forze politiche, le forze della cultura locale e nazionale, le istituzioni ai vari livelli.

Di questo dibattito voglio qui fare un rapido cenno citandone i momenti più salienti:

- la mostra dei progetti di risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi, tenutasi a Belgrado nel 1980 sotto il patrocinio dell’Unesco e poi aperta ad Orvieto nella sala inferiore del palazzo di Bonifacio VIII;

- il convegno ‘Orvieto: i luoghi della cultura’ tenutosi nei mesi di gennaio-febbraio 1981 al teatro Mancinelli;

- il convegno ‘Todi e Orvieto: un patrimonio internazionale da salvare’, tenutosi a Perugia nel 1981 nel quadro del festival dell’Ecologia;

- il convegno ‘Mobilità alternativa per il Progetto Orvieto’ tenutosi nel febbraio 1982 al teatro Mancinelli;

- la pubblicazione nel 1982 del libro dell’Unesco sul risanamento dei centri storici in Europa e nel Mondo in cui, per l’Italia, si fa riferimento a Roma e a Orvieto;

- gli interventi pubblicati su riviste specializzate (ad esempio Geo), su periodici e quotidiani, italiani e stranieri;

- i numerosi servizi televisivi e radiofonici, locali e nazionali;

- gli interventi della stampa locale, i convegni, le conferenze, le iniziative di partiti politici e di istituzioni di 2° grado (ad esempio la conferenza comprensoriale sul turismo nel 1982);

- le visite dei ministri Biasini e Scotti e di altre personalità del Governo e del Parlamento;

- infine, e non per minore importanza, le discussioni del Consiglio comunale sui problemi della rupe e su alcuni problemi specifici del centro storico, in particolare la discussione sul documento-proposta per l’istituzione di un centro di documentazione per i lavori della rupe.

E’ da questi incontri, iniziative e contributi che è scaturita sempre più chiaramente l’esigenza di tentare una prima sintesi, di fare il punto sulla politica per il centro storico, di definire una linea

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programmatica di intervento che, sulla base del lavoro significativo già compiuto, si proietti oltre l’immediato con uno sforzo progettuale, certo ambizioso ma insieme realistico, che tenda a ridefinire il ruolo di Orvieto in Umbria e in Italia.

Di qui la stesura del documento che oggi viene presentato al Consiglio Comunale.

…Il documento è un punto di partenza. Ad esso dovrà seguire il dibattito più ampio possibile, sulla base delle decisioni del Consiglio comunale di oggi, dibattito che deve ulteriormente investire la città e deve proiettarsi oltre la città, fino a coinvolgere le altre istituzioni, la Regione, il Governo, il Parlamento, le forze della cultura al livello più elevato.

Si tratta di un vero e proprio progetto di restauro globale del centro storico di Orvieto.

…D’altronde l’occasione che abbiamo saputo creare tutti insieme è veramente grande. Oggi Orvieto è davvero un caso nazionale e internazionale. L’attenzione che si è determinata per i problemi della nostra città non è effimera. Essa concerne lo sforzo che stiamo facendo per salvare Orvieto e per valorizzare Orvieto.

Due criteri abbiamo tenuti presenti fin dall’inizio della vicenda rupe:

- la globalità;

- l’esemplarità’.

Il sindaco precisa poi che nel puntuale rispetto dei due suddetti criteri sono venuti significativi successi nell’attuazione della legge n. 230. E’ stato infatti possibile ottenere nel 1981 il rifinanziamento della suddetta legge, tanto che fino ad oggi sono stati erogati dalla Stato 12 miliardi di lire per il risanamento della rupe. Con questa cifra, prosegue il sindaco, è stato possibile garantire la prosecuzione dei lavori previsti nel 1° stralcio del progetto esecutivo, con un andamento che si può considerare senz’altro soddisfacente, tanto che fino ad oggi il programma dei lavori è stato sostanzialmente rispettato. In questo ambito poi è stato possibile affrontare il problema della ripavimentazione del centro storico, che è stato inserito nel progetto generale di risanamento della città in connessione con il rifacimento della struttura idrica e fognante. Questo indirizzo per la ripavimentazione con i tradizionali materiali, tipici della città, precisa il sindaco, ha certamente apportato un aggravio finanziario che è comunque ampiamente giustificato dall’eccellente risultato dei lavori.

…‘Per perseguire gli obiettivi che ci siamo posti’ continua il sindaco ‘è necessario che i finanziamenti della legge 230 proseguano, assicurando la possibilità di andare avanti con i lavori in modo programmato. E’ necessario quindi che il Parlamento assicuri la possibilità di continuare i lavori, non solo con il rifinanziamento per il 1982 della legge 230, ma anche e soprattutto accelerando l’iter della nuova proposta di legge che prevede un finanziamento di 60 miliardi in 5 anni. Questa proposta di legge contiene l’elemento più innovativo non solo per Orvieto ma anche per l’Italia, e cioè il concetto che nessun intervento è efficace se non è accompagnato dalla creazione di strutture che rendano possibile la prevenzione e quindi la manutenzione permanente delle opere. Per andare avanti sulla strada della globalità e dell’esemplarità è necessaria la creazione del centro di documentazione dei lavori della rupe di cui il Consiglio comunale ha già discusso e risolvere il problema della direzione lavori’.

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…‘Altro elemento importante, per andare avanti nella strada sopra indicata, è il rispetto dell’ambiente con particolare riferimento alle pendici della rupe ed infine la problematica del centro storico, che si lega inscindibilmente con il problema del risanamento della rupe.

Ecco quindi il concetto fondamentale, da cui siamo stati ispirati in questo lavoro: il concetto di Orvieto come monumento naturale e storico, da considerare quindi nella sua globalità e non settorialmente. Crediamo che per affrontare un’opera di restauro di questo monumento naturale e storico, non si possa non abbinare il concetto di conservazione con quello di sviluppo. Sono due termini inscindibili nell’azione di restauro che vogliamo mandare avanti’.

…Nell’ambito poi del consistente problema dell’arredo urbano, il sindaco, dopo aver fatto breve riferimento alla questione del traffico, le cui tematiche sono ampiamente trattate nel documento allegato, affronta il problema della residenza e quindi del risanamento edilizio nei centri storici. A questo proposito il Sindaco precisa che non si può affrontare il problema della permanenza dei cittadini nel centro storico se non si riesce ad assicurare al cittadino la possibilità di risanare le proprie abitazioni. Al riguardo il Sindaco fa presente che in questo ambito programmatico l’Amministrazione comunale ha già avanzato al Cer (comitato per l’edilizia residenziale) un piano per interventi del costo di circa 20 miliardi di cui 3 miliardi a fondo perduto per interventi pubblici e 17 miliardi come incentivo per gli investimenti dei privati.

‘Questo programma’ continua il sindaco ‘è significativo in quanto per la prima volta, nell’ambito di un concetto di restauro globale di una città storica, si inserisce il concetto che restauro vuol dire anche restauro delle abitazioni, che oggetto di restauro non sono solo i monumenti, ma è tutta la città storica, tutto il tessuto urbano storico, quali le zone storiche di S.Giovenale, della Cava, ecc…In secondo luogo in questo programma è possibile ricavare un altro concetto fondamentale e cioè che non è pensabile di procedere ad un programma di risanamento delle abitazioni se non saremo capaci di dare ai privati la possibilità di intervenire’.

Proseguendo nell’illustrazione del progetto, il sindaco affronta poi il tema relativo ai servizi. A tale proposito il Sindaco ricorda che ormai da tempo si sono individuati tutta una serie di contenitori storici quali il palazzo del Capitano del Popolo, il palazzo dei Sette, il S.Giovanni, il S.Anna, i palazzi di piazza del Duomo, per una loro utilizzazione specifica finalizzata a determinati servizi.

Nel documento, precisa poi il sindaco, non è stato interamente affrontato il problema dello sport in quanto non sono ancora maturi i tempi per poter inserire tutti gli obiettivi a cui l’Amministrazione comunale mira. Il riferimento è al problema Isef e cioè della presenza ad Orvieto dell’Istituto superiore di educazione fisica per cui sono stati fatti incontri ad alto livello, senza comunque che la pratica sia stata definita in modo accettabile. La questione comunque interessa l’Amministrazione comunale di Orvieto, che ne auspica una soluzione positiva anche in considerazione del fatto che la città di Orvieto è in grado di offrire strutture sportive di prim’ordine.

Della prospettiva per i musei, compreso il museo Greco, si parla ampiamente nel documento sottoposto all’esame del Consiglio e nel documento del comitato di settore del ministero dei Berni Culturali, parimenti sottoposto all’attenzione dei consiglieri, di cui fra poco dovremo discutere con l’introduzione dell’assessore Casasole.

…Il progetto per il centro storico di Orvieto, nella volontà dell’Amministrazione comunale, è concepito in un’ottica globale di restauro ambientale che non può riguardare solo il centro storico ma deve estendersi al territorio circostante. Il panorama e l’ambiente sono risorse fondamentali per

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Orvieto e quindi quando si parla di restauro del centro storico si deve avere l’occhio rivolto anche verso ciò che esiste fuori dal centro storico.

…Avviandosi alla conclusione dell’intervento il sindaco sottolinea che il programma per il centro storico di Orvieto non può essere realizzato se non c’è il concorso di tutte le forze locali e nazionali, ed in primo luogo degli Enti Pubblici.

‘L’intervento che l’Amministrazione comunale di Orvieto chiede allo Stato ha una sua giustificazione logica in quanto’ continua il sindaco ‘con questo programma noi tentiamo di dare un contributo non solo a noi stessi, ma all’Italia tutta, perché nel momento in cui mettiamo in gioco queste nostre risorse diciamo anche, ad un livello più generale, che questa è la strada per andare avanti nel nostro Paese, questo è l’obiettivo che l’Italia dovrebbe perseguire per rilanciare la sua immagine, la sua economia, la sua civiltà. In questo senso pertanto il ruolo dello Stato non è marginale se è vero che Orvieto è un caso nazionale, lo Stato deve stare dentro i problemi di Orvieto. Se è vero che la legge n. 230/78 ha riconosciuto che la rupe di Orvieto non può essere un caso locale e che il risanamento della rupe avviene per salvaguardare il patrimonio paesistico, archeologico, storico-artistico della città, allora, nel momento in cui facciamo un programma per risanare questo patrimonio, è necessario che lo Stato sia presente e dia il suo contributo’.

…Terminato l’intervento del sindaco prende la parola il consigliere Tatta (della Dc n.p.) il quale, riferendosi al documento elaborato dalla Giunta municipale, ne riconosce la vastità e la completezza. La rilevanza dei progetti in esso contenuti, secondo il consigliere Tatta, richiede di non restare isolati come istanza municipale, ma di lavorare affinchè sul programma convergano altri interventi, come quelli della Regione e dello Stato.

…Al riguardo il consigliere Tatta ricorda ancora che da circa un ventennio il gruppo consiliare Dc avanza istanza al fine di ottenere un’attenzione più realistica dell’Amministrazione comunale sul ruolo del centro storico, su cui troppo spesso le passate Amministrazioni hanno rivolto scarsa attenzione, autorizzando anche interventi che hanno contribuito a deturpare vari aspetti della città ed in particolare quello viario. Il centro storico, continua il consigliere Tatta, è un unico bene naturale da fruire globalmente nella sua articolazione. Perciò conviene completamente sulla tesi che punta alla conservazione dell’Orvieto medievale non per la sua mummificazione, ma per promuovere e per esaltarne lo sviluppo, perché questa città sia vivibile e fruibile da parte dei cittadini con una nuova qualità della vita, che parta dal risanamento delle abitazioni e si sviluppi in una ricchezza di iniziative produttive. In merito al problema del recupero delle abitazioni del centro storico, il consigliere Tatta fa presente al Consiglio il suo interessamento personale presso il ministero dei Lavori Pubblici per una verifica iniziale sull’iter della pratica avviata dall’Amministrazione comunale di Orvieto.

…A conclusione del suo intervento il consigliere Tatta ribadisce il più ampio  consenso al programma elaborato dalla Giunta municipale e preannuncia un contributo significativo perché le istanze propositive possano essere condotte in un piano di realizzazione e di concretezza operativa, con l’ausilio della Regione e dello Stato”.

E quindi il Consiglio comunale approvò all’unanimità il documento “Proposte per un nuovo ruolo della città antica nell’ambito urbano”.

A questo punto mi sembra opportuno riportare integralmente il documento approvato dal Consiglio Comunale.

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Premessa

Il tema del recupero del centro storico di Orvieto, di un suo ruolo più ampio e complessivo all’interno dell’intero tessuto urbano della città, ha ormai assunto dei connotati di certezza e di acquiescenza tali da non consigliarne, almeno in questa fase, un approfondimento nelle sue caratteristiche generali.

Quello che al contrario emerge ora come problema da affrontare in termini risolutivi, è l’approntamento di strutture, anche con competenze di carattere specifico, che consentano una rapida e disciplinarmente corretta attuazione dei singoli programmi di intervento, assicurandone il reciproco coordinamento. Nello stesso tempo vanno definiti i contenuti, da approfondire e ricercare, anche nel corso dell’elaborazione dei singoli “progetti finalizzati”, di una strategia globale di intervento “sulla città”, ovvero di quegli elementi, manifesti o latenti all’interno delle singole “aree” omogenee, e dei relativi programmi di intervento, che si definiscono come “costanti” e “permanenti” di un’unica complessità di caratteristiche ambientali, storiche e architettoniche.

Orvieto è stato più volte paragonata a Venezia per l’impossibilità, nel definire il luogo urbano di entrambe le città, di prescindere da quegli elementi naturalistici e ambientali che risultano chiaramente e determinatamente “topici” dello sviluppo della città, della sua forma, dei suoi materiali. Tale vincolo, di natura oggettiva, deve quindi essere interpretato in termini positivi ed esplicitato nei singoli programmi di intervento, con un ulteriore controllo e verifica di carattere architettonico e ambientale per quei programmi che prevedono interventi di carattere edificatorio (restauri, interventi sulla viabilità, nuove strutture pubbliche).

Per recuperare una organicità al discorso generale, sono state individuate sei aree di intervento:

1. Area relativa al recupero funzionale e relazione del centro storico

In tale area sono stati ricompresi tutti quegli interventi di carattere complessivo che investono la generalità dei componenti del tessuto urbano come la rupe tufacea e le sue pendici, la circolazione veicolare, l’aspetto “epidermico” della città e la definizione di tutti quegli spazi d’uso collettivo, ma a carattere quotidiano, senza una particolare destinazione ad eccezione di quella relazionale.

Sono stati individuati i seguenti progetti finalizzati per i quali, come per le altre aree, saranno da meglio definire successivamente la fase attuativa ed i canali di finanziamento.

1.1 Restauro e consolidamento della rupe

E’ questo uno degli interventi più fondamentali ed essenziali di quelli che interessano la città di Orvieto. E’ da sottolineare l’aspetto di “restauro territoriale” con cui il progetto di consolidamento è stato impostato, fatto questo eccezionale in un Paese come l’Italia dove la progettazione di grandi opere pubbliche non tiene mai conto dell’ambiente di intervento.

A seguito di una serie di disastrose frane che interessarono la rupe nel 1977, il Parlamento ha approvato all’unanimità la legge 25.5.1978 n. 230 concernente “Provvedimenti urgenti per il consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi a salvaguardia del patrimonio paesistico, storico, archeologico ed artistico delle due città” e che prevedeva uno stanziamento per la città di Orvieto di 6 miliardi di lire rifinanziati per il medesimo importo ai sensi dell’art. 8 della legge 30.3.1981 (legge finanziaria).

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I lavori, gestiti dalla Regione dell’Umbria, affiancata da una commissione tecnico-scientifica prevista per legge, sono stati appaltati nel 1979 e comprendono:

- rifacimento impianto idrico e fognante del centro storico;
- sistemazione idraulico-forestale della rupe;
- sistemazione ciglio e restauro conservativo della rupe;
- installazione rete di strumentazione.

I lavori sono a tutt’oggi ancora in corso ma, l’eventuale mancato finanziamento per l’esercizio finanziario 1982 della citata legge 230/78 comporterebbe la interruzione dei medesimi a partire dalla metà dell’estate.

E’ necessario perciò che il finanziamento di sei miliardi approvato dalla quinta commissione della Camera nella seduta del 9 giugno venga presto confermato dal Senato. Ed è soprattutto necessario che venga discusso al più presto il disegno di legge presentato nel luglio 1981 dai parlamentari umbri sia per dare finalmente una impostazione programmatica di largo respiro ai lavori di risanamento sia per impostare una politica di sorveglianza e di manutenzione continua, cioè di prevenzione.

1.1.1 Con riferimento alle discussioni già avvenute e al documento approvato un anno fa dal Consiglio comunale si tratta di avviare la realizzazione del centro di documentazione dei progetti e dei lavori di risanamento della rupe.

1.2 Interventi per il miglioramento della mobilità all’interno del centro storico e per la predisposizione di nuovi servizi di trasporto pubblico

Le condizioni di fragilità della crosta superficiale della rupe, evidenziate dai numerosi cedimenti del manto stradale con conseguenze negative, in alcuni casi, anche per la stabilità degli edifici limitrofi; l’inadeguatezza degli spazi viari ad uso veicolare perché pensati in epoche e per usi diversi da quelli attuali; la particolare morfologia del “sito” di Orvieto nel quale esistono soluzioni di continuità e barriere all’interno del tessuto urbano, non ultime infine, condizioni culturali di fondo che impongono la ricerca di tutte le soluzioni, idonee a realizzare una migliore qualità della vita e a recuperare all’uso della popolazione spazi con caratteristiche architettoniche e ambientali di tipo eccezionale, hanno determinato nell’Amministrazione comunale la volontà di ripensare in maniera complessiva tutto l’ambito della mobilità e del servizio di trasporto pubblico.

In questo settore sono in corso di elaborazione due progetti finalizzati:

1.2.1 Un piano per un nuovo assetto della mobilità (veicolare e pedonale) all’interno del centro storico e nelle pendici della rupe, con la previsione di aree pedonalizzate, anche parzialmente, e di depositi-auto anche di ridotte capacità.

1.2.2 Un progetto per la riattivazione di un servizio di funicolare, un tempo esistente, con arrivo in piazza Cahen, e per la previsione di un secondo collegamento meccanizzato dal lato opposto della città. La realizzazione di tale progetto consentirà l’attuazione completa del piano di cui al punto precedente in quanto ne è condizione propedeutica dal punto di vista funzionale.

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1.3 Attuazione dei programmi di settore per l’arredo urbano

La Regione dell’Umbria con propria delibera n. 519 del 15.3.1982, pur individuando il campo dell’arredo urbano come un ambito sovrastrutturale rispetto alle componenti architettoniche che delimitano lo spazio urbano d’uso pubblico, vi ha definito otto settori di intervento, per i quali le Amministrazioni comunali debbono predisporre dei “piani di settore” prima di porre mano ad interventi di carattere sostanziale.

1.3.1 Programma per il settore delle plance pubblicitarie

L’Amministrazione comunale di Orvieto è il primo Ente dell’Umbria che predispone un piano di settore, relativo alle plance pubblicitarie, per attuare un intervento organico tendente a:

a) liberare da elementi occultanti e di aspetto degradante i prospetti delle vie cittadine, recuperando delle prospettive libere di alto valore storico-ambientale;
b) recuperare le valenze di un tessuto urbano che vedeva generalmente i suoi punti di accumulo funzionale e relazionale nei larghi e nelle piazzette, e non lungo gli assi viari come un effetto combinato della rendita di posizione da un lato e dell’uso del mezzo meccanico, dall’altro, ha di fatto imposto nella realtà attuale.

1.3.2 Programma per il settore del verde intorno alla città

Al di là del mero soddisfacimento dello standard urbanistico, nell’elaborazione di un progetto per gli spazi “verdi” all’interno della città, ci si è posti l’obiettivo di recuperare ad un uso collettivo tutta una serie di spazi di tipo cortilizio, o posti sulla rupe, ma a margine dell’edificato, che storicamente erano fruiti maggiormente da parte della popolazione, e che, attualmente, restano privatizzati o adibiti ad un uso degradante (magazzini, garage, deposito merci). Tale progetto è attualmente nella fase di rilievo degli spazi disponibili.

Esso si articolerà in due principali ambiti:

a) recupero di spazi all’interno della città (orti, corti, giardini) per un uso essenzialmente relazionale;
b) predisposizione di aree a scala urbana poste in prossimità del centro storico da destinare a tempo libero.

Il più importante intervento di questo 2° ambito è costituito dalla realizzazione di un parco archeologico, del quale, oltre al chiaro valore scientifico dato dall’importanza dei reperti, sono da notare:

a) riscoperta della memoria storica della città e della sua identità culturale;
b) attrezzatura di una vasta area posta alle pendici della rupe, nella quale sarà visibile una parte del materiale rinvenuto durante le varie campagne di scavo.

Nonostante l’impegno della Regione dell’Umbria che nel 1981 ha varato un piano decennale per il finanziamento di scavi nella località Cannicella, la vastità dell’intervento ne fa intravedere una possibile attuazione solo nell’ambito del più vasto progetto Etruria che il ministero dei Beni Culturali sta elaborando.

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2. Area relativa alle attrezzature per una migliore funzione della città

Negli interventi e nei progetti sui centri urbani, elaborati negli anni, l’attenzione dei progettisti e delle Amministrazioni comunali si applica sempre maggiormente alla ridefinizione e alla rivitalizzazione dello spazio collettivo delle città, delle attrezzature e dei contenitori che, senza operare delle fratture o barriere di sorta, riescono a dilatare ed a arricchire quelle aree d’uso collettivo che costituiscono lo spazio di relazione sul quale può avere un senso pensare qualsiasi progetto o programma alla scala urbana.

In questa area sono individuate quelle attrezzature, funzionalmente definite, che si innestano sullo spazio collettivo di base, (la via, la piazza) superando come complessità funzionale gli spazi di tipo cortilizio o simili, ma conservando sempre una facile aggredibilità e utilizzazione, anche fisica, da parte dell’utenza.

Sono stati quindi individuati i seguenti progetti finalizzati, tutti ultimati almeno nella elaborazione di massima.

2.1 Restauro e ristrutturazione del palazzo dei Sette

E’ questo l’intervento più significativo di quelli ricompresi nella area due, e di maggiore riferimento alla scala urbana. Divisibile, grosso modo, in due parti, in esso sono previsti: una nuova biblioteca nei livelli superiori al piano terra, della quale ci si occuperà in un altro punto; una serie di attrezzature inerenti la comunicazione e l’informazione (emeroteca, nastroteca, sale d’incontro, spazi espositivi), che posti al piano terra dell’edificio, in parte utilizzando un padiglione in ferro e vetro di evidente riferimento d’epoca, dovrebbero assicurare l’attivazione di un centro di alto valore relazionale.

2.2 Ristrutturazione della chiesa del Carmine

Connotato degli stessi requisiti del precedente, tale intervento si pone un riferimento territorialmente più definito e funzionalmente più specialistico, in quanto vi saranno ospitate principalmente attività laboratoriali, spettacolari, di animazione culturale di quartiere.

2.3 Ristrutturazione dell’ex conservatorio delle Zitelle Sperse

Anche per questo intervento vale come prioritario il riferimento di quartiere: vi sarà infatti creato un centro polifunzionale, comprendente sale per coro, banda cittadina, attività culturali e musicali e per attività sportive e di tempo libero.

3. Area delle attività di carattere culturale di ricerca e conservazione

La politica culturale che sta alla base degli interventi che si intendono realizzare, presuppone la volontà di considerare tutta la città come un unico bene culturale da fruire globalmente nella sua complessità ed articolazione. Si tende in tal modo alla integrazione tra il momento della memoria in cui il patrimonio collettivo viene studiato, ricercato e conservato, ed il momento della utilizzazione del medesimo nel vissuto quotidiano della città. Di qui la necessità di studiare e realizzare un piano organico per i beni culturali al fine di offrire all’utente della città e del territorio, non meno che al turista ed allo studioso, la chiave per una lettura dei “fatti” storici, artistici ed ambientali intesi nella loro più ampia accezione.

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L’idea della stesura di un tale piano trova il fondamento giuridico nella legge regionale 3.6.1975 n.39; i primi finanziamenti per interventi di settore nella delibera del Consiglio regionale del 18.12.1979 n.1096; la propria specifica definizione concettuale nella manifestazione “Orvieto: i luoghi della cultura” tenutasi ad Orvieto presso il teatro Mancinelli nel periodo 24 gennaio, 21 febbraio 1981. In quella sede le proposte, le idee, i progetti appena abbozzati o già realizzati, trovarono un primo momento di sintesi e di verifica, e soprattutto, rappresentarono un momento di conferma per le intuizioni dell’Amministrazione comunale ed un sostanziale stimolo a procedere con fiducia sulla strada della realizzazione di un globale seppure ambizioso progetto per il centro storico.

Nell’ambito della presente area sono stati pertanto predisposti una serie di interventi di settore che sinteticamente sono stati individuati nel riassetto dei musei orvietani, ristrutturazione del palazzo dei Sette, restauro del teatro Mancinelli, restauro dell’ex convento di San Giovanni.

Per quanto riguarda la realizzazione del parco archeologico da intendersi :
a) come struttura di difesa e salvaguardia della rupe;
b) come struttura di verde pubblico;
si è trattato in altra parta della presente proposta.

Nella trattazione delle problematiche della presente area preme sottolineare le valenze intese:
c) come struttura culturale in quanto centro di lettura della città, museo del paesaggio storico, testimonianza della vita etrusca e medievale;
d) come struttura promozionale della città e di forte attrazione turistica.

Per comodità di consultazione si riporta di seguito una scheda analitica per ogni singolo intervento

3.1 Riassetto dei musei orvietani

Progetto finalizzato

Il riassetto dei musei, di tutti i musei orvietani, va visto in un ottica globale che al di là suoi aspetti più strettamente museologici ed espositivi favorisca una fruizione di tutti i beni culturali della città e del suo territorio al fine di una lettura unitaria di tutte le testimonianze del passato. Riassetto significa insomma una gestione integrata dei musei esistenti, una più razionale utilizzazione delle infrastrutture e soprattutto la necessità di procedere al recupero e alla catalogazione di tutti i reperti disponibili.

Il raggiungimento di quanto sopra pone come irrinunciabile il verificarsi di alcune condizioni:

a) che tale operazione sia realmente estesa alla globalità del patrimonio dei beni culturali ed ambientali della citta;
b) che detto patrimonio venga diviso in tre settori strettamente correlati tra loro: 1) archeologico, 2) dell’ambiente e dei monumenti architettonici, 3) delle opere d’arte;
c) che l’ordinamento dei materiali dei tre settori avvenga secondo criteri di rigida scientificità senza tener conto della proprietà legale dei reperti, sia essa di Enti Locali, di Fondazioni, Amministrazioni dello Stato, ed altri Enti.

Il momento introduttivo a tali settori dovrà essere individuato in un “museo della città”, organismo ricco di materiale illustrativo, visivo ed audiovisivo, ma privo di reperti. Detta struttura dovrà

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inoltre essere in grado di focalizzare gli elementi testimoniali di tale svolgersi storico rimandando, per il loro approfondimento, ai settori di appartenenza. Particolare incisività dovrà essere posta nel tentativo di esplicitare la interrelazione di causa-effetto esistente tra gli elementi del passato e quelli del presente.

I tre settori, poi, dovranno essere articolati secondo tre momenti di conoscenza realizzati con i seguenti strumenti:

1) centro di lettura di settore, volto alla conoscenza ed all’inquadramento storico del materiale del settore, ed alla successiva individuazione e visualizzazione delle testimonianze specifiche del settore, nel tessuto urbano (siti, monumenti, musei);
2) itinerario di visita, a carattere museologico, delle testimonianze individuate nella fase 1), totale o parziale, con suddivisioni cronologiche, topografiche, tipologiche, suggerito dal centro di lettura e realizzato nel tessuto urbano mediante opportuna e discreta segnaletica, studiata in modo da rendere facilmente individuabile la differenziazione dei percorsi nel più corretto susseguirsi delle testimonianze stesse;
3) attrezzatura dei siti, monumenti, musei con adeguati strumenti di lettura, realizzata con “linguaggio” differenziato indirizzato a: pubblico generico-scuole di vario grado-studiosi.

Alla luce delle metodiche di cui sopra non resta che da individuare le vocazione degli edifici che ospitano (o che ospiteranno) i musei e che possono essere individuati nella maniera che segue anche su conforme proposta del comitato di settore Beni Ambientali e Storici del ministero dei Beni Ambientali e Culturali:

a) palazzo di Bonifacio VIII da destinare a museo dell’Opera del Duomo con valenza medievale e rinascimentale;

b) palazzo Papale da destinare a sede delle sculture del Mochi, ad esposizioni temporanee, a sale didattiche e all’interno della stessa struttura dovrà essere individuata una sala destinata alle opere di Emilio Greco;

c) museo della Fondazione Faina (eventualmente da ampliare utilizzando proprietà pubbliche esistenti nello stesso isolato) con esclusiva valenza archeologica.

A margine di quanto sopra va ricordata la ristrutturazione del palazzetto Faina, da adibire ad Archivio storico di Stato, i cui lavori sono stati appaltati e consegnati alla impresa vincitrice.

Stato di attuazione progettuale

Il progetto per il riassetto dei musei e lo studio connesso è stato affidato ad una équipe di esperti e studiosi coordinati dal prof. Mario Torelli, direttore dell’Istituto di archeologia dell’Università degli Studi di Perugia. Gli elaborati relativi sono in fase di avanzata realizzazione. Il progetto relativo alla ristrutturazione del Palazzetto Faina è stato realizzato da alcuni professionisti locali.

3.2 Ristrutturazione del Palazzo dei Sette

Progetto finalizzato

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Per quanto concerne il progetto nella sua globalità, nelle sue caratteristiche di intervento, nelle soluzioni adottate, si rinvia a quanto esposto nella corrispondente sottosezione dell’area di recupero funzionale del centro storico dove il problema trova ampia trattazione.

Interessa invece la presente area la trattazione relativa alla realizzazione di uno spazio da adibire a biblioteca ed a centro culturale polivalente, nell’ambito della più ampia utilizzazione prevista per tutto il complesso del palazzo.

In effetti il trasferimento della biblioteca comunale “L.Fumi” dal palazzo Clementini, che attualmente ospita anche il Liceo Classico, risponde a due requisiti fondamentali: uno di carattere funzionale che si sostanzia nella acquisizione di maggiori spazi da parte del succitato liceo, l’altra che riguarda più direttamente la fruizione del bene culturale biblioteca. L’esigenza di un “luogo” biblioteca strutturato in maniera diversa, eventualmente suddiviso in comparti secondo le esigenze ed i gradi  di interesse del fruitore, è condizione fondamentale per il realizzarsi di quella integrazione più volte auspicata tra momento di consultazione e momento di promozione culturale. Si ipotizza insomma una biblioteca ove sia da un lato possibile “usare” il libro ivi conservato, ma da un altro sia possibile dare e ricevere informazioni, verificare ipotesi e programmi di studio, recepire, elaborare e quindi ritrasmettere esperienze e fatti culturali.

Stato di attuazione progettuale

Per quanto riguarda la stesura e le connotazioni progettuali si rinvia come su riportato, alla corrispondente sottosezione degli interventi elencati nell’ambito dell’area n. 1.

3.3 Restauro teatro comunale

Progetto finalizzato

L’ipotesi del teatro come luogo ove si fa cultura, oltre che a recepirla sotto forma della tradizionale rappresentazione scenica, comporta necessariamente un adeguamento ed un restauro della struttura esistente.

Comunque nello specifico del teatro comunale “L.Mancinelli”, se da un lato non è pensabile mutare la vocazione del contenitore stante la tipologia e la struttura dell’edificio (non è da dimenticare che si tratta di uno dei più notevoli teatri ottocenteschi), dall’altro è necessario procedere ad una verifica circa una più completa utilizzazione degli spazi scenici e delle strutture al fine di rendere possibile oltre alla fruizione anche la progettazione e la sperimentazione del prodotto teatrale.

Gli interventi, come si evince dalla relazione allegata al progetto di restauro, sono individuati come necessari ed opportuni. Quelli necessari sono l’impermeabilizzazione del tetto, la protezione delle strutture lignee, il rifacimento dei pavimenti, la ricostruzione secondo criteri di maggiore funzionalità dell’apparato scenico, il rifacimento della platea, lo spostamento dell’uscita di sicurezza, il restauro degli stucchi, il rifacimento della tinteggiatura, il rifacimento degli intonaci fatiscenti o mancanti, il rifacimento dell’impianto elettrico secondo le norme di sicurezza. Gli interventi utili riguardano invece una razionalizzazione degli spazi, un miglioramento dei servizi (riscaldamento, bagni, bar, ecc…) e la possibilità di gestire il ridotto come un corpo a se stante indipendentemente dal resto del teatro.

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Stato di attuazione progettuale

Il progetto, realizzato da un gruppo di professionisti locali, è stato approvato ed inviato per l’opportuno parere alla commissione tecnica amministrativa della Regione dell’Umbria.

3.4 Ristrutturazione ex convento di San Giovanni

Progetto finalizzato

L’obiettivo è quello di proporre, all’interno dell’ex convento di San Giovanni ristrutturato e restaurato dalla Provincia di Terni, una immagine la più integrata possibile della realtà dell’Orvietano sotto il profilo economico, turistico e promozionale.

In conformità ai criteri di cui sopra il San Giovanni è stato individuato quale sede:

a) del centro di documentazione dell’artigianato artistico da intendersi della duplice valenza di mostra e di promozione del prodotto artigianale;
b) della mostra dei costumi del corteo storico che, se da un lato prolunga la godibilità degli stessi durante tutto il corso dell’anno (con innegabili riscontri a livello turistico), dall’altro rende utilizzabile il salone del palazzo del Capitano del Popolo, già adibito a deposito dei costumi ed ora indicato come sede del palazzo dei Congressi;
c) dell’enoteca che è forse l’intervento più significativo in quanto si intende fare della medesima sia la vetrina del prodotto che più incide sull’economia agricola del territorio, sia un momento di promozione e di qualificazione del vino di Orvieto.

In sintonia con quanto sopra è stato di recente istituito in Orvieto l’Istituto per il diritto del vino, unico di tal genere in Italia, che ha come scopo di studiare i problemi giuridici e gli altri connessi e relativi alla produzione e commercializzazione del vino, anche promuovendo a tal fine ricerche, convegni, congressi, tavole rotonde, curando pubblicazioni, il tutto diretto ad una migliore e più vasta conoscenza dei problemi tutti relativi al vino ed alla sua produzione.

Stato di attuazione progettuale

Il progetto relativo è stato approvato e realizzato a cura della Provincia di Terni. Restano da definire alcuni elementi secondari finalizzati a scopi specifici.

4. Area relativa agli interventi per il recupero ai fini residenziali del patrimonio edilizio storico

Anche se nella fase attuale è stata, fortunatamente, superata la velleità di riconvertire qualsiasi contenitore storico, a prescindere dalle sue caratteristiche architettoniche, all’uso residenziale il problema della costante “emorragia” del numero di abitanti del centro storico e dei rimedi per arrestarla in tempi brevi rimane uno degli impegni prioritari dell’Amministrazione comunale. Se da un lato la cura gestionale è rivolta ad un’attenzione sempre maggiore per la conservazione di caratteri anche minori degli edifici che, per incuria o mancata consapevolezza, sono sottoposti ad un costante processo di degrado, dall’altro si è rivolto l’impegno verso l’acquisizione di un corredo di conoscenze tecniche e tecnologiche, economicamente valide, da parte dall’Ente Pubblico da mettere a disposizione degli operatori privati come incentivo per gli interventi di restauro e ristrutturazione.

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Una iniziativa concreta che dovrebbe avviare un processo di risanamento della città su larga scala è la predisposizione, da parte dell’ufficio urbanistica, di un programma di recupero del centro storico basato in parte su interventi pubblici a carattere sperimentale ed in parte su contributi, in conto interesse, ai privati per l’attuazione diretta degli interventi, sperimentando e costruendo elementi di controllo come convenzione ed atti d’obbligo, in grado di offrire margini nuovi e più interessanti agli operatori privati.

In tale programma che l’Amministrazione comunale ha inviato al Cer (comitato per l’edilizia residenziale) per un importo di 20 miliardi di lire, il settore trainante per il recupero del centro storico è proprio quello privato (proprietari ed operatori del settore) per il quale è destinata la maggior parte della cifra (17 miliardi). Per assicurare una corretta attuazione di tale programma nelle sue componenti sono stati individuati due livelli di direzione scientifica: uno con riferimento ad ogni area, espletato da gruppi di lavoro specifici, un altro più complessivo espletato da una commissione interdisciplinare con lo specifico compito di coordinare le elaborazioni settoriali compiute in ogni singolo gruppo di lavoro.

5. Area delle attrezzature di carattere turistico

Sembra superfluo ricordare la vocazione turistica della città di Orvieto caratterizzata da un invidiabile patrimonio archeologico, artistico, culturale (musei, Duomo, pozzo di San Patrizio, ecc…), situata sulle principali vie di comunicazione che collegano il Nord al Sud e per di più attualmente al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica italiana ed internazionale per le note vicende della rupe. Meno superfluo sembra ricordare le deficienze strutturali ed organizzative della “industria turismo” che soffre di lunghi periodi di stasi nel corso dell’anno e può contare su una permanenza limitata nel tempo da parte del visitatore.

Della necessaria inversione di tendenza, finalizzata a una presenza turistica più articolata nei vari periodi dell’anno, intende farsi carico l’Amministrazione comunale con la realizzazione di due infrastrutture che risultino funzionali alle due forme di turismo in netta espansione: il turismo congressuale e quello sociale.

5.1 Palazzo dei Congressi

L’individuazione del palazzo del Capitano del Popolo a sede del palazzo dei Congressi sembra essere una ottima risposta alla prima problematica su richiamata. Già adibito a cinematografo, ancora in parte sede dell’archivio storico e del laboratorio dei costumi del corteo storico, la nuova destinazione d’uso quale palazzo dei Congressi risulta essere la più valida utilizzazione e valutazione di una tra le più interessanti strutture urbanistiche della città.

L’intervento da realizzare è stato definito in due fasi: una prima fase riguardante il consolidamento statico dell’immobile, una seconda fase riguardante la ristrutturazione degli interni e la predisposizione degli arredi e dei servizi necessari all’uso che se ne vuole fare. Relativamente agli interventi di cui alla prima fase sono stati finanziati ed appaltati a stralcio i lavori di consolidamento della torre campanaria.

Stato di attuazione progettuale

Il progetto per il consolidamento statico è stato affidato ad un’équipe di esperti che per contratto dovranno consegnare gli elaborati entro il 30.11.1982.

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5.2 Ristrutturazione di un immobile da adibire a struttura ricettivo-turistica per finalità sociale

Progetto finalizzato

L’esigenza di dotare la città e il comprensorio di una struttura in grado di ospitare a prezzi contenuti giovani o gruppi famiglia risponde ad una serie di esigenze articolate. Se è vero che la prima e più immediata finalità è quella di dare un servizio a prezzo sociale a determinate categorie di utenti che intendono fruire delle bellezze storico-ambientali, è altrettanto vero che la realizzazione del progetto in questione si pone come necessaria struttura di supporto in grado di soddisfare le più qualificate esigenze di studio e di ricerca di una utenza che si raccorda ai centri di documentazione e di ricerca che  il Comune di Orvieto sta allestendo (centro di documentazione rupe, istituto per il diritto del vino, centro di documentazione artigianato artistico, ecc…).

La realizzazione di quanto sopra prevede l’acquisizione di un contenitore all’interno del centro storico che, opportunamente restaurato, dovrebbe essere arredato con strutture mobili e prefabbricate al fine di mantenere inalterata la tipologia di origine.

Stato di attuazione progettuale

Per quanto riguarda l’ipotesi progettuale si è ancora nel campo dello studio in quanto il progetto esecutivo resta subordinato alla individuazione del contenitore più idoneo tra quelli acquisibili.

6. Area degli interventi nel settore dei servizi

Gli interventi inquadrati nella presente area trovano il denominatore comune nel loro porsi come elementi sussidiari e di supporto per una più completa vivibilità ed agibilità del centro storico. E’ indubbio che la credibilità di una Amministrazione si gioca, oltre che sulla capacità politica e di programmazione, anche e soprattutto sulla risposta da dare alla collettività in termini di quantità e qualità dei servizi. Consapevole di questa elementare verità il Comune di Orvieto ha programmato una serie di interventi nel settore dei servizi sociali, della edilizia scolastica e della edilizia sportiva da realizzare in tempi brevi e in tempi medi.

6.1 Edilizia sociale, ristrutturazione del complesso di S.Anna da adibire a casa albergo per anziani

Progetto finalizzato

L’assunto è quello di dare una risposta propositiva e non assistenziale a quel problema sociale che assume sempre maggiore rilevanza e che viene individuato con il termine di terza età. In effetti l’espulsione degli abitanti dai centri storici, fatto già di per se stesso gravissimo, diventa drammatico quando l’espulsione (per motivi che vanno dalla inagibilità degli alloggi, alla mancanza di servizi, allo smembramento della famiglia patriarcale, ecc…) riguarda persone anziane che si vedono costrette ad abbandonare l’ambiente in cui hanno sempre vissuto e, molto spesso, a troncare di colpo ogni rapporto relazionale consolidato.

Per ovviare a quanto sopra si è fatta strada l’ipotesi della realizzazione di una “casa albergo” per anziani autosufficienti strutturata in modo tale da garantire all’ospite sia la propria indipendenza abitativa ed il mantenimento delle proprie abitudini, sia tutta una serie di servizi collettivi quali la lavanderia, la predisposizione dei pasti, luoghi di ritrovo collettivi, che sono un supporto indispensabile per l’anziano.

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Il contenitore che meglio risponde allo scopo è stato individuato nel complesso edilizio dell’ex convento di S.Anna in quanto, previa opportuna ristrutturazione, può essere facilmente convertito in moduli abitativi tipo mini-appartamenti o monolocali attrezzati serviti da una serie di spazi collettivi integrati con la realtà di quartiere.

Stato di attuazione progettuale

L’elaborazione del progetto è subordinata all’acquisto del complesso edilizio del’ex convento di S.Anna per la cui acquisizione nulla sembra ostare da parte della proprietà.

6.2 Edilizia scolastica, ristrutturazione e risanamento di alcuni edifici

Progetto finalizzato

Gli interventi di cui al presente punto rispondono a due criteri ben definiti:

a) risanamento ed opere di ordinaria e straordinaria manutenzione tendenti alla conservazione del patrimonio edilizio esistente (gli interventi consistono nel risanamento delle pareti, nel rifacimento del tetto e nella ritinteggiatura delle scuole elementari di piazza Marconi e di via Pecorelli);
b) ristrutturazione del palazzo Clementini adibito a sede del Liceo Classico al fine di renderlo più funzionale alle esigenze che la destinazione d’uso comporta (è prevista la realizzazione al piano terra di uno spazio polifunzionale di quartiere).

Stato di attuazione progettuale

Per quanto riguarda il palazzo Clementini sono allo studio alcune ipotesi progettuali.

6.3 Edilizia sportiva, realizzazione di una palestra in via Pecorelli

Per quanto riguarda le linee di indirizzo circa la politica dell’Amministrazione tendente a reperire spazi verdi da destinare ad attività ludico-sportive si rinvia alla parte della presente proposta ove si tratta dell’arredo urbano.

Per quanto riguarda il settore propriamente scolastico con riferimento alla pratica sportiva, l’intervento che si intende realizzare consiste nel ricavare una palestra mediante sbancamento dell’area annessa alla scuola di via Pecorelli ed a ripristinare, a costruzione avvenuta, il verde soprastante.

Elementi progettuali

Il Comune ha allo studio la realizzazione del progetto.


Alcune brevi considerazioni sul documento approvato dal Consiglio Comunale nella riunione del 2 luglio 1982.

Una limitata parte dei progetti contenuti nel documento non fu attuata. Occorre aggiungere però che talvolta fu realizzato di più di quanto fu ipotizzato, come nel caso del sistema di mobilità alternativa. In qualche caso mutarono le destinazioni d’uso degli immobili presi in esame. Ad

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esempio nel palazzo dei Sette non trovò sede la nuova biblioteca comunale, che fu realizzata invece nel complesso del San Francesco, mentre, tra l’altro, nell’ambito di quel palazzo, fu ristrutturata, per utilizzarla anche a fini turistici, la torre del Moro.

Ma il più importante progetto incompiuto fu rappresentato dalla mancata ristrutturazione degli edifici privati, o meglio la loro mancata ristrutturazione grazie ad incentivi finanziari pubblici.

Non solamente non ci fu l’approvazione del progetto, contenuto nel documento, da parte del Cer (comitato per l’edilizia residenziale), ma fallì il tentativo di inserire nella legge 545, la legge che finanziò anche diversi interventi per ristrutturare una parte piuttosto consistente del patrimonio storico-artistico del centro storico, anche interventi finanziari per favorire la ristrutturazione di edifici di proprietà privata.

Si disse che i partiti di centro destra che avevano allora la maggioranza in Parlamento non vollero concedere quella che sarebbe stata la “quadratura del cerchio”, cioè gli interventi a favore della ristrutturazione di edifici privati, ad un governo locale di sinistra, nell’ambito del quale un ruolo predominate veniva svolto dal Pci.

Concedere molto sì, ma troppo no…

E così continuò lo spopolamento del centro storico, soprattutto a causa dell’impossibilità dei proprietari di intervenire su quegli edifici che avevano bisogno di una notevole ristrutturazione.

La ristrutturazione di quegli edifici avvenne successivamente soprattutto da parte dei nuovi proprietari, spesso non orvietani, che acquistarono numerose abitazioni nel centro storico di Orvieto, quando la popolazione che vi risiedeva si era ormai ridotta considerevolmente, garantendo comunque che il numero degli abitanti si stabilizzasse intorno alle 5.000 unità.

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Orvieto: i luoghi della cultura

Nel 1981, in due giorni, il 24 gennaio e il 21 febbraio, si tenne un convegno denominato “Orvieto: i luoghi della cultura”.

Nella prima giornata ci si occupò delle prospettive di tutela e di incremento del patrimonio archeologico di Orvieto e nella seconda dei progetti delle Amministrazioni comunale e regionale per il patrimonio storico, artistico e ambientale di Orvieto.

Nel convegno si discusse anche del PO, soprattutto in due interventi, quello dell’assessore alla Cultura, Adriano Casasole, e del sindaco, Franco Barbabella, nella giornata conclusiva del convegno.

Pertanto mi sembra opportuno riportare gran parte dei contenuti di questi due interventi.

Adriano Casasole, nel suo intervento dal titolo “I programmi dell’Amministrazione comunale per il centro storico: linee di un progetto per Orvieto”, scrisse, tra l’altro:

“…Ci teniamo però a sottolineare che nella nostra realtà, qui ad Orvieto, il bene culturale, sopravvissuto fisicamente in assenza di speculazione edilizia, sta, semmai, disgregandosi, per mancanza di manutenzione. Ne sono esempi concreti la rupe, malata sempre più gravemente, ed il centro storico con i monumenti, il Duomo, i palazzi che presentano segni preoccupanti di degrado. Della questione Rupe, dei programmi di risanamento, dello stato di attuazione dei lavori, hanno già parlato altri amministratori e tecnici in maniera particolareggiata.

Quel che a me preme sottolineare e chiarire è il motivo dell’inserimento del tema rupe (e sua salvaguardia, conservazione, manutenzione e risanamento) in un convegno che porta il titolo di ‘Orvieto: i luoghi della cultura’. Non lo abbiamo fatto a caso o per opportunità, ma con un preciso intento politico di fondo. Inserendo il tema rupe in questa iniziativa dedicata ai beni culturali, abbiamo voluto sottolineare che quello della rupe è un argomento complesso con risvolti tecnici di risanamento, consolidamento, ecc…, ma è anche e soprattutto un problema squisitamente storico-culturale. La rupe infatti non è solo la struttura portante del centro storico, non è puro supporto, ma è parte integrante e viva della nostra città; non va concepita come un bene naturale a sé stante, bensì come bene naturale, ambientale e culturale insieme. La rupe infatti nei secoli, oltre a subìre processi di deterioramento dovuto al passare del tempo, è stata attraversata dall’uomo che in essa ha scavato meandri, grotte, cunicoli, costruito cantine, fognature: che su di essa ha coltivato orti, edificato abitazioni, prodotto un suo sistema di vita e di cultura. La rupe come natura intatta in senso romantico non esiste, non c’è più, non c’è mai stata. In essa rupe, su di essa rupe, si realizza nei fatti qui ad Orvieto quell’unità tra ambiente e storia, tra natura e storia, così difficile da realizzare e concepire.

E’, diciamolo chiaramente, una scelta culturale e politica, vedere insieme questi due fatti oppure considerarli separati. Di fronte a chi, a livello internazionale, ancora ribadisce anche in termini di legislazione, la divisione astratta fra le competenze per la natura e per l’ambiente e quelle per i beni culturali, ad Orvieto noi rispondiamo sia denunciando questa assurda separatezza (noi che viviamo quotidianamente la testimonianza concreta tramandataci dal tempo e dalla storia di questa unità) sia mettendo alla base del nostro intervento politico-culturale, del nostro ‘progetto per Orvieto’, una visione culturale unitaria di natura-storia, di ambiente-cultura.

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Al di là dell’affermazione di principio, va infatti ricordato che l’Amministrazione comunale sta facendo di questa idea dell’unità bene naturale-bene culturale l’asse portante del progetto politico di governo della città di Orvieto. Un progetto che punta alla conservazione ed alla valorizzazione del patrimonio rupe-centro storico, di questo bene culturale integrato che va considerato - nella sua capacità di essere vissuto culturalmente come testimonianza del nostro passato; - nelle sue possibilità di riuso cittadino a livello di luogo di produzione e di consumo culturale; - nelle sue potenzialità di attrazione turistica, in quanto risorsa economica. I significati politici e culturali di quello che a me piace chiamare, anche per motivi di brevità, ‘progetto Orvieto’, sono racchiusi in gran parte nell’espressione ‘Orvieto: i luoghi della cultura’ con cui abbiamo intitolato l’iniziativa che oggi andiamo a concludere, almeno qui dentro il teatro Mancinelli, riaprendo da domani un confronto cittadino più ampio, quartiere per quartiere, frazione per frazione.

Non abbiamo scelto a caso questo titolo. L’insieme della espressione ‘Orvieto: i luoghi della cultura’ non va considerata una equivalenza statica fra uno (Orvieto) e più termini (i luoghi della cultura), ma una affermazione dinamica (i luoghi della cultura, le testimonianze del passato vanno conservate, tutelate e valorizzate) ed un interrogativo che cerca una risposta: Orvieto (città antica), i luoghi della cultura (gli edifici monumentali, i contenitori storici, il patrimonio storico-artistico) sono ancora oggi luoghi in cui si fa, si produce, si consuma cultura e, se non lo sono, come renderli tali? Questo è l’interrogativo aperto. Ad una volontà politica di conservazione e valorizzazione culturale ed economica dei beni culturali si aggiunge, e fa tutt’uno con essa, una intenzione di uso sociale e culturale dei medesimi per i bisogni odierni. Ma altri interrogativi si aprono: quale cultura? Prodotta da chi? Perché? Per chi?

L’espressione ‘Orvieto: i luoghi della cultura’ è quindi carica di tensione ideale e progettuale: i luoghi della cultura non sono solo la realtà di un patrimonio da conservare, ma anche un fine da realizzare continuamente e innovativamente, oggi, come domani. In questo ambito progettuale e politico tutto si carica di significati nuovi e dinamici, nulla è acquisito, tutto è da sperimentare per fare dei ‘vecchi’ luoghi della cultura i luoghi della, e per la, cultura oggi. Affermare questo significa esprimere l’intenzione politica di lavorare tutti insieme (forze culturali in primo luogo) ad un progetto di politica culturale che, riconsiderando globalmente la città e la sua funzione, sappia conquistarsi, per divenire operante, il necessario consenso sociale, culturale e politico.

Come amministratori pubblici stiamo lavorando da tempo in questa ottica cercando di conciliare la realtà della città storica con i bisogni della vita odierna, le esigenze culturali e sociali con quelle economiche. Sono tappe di questo percorso le scelte amministrative già fatte negli ultimi anni, come la variante al piano regolatore (che punta al risanamento del patrimonio edilizio esistente nel centro storico, visto come bene culturale ed economico da riusare) e le scelte che saremo chiamati a fare nei prossimi mesi e che sono legate in primo luogo al concorso di idee per la ristrutturazione del traffico (da cui si attendono soluzioni sia per la viabilità cittadina che per una migliore qualità di vita complessiva nel centro storico). Altre scelte le stiamo preparando qui, insieme a voi, in questi giorni, confrontandoci apertamente e serratamente, sul piano di riassetto dei musei orvietani e dei servizi culturali della città.

Una unica idea-guida e portante sta dietro i singoli progetti, parti e momenti del più complessivo ed organico ‘PO’. Noi pensiamo che in una città storica come la nostra in cui l’assetto urbano ed architettonico, in cui l’antico e il moderno si coniugano, senza reciproche violenze, con le esigenze del vivere moderno; in cui il tessuto sociale e relazionale non presenta quei sintomi di grave disgregazione e scollamento presenti un po’ ovunque nelle grosse realtà urbane; in cui il cittadino è spesso deposito inconsapevole o disattento di una memoria storica e culturale di cui consuma inerte

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le testimonianze senza essere però capace di orientarsi nei diffusi consumi culturali odierni; in cui è ancora carente la vita partecipativa e culturale e si registra la tendenza da parte del cittadino a cercare nel proprio isolamento soluzioni individuali a problemi sociali e collettivi; in cui la vita economica, dopo la grave crisi che ha investito le attività agricole ed artigianali, vede come voce sempre più in attivo il turismo; noi riteniamo, dicevo, che una città con queste caratteristiche abbia bisogno di un progetto di governo che non miri alla gestione dell’esistente in crisi ed in cambiamento, ma a favorire e a qualificare lo sviluppo della Orvieto anni ’80, guardando razionalmente i processi in corso. La direzione progettuale in cui stiamo lavorando parte dalla consapevolezza che Orvieto è un patrimonio inestimabile della cultura italiana e mondiale che presenta caratteristiche originali ed irripetibili, costituite da quel bene culturale perfettamente integrato rupe-centro storico che, se messo in gioco nelle sue immense potenzialità culturali e turistiche, può costituire per gli orvietani la più grossa risorsa economica ai fini di un nuovo sviluppo.

Lavorando su questa intuizione teorica, abbiamo già raggiunto risultati tangibili da tutti:

- lo Stato ha riconosciuto con l’iniziativa legislativa per la rupe di Orvieto e il colle di Todi l’eccezionalità del caso Orvieto ed ha già erogato una prima trance di finanziamenti;
- la Regione dell’Umbria sta erogando altri finanziamenti per interventi di pronto intervento sulla rupe; ha invitato all’appalto concorso per i lavori di risanamento del masso tufaceo ditte fra le più qualificate a livello nazionale; ha costituito una commissione di supporto tecnico scientifico di altissimo valore professionale e culturale; 
- al convegno internazionale dell’Unesco, tenutosi a Belgrado nel settembre 1980, Orvieto ha rappresentato l’Italia come caso e modello nazionale di intervento sulla Rupe;
- la stampa, la radio, le tv nazionali ed estere dedicano con continuità ampi spazi ad Orvieto per la vicenda rupe.

Orvieto, che fino a qualche tempo fa era conosciuta prevalentemente per il Duomo, per il pozzo di S.Patrizio, la funicolare ad acqua ed il vino, ha assunto d’improvviso una nuova dignità nazionale e si è ricostruita un’immagine fortemente promozionale in Italia e nel mondo per il fatto rupe. L’obiettivo politico che si è posto l’Amministrazione comunale, e su cui si sta lavorando, è quello di diffondere questa consapevolezza ai vari livelli e di far diventare la questione rupe, da emergente e trainante, questione centrale ed elemento portante del nuovo progetto di sviluppo della città di Orvieto. Al tema rupe stiamo saldando, collegando con un approccio globale ed unitario quello del centro storico, della città storica e monumentale. Alla questione rupe stiamo insomma legando politicamente e progettualmente (naturalmente, storicamente e culturalmente già lo sono) la questione del patrimonio storico-artistico di valore nazionale ed internazionale che su di essa poggia e che insieme ad essa costituisce un caso unico ed irripetibile di bene naturale, ambientale e culturale perfettamente integrato.

In questa direzione abbiamo già prodotto una notevole mole di lavoro progettuale che sta già dando i primi risultati positivi.

Dal risanamento della Rupe, inteso come masso tufaceo, stiamo passando ad un serio ed innovativo processo di ricerca scientifica e di innovazione culturale: dando corso a nuovi studi, ricerche, verifiche; richiedendo l’istituzione di un osservatorio scientifico permanente; raccogliendo l’idea, emersa durante questo convegno, di istituire un centro (unico a livello nazionale) di documentazione e ricerca sulla rupe e di formazione di operatori specializzati sulle problematiche del masso tufaceo. Risanare la rupe non vuol dire solo consolidarla, ma porsi anche il tema della

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manutenzione (di una struttura permanente di manutenzione e di un gruppo stabile di operatori che garantisca un intervento continuativo ed il tema della prevenzione). Anche su questa linea stiamo producendo elaborazioni, progetti, fatti concreti: dal rifacimento delle fognature della città, alla sua ripavimentazione scrupolosa e rispettosa del contesto storico-artistico-monumentale, alla proposta dell’osservatorio, al concorso di idee per la ristrutturazione del traffico, ecc…

Al tema ‘prevenzione rupe’ va strettamente legata l’idea di una salvaguardia della rupe dall’esterno e all’intorno, di una cintura di sicurezza alle pendici del masso tufaceo che, nel caso di Orvieto, non può che identificarsi con il parco archeologico, da progettare e realizzare con tutte quelle valenze che ha suggerito, nei suoi interventi, il prof. Mario Torelli.

Un parco archeologico che sia cioè contemporaneamente:

- struttura di difesa e di salvaguardia della rupe;
- struttura culturale (centro di lettura della città, museo del paesaggio storico, ecc…);
- struttura promozionale e di forte attrazione turistica (contributo alla trasformazione dell’attuale turismo di passaggio in un turismo almeno di sosta se non di soggiorno);
- struttura di verde pubblico attrezzato (contributo all’elevazione della qualità della vita cittadina).

Come la rupe, tutto il restante patrimonio storico-artistico che costituisce il centro storico, può e deve giocare un ruolo centrale e trainante nello sviluppo della Orvieto anni ’80. Durante questo convegno le forze della cultura nazionale, regionale, locale si sono misurate su questo tema ed hanno offerto al Comune di Orvieto contributi decisivi alla delineazione di un raccordo progettuale fra tanti settori e progetti di intervento già da tempo messi in cantiere dall’Amministrazione comunale d’intesa e con il sostegno della Regione dell’Umbria. Una città monumentale come Orvieto - ho sentito affermare più volte dai partecipanti al convegno - può e deve essere naturale luogo di documentazione, ricerca, sperimentazione del rapporto antico-moderno; una risorsa straordinaria da vivere culturalmente, da riutilizzare per i servizi e vita abitativa, da giocare promozionalmente in tutti i suoi aspetti per la sua capacità di attrazione turistica.

Noi amministratori comunali siamo pienamente convinti di questo e stiamo lavorando perché questa consapevolezza della centralità rupe-centro storico divenga patrimonio di tutti a livello orvietano, umbro e nazionale. Il governo locale si sta muovendo in questa direzione progettuale. Ne sono segni evidenti i progetti in corso: dal progetto di restauro del teatro Mancinelli a quella della nuova sede della biblioteca comunale presso il palazzo dei Sette (ex Posta); dalle pratiche in corso per acquisire, nella forma della donazione dall’Opera del Duomo, il convento dei Cappuccini (da destinare a struttura culturale e turistica e a luogo di ricerca e sperimentazione nel settore delle arti visive) a quello del restauro del palazzo del Capitano del Popolo (da adibire a centro turistico-congressuale) e del restauro della ex chiesa del Carmine (individuata come centro culturale polivalente); dal progetto casa (un ambizioso programma sperimentale di recupero del patrimonio edilizio storico cittadino ad uso abitativo) a quello per l’arredo urbano; dal completamento del restauro, da parte della Provincia di Terni, del’ex convento di S.Giovanni (destinato a sede di mostre permanenti dell’artigianato artistico orvietano, dei meravigliosi costumi del corteo storico e dell’enoteca) al trasferimento dell’Archivio di Stato nel restaurando palazzetto Claudio Faina; dalla creazione di un museo d’arte moderna, ove collocare la donazione Emilio Greco, al piano di riassetto complessivo dei musei archeologici nonché dei beni museali medievali e rinascimentali, di cui tanto abbiamo discusso fino ad oggi.

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Tutto questo enorme lavoro di progettazione risponde ad una unica idea-guida più volte enunciata: risanare il patrimonio storico-artistico riutilizzando per usi moderni (edilizia abitativa, servizi culturali, sociali, turistici), valorizzarlo come bene culturale e risorsa economico-turistica.

Come dare sbocco graduale e positivo in termini di concretezza e di attuazione, per evitare che resti un ‘libro dei sogni’, a questo sforzo di elaborazione e di progettazione? Noi amministratori comunali di Orvieto siamo convinti che, per andare avanti sulla strada intrapresa, per percorrere la via di un nuovo sviluppo per Orvieto, è necessario  aprire una battaglia politica e culturale storicamente nuova che faccia entrare a pieno titolo in Umbria e nel Paese Orvieto, la specificità di Orvieto, come problemi, risorse materiali, come capacità di ideare, progettare, trovare soluzioni ad essi.

Mentre prendiamo atto positivamente della volontà politica della Regione dell’Umbria ribadita più volte durante il convegno dall’assessore regionale Abbondanza di tenere conto delle nostre proposte complessive nell’elaborando piano regionale di sviluppo umbro, vista l’assenza politica e la reiterata disattenzione finora tenuta dal governo nazionale nei confronti dei temi più volte postigli, riteniamo di dover aprire con esso, insieme al governo regionale, una vertenza globale sulla base della nostra piattaforma specifica ed originale (‘PO’), che lo costringa a misurarsi correttamente con i problemi del nostro territorio e a dare finalmente risposte positive sul terreno della programmazione e della messa a disposizione di fondi adeguati per consentire un utilizzo razionale delle nostre risorse ed una valorizzazione piena delle vocazioni territoriali di Orvieto. Non si tratta, a nostro giudizio, di mendicare qualcosa nel rapporto con lo Stato ed il Governo centrale, ma di chiamare chi rappresenta gli interessi generali del Paese a dare risposte positive in termini di investimenti pubblici a proposte non localistiche, ma fondate su ragioni di carattere generale, a partire da quella della utilizzazione razionale delle risorse territoriali e, nel caso di Orvieto, di risorse uniche e irripetibili di valore nazionale ed internazionale.

Queste le linee di fondo del ‘PO’, un progetto che vuole delineare il ruolo e lo sviluppo di Orvieto in un ambito regionale e nazionale, ridefinendo e riscoprendo la nuova identità culturale, sociale ed economica del nostro territorio; un progetto che non mira alla gestione dell’esistente in crisi ed in cambiamento, ma vuole favorire la crescita progressiva investendo produttivamente su tutte le vocazioni territoriali e ricollocando al giusto posto la cultura come risorsa e finalità dello sviluppo della Orvieto anni ’80”.

Ed ora una parte dell’intervento conclusivo dell’allora sindaco Franco Barbabella:

“Io intanto credo che dalle ultima battute di questo convegno si è notato che forse bisognerebbe, proprio oggi, ricominciare da capo. Da una serie di interventi si è notato cioè che bisogna ancora discutere, parlare, spiegare, approfondire. C’è proprio bisogno di continuare il dibattito, la partecipazione, perché indubbiamente non è facile coordinare, non è facile far conoscere, non è facile acquisire pareri. Però ritengo che il taglio che abbiamo dato a queste iniziative sia risultato giusto. E appunto quello che dirò adesso non sono conclusioni, ma considerazioni che vengono fatte a conclusione di un dibattito che ha bisogno di ulteriore sviluppo…

Con l’incontro di oggi abbiamo voluto sviluppare una riflessione sul lavoro che è stato svolto ad Orvieto fin qui, e quando dico fin qui intendo dire non solo da questa amministrazione, ma anche dalle amministrazioni che l’hanno preceduta. Abbiamo avuto l’ambizione di fare di queste giornate un momento di riflessione per poter andare ulteriormente avanti, per poter produrre poi le idee che qui venivano elaborate e confrontate e discusse in progetti specifici operativi nei vari settori…

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Io esprimo con chiarezza quella che è stata la nostra valutazione nel dare il via a questa iniziativa: abbiamo voluto dare ai problemi nostri il massimo risalto, l’impostazione più ampia. Abbiamo voluto cercare soluzioni le più produttive e, qualitativamente, le più elevate. Abbiamo voluto pensare in grande, abbiamo voluto rivolgere il nostro sguardo al di là del puro ambito cittadino. E credo che questo non sia un vezzo di provinciali, cioè di gente che si sente frustrata dalla realtà che vive e che quindi sogna, pensa alle grande cose perché è angustiata dalle piccole. Le cose che abbiamo fatto e che facciamo non sono la proiezione verso mete troppo elevate e non effettivamente possibili.

Si tratta perciò di avere su questo una coscienza critica molto precisa. Noi crediamo che, in questo momento, proprio oggi, sia stato bene avere fatto quello che abbiamo fatto. Non mi riferisco solo agli aspetti generali della crisi italiana, ma a ciò di cui si parla in questo momento con maggiore insistenza, e cioè terremoto, ricostruzione, sacrifici, restrizioni che devono pesare su tutti; si parla di fabbriche che licenziano, di cassa integrazione; e la questione riguarda l’Umbria, la nostra realtà; ci sono tensioni sociali forti, non solo nel Meridione, ma in tutto il tessuto sociale e produttivo italiano; c’è il terrorismo; c’è la questione morale; c’è la crisi dei partiti. Ebbene, in questo momento, noi, ad Orvieto, discutiamo dei luoghi della cultura. E’ chiaro che questa non è una discussione sul superfluo, sul contorno, ma è una discussione concreta sull’oggi di Orvieto e sul suo futuro. Noi l’abbiamo voluta impostare così. Abbiamo la coscienza precisa dei costi economici, sociali, umani, di uno sviluppo sbagliato, pagato anche da realtà come Orvieto e vediamo oggi, proprio in questa situazione di crisi, il pericolo che si apra una nuova fase di emarginazione dell’Umbria. C’è questo pericolo e da esso non ci si difende parlando soltanto della crisi, ci si difende reagendo con progetti, con proposte, con idee concrete. Il concetto di fondo da cui partiamo, lo ha chiarito l’assessore Casasole, è quello dell’uso razionale delle risorse di ogni parte del territorio. Le nostre risorse sono note: agricoltura, artigianato, turismo, beni culturali e ambientali. E pensiamo che con la programmazione, insieme alla Regione, dell’utilizzazione di queste risorse, Orvieto possa fare dei sensibili passi in avanti. Diamo da questo punto di vista al settore dei beni culturali e ambientali un ruolo importante, non soltanto settoriale, specifico, limitato, ma più generale, un ruolo che per quanto riguarda il centro storico di Orvieto è indubbiamente trainante, perché si lega a precise capacità economiche della città, a precise potenzialità. Se guardiamo Orvieto da un punto di vista ampio e la collochiamo geograficamente, guardando alle altre realtà che esistono, più o meno vicine, ci accorgiamo che Orvieto è posta in una condizione geografica che oggi assomiglia alla periferia delle grosse città, anzi è una posizione migliore addirittura di alcune parti delle periferie delle grosse città. Questa posizione geografica evoca una storia gloriosa, indubbiamente, ma evoca insieme anche una situazione di emarginazione. Ebbene, guardando alla crisi del Paese e ai suoi riflessi, puntare sullo sviluppo delle attività culturali, sul recupero e sulla valorizzazione del nostro patrimonio storico-artistico-ambientale, in stretto legame con le attività produttive della città, significa costruire il futuro di Orvieto.

Io vorrei che emergesse con chiarezza - d’altra parte nella relazione dell’assessore Casasole emergeva con chiarezza - il fatto che noi non diamo un’impostazione semplicemente culturalistica al progetto di Orvieto, gli diamo un’impostazione produttiva, economica; diciamo che questi sono i beni della città di Orvieto, e che essi vanno recuperati, valorizzati e utilizzati in maniera corretta, perché questo in definitiva è anche il modo migliore di salvarli.

Il dibattito che abbiamo svolto, non solo oggi, ma nelle giornate precedenti, ha avuto il merito di sottolineare la necessità di una visione unitaria dei vari aspetti che compongono la vita della città. Così si sono andate saldando fra loro le varie questioni che abbiamo affrontato in questi mesi, come nuova amministrazione. Si è venuto saldando il problema della rupe con il problema della struttura

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urbana, dei monumenti, dei beni culturali, dei servizi, verso appunto una visione integrata e unitaria. Sul problema della rupe io non voglio riprendere i singoli subproblemi, ma voglio dire che giustamente in questa giornata conclusiva il tema rupe ha avuto il maggiore spazio, proprio perché esso può coordinare tutti gli altri. D’altronde è questa l’impostazione che abbiamo dato al risanamento della rupe. Sono testimonianza di ciò le proposte che abbiamo avanzato e che sono state accolte con favore, non solo nell’ambito regionale, ma anche in un ambito più vasto, sulla base di una visione che tende a prevenire più che a correre dopo che i fatti sono avvenuti, e che tende nel contempo a valorizzare al massimo gli aspetti tecnologici, scientifici, culturali dell’intervento sulle cause fisiche del degrado. Abbiamo parlato di centro di documentazione: è una proposta che è stata accolta e su cui lavoriamo per costruire un progetto di grande significato che sarà portato alla partecipazione dei cittadini. Il consolidamento della rupe può essere un elemento trainante sotto molti punti di vista e veramente non possiamo accettare in nessun senso le posizioni che sono purtroppo emerse in questa fase, e cioè che da Orvieto, dalla Regione dell’Umbria si tenta di pompar soldi. A dir la verità questa volta molto di meno che nel passato, ma qualcosa purtroppo è venuto fuori anche adesso. Non è affatto così: noi abbiamo impostato le cose per far risparmiare soldi alla nazione, per valorizzare al massimo il territorio che abbiamo, per far conoscere anche all’estero quello che facciamo come nazione italiana, perché Orvieto è stata presente a Belgrado insieme a Todi in rappresentanza dell’Italia. Allora, tutte le cose che sono state dette, la rupe, come bene ambientale e umano, il parco archeologico, il museo della città, i servizi culturali per i cittadini, i vari contenitori storici, ebbene, tutto questo costituisce un progetto complessivamente visibile, già da adesso.

Le cose che ha detto l’assessore Casasole in apertura, non sono cose su cui si discute oggi per la prima volta; molte di esse sono già passate al vaglio del Consiglio comunale, molti progetti sono stati già approvati. Si tratta di dare a tutto questo organicità. Si tratta di dare carattere produttivo ai beni culturali della città. Il primo punto di riferimento in questo senso è il turismo che rappresenta la principale fonte di entrata. Noi possiamo pensare ad  una città che elabora il suo futuro a partire da quello che effettivamente ha, senza chiedere impossibili interventi. Non abbiamo mai pensato alle cattedrali nel deserto, alle industrie che arrivano e risolvono tutti i problemi. Abbiamo invece pensato che bisogna partire da quello che c’è, di specifico, o di caratteristico nella nostra realtà. Allora ecco che possiamo vedere legati i vari aspetti, perché è chiaro che quello che si farà sul centro storico complessivamente sarà, a partire dalla valorizzazione dei musei, ma anche degli altri luoghi della cultura, qualche cosa che si connette in maniera decisiva con lo sviluppo turistico. E lo sviluppo turistico mette in gioco la ristrutturazione della viabilità all’interno del centro storico. La ristrutturazione della viabilità è però solo un aspetto, perché altri aspetti sono gli interventi sulle abitazioni, sulle grandi strutture (ad esempio il palazzo dei Congressi). D’altra parte il turismo si connette all’artigianato, all’agricoltura. Noi pensiamo ad un artigianato che viva non solo in funzione del turismo, ma che viva comunque anche in rapporto al turismo. Quindi un artigianato rinnovato nelle tecnologie e nella produzione. Un legame ci può essere anche con l’agricoltura: penso alla creazione di un’enoteca; penso all’agriturismo.

Io vorrei andare rapidamente alle conclusioni dicendo che cerchiamo con i mezzi che abbiamo a disposizione di valorizzare al massimo il nostro patrimonio, le nostre ricchezze, proprio perché abbiamo la coscienza che oggi esistono pericoli peggiori di ieri, a cui vogliamo reagire senza rinchiuderci in noi stessi. Noi vogliamo valorizzare le forze che esistono ad Orvieto, ma vogliamo anche utilizzare le migliori forze che esistono a livello regionale e nazionale. Non è un vezzo questo di proiettarsi sempre in una dimensione più alta; crediamo invece che questo sia l’unico modo possibile sempre in una dimensione più alta; crediamo invece che questo sia l’unico modo possibile, oggi, di porci all’altezza dei problemi. Come parliamo, ad esempio, di ricomposizione unitaria dei

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beni culturali con altri aspetti della vita cittadina, non possiamo prescindere da considerazioni generali e da riferimenti ad altre realtà. Mentre a Torino, Milano, Roma l’unità va ricercata, inventata perché la frammentazione è troppo grande per pensare immediatamente l’unità, questo ad Orvieto è possibile: possiamo pensare all’unità della vita, dell’organizzazione della vita individuale e collettiva.

Possiamo pensare alla programmazione. Su questo voglio essere molto chiaro. Non c’è nessuna volontà delle istituzioni di prevaricare il privato. Quando parliamo di programmazione, di globalità, di ricerca dell’unità, del collegamento certo parliamo di un ruolo attivo delle istituzioni pubbliche. Ma il pericolo non è oggi quello della prevaricazione da parte delle istituzioni pubbliche sul privato; la realtà che esiste è quella di una frammentazione troppo grande, dispersiva, che getta via risorse, che provoca danni, non risolve i problemi. Questa è la situazione; il pericolo dunque non è quello della ricerca dell’unità e della presenza del pubblico, quanto quello che si continui ad andare avanti in un modo che ha prodotto tanti danni nel nostro Paese, con le separatezze, i conflitti di competenza, le coltivazioni di orticelli. Da Orvieto è venuto un messaggio davvero nuovo, valido non solo per noi, ma per la Regione e il Paese, un messaggio di unità nel rispetto delle reciproche competenze. E l’unità è bisogno reale, è esigenza vitale; o andiamo in questa direzione o non usciamo dalla situazione di crisi in cui ci troviamo, non ad Orvieto, ma anche a livello più generale. Mi sono chiesto, più volte, durante questo mese, se non stavamo veramente lavorando al libro dei sogni, un’espressione che qui ha avuto molta fortuna. Ce lo siamo chiesti anche quando ci siamo confrontati sulle cose che bisognava dire a conclusione delle iniziative promosse. Il fatto è che questo sospetto viene se si guarda la realtà che ci sta di fronte. Noi qui non abbiamo parlato soltanto di una visione molto interessante in astratto: ricomposizione unitaria, ricerca di valorizzazione massima del patrimonio che abbiamo, progetti di grande valore che valgono per noi e per gli altri, ecc.; abbiamo in realtà parlato soltanto di investimenti dell’ordine di miliardi. Come è possibile allora non pensare subito alla situazione reale, concreta, degli Enti Locali oggi, dei Comuni e delle Regioni (vedi il convegno sulla finanza regionale tenutosi a Firenze in questi giorni, in cui è stato denunciato il fatto che le Regioni hanno autonomia di spesa per il 10%, mentre il 90% della spesa regionale è vincolata). Come non ricordare le restrizioni decise dal governo con il D.L. 901 sulla finanza locale? Questo decreto è stato respinto dall’Associazione dei Comuni Italiani e si sta facendo una battaglia molto dura al Senato per modificarlo. Ma esso è il segno di una politica punitiva proprio nei confronti degli Enti Pubblici più efficienti, che sono appunto i Comuni. Allora come non ricordare a Bordino che, nel Comune di Orvieto, in 5 anni si è passati dai cinque milioni ai sessanta di intervento per quanto riguarda la cultura, i beni culturali?

Credo che un discorso analogo possa essere fatto anche per la Regione, da questo punto di vista. Allora devo ricordare, anche in questa sede che, quando si fa cenno alle difficoltà degli Enti Locali e delle Regioni, ad una politica a nostro avviso sbagliata che tende a far pagare alle Regioni e ai Comuni oneri indubbiamente eccessivi, si vuol dire che stiamo facendo una battaglia su vari fronti, come autonomie locali, non per chiedere quello che non possiamo fare, ma per chiedere quello che possiamo e che dobbiamo fare ed essere.

Si discute da tempo dell’Ente intermedio. Comunque venga risolto questo problema resta il fatto che i Comuni sono nella nostra Costituzione gli Enti fondamentali dell’aggregazione e della proposta sul territorio. E quindi, da questo punto di vista, quando come Comune andiamo al di là delle nostre specifiche competenze per legge (perché siamo andati al di là di esse con questo convegno) e cerchiamo di coordinare, di trovare momenti unitari di confronto, di fare proposte, di andare avanti con la programmazione, noi appunto pensiamo di andare in direzione giusta e crediamo di lavorare non solo per salvare il nostro patrimonio,  ma per valorizzarlo. Al termine di

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queste considerazioni voglio dire che abbiamo registrato già oggi una significativa partecipazione di diverse forze. Credo che dobbiamo lavorare ancora di più, però, per coinvolgere soprattutto le forze cittadine: ce ne sono, vanno valorizzate, vanno trovati i momenti giusti per poter lavorare insieme. L’idea che è stata lanciata anche di una storia di Orvieto scritta oggi e l’idea di un gruppo di lavoro che possa coordinare i vari progetti fanno perno su questa necessità di collegarci alla vita della città sempre di più, di marciare con i singoli progetti e con i progetti complessivi, appunto con la realtà cittadina. Sappiamo che non è stato fatto tutto, da questo punto di vista: molto possiamo ancora fare. E ciò vale anche per gli interventi di risanamento della rupe. Però credo di poter dire che abbiamo fatto già un lavoro serio, importante, un lavoro che dovrà essere sviluppato e ulteriormente definito, ma che già delinea una volontà di ripensare la nostra città, di ridisegnare il suo volto. E’ una sfida che lanciamo innanzitutto a noi stessi, raccogliendo un bisogno che sentiamo diffuso nella gente”.

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Orvieto: progetto per una città utopica

Ho ritenuto opportuno dedicare un capitolo al libro “Orvieto: progetto per una città utopica”, scritto e illustrato da Pietro M. Toesca, Livio Orazio Valentini e Alberto Satolli, pubblicato nel 1985 dalla cooperativa Nuovi Quaderni, perché il modo di concepire la città di Orvieto, contenuto in esso, presenta diverse analogie con quello sotteso al PO. Tali analogie furono, peraltro, evidenziate anche in uno dei molti interventi di Franco Barbabella, nei quali si è occupato di tale Progetto.

Infatti, utilizzando termini più semplici di quelli di cui ha fatto uso Toesca, la città utopica medievale veniva da lui considerata come una città a misura d’uomo, che soddisfacesse le esigenze dei residenti che l’abitavano ed anche dei turisti più consapevoli. E questo modo di concepire la città è senza dubbio alla base di gran parte degli interventi previsti nel PO.

Non posso che riportare solo alcune parti di questo libro, per ovvi motivi di spazio, che consiglio, però, di leggere interamente, anche perché non ho potuto inserire le bellissime illustrazioni di Livio Valentini.

Inizio con l’introduzione, scritta da Pietro M. Toesca.

“Il pur benevole lettore che prenderà in mano questo libro - e sarà, come noi speriamo, il turista, l’urbanista, l’amministratore di città, in progress - avrà forse mille ragioni per chiuderlo dopo poche pagine, dicendosi ciascuno che in realtà esso è scritto piuttosto in modo da interessare gli altri, e non lui.

Il turista, ad esempio. Egli ha poco tempo, deve raccogliere molte immagini, e notizie, precise quanto basta, portarsi via il ricordo di un’esperienza di viaggio tutto sommato non troppo impegnativa. Questo libro non lo aiuta certo a fare in fretta, cambia continuamente le carte in tavola, cioè elabora prospettive, e criteri con i quali il guardare dovrebbe farsi più sapiente, più attento, meno passeggero. Ma come conciliare la domanda con l’offerta? E’ vero, ci sono le immagini di un pittore, Valentini, e le note storico-critiche, di uno storico urbanista, Satolli. Ma anche questi, santiddio, prendono le cose così alla larga, mettono in movimento una serie di ottiche precise e ad un tempo complesse, tali che bisognerebbe mettersi lì tranquilli, magari al tavolino, a leggere, guardare, confrontare, andare di qua e di là, ritornare sul luogo, allontanarsene per guadagnarne le distanze. Cose tutte a cui il turista non è certo abituato.

Ebbene, ci si abitui. Il libro gli è offerto per aiutarlo a far questo, per acquistare con pazienza, nell’occasione di un viaggio, uno strumento generale per guardare e per vedere, un criterio grazie al quale la visita gli possa diventare, nella memoria, elemento culturale, modo di giudicare. Se egli è venuto ad Orvieto per vedere Orvieto, e non il fantasma illustrato di un avvenimento accaduto mille anni fa (si fa per dire, il calcolo è approssimativo, potrebbero essere anche duemila), è bene che cerchi di leggere fra le righe, in questo caso di guardare tra le vie, dietro alle case, di rivoltare un poco, sottosopra, più che la città, i moduli consueti attraverso i quali essa si presenta al viaggiatore, diciamo che si esibisce fregiandosi di quegli orpelli che, nella sua piccola astuzia commerciale di vecchia nobile decaduta, sa che possono sollecitare la curiosità e la disponibilità economica di chi viene da lei, in fondo, per portarle un po’ di denaro.

Ma le grandi ottiche culturali, il rapporto così vivo all’origine, e così nascosto alla fine, fra ciò che possiamo vedere - perché è stato fatto per essere visto, per essere goduto e partecipato proprio con la vista - e la vita da cui esso ha ricevuto i suoi tratti, i suoi connotati? Che cosa dicono più, per la

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vita di abitatori e di viaggiatori quasi siderei, abituati ai grandissimi spostamenti spaziali e temporali (magari immaginati, magari soltanto vissuti per interposta persona), gente comunque sollecitata a rapporti i cui confini si misurano a stento senza ricorrere a cifre quasi impronunziabili, che cosa dicono più città costruite per essere abitate, costruite dai loro abitatori, cresciute su di sé sotto l’occhio vigile di chi bene sapeva (e conservava gelosamente questo prezioso sapere) che di fatto l’orizzonte veramente tangibile dall’uomo, la cui statura si misura in metri e centimetri, deve rispettare distanze non superiori a centinaia e solo eccezionalmente a migliaia di metri?

Poiché questa è la dimensione del nostro possibile intervento sulle cose, a meno che, s’è detto, si lavori per interposte persone, e questo accade appunto quando si riesce ad accumulare un potere, una forza, una potenza di intervento che non è già diretta sulle cose, ma piuttosto sugli altri uomini, sul loro spirito e sul loro lavoro. Ecco l’unica ottica sensata di una visita ad Orvieto: essa è una città ‘utopica’, cioè una città costruita con criteri esattamente opposti a quelli attivi nella crescita delle grandi città metropolitane moderne e contemporanee; criteri oggi insoliti da poter essere tranquillamente definiti impossibili e assurdi, cose se non da pazzi, almeno d’altri tempi.

Il messaggio, abbastanza semplice ma che per essere documentato ha richiesto la fatica di un libro, che noi vogliamo porgere al viaggiatore è questo: la città in cui lei è di passaggio venuto è una vera città, le sue dimensioni non solo non hanno impedito, ma hanno addirittura prodotto straordinari fatti culturali, opere d’arte, costruzioni forme e colori che, oltre al valore universale (tutta roba entrata nei libri di storia dell’arte) hanno anche l’incredibile pregio (ecco l’utopia!) di essere - o almeno di essere stati - oggetti d’uso di una comunità vivente e operante ‘dentro’ ad essi, dentro cioè ad una città costituita esattamente, né più né meno, dal loro insieme.

E l’urbanista, allora. Con tutto il rispetto, le antenne con cui egli percepisce l’utilità di un libro per il suo lavoro, sono sintonizzate su altre lunghezze d’onda. Questo non è un libro iconografico, non è un libro storiografico, non è un libro tecnico. Almeno, non è soltanto una di queste cose, e neppure soltanto tutte e tre queste cose insieme. E’ un libro in cui la filosofia dell’abitare indaga in una concreta realtà storica le figure di una possibilità definitiva, cioè di un modo di stare nello spazio tanto adatto all’uomo da metterlo in grado di provocare da sé, dal proprio interno, e da fargli eseguire, coi propri mezzi addirittura quotidiani, con le mani e pochi altri strumenti, meravigliosi contenitori della sua attività, e dei suoi desideri, e dei suoi pensieri, e delle sue rappresentazioni ideali. Noi crediamo sinceramente che l’urbanista si pone, quasi sempre, il problema del rapporto tra i bisogni degli abitanti e la sperimentazione spaziale che un progetto di città deve offrire per permettere alle attività appropriate di soddisfarli. Ma siamo appena meno convinti che queste domande contemplino termini di questo rapporto tali da costituire non la registrazione (e la corrispondente versione spaziale) di indicazioni ed obblighi stabiliti da una logica già tutta definita e predisposta (per esempio, oggi, quella neocapitalistica), ma proprio la discussione delle condizioni umane per realizzarlo correttamente. Concepiscono dunque l’architettura come discussione del significato spaziale dei bisogni umani e perciò delle figure più adatte per farli emergere e ad un tempo soddisfarli.

Questa radicale problematicità ci sembra essere la caratteristica della costruzione medievale di una città come Orvieto: la diciamo utopica, intendendo soprattutto utopia la disponibilità di un urbanista odierno ad assumere quei criteri come possibili per la progettazione di uno spazio da abitare. Ogni progetto ha, sia pure in misure diversamente esplicite, un aspetto tecnico e un aspetto ‘culturale’, cioè relativo alla vita, prima di tutto ai rapporti interumani. Le grandi (cioè piccole) città medievali realizzano questo rapporto, ovvero ne rappresentano il risultato dinamico, non privilegiando nessuno dei due termini, ad esempio il peso, i limiti, le stesse possibilità dispiegati dei materiali e

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delle attrezzature costruttive prese a sé indipendentemente dall’uso che poi gli oggetti prodotti dovranno nell’esercizio della quotidiana umanità nonché nella prospettiva degli ideali e dei bisogni concepiti dalla comunità; e neppure questi altri aspetti, ideologici, sono fatti agire senza far loro strutturalmente i conti  con tutto ciò che di materiale (dal paesaggio agli elementi fisici e geometrici della costruzione) dev’essere impiegato per realizzarli.

Perché questo rapporto dinamico avvenga è necessaria un’attenzione primaria ed esplicita al problema dell’abitare come condizione culturale e politica fondamentale, cioè non affidabile al caso, e neppure all’abitudine che è il meccanismo consolidato del caso (cioè dell’accadimento non controllato). La cultura delle città medievali è ad un tempo materiale e di grande respiro, attraversa il lavoro artigianale e le più ardite imprese artistiche. Ciò che ne collega i due aspetti, incrociandone ad ogni passo i procedimenti, è il fatto che la città come attrezzamento dello spazio di vita è l’oggetto principale, assoluto, per certi versi esaustivo, di quelle attività; il rapporto fra produzione e consumo di tutto ciò che la riguarda  impegna tutte le capacità, interiori ed operative, degli abitanti. Ciò fa sì che la città medievale sia un mondo ed in essa siano presenti ed evidenti i segni di tutto il mondo conosciuto, sognato, idoleggiato. E siamo a portata di mano, di occhio e di piede. Ogni mediazione fruitiva (e quindi, prima di tutto, creativa) è a disposizione - almeno in qualche misura di partecipazione - dell’uomo singolo, poiché richiede non il suo affidamento ad un meccanismo oggettivo che fisicamente comporti l’immissione di enormi energie solo da molti cumulabili, ma l’acquisizione e l’esercizio di capacità mentali e fisiche che nel rapporto di quella miracolosa comunità che è il comune medievale nascono e crescono quasi ‘naturalmente’, cioè nel rapporto stesso, che è sempre, per qualche verso essenziale, esplicitamente pedagogico.

Questa possibile partecipazione universale può ben essere l’ideale perduto, e cercato, dell’urbanista odierno; purchè sappia strapparsi dalle certezze infuse dei processi produttivi contemporanei. Senza questo neppure la sua curiosità può essere mossa da un libro che analizza - certo solo per identificare criteri, e non già per ordinarli e svolgerli sistematicamente - un modo così perfetto ma così insolito di costruire. Con tutto il rispetto dunque, e con la relativa modestia di chi conosce oltretutto  la difficoltà di rendere credibile l’inconsueto, non rinunziamo a rivolgerci a chi progetta città, volendo discutere con lui della possibilità di assumere, oggi di nuovo, città come Orvieto quale riferimento preciso di un progetto di città, alla ricerca delle condizioni evidentemente non solo tecniche, ma culturali e politiche, di simile operazione.

Infine, l’amministratore di città. Egli è oggi, a diversi livelli di percezione problematica e di capacità elaborativa, soprattutto un politico, nel senso che tale parola ha acquisito nel mondo moderno. Egli ha l’occhio agli equilibri da mantenere e da utilizzare, alle forze che possono fargli realizzare i suoi progetti. In questa attenzione i progetti, anche quelli amministrativi, diventano senza difficoltà percorsi di navigazione ordinaria, da cui per necessità di economia (di tempo, di energia mentale, di elaborazione concreta ed efficace) sono bandite tutte le ipotesi che appena appena vadano al di là del costituito, del dato e quindi della loro gestione realistica. A che serve dunque leggere un libro che parte proprio dal presupposto di un ribaltamento di prospettive e che ricerca i fili d’oro di un tessuto perduto, - bene o male che sia - non restituibile senza uno sforzo titanico, di reperimento e di messa in moto di elementi che coinvolgono piuttosto ciò che è stato rimosso, che anzi è stato per progetto fatto tacere e cancellato dalla geografia dei bisogni, delle abitudini, delle possibilità di abitatori di città? Ma un amministratore di città non deve essere proprio questo, colui che attrezza i bisogni e i diritti comuni che da soli non riescono a farsi valere, e che organizza una politica culturale volta a far prendere coscienza delle reali capacità di uomini i cui rapporti pubblici gli sono affidati, ed una politica economica in grado di aiutare a rendere possibile l’autogestione delle energie produttive e creative, ed infine una politica sociale generale

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che riappropria al pubblico, cioè a tutti, alla comunità, ciò che secoli di privatizzazione e di separazione di classe hanno riservato alla fruizione di pochi singoli, e solo eccezionalmente a tutti gli altri che siano riusciti a sottrarre un po’ del loro tempo e della loro energia all’obbligo della subordinazione specializzata e parcellizzata? La vecchia città medievale di cui l’amministratore oggi cura il fantasma più o meno conservato resiste al tempo: le sue pietre, in cui si è espressa una concezione politica eccezionalmente configurata, pongono almeno il problema di un uso non improprio, e per questo non ottuso, di spazi disegnati non semplicemente per la storia ma tenendo d’occhio il problema universale dell’identificazione dei bisogni sostanziali e fondamentali dell’uomo.

Orvieto è o non è un città medievale: non lo è se questo significa essere legata a un destino necessariamente obsolescente poiché costituito da versioni irrevocabilmente legate a visioni, a ritmi, a possibilità definite e ormai cadute; lo è se questo significa un modo di filtrare l’attività umana attraverso scoperte, attitudini, abilità, aspirazioni definitive, acquisite alla storia dell’uomo come patrimonio indimenticabile, in un’ epoca in cui civiltà e città corrispondevano per grandissima parte. Orvieto, come ogni città medievale, è un modo di vivere: l’amministratore sapiente ed esperto deve volerlo attrezzare e restituirne le condizioni più autentiche, in modo da trasformare un culto di conservazione museale in opportunità di riscoperta politica, di prospettiva fervorosamente politica.

Orvieto regge tutto questo; ma chi ne sarà capace? Chi vorrà rinunziare alla gestione fiduciaria di un insieme di reperti soltanto da contemplare, per restituire a splendidi oggetti d’uso la loro funzione sociale (cioè estetico-funzionale) per cui sono nati?

Quale lettore ci resterà dunque, dopo che tanti, avendo sfogliato il nostro libro, lo riporranno cautamente nello scaffale della libreria da cui con qualche imprudenza l’avevano tolto? Tutti gli altri, coloro che da questo libro si aspettano proprio ciò che esso può dare: un’indagine su Orvieto, città storica, conoscibile, davvero soltanto quando la si assuma come progetto di città utopica, cioè di città fatta dai suoi abitanti per abitarla. Un progetto grazie al quale è sorta; e non si vede perché non lo si debba più considerare capace di creare quelle stesse condizioni come spazio di vita anche per noi. Non si vede vuol dire che abbiamo bisogno di capire il perché di una storia di decadenza, o di smarrimento, e quali ne siano gli antidoti”.

Mi è sembrato poi interessante riportare integralmente il capitolo denominato “Orvieto: progetto per una città utopica”, scritto sempre da Pietro M. Toesca.

“Gran parte di ciò che ho scritto in questo libro vale non soltanto per Orvieto, ma per quasi tutte le piccole città medievali. Non potrebbe non essere così, poiché la struttura ‘utopica’ che noi vogliamo porre in evidenza appartiene ad una intera civiltà cittadina e la contraddistingue. Questo non toglie che il libro sia anche una precisa descrizione di Orvieto, e non un riferimento generico ad essa. Ne fanno fede le tavole di Valentini e le note urbanistiche di Satolli, che hanno dunque una funzione mediatrice rispetto a questa analisi: la quale è pure, un’analisi guidata. Appunto dalle tavole di Valentini e dalle note di Satolli.

La coincidenza di analisi ed elaborazione teorica è poi la controprova di un rapporto dialettico tra due aspetti di quelle città che le definisce dinamicamente, e che non si ritrova in quasi nessun altro esempio di città storica. Si tratta del rapporto tra la loro storicità, assolutamente distinguibile e inconfondibile, e la loro ‘universalità’, quella figura per cui esse sono città in senso proprio e si potrebbe dire assoluto. Per questo si può parlare di ‘progetto per una città utopica’ descrivendo Orvieto: poiché essa è ‘è una città che si presenta, correttamente, come un progetto utopico, cioè

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come la definizione dello spazio in vista della creazione di una società utopica’. L’insistenza sull’utopia è evidentemente paradossale: riguarda quei luoghi che, appunto, non ‘localizzano’, non riducono alla localizzazione esclusiva l’occupazione di uno spazio, tra l’abitante e le possibilità, i valori, le prospettive dello spazio.

Le città medievali utilizzano lo spazio in modo tale da trasformarlo in contenitore di possibilità di riconoscimento umano, singolare e reciproco. Cosicchè l’utopia non è l’indicazione di un’impossibilità reale (la città impossibile), ma di una realtà dinamica che contiene l’utopia, cioè il possibile come continuo superamento prospettico della realtà quale dato statico. Questa città è utopia, poiché abitarvi è costruire, con essa, un rapporto comunitario creativo di reciprocità dinamica. Ci si deve chiedere allora qual è la ragione di una decadenza, cioè della separazione sopravvenuta storicamente tra il polo architettonico, conservato nei secoli, e il polo sociale, venuto meno nella sua forza sia auto creativa che prospettica. La risposta sta proprio nel fatto che quelle città costituiscono una civiltà, e le trasformazioni storiche relative ad epoche civili sono soggette all’interrelazione di molti elementi, alcuni interni altri esterni ad esse. La civiltà cittadina medievale è legata all’artigianato come modo non solo di produzione, ma di esistenza. L’industrializzazione moderna è un altro modo di produzione e di esistenza, con una enorme forza di omogeneizzazione: tanta da uccidere la città come progetto utopico. Ad una struttura urbanistica comunitaria, ovvero democratica ‘nel senso su descritto’ (la precisazione è necessaria data la tormentata storia del vocabolo), si sovrappone una logica sociale prodotta e consumata nelle grandi città moderne: per cui ciò che era un modo globale di vita si riduce ad una resistenza spesso inconsapevole e non del tutto capace di emergere come principio dinamico. Lo stesso rapporto tra coscienza della città e restituzione di essa alla sua integrità (per esempio mediante il restauro) deve passare spesso attraverso la ‘mediazione tecnica’ di operatori la cui scienza o la cui arte, tutte moderne, non sempre rispondono ad un tempo alle leggi delle scoperte post-medievali e alla capacità dei cittadini di introiettarle, rielaborarle e restituirle come volontà e progetto comune.

La vicenda delle porte del Duomo di Orvieto è esemplare. Il disagio che si è creato intorno ad esse manifesta per contrasto qual è lo sguardo corretto nei confronti di una città: esso è lo sguardo utopico, cioè quello che rileva il rapporto tra la comunità e lo spazio, fra gli abitanti e la città come rapporto reale e dinamico. Anche quando è sopito e sommerso esso è essenziale: e chi interviene sullo spazio esistente può ignorarlo o evidenziarlo. Nel primo caso provoca un risentimento, apparentemente strano, imprevisto, poiché quel rapporto non è oggi del tutto evidente e attivo; chi lo evidenzia compie un’operazione politica, di indicazione di una possibilità riesumabile e fondamentale. Per questo il progetto utopico passa attraverso il rilievo della struttura utopica: ed è questo rapporto dialettico che caratterizza la pittura come rappresentazione non statica, ma trasfiguratrice. Gli inserti animati di Valentini hanno precisamente questo significato: per un aspetto le sue tavole si limitano a congiungere il presente con uno spazio sì odierno ma tramandato dall’antico; per un altro questa congiunzione è un’indicazione, un confronto, mediante il quale la presenza di tramiti diversi di approccio (il lavoro; la festa; gli strumenti ottici) costituisce un giudizio. Questo giudizio è dunque un progetto: utopico perché rileva, direttamente o per antifrasi, le possibilità che hanno costituito o possono di nuovo costituire (ma a quale prezzo? ecco l’aspetto concretamente politico) l’indicazione spaziale della città medievale. E utopico poiché coinvolge necessariamente - escludendo l’illusione che possa avvenire il contrario - il riferimento alla civiltà nel suo insieme,  ad un modo di vivere e di produrre incompatibile con la serie estraniante della grande città moderna, a sua volta segno reale di una civiltà mondiale fortemente capace di assimilazione universale.

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Avviene, a proposito della città medievale rivisitata, un incontro fra tre prospettive che diventano, nel rapporto, attività convergenti: pittura politica utopia.

Valentini dipinge Orvieto includendo nello spazio rappresentato quella vita che l’ha fatta essere e la può di nuovo far essere città; quella vita che non è una componente neutrale ovvero di ornamento, ma è costitutiva. La corrispondenza di distribuzione degli spazi pittorici fra città ed abitanti riproduce esattamente il rapporto creativo reale fra i due termini, facendolo passare, come si conviene, attraverso la visualizzazione: esso è stato e quindi può di nuovo essere un rapporto visivo. Riprendere coscienza piena di questa verità non può che produrre l’utopia: cioè l’iniziativa politica verso la capacità dei cittadini di riproporsi come comunità compatta ed attiva rispetto ai problemi di convivenza e di appropriazione dello spazio in cui realizzarla. S’intende che tutto questo non esclude del tutto l’uso degli strumenti moderni di approccio alla realtà, ed anzi per molti di essi si propone come possibile la rielaborazione soggettiva, l’assunzione all’interno di una prospettiva di autogestione diretta, cioè di gestione comunitaria diretta dello spazio di abitazione e di lavoro. Esclude evidentemente quegli strumenti che costituiscono il modo di produzione industriale alienante, poiché ad esso sono assolutamente compatti: quegli strumenti di moltiplicazione seriale infinita delle immagini che permettono sì la diversificazione innumerevole delle varianti, ma a prezzo di una semplificazione-identificazione totale di esse all’origine, cioè nell’unità del sistema riproduttivo. L’unità produttiva o riproduttiva di queste immagini non è dunque il gesto educato dell’uomo stesso che ne fruirà e per questo le potrà riconoscere quando date poiché da lui prodotte; ma un organismo delegato tuttofare, tanto più perfetto quanto più automizzato. Questo organismo così oggettivato costituisce una mediazione insopportabile, necessariamente estraniante, non tanto indominabile in sé, (poiché anzi è per lo più  manovrabile dall’uomo in vista di principi solo con essa raggiungibili), ma tale da allontanare l’uomo dal suo oggetto quanto al procedimento produttivo di esso, che quindi non può più essere né visivo né manuale, non può essere ad un tempo il tramite della produzione dell’oggetto e della fruizione dinamica di esso (cioè attiva, fabbricazione durante).

La città medievale non è un oggetto da fruire, ma una realtà che si costruisce in permanenza secondo regole obbedite attraverso il loro rispetto visivo, e quindi secondo una crescita e una manutenzione assolutamente coerente, ma il cui principio è lo sguardo soggettivo comunitario dei cittadini, e non un meccanismo oggettivato che ha con l’uomo un rapporto puramente mentale, essendo il prodotto della sua logica scientifica. Anche qui è una questione di misura: e il pizzico di follia della prospettiva utopica sta nella vertiginosa convinzione di poter contrastare il processo moderno del puro sviluppo oggettivo delle possibilità che avviene senza previo collegamento con i bisogni reali dell’uomo.

Utopia è credere che sia possibile far dipendere le decisioni dalla percezione attiva dei bisogni e dal giudizio sul loro valore: percezione per una parte previa, il che consente un progetto; ma in parte itinerante, legata ad un’esperienza di vita che consente via via di ‘aggiustare’ il percorso in funzione dei bisogni elaborati non alla luce delle possibilità emergenti ma della coscienza di sé raggiunta dai cittadini. Questa luce è appunto l’utopia, intesa come bisogno fondamentale e dinamico di sviluppare al meglio e la massimo le possibilità soggettive dell’uomo, utilizzando le possibilità oggettive della natura e della storia come strumenti di crescita umana, e non come sistema autonomo a cui dare corso sfrenato, addirittura senza bisogno di iniziativa da parte dell’uomo che lo ha innescato e che ne sarà poi utente”.

Ed ecco un altro capitolo, senza dubbio degno di attenzione, scritto da Toesca,  “L’utopia di Signorelli”.

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“Gli affreschi di Luca Signorelli nella cappella nuova del Duomo di Orvieto sono un segno straordinario, ad un tempo semplice e complesso, della città medievale come utopia. E se c’è bisogno di ripeterlo non s’intende utopia come progettazione teorica a tavolino, da realizzare poi con mirabile ma puramente esecutiva applicazione di una spazio designato (ciò che accadrà per alcune esemplari città rinascimentali e post rinascimentali, segnando la nascita di una professionalità, quella dell’architetto-urbanista, separata dalla coscienza-cultura-operatività del contesto popolare capace di provocare da sé tutti i passaggi inventivi e costruttivi come autogestione dello spazio). Questa città ideale rispecchierà poi una cultura ormai distaccata e di classe, via via tendente a procurarsi gli strumenti esecutivi come strumenti di mera efficienza. Con essa nasce la scienza-tecnologia. La città medievale come utopia è invece relativa ai rapporti interumani, ed è la rappresentazione spaziale della società utopica. Una cosa semplicissima: Signorelli insegna, e i suoi affreschi, senza questo riferimento, sono illeggibili. Essi sono la rappresentazione pittorica dei rapporti sociali giudicati alla base di quel criterio.

Cominciamo dall’Anticristo. La composizione decentrata e polidispersiva contiene una serie di rapporti la cui annotazione è già una denunzia atroce: su tutto aleggia un’indifferenza sociale assoluta, dei gruppi tra di loro, e dei singoli occupati a far denaro, dei violenti prevaricatori sopra tutti i quali domina la culminante fredda efficienza di squadra dei neri soldati nazisti occupatori di città, e dei politici che si perdono in discussioni, e dei religiosi che consultano libri e indicano in permanenza un fuori e un altrove. L’anticristo, il Cristo-demonio, è il simbolo centrale dell’equivoco, dell’ambiguità cercata: tutta la scenografia  è mirabilmente divisa, contrapposta tra le fruizione dell’apparenza (è l’unico affresco i cui personaggi sono doviziosamente vestiti), che poi è distrutta ai piedi della statua animata (nel senso più classico, del ‘daimon’ che è spirito e demone), e l’insensatezza e l’inconclusività di rapporti fondamentalmente estranei ed estranianti. L’uomo di cultura non può che constatare, guardare: ma quanto di questa impotenza è connivenza? Il Signorelli e l’Angelico sono vestiti di nero, lo stesso nero dei soldati freddamente efficienti. Persino la pittura è impotente, poiché la sua forza pratica sta nella sua stessa teoreticità: e se l’equivoco domina, ogni parola, ogni segno, sono equivoci. Aldilà dei raggi divini non salvifici ma giustizieri, si intravede, lontana, un’altra città, appena disegnata: è il ricordo, o il sogno? Ma ecco cosa sanno fare gli uomini per gli altri uomini, cioè per se stessi: trasformarsi in demoni, attraverso una graduale mutazione bestiale, realizzando una composizione perfetta, garantita da uomini-angeli che non permettono, con le loro spade, ed armature, agli uomini aggrovigliati nell’attività della tortura di uscire dallo spazio compatto (assolutamente pieno, discontinuo, senza vuoti eppure continuamente rifornito di corpi precipitanti) che la loro attorcigliata fantasia negativa ha ritagliato come unica, invalicabile possibilità sociale. E’ l’Inferno.

Ma l’antidoto? Altrettanto semplice, anche se non in senso così riduttivo, ma piuttosto sintetico di una complessità di atteggiamenti che lo spazio, occupato ma non affollato, coi suoi pieni e i suoi vuoti relativi - non di separazione, ma di relazione - contiene e coordina. La semplicità sta nel rapporto, fra il basso e l’alto, la terra e il cielo: non i guardiani ma i ‘rianimatori’, coloro che mediano la resurrezione e l’ordinamento paradisiaco. Sempre di uomini si tratta, muscolosi, fisici, in carne ed ossa. Ma la loro rappresentazione animata, attraverso la pittura, non è inganno, illusione, finzione; l’inclusione dinamica del cielo nella terra e viceversa ripropone la città utopica, lo spazio da occupare mediante rapporti ideali, significativi, reciprocamente vitali. Al risveglio della tromba (Resurrezione della carne) tutti si danno da fare, gli uni con gli altri, anche i piccoli bambini angeli festosamente circolanti in uno spazio mediano che, una volta riempito, permetterà di ricominciare il dialogo, l’interesse reciproco, la convivenza tra uomini deboli e bisognosi e uomini forti capaci angelici.

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Il Paradiso. Medioevo? Rinascimento? Signorelli segnala la forza distruttrice di un particolare modo di odiarsi di opprimersi; la separazione-contrapposizione tra gli uomini comincia con l’unità organizzativa dell’oppressione, a cui le vittime non possono opporre che la debolezza personale, l’incapacità di essere solidali nella difesa. Il massimo di non-negatività è il guardare, l’essere spettatori; che è poi anch’esso una forma di negatività, dal rigore contenitivo metallico dei guardiani all’impotenza constatativa e in sostanza garantistica degli intellettuali.

E così il Signorelli può segnalare il principio della società: l’amore come disponibilità reciproca, reciproco aiuto, rapporto. Non è questa la città utopica? S’è faticato quasi cento anni (dal 1409 al 1504) perché la grande chiesa assembleare di Orvieto potesse contenere, in una cappella, l’esplosiva dichiarazione visiva, finale, grandiosissima, dei criteri, tradotti in forma di giudizio storico, grazie ai quali tutta la città era andata costruendosi e, col tempo, andava, per loro rovesciamento, distruggendosi”.

Nella parte del libro scritta da Alberto Satolli c’è un capitolo denominato “L’orma dell’utopia”.

“Se si vuole affermare che la struttura urbana della ‘città tripartita’ interpreta e manifesta effettivamente i caratteri urbanistici della ‘città utopica’ si deve altresì rilevare che la Orvieto medievale, anche nel momento di massima coscienza civica dei cittadini - e considerando possibile l’utopia -  fu solamente una ‘città pre-utopica’, nel senso che, sul piano sociale, le condizioni di vita degli abitanti si rivelarono ‘utopistiche’, addirittura in rapporto agli stessi rapporti formali.

Da un canto, infatti, l’impatto urbano si era modificato nel tempo - sia con la sovrapposizione ad una struttura di formazione lineare di quella, ancora semplice, fondato sulla ‘crux-viarum’ e infine di quella, più complessa, organizzata sui ‘tre poli’, sia con l’applicazione articolata di schemi urbanistici vari (da quello a ‘pettine’ ortogonale a quello radiale ‘misto’) adattati a differenti situazioni planoaltimetriche e favoriti da criteri architettonico-aggregativi evoluti - fino a raggiungere un assetto originale, e non solo rispetto alle formazioni urbane sorte sulle colline dirupate del territorio circostante e dell’Italia centrale.

Nasce così la città sulla rupe isolata, con un’immagine densa anch’essa di simbologie esistenziali e utopiche. La sintesi figurativa fra ‘rupe’ come ‘…manifestazione per eccellenza della forza creatrice della natura’ e ‘città’ come opera dell’uomo, congiunta alla raffigurazione ideale di ‘…una comunità elitaria in uno spazio circoscritto (l’isola topos utopistico sommo)’: ‘…l’immagine di Orvieto - scrive Quaroni - compatta, sulla roccia uscita dalla terra, come una gemmazione della roccia stessa…’. D’altro canto, però, la crisi politica ed economica del Comune medievale degenereranno, seppur tardivamente a Orvieto, nella Signoria finchè, dopo la peste nera, la città non si assoggetterà al ruolo di provincia periferica dello Stato pontificio, definitivamente imposto dopo gli scontri sanguinosi alla fine del Trecento.

Volendo indicare una data significativa per collocare storicamente il momento culminante delle tensioni comunali si può scegliere il 1322, l’anno in cui si insediò l’ultimo breve governo popolare.

Più difficile sarebbe, invece, datare l’interruzione dell’utopia nella costruzione della città, ma per questo si può far riferimento al Duomo - il manufatto più conosciuto e più emblematico - che segnala anche le minime variazioni di tendenza nel gusto e nella mentalità documentandole nel gran libro di pietra. Del Duomo, concepito agli inizi del penultimo decennio del Duecento, fu posta la prima pietra soltanto nel 1290 e la costruzione procedette speditamente per quasi vent’anni secondo il progetto, ma nel 1308 una ‘crisi di attivismo’ blocca la realizzazione di quel progetto fatto da un

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architetto anagraficamente sconosciuto e nel 1310 sarà chiamato Lorenzo Maitani per proseguire la fabbrica con altri intendimenti. Scrive efficacemente il Bonelli che ‘…ad un tratto, nel cantiere del Duomo e nell’ambiente artistico e culturale che andava elaborando di continuo le soluzioni da dare ad ogni problema relativo alla costruzione e decorazione del tempio, si verificò un oscuramento della sensibilità formale e architettonica, e insieme una frattura col recente passato, con le sue premesse storiche, con i suoi motivi spirituali e la sua cultura figurativa, preludio ad una svolta e ad un cambiamento di gusto, di idee e di programmi. Tutto quello che era stato fatto fino allora cessò di essere capito e sentito e si procedette a modificarlo senza alcuna preoccupazione’.

Questa ‘frattura col recente passato’ potrà anche apparire relativa ed equivocabile a chi non percepisce l’originalità e la purezza architettonica del Duomo irrealizzato, abbagliato da quello realizzato dal Maitani, ma qualche interrogativo o qualche sospetto dovrà pur nascere nei più distratti o nei più accomodanti nei confronti di quella nuova generazione di committenti e di costruttori che intenzionalmente stravolsero il progetto originario dell’edificio. C’è un episodio, sconosciuto e in apparenza marginale, la cui considerazione può essere illuminante per tutti coloro che vogliono capire quanto il cambiamento di mentalità fu radicale. Nel 1282 era morto il cardinale Guglielmo De Bray che, in vita, era stato un convinto nemico dell’eresia e i domenicani - che avevano anch’essi tenuto quel tribunale molto impegnato a Orvieto a perseguire (o perseguitare?) gli eretici - chiamarono Arnolfo di Cambio per fargli costruire un imponente monumento funebre. Arnolfo progettò e scolpì subito il monumento nel San Domenico di Orvieto e vi incise la firma: ‘hoc opus fecit Arnolfus’.

Questo accadeva proprio mentre si stava progettando il Duomo e alcuni studiosi, compreso il Carli, non hanno esitato ad attribuire ad Arnolfo il progetto del Duomo e la stessa Romanini che, al contrario, ha sempre contestato la paternità arnolfiana, trova ‘indubbie, molteplici consonanze formali e culturali’ tra il Duomo di Orvieto e l’architettura di Arnolfo, consonanze che le fanno ammettere ‘…una reciproca conoscenza e scambio di idee tra Arnolfo e l’architetto del Duomo di Orvieto’. Si può concludere, quindi, che se non fu Arnolfo a concepire il primo Duomo fu certamente un architetto che operava nella sua stessa ottica innovatrice e che aveva, se non lo stesso ‘gusto’, la stessa mentalità ‘progressista’. Il monumento al cardinal De Bray è stato nel tempo smontato, rimontato e manomesso; soltanto una parte dei pezzi originali ne ricompongono oggi un’immagine difforme da quella primitiva, mentre un’altra parte dei pezzi è finita tra un mucchio di reperti di pietra in un angolo del museo dell’Opera del Duomo di Orvieto.

Rilevando quelle pietre abbandonate si può notare che alcune sono ricavate da un sarcofago strigilato e, anzi, rimontandole con pazienza - ma anche con curiosità - si può ricostruire il fronte del sarcofago quasi per intero. Si constata allora che Arnolfo aveva riutilizzato, per comodità ed economia, il marmo di un sarcofago antico tagliandolo sistematicamente a fette e riciclandolo per il nuovo monumento. La distruzione (dell’immagine) di quel sarcofago per creare una nuova immagine (di monumento funebre) non avrebbe destato troppo stupore se non si fossero notati altri sarcofaghi strigilati in bella mostra sui bassirilievi della facciata del Duomo, scolpiti appena trenta-quaranta anni dopo, sotto la direzione o forse direttamente dal Maitani. Da un paio di questi sarcofaghi strigilati risorgono i morti il giorno del ‘Giudizio’ sul quarto pilastro (e fin qui il significato potrebbe essere soltanto di allusione ad un remoto passato), ma un terzo esempio è nella ‘Natività’ del terzo pilastro dove, affiancata provocatoriamente all’architettura gotica dell’ ‘Annunciazione’ sottostante, ‘…la mangiatoia è ridiventata la classica urnetta strigilata cara al primo Nicola’ e, in questo caso, il significato simbolico è di un vero e proprio ritorno al passato.

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La deduzione immediata che nasce dal confronto di atteggiamenti così contrastanti nei riguardi del passato è che - considerando come la stimolante creatività dei primi progettisti del Duomo sia rifluita nell’efficienza conservatrice dei secondi costruttori - ci permette di datare, approssimativamente entro i primi due decenni del Trecento quella crisi dei valori che interruppe anche la crescita utopica della città.

Se nella seconda metà del Duecento vi fu la capacità di inventare la città, la cattedrale e persino un miracolo universalmente riconosciuto, nella prima metà del Trecento vi fu solo la protervia nel bloccare una struttura urbana ‘aperta’, nel rinnegare il primo Duomo e nel commissionare smaglianti reliquari, ma questa impotente adorazione per tutte le reliquie del passato, che raggiunge il suo culmine nell’epoca della signoria, contiene i germi della decadenza e della dissoluzione.

Da allora in avanti infatti della città medievale - semiabbandonata e cadente già agli inizi del Quattrocento, ‘trasformata’ nel Cinquecento e dimenticata nei secoli successivi - resta incompresa fino ai nostri giorni, l’impronta di una ‘città ideale’, il ‘segno’ della immaginazione al potere, l’orma dell’utopia.

Chiunque, tra gli irriducibili ‘polisantropi’ più che tra i sognanti ‘polifili’, provi un minimo di repulsione per la città (e la società) di oggi, può riscoprire e calcare quell’orma per costruire una città (u)topica sulla Orvieto interrotta nel medioevo”.

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Il Progetto Orvieto a livello internazionale

Il PO suscitò interesse e attenzione anche fuori dei confini dell’Italia.

In primo luogo con la mostra dei progetti di risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi, tenutasi a Belgrado nel 1980 sotto il patrocinio dell’Unesco e poi aperta ad Orvieto nella sala inferiore del palazzo di Bonifacio VIII.

Successivamente, nel 1986, tre importanti eventi devono essere evidenziati.

Il 9 luglio 1986 49 membri dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa sottoscrissero una dichiarazione relativa alla protezione e all’avvenire di Orvieto.

Il 18 settembre 1986, il Sindaco Franco Barbabella presentò il PO, a Strasburgo, ai membri della Commissione della cultura e dell’educazione del Consiglio d’Europa, allora presieduta dal tedesco Gunther Muller.

Il 26 e il 27 settembre, dello stesso anno, si svolse, ad Orvieto, la manifestazione europea per il PO, a cui parteciparono anche rappresentanti del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo.

La dichiarazione, prima citata, è la seguente:

“I sottoscritti membri dell’Assemblea

- coscienti dell’importanza artistica e della originalità geologica che presenta Orvieto;

- preoccupati di vedere questo sito esposto alle infiltrazioni, alla circolazione automobilistica ed alla polluzione atmosferica;

- felicitandosi del fatto che, dopo le frane verificatesi nel 1977, il Parlamento italiano ha votato delle misure di intervento urgenti che hanno permesso di preservare la stabilità della piattaforma di tufo sulla quale è costruita Orvieto;

- approvando il fatto che a seguito di questo primo intervento, le autorità regionali hanno promosso degli studi e delle operazioni di restauro del Duomo e degli altri monumenti della città e che il Comune di Orvieto, su queste basi, ha concepito un vasto progetto globale in favore della salvaguardia della città sotto molteplici aspetti;

- felicitandosi del fatto che questa iniziativa ha costituito oggetto di consenso da parte di differenti forze politiche ed istituzionali ed ha permesso il confronto di differenti interventi nazionali, regionali, provinciali, comunali e privati;

- stimando che questo progetto costituisca una esperienza significativa ed originale che potrebbe servire da modello ad altre città e ad altri Paesi e che, in questo spirito, è importante che esso benefici di un sostegno europeo per essere portato a buon fine;

lanciano un appello pressante alle autorità italiane, in particolare al Parlamento e al Governo, affinchè essi accordino alle migliori condizioni possibili i finanziamenti che permetteranno il completamento del progetto”.

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Questo è, poi, l’intervento che il sindaco Franco Barbabella pronunciò nella già citata riunione della Commissione della cultura e dell’educazione del Consiglio d’Europa, a Strasburgo, il 18 settembre 1986:

“Desidero ringraziare Lei, signor Presidente, e gli onorevoli membri della Commissione, a nome mio personale e del Consiglio comunale di Orvieto, per l’invito rivoltomi e dunque per l’opportunità di esporre ad un consesso così prestigioso quanto la città di Orvieto sta facendo per salvare e valorizzare un patrimonio ambientale e storico di immenso valore, un patrimonio di tutti.

Prima di entrare nel merito permettetemi però di ricordare che l’incontro di oggi è il risultato di un rapporto con il Consiglio d’Europa che, iniziato alcuni mesi fa, si è sviluppato con una rapidità ed una intensità davvero esaltanti: dall’incontro tenutosi ad Orvieto nei giorni 22 e 23 maggio scorsi, su ‘Ideologia, protezione e conservazione del patrimonio storico-culturale’, in cui circa 100 esperti di diversi Paesi esaminarono casi concreti di protezione di città e monumenti e giudicarono il ‘PO’ un modello a livello europeo di piano integrato per la protezione e la conservazione del patrimonio culturale, alla gradita visita dell’on. Gunther Muller il 18 giugno, all’adesione della Commissione e all’appello firmato da 49 parlamentari.

La nostra proposta e il nostro lavoro sono dunque in larga misura già noti. Ciò mi consente di esporre soltanto gli aspetti essenziali del ‘PO’.

E il primo aspetto è certamente il risanamento e restauro della rupe di tufo su cui sorge Orvieto. Si tratta di eliminare le cause che determinano le frane e minacciano i monumenti, l’ambiente e l’insediamento umano. L’intervento che è in corso ormai da sei anni riguarda dunque: il rifacimento dell’intera rete fognante e della rete idrica; il consolidamento, mediante tiranti, ancoraggi e chiodature, delle pareti esterne della rupe che presentano dissesti e pericoli di crollo; il restauro di tutte le opere murarie che presentano gravi fenomeni di degrado; il risanamento e restauro ambientale del ciglio e delle pendici della rupe; l’installazione di una complessa rete di strumenti automatici per il controllo dell’evoluzione geomeccanica del masso. Per queste opere sono stati stanziati dal 1978 al 1984, dal Parlamento italiano, 46 miliardi di lire, ciò che ha permesso di lavorare ininterrottamente e di ottenere già oggi risultati da tutti apprezzati.

Il risanamento della rupe è certo importante di per sé ma è importante soprattutto perché consente di preservare il patrimonio naturale e storico che con essa si identifica. In realtà il tema che abbiamo affrontato non è dunque semplicemente il consolidamento di un rilievo di natura rocciosa particolare e nemmeno solo quello della sicurezza di un centro abitato. Il tema che abbiamo affrontato è come si preserva globalmente una città e il suo territorio, come si interviene globalmente per assicurare la permanenza di un patrimonio di grande valore storico e ambientale. Il fatto è che c’è una unità inscindibile fra rupe, centro storico, pendici della rupe e territorio circostante. E allora non si può affrontare un problema senza affrontare anche tutti gli altri.

Di qui una serie di progetti integrati fra loro, tante pietre di un unico mosaico, in sostanza un grande, ambizioso progetto di restauro, trasformazione e sviluppo di una intera città.

Questo è il ‘PO’. Esso è così articolato:

- completo risanamento e consolidamento della rupe;
- realizzazione, tutt’intorno alla rupe, di un parco archeologico che recuperi le necropoli etrusche poste lungo le pendici e offra al turista un’altra occasione di eccezionale valore culturale;

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- revisione dell’intero sistema del traffico sulla base di un progetto (mobilità alternativa) che prevede la realizzazione di due parcheggi esterni, la risalita al centro storico con sistemi meccanizzati (da una parte la funicolare, dall’altra scale mobili e ascensori) e il collegamento tra i due blocchi tramite minibus, dunque la graduale chiusura al traffico del centro storico e un sistema razionale di trasporti che colleghi il centro con la periferia e con il parco archeologico, talchè il cittadino e il turista potranno passeggiare a piedi, visitare le necropoli etrusche e i monumenti senza essere assoggettati  ai pericoli e alle difficoltà attuali e la città e l’ambiente potranno essere restituiti alla loro integrità e vivibilità;
- restauro del Duomo e del prezioso patrimonio architettonico ed artistico della città, che presenta uno stato di degrado che, a partire dal Duomo, ci allarma e che deve allarmare la comunità nazionale ed internazionale;
- riassetto dei musei cittadini, ricchi di reperti di ogni epoca, da quella etrusca e medioevale a quella moderna e contemporanea, oggi scarsamente fruibili per carenza di locali idonei e di adeguata esposizione;
- restauro dei maggiori edifici pubblici per attività culturali (il palazzo del Capitano del Popolo per attività congressuali, il teatro Mancinelli, il convento di S.Francesco per un albergo collegato al Palazzo dei Congressi, il restauro della torre del Moro perché i turisti possano ammirare dall’alto la città, come ne penetrano le viscere con la visita al pozzo di S.Patrizio e con il progettato risanamento delle grotte scavate nella rupe;
- risanamento del patrimonio edilizio privato a fini abitativi, perché i cittadini restino o addirittura tornino a vivere nel centro storico;
- metanizzazione del centro storico per fornire energia non costosa e non inquinante;
- cura dell’arredo urbano, dalla segnaletica commerciale e turistica, alla eliminazione dei cavi elettrici e telefonici dalle facciate dei palazzi, fino al ripristino delle vecchie pavimentazioni stradali e ad un nuovo sistema di illuminazione.

Questa enorme, complessa, difficile, opera di risanamento e valorizzazione globale è ormai in corso da anni:

- della rupe ho già detto;
- presto sarà completato l’intervento nel palazzo del Capitano del Popolo;
- sono iniziati gli interventi nel teatro Mancinelli e nel museo comunale;
- sono iniziati i lavori per realizzare il primo stralcio del progetto di mobilità alternativa e quindi per la realizzazione del primo dei due parcheggi e per il ripristino della funicolare;
- contestualmente al rifacimento della rete fognante ed idrica nel centro storico si stanno ripristinando le antiche pavimentazioni e si stanno realizzando le canalizzazioni per interrare i cavi elettrici e telefonici nonché per l’erogazione del metano.

Il ‘PO’ dunque è in cammino.

Ma molte cose devono essere ancora fatte, molte opere debbono essere iniziate. Mancano i fondi e siamo molto preoccupati perché temiamo che il lavoro possa rimanere incompiuto e che gli sforzi possono rimanere vanificati. In particolare siamo preoccupati perché dall’aprile del 1985 giacciono presso il nostro Parlamento  programmi e progetti della Regione dell’Umbria e del ministero dei Beni Culturali, che riguardano aspetti essenziali del ‘PO’ (la rupe, il Duomo, il parco archeologico, la mobilità alternativa) e che appunto permetterebbero di portare a termine l’opera, che è stata iniziata, di risanamento della città, programmi e progetti che non si sono tradotti fino ad oggi in una nuova legge organica, sebbene esistano due disegni di legge, presentati da parlamentari di diversi gruppi politici.

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E i lavori di consolidamento e restauro della rupe si fermeranno nel febbraio 1987 e il Duomo e il patrimonio storico-artistico-archeologico e ambientale hanno bisogno di interventi urgenti.

Fino ad oggi il lavoro svolto è stato apprezzato da tutti. L’unità delle forze politiche locali, regionali e nazionali, la sensibilità del Governo e del Parlamento italiano, il sostegno del mondo della cultura e di istituzioni internazionali, insomma la fiducia che è stata data al governo regionale dell’Umbria e alla città ha trovato riscontro nell’impegno che è stato profuso, fino a far parlare di un intervento esemplare per correttezza ed efficienza. Un consenso vasto e qualificato di cui sono espressione proprio le prese di posizione del Consiglio d’Europa attraverso la vostra Commissione, le parole del presidente Muller, l’appello così significativo diretto al Governo e al Parlamento italiani. E oggi a tale consenso va aggiunto quello di grandi  personalità della cultura che hanno aderito a quello stesso appello che lanciai in occasione del convegno del 22 e 23 maggio: da Giulio Carlo Argan a Leonardo Benevolo e Luciano Berio, da Carlo Bo e Silvano Bussotti ad Antonio Cederna e Massimo Cacciari, da Eugenio Garin ed Emilio Greco a Luigi Malerba e Giovanni Klaus Koenig, da Cesare Musatti a Gian Luigi Rondi, da Giorgio Tecce a Mario Torelli e Paolo Volponi e tanti altri.

Dicevo che siamo preoccupati, ma voglio anche aggiungere che siamo contemporaneamente fiduciosi, perché una così vasta e qualificata manifestazione di solidarietà ci fa sperare in un rinnovato impegno di tutti coloro che possono prendere decisioni per l’attuazione del ‘PO’. Il fatto che stiamo qui oggi è qualcosa di più che non l’incontro con persone che sono sensibili ai problemi dell’ambiente e della cultura, è l’incontro con rappresentanti di un organismo europeo prestigioso che può usare tutto il suo peso, tutto il suo prestigio, per una causa che ritiene meritevole di grande attenzione.

E come voi stessi avete detto, si tratta di un’esperienza, quella che stiamo tentando ad Orvieto, che può essere utile per altre città e per altri Paesi. Un modello che può essere proposto in Europa per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio storico e ambientale, di cui il nostro continente è così ricco. Orvieto vuole essere un esempio da seguire. Vuol dire a tutti che si può lavorare proficuamente, che si può costruire il futuro sulle fondamenta ineliminabili del nostro passato. Vuol dire a tutti che siamo chiamati a custodire un patrimonio di civiltà che va usato dagli uomini di oggi in modo corretto e trasmesso alle generazioni future. Orvieto vuole proporre non solo un progetto di città nuova perché antica, ma anche di vita futura perché modellata su valori umani forti, profondi, universali.

E allora vi chiedo di continuare a sostenerci e di far sentire il vostro consenso. Di qui l’invito a partecipare alla manifestazione europea che abbiamo organizzato per i giorni 26 e 27 prossimi ad Orvieto, alla quale parteciperanno anche esponenti del Parlamento europeo, del Parlamento italiano, del mondo della cultura e rappresentanti delle Istituzioni locali. Una manifestazione che vuol essere l’incontro non tanto, e comunque non solo, degli amici di Orvieto, ma degli uomini e delle donne che, nei diversi campi e per le responsabilità che hanno, si sentono impegnati sul terreno della salvaguardia e della valorizzazione del patrimonio storico-artistico-ambientale di tutti i Paesi e che propongono il ‘PO’ come tentativo valido di andare in tale direzione.

Certo non chiediamo solo solidarietà, non proponiamo solo idee che pure riteniamo importanti. Al Governo e al Parlamento italiani chiediamo anche una buona legge e finanziamenti consistenti. Ma in questo caso, anzi, mai come in questo caso, vale quanto fecero scrivere sul camino del proprio palazzo i signori Benincasa:

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“Pecunia viro non vir pecunia”

E il 26 e il 27 settembre 1986 si svolse ad Orvieto, nella sala consiliare, la manifestazione europea per il PO.

L’intervento iniziale, anche in questo caso, fu tenuto dal sindaco, Franco Barbabella.

“Autorità, gentili signore e signori, a tutti porgo il saluto più caloroso mio personale, dell’Amministrazione comunale, dell’intera città. Desidero ringraziarvi per la vostra presenza e per il tono di forte impegno che essa dà alla manifestazione di oggi. Desidero anche ringraziare tutti coloro che hanno dato il loro apporto perché tale manifestazione potesse essere fatta.

Tutti i soggetti ai quali gli Enti organizzatori, il Comune di Orvieto e la Regione dell’Umbria, si sono rivolti, sono presenti in modo significativo: dai rappresentanti delle Istituzioni locali e regionali a quelli delle due Camere del Parlamento nazionale, del Consiglio d’Europa, del Parlamento europeo, del mondo della cultura, della stampa. E la presenza in questa sala anche di rappresentanti di organizzazioni della società civile orvietana, partiti, sindacati, organizzazioni e semplici cittadini, sta a testimoniare che la vostra adesione è circondata da un elevato grado di consapevolezza della città. Non so se altre volte si sia verificata una così vasta partecipazione ai problemi e alle proposte di una piccola comunità. Certo è, però, che questa comunità sta producendo uno sforzo enorme, cosciente che il patrimonio che ha ereditato non è solo patrimonio suo, ma, appunto, patrimonio di tutti.

Tutti voi conoscete il Progetto Orvieto attraverso gli incontri che abbiamo avuto, il dépliant che è stato distribuito, la vostra conoscenza diretta e le notizie che i mezzi di comunicazione di massa hanno diffuso con tanto vigore e dovizia. Fra poco avremo modo di vedere un filmato che illustra il PO, elaborato dall’Istituto statale d’arte di questa città. Tutto ciò mi consente di non entrare nei particolari.

Il PO è una proposta che si fonda, tutto sommato, su un’idea molto semplice: la città a misura d’uomo può esistere. Pietro Toesca, Alberto Satolli, Livio Orazio Valentini, hanno detto che Orvieto è già oggi la città utopica perché già oggi è una città a misura d’uomo. Ma il fatto è che perché continui ad esserlo nei decenni a venire è necessario che tutta una serie di interventi di consolidamento, di restauro, di valorizzazione, vengano fatti, e fatti rapidamente, perché vi sia contemporaneamente sicurezza fisica, preservazione del patrimonio culturale e naturale e un’organizzazione della vita che le consenta non semplicemente di sopravvivere ma di vivere e di svolgere un ruolo produttivo nella nostra regione e nel nostro Paese. Questo risultato si ottiene se non si guarda a ciascun aspetto, a ciascun problema, in modo separato, ma solo se si considera l’unità inscindibile di questo fenomeno originalissimo della natura e dell’uomo, per cui la città si identifica con il masso di tufo su cui è stata costruita e con il territorio con il quale questo masso si è formato e di cui rappresenta l’emergenza più significativa e questo con la cultura dei cittadini.

Ecco perché, dopo che, a seguito di una legge dello Stato (230/1978), nel 1980 la Regione dell’Umbria potè dare inizio ai lavori di consolidamento della rupe, con unanime consenso è stato gradualmente costruito quel complesso di scelte e di proposte che va sotto il nome di PO. Il quale dunque è il tentativo di restituire al suo antico splendore un’intera città, conciliando la modernità con un ricco e suggestivo retaggio storico ed assicurando all’ambiente urbano e naturale di vivere nel tempo senza manomissioni ed anzi valorizzandone i caratteri originali.

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L’ottica della globalità, con cui abbiamo elaborato la progettazione, non poteva aver senso senza seguire anche un altro criterio, quello dell’esemplarità. Per noi esemplarità del PO non vuol dire soltanto che esso può essere riproposto metodologicamente per altre situazioni, di diverse città e di diversi Paesi, ma che innanzitutto esso deve avere applicazione efficace, e dunque rapidità e correttezza di esecuzione. E’ quanto la Regione ha fatto in questi anni, è quanto il Comune e gli altri Enti hanno fatto per la parte di loro competenza. Ed è proprio col linguaggio dei fatti, delle cose già controllabili, che ad un certo punto ci siamo sentiti autorizzati a proporre ai livelli istituzionali più alti il PO come modello. Il riscontro che abbiamo avuto nel Consiglio d’Europa, nel Parlamento europeo e nella Commissione della Cee, ci dice che la nostra non era un’ambizione eccessiva. Ma prima ancora è stata l’unità delle forze politiche e delle Istituzioni, locali, regionali e nazionali, il sostegno del mondo della cultura, che ha costituito la verifica forte della giustezza di questa impostazione.

Dunque, un’idea di città che guarda al futuro in ragione di un patrimonio antico; una vasta utilizzazione delle migliori energie scientifiche e tecniche; una progettazione integrata, di alto livello culturale, tecnico ed amministrativo; rapidità e correttezza degli interventi, qualcosa di più che una sostanziosa efficienza; coordinamento istituzionale, apertura a stimoli culturali di ampio respiro. Questi i tratti essenziali, che sento di poter evidenziare, senza inutili timidezze, del PO.

Come dicevo, i riconoscimenti sono incominciati a venire, man mano che siamo andati avanti, in modo sempre più convinto e sempre più vasto. Innanzitutto è cresciuta la consapevolezza della città, che ha vissuto e vive disagi pesanti per la complessità dei lavori e per l’ansia che accompagna questa faticosa ricostruzione della sicurezza di Orvieto e questo processo di restauro diffuso. Si è affermata, nelle forze politiche e nel Parlamento nazionale, una linea di tendenza che riconosce non solo la necessità di portare a compimento l’opera di risanamento della rupe ma di affrontare la globalità del problema Orvieto, e cioè la salvaguardia e il restauro del patrimonio complessivo della città, come testimonia in particolare la legge 227/1984.

Si è determinato un interesse molto forte del Consiglio d’Europa per questa nostra esperienza e da parte sia di esperti che di organismi politici sono venuti riconoscimenti ed iniziative di grande valore:

- nel documento finale del convegno, tenutosi ad Orvieto nei giorni 22 e 23 maggio scorsi, con la partecipazione di circa 100 tecnici e scienziati provenienti da diversi Paesi, è detto che il PO è ‘un modello a livello europeo di piano integrato per la protezione e conservazione del patrimonio culturale’;
- nell’appello, rivolto al Governo e al Parlamento italiani, sottoscritto da 49 membri dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa, fra l’altro si afferma che ‘questo progetto costituisce un’esperienza significativa e originale che potrebbe servire da modello ad altre città e ad altri Paesi’;
- durante la visita che ho compiuto a Strasburgo dal 17 al 19 di questo mese, su invito del presidente della Commissione per la cultura e l’educazione, onorevole G. Muller, non ho avuto solo l’opportunità di illustrare alla Commissione stessa il PO, ma di verificare nel dibattito che ne è seguito, nell’incontro con il gruppo italiano alla presenza, oltre che dell’onorevole Gerardo Bianco, presidente, di altri autorevoli parlamentari di diversi gruppi e poi nei colloqui avuti con i più alti funzionari del Consiglio, un profondo interesse ed apprezzamento e uno sforzo, entusiastico, per cercare tutti i modi utili affinchè questo nostro progetto possa essere pienamente realizzato.

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Si sta sviluppando un rapporto proficuo anche con il Parlamento europeo e con la Commissione della Comunità e negli incontri che ho avuto lo scorso mercoledì a Bruxelles con il commissario onorevole Carlo Ripa di Meana alla presenza dell’onorevole Carla Barbarella, che ringrazio, ho potuto constatare come ci sia non solo vivo interesse ma volontà di verificare possibilità concrete di intervento su aspetti molto importanti del Progetto, dal parco archeologico al centro di documentazione della rupe.

Infine, ma non certo per minore importanza, il sostegno determinante del mondo della cultura e della stampa che è passato dall’allarme per il pericolo della morte lenta ma inesorabile della città ad un consenso, ampio e convinto, all’opera di risanamento ed alla proposta di intervento globale, talchè l’appello per la salvezza ed il futuro di Orvieto lanciato poco più di un mese fa, ha ricevuto ad oggi più di 80 adesioni; ma al di là del numero sono significativi i nomi, personalità fra le più prestigiose di diverso campo e di diverso orientamento culturale; e poi le motivazioni con cui è stata data l’adesione; talchè pensiamo che meriti di raccogliere queste testimonianze in un volume e darne adeguata diffusione.

Che cosa significa dunque la manifestazione di oggi? Significa che tutti coloro che sono qui e tutti coloro che hanno aderito sono consapevoli che la nostra epoca ha bisogno di tutelare le ragioni della storia, dell’arte, dell’ambiente, ha bisogno di ripensare lo sviluppo puntando decisamente sulla qualità, sui grandi valori di un’esistenza a misura d’uomo; e sono consapevoli che il PO merita di essere attuato perché va in questa direzione.

Ho parlato del consenso e del riconoscimento che gli altri ci hanno accordato. Vorrei dire però a tutti voi che c’è anche una nostra consapevolezza, quella appunto che il consenso ci carica di ulteriori responsabilità. E tali responsabilità vogliamo assumercele in modo concreto. Fino ad oggi è stato documentato ciò che è stato fatto. Noi vorremmo che si andasse oltre: vorremmo che si realizzasse quel centro di documentazione, di cui parliamo ormai da tempo e che ha lo scopo di fornire a tutti la possibilità di capire ogni aspetto del risanamento della città. Avanziamo inoltre la proposta di costituire qui quasi un laboratorio di intellettuali, a livello nazionale ed internazionale, perché al grado più alto si possa vedere e partecipare ciò che qui si fa, si diano suggerimenti e si avanzino proposte valide per Orvieto, ma anche tali da avere valore generale. Certo non vogliamo fornire garanzie solo per chiedere solidarietà. Chiediamo anzitutto di essere messi in condizione di realizzare davvero ciò che abbiamo progettato, di portare a compimento un’opera così bene avviata. Chiediamo l’impegno di tutte le Istituzioni perché ciascuna esamini e decida le sue possibilità di intervento. Chiediamo in particolare al Governo ed al Parlamento che venga rapidamente varata la nuova legge per Orvieto e Todi, una buona legge. Fra pochi mesi i lavori in corso si fermeranno. La rupe, il Duomo, gli altri monumenti, le opere d’arte, il tessuto urbano, l’ambiente, i cittadini, stanno lì con tutti i loro problemi, che restano gravi nonostante sia stata fatta già una parte importante di lavori. Ma appunto bisogna concludere i lavori avviati e bisogna iniziare gli altri che sono programmati. Sono stati presentati due disegni di legge nei rami del Parlamento.

Ora è necessario:

- che il Governo ed il Parlamento attuino quanto stabilito dalla legge 227/1984 e diano concreto seguito alle numerose dichiarazioni e agli impegni formalmente assunti;
- e che i due disegni di legge vengano unificati secondo lo spirito e la lettera dell’art. 3 della legge 227/1984 e cioè con l’ottica degli interventi completi, globali e risolutivi, accogliendo i programmi e i progetti della Regione dell’Umbria e del ministero dei Beni Culturali.

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Chiediamo che si recepisca il PO, perché, come ha scritto Pier Luigi Cervellati, esso è ‘tutt’altro che ambizioso, essendo indispensabile per salvaguardare, anche e soprattutto, la nostra identità e la nostra cultura’. E’ stato scritto che il PO è una scommessa perché ‘impegnarsi a riparare, non soltanto la rupe, ma tutta la città, i suoi beni e la sua vita, dando a tutti i suoi cittadini una nuova grande motivazione collettiva, è una sfida al pessimismo e anche alla rassegnazione, alla miopia spacciata per realismo, al pensar corto’ (Jader Jacobelli).

Crediamo che tale impegno di un’intera comunità debba essere incoraggiato. Crediamo che l’appello di tante personalità e di tanti rappresentanti di diversi Paesi europei debba essere accolto. Possiamo dimostrare che crediamo nel futuro, che crediamo alle speranze delle nuove generazioni, che l’Italia può offrire esempi positivi e significativi di gestione lungimirante di quella autentica miniera che è il suo patrimonio naturale e storico, che è sedimentazione di una millenaria esperienza umana. Per questo sentiamo di poter assumere per il PO lo slogan:

Pecunia viro non vir pecunia”


L’appello a cui si fa riferimento nell’intervento di Barbabella è il seguente:

Appello per la salvezza e il futuro di Orvieto

In questi anni Orvieto è passata da città-simbolo dei pericoli che corre il patrimonio ambientale e storico-artistico del Paese a città-simbolo di come si può operare per salvare tale patrimonio.

Dunque una speranza per tutti.

La Regione dell’Umbria, avvalendosi dei finanziamenti dello Stato, ha realizzato una parte importante delle opere necessarie a garantire la stabilità della rupe e la sicurezza della città.

Le Soprintendenze umbre, avvalendosi anch’esse di finanziamenti speciali, hanno iniziato uno studio sistematico e prodotto i primi interventi urgenti per il restauro del Duomo e di altri beni artistici e archeologici.

Il Comune, da parte sua, ha elaborato una proposta organica di sviluppo della città, imperniata proprio sulla salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio ambientale e storico-artistico, il “PO”: parco archeologico intorno alla rupe, funicolare, scale mobili e parcheggi per eliminare il traffico nel centro storico, nuovo assetto dei musei, restauro del palazzo del Popolo per attività congressuali, restauro del teatro Mancinelli e di altri edifici storici, ripristino delle antiche pavimentazioni di vie e piazze, eliminazione dei cavi elettrici e telefonici dalla facciate e delle antenne televisive dai tetti.

I diversi interventi in atto, statali, regionali, provinciali e comunali, fanno sì che oggi Orvieto si configuri come una città-cantiere, come piccolo ma significativo laboratorio.

Al fondo c’è la convinzione che conservare i caratteri distintivi di questa città, anzi valorizzarli decisamente, con un consolidamento che abbini le più moderne tecnologie al più rigoroso rispetto dei prodotti della natura e dell’uomo e con un’opera di rilettura della funzione non solo degli edifici ma del tessuto urbano e del rapporto città-territorio, significa insieme costruire il futuro di una comunità locale ed avanzare una proposta di valore generale: la città a misura d’uomo.

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E’ certamente eccezionale che si sia riusciti ad innescare un processo per intervenire contestualmente, seppure per diverse vie, finanziarie ed amministrative, sull’intero patrimonio culturale ed ambientale di una città e che si stia tentando energicamente e lucidamente di passare da una pur indispensabile esigenza di manutenzione straordinaria ad una operazione più ambiziosa di restauro territoriale a grande scala e di impiantare su questa una nuova fase di sviluppo economico, civile, culturale.

Ma proprio perché ha questo carattere di eccezionalità, proprio perché vuol essere un esempio, tale esperienza va condotta in porto, va compiuta.

Perché ciò avvenga, oltre allo sforzo già fatto, c’è anzitutto il bisogno di non interrompere i lavori in corso e di realizzare i programmi e i progetti che la Regione dell’Umbria e il ministero dei Beni Culturali hanno portato in Parlamento, in esecuzione del disposto dell’art. 2 della legge 227/1984, al fine di completare il risanamento della rupe, restaurare il Duomo e l’incomparabile patrimonio artistico ed archeologico orvietano, realizzare le opere che a tale risanamento ed a tale restauro fanno da corollario indispensabile: la difesa e la valorizzazione delle pendici, un nuovo sistema di mobilità che elimini gli effetti negativi del traffico, il sistema di controllo e di manutenzione permanente della rocca di tufo.

I fondi oggi a disposizione consentono  di lavorare ormai per pochi mesi.

Facciamo dunque appello al Parlamento ed al Governo della Repubblica perché venga approvata quanto prima una nuova legge che accolga l’esigenza di organicità e di completezza degli interventi progettati.

Non si tratta solo di salvare una città né solo di assicurare il futuro ad una comunità.

Si tratta di non mandare dispersa un’esperienza cui hanno lavorato unitariamente tutte le Istituzioni e le forze politiche e alla quale la cultura del Paese guarda con speranza giacchè può essere la dimostrazione che l’Italia ha consapevolezza del suo patrimonio ambientale e storico e vuole dimostrare al mondo che è in grado di operare per salvarlo e valorizzarlo.


Dopo l’intervento di Franco Barbabella ci furono diversi altri interventi. In un articolo, scritto da Francesco Della Ciana e pubblicato da “Il Corriere dell’Umbria” il 30 settembre del 1986, fu riportato quanto sostenuto in alcuni di questi interventi:

“…L’onorevole Gerado Bianco: ‘La città di Orvieto appartiene alla cultura europea e alla cultura mondiale’. L’onorevole Renato Balzanti: ‘Intendiamo assicurare ogni sostegno al PO. I rapporti avviati autorizzano a dire che un’attenzione particolare sarà rivolta verso un progetto che è ben organizzato e che si è contraddistinto per la forte integrazione dei caratteri che lo compongono: il parco archeologico e il centro documentazione sulla rupe’. Il dottor Gianfranco Giro: ‘Desidero segnalare la singolarità dell’iniziativa. E’ un’onore per la comunità europea appoggiare questa richiesta. Seguirla ad appoggiarla in ogni suo aspetto’. Il parlamentare spagnolo onorevole Del Castillo: ‘Non mi sento come un estraneo, ma come un compatriota. Ho sempre guardato con interesse all’Italia e l’Italia mi ha ripagato, in questa eccezionale occasione del PO’. L’onorevole Michele Cifarelli, del Consiglio d’Europa, tra i fondatori di Italia Nostra: ‘La validità del PO va vista con la risoluzione del problema turistico nel centro storico’. Il professor Franco Minissi: ‘Orvieto è una città a dimensione umana, che va salvaguardata’. L’onorevole Emanuele Macaluso:

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‘Bisogna considerare lo sbocco produttivo che può derivare dall’attuazione dell’iniziativa orvietana’. Il professor Mario Torelli: ‘Non è tanto la globalità delle iniziative che fa scaturire interessi, quanto la ristrutturazione e la fruibilità dell’ambiente orvietano con la realizzazione dei provvedimenti del PO’”.

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Il sistema di mobilità alternativa

Il sistema di mobilità alternativa rappresenta una componente molto importante del PO, sia perché è stato finanziato, in gran parte, con i fondi delle legge speciali per Orvieto, sia perché cambiare, radicalmente, come è avvenuto con quel sistema, l’assetto del  traffico e dei parcheggi degli autoveicoli nel centro storico era considerato come uno degli strumenti per ridurre i pericoli di instabilità della rupe, in quanto il sistema era anche finalizzato a far diminuire notevolmente il numero degli autoveicoli che potessero attraversare il centro storico e ciò era ritenuto molto utile per favorire la stabilità della rupe stessa.

Per descrivere le principali caratteristiche del sistema di mobilità alternativa ho utilizzato, principalmente ma non esclusivamente, la relazione dell’ingegner Enrico Coluzzi, che faceva parte del cosiddetto gruppo di progettazione, presentata in occasione del convegno “Orvieto e Todi due città da salvaguardare”, tenutosi ad Orvieto, presso il centro congressi il 23 febbraio 1995, e a Todi il 24 febbraio dello stesso anno, presso il teatro comunale.

“Il sistema di mobilità alternativa della città di Orvieto deriva dallo studio di fattibilità per il ripristino della funicolare promosso dalla Regione dell’Umbria nel 1980 e consiste in un sistema multimodale integrato che fornisce una risposta completa e articolata alla domanda di accesso alla città.

Lo studio di fattibilità prendeva le mosse da un’analisi della domanda di accesso al centro storico (sulla base di dati ricavati in parte da rilevamenti diretti e in parte forniti dalle Aziende di trasporto pubblico, dall’Azienda di soggiorno e turismo, dal Comune e dai Vigili urbani), proponendo oltre alla funicolare, un sistema di minibus per la circolazione nella città,

Successivamente, partendo dallo studio di fattibilità, il Consorzio per i servizi di trasporto pubblico della Provincia di Terni bandiva un concorso di idee per l’attuazione del piano. Il primo premio veniva aggiudicato dall’associazione Rpa (Perugia)-Sotecni (Roma) che proponeva un sistema integrato allargando la scala d’indagine all’intera mobilità di Orvieto e dei centri sub-urbani. Nel 1983 il Consorzio trasporti di Terni incaricava la Rpa e la Sotecni di elaborare il progetto di mobilità alternativa della città di Orvieto come previsto nel concorso di idee.

Il sistema prevede due assi preferenziali di ascesa alla rupe, uno sul versante orientale ed uno su quello occidentale, due parcheggi di scambio ed un sistema di distribuzione nel centro storico.

Il sistema proposto, a regine, costituirà il presupposto per una riduzione drastica del numero dei veicoli (specie pendolari e turisti) in accesso al centro storico, con evidenti vantaggi sia dal punto di vista della sua mobilità interna che della sosta. E’ noto che i problemi di degrado degli edifici del centro storico di Orvieto sono, almeno in parte, collegati alle vibrazioni indotte dal traffico, specie di quello pesante. E’ quindi intuibile la validità di un intervento organico di mobilità alternativa strutturato tramite una rete intermodale con nodi di interscambio.

Da quanto detto il sistema dovrà garantire:

- eliminazione dei mezzi pubblici pesanti di linea e turistici in accesso al centro storico, riduzione drastica delle auto private in accesso ed in sosta nell’area urbana;
- abbattimento degli indici di inquinamento atmosferico con conseguente riduzione del degrado e della manutenzione ai monumenti storici;

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- miglioramento dell’accessibilità e della sosta ai mezzi privati dei residenti.

Il sistema è articolato in tre sottosistemi indipendenti ma integrati dal punto di vista funzionale di cui i primi due sono relativi alle infrastrutture ed il terzo alla gestione e informatizzazione.

Il sottosistema 1, già realizzato, è articolato in:

un nodo di interscambio costituito da:

- un parcheggio di superficie nel versante orientale ai piedi della funicolare per 50 pullman e 340 posti auto;
- un edificio di ricezione turistica di superficie di circa 160 mq.;

un sistema di mobilità alternativa costituito da un asse di adduzione alla sommità della rupe che si articola in:

- un percorso coperto d’accesso al sottopassaggio della stazione ferroviaria costituito da un scala mobile e da una rampa per handicappati;
- un ascensore e una scala mobile dal sottopassaggio della stazione ferroviaria alla piazza antistante la stessa;
- una stazione di imbarco della funicolare;
- un tratto di funicolare;
- una stazione di sbarco della funicolare.

Il sottosistema 2, parzialmente realizzato, prevede:

un nodo di interscambio costituito da:

- il parcheggio interrato di Campo della Fiera per 600 posti auto;
- un capolinea per gli autobus di linea presso il parcheggio sopraddetto;

un sistema di mobilità alternativa costituito da:

- un percorso pedonale meccanizzato Campo della Fiera- piazza Ranieri e due ascensori Campo della Fiera-via Ripa Medici.

Il sottosistema 3, quasi totalmente realizzato, prevede:

- una centrale di controllo e gestione dati relativa alla mobilità la quale è collegata, tramite linea telefonica dedicata, ai vari componenti del sistema stesso e ubicata presso il parcheggio della funicolare nell’edificio di ricezione turistica;
- acquisto e utilizzo di minibus equipaggiati con apparecchiature di bordo in grado di trasmettere e ricevere via radio segnali alla centrale di raccolta e gestione dati;
- linee di minibus per il collegamento tra piazza Cahen e il centro storico con una linea diretta di collegamento tra piazza Cahen e il Duomo;
- installazione lungo le linee di percorso dei minibus di fermate attrezzate con pannelli luminosi che segnalano la posizione degli stessi lungo il loro tragitto, sistema di informatizzazione per la gestione automatizzata presso i due parcheggi della funicolare e di Campo della Fiera;

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- installazione di pannelli luminosi a messaggio variabile ubicati nei punti nevralgici della viabilità per le indicazioni sullo stato di capienza dei parcheggi;
- sistema di integrazione tariffaria costituito da apparecchiature in grado di gestire i biglietti per l’utilizzo della funicolare, dei parcheggi, dei minibus e di alcuni musei (museo Greco, Faina e pozzo di San Patrizio);
- sistema di rilevamento automatico del traffico per il controllo in continuo dei mezzi in entrata ed in uscita dal centro storico;
- giornali elettronici costituiti da pannelli luminosi in grado di trasmettere messaggi di vario tipo ubicati presso la piazza della stazione ferroviaria e in piazza della Repubblica;
- sistema di informazione turistica costituito da apparecchiature in grado di fornire agli utenti informazioni turistiche, ubicate presso il parcheggio della funicolare, il parcheggio di Campo della Fiera e in piazza Duomo.

Per esigenze di programma non è possibile trattare in dettaglio tutti gli elementi che compongono i tre sottosistemi. In tal senso si è scelto di puntare l’accento su alcuni interventi rappresentativi, quali il nodo intermodale del parcheggio di Campo della Fiera e i sistemi di mobilità alternativa costituiti dalla funicolare, percorso meccanizzato e ascensori.

Il parcheggio di Campo della Fiera fa parte del sottosistema 2 ed è ubicato sull’area del Campo della Fiera contenuta in un tornante della statale Umbro-Casentinese sottostante la zona di Ripa Medici nel versante occidentale della rupe di Orvieto. Il parcheggio è costituito da un struttura in acciaio con due piani interrati che sono quelli destinati propriamente ad autorimessa. La copertura è invece sistemata a piazza, con lo scopo di recuperarla a fini sociali, come spazio per giochi e manifestazioni di vario genere. Inoltre la piazza, in caso di necessità, potrà essere usata come parcheggio per mezzi ad uso privato o pubblico. Ciascuno dei due piani interrati, di superficie di 7.100 mq., ha una capienza di circa 300 posti auto. Il parcheggio è stato ultimato e messo in funzione nel 1994.

La funicolare, quale componente fondamentale del sottosistema 1, collega il parcheggio di Orvieto scalo con piazza Cahen posta sul pianoro della rupe. La via di corsa ha una lunghezza di 557 m., un dislivello di 155 m. ed una pendenza di circa il 28%. La funicolare è di tipo convenzionale, con due vetture a pianale unico lievemente inclinato (4%) con capienza di 75 persone ciascuna e unico asse di rotaia con scambio centrale lungo il percorso. Con l’obbiettivo di recuperare, per quanto possibile, la sede esistente, sono state mantenute le medesime pendenze, ripartite su tre livellette fondamentali. Si è conservato così l’andamento del profilo che si avvicina a quello ottimale di tali sistemi di trasporto. Le stazioni, completamente riprogettate, sono superficiali e organizzate in modo da garantire sia la sicurezza dei viaggiatori che il rapido incarrozzamento e svuotamento delle vetture, per minimizzare i tempi di sosta, previsti non superiori ai 30 secondi. La velocità massima è di 6 m./sec.; il ciclo completo è di 145 sec.; il tempo totale di viaggio non raggiunge i due minuti alla massima velocità. L’impianto ha quindi una capacità di portata di circa 1.800 passeggeri l’ora. Sono state installate una serie di telecamere lungo la linea in maniera da controllare il regolare svolgimento della corsa; queste sono collegate ad una cabina di manovra ‘intelligente’ ubicata nella stazione di monte, dalla quale un solo operatore, tramite sistemi elettronici di avviamento, frenatura e controllo, gestisce le varie fasi di imbarco e sbarco dei passeggeri. Automatismi di accesso permettono di controllare e convogliare il traffico dei passeggeri  dall’ingresso all’uscita delle stazioni. Tutto l’impianto è stato progettato tenuto conto dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Va ricordato che la funicolare di Orvieto, in funzione dal 1990, è la prima in Italia ed in Europa ad avere un funzionamento completamente automatizzato allo scopo di ottimizzare la

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fase gestionale e rendere all’utenza un servizio tecnologicamente avanzato e sicuro sotto tutti gli aspetti.

Sempre del sottosistema 2 fa parte il collegamento meccanizzato tra il parcheggio di Campo della Fiera e il centro storico. La descrizione dell’intervento sarà relativa agli aspetti generali del progetto. Il collegamento è articolato in due percorsi, di cui uno costituito da scale e tappeti mobili che esce in piazza Ranieri, ed un altro, costituito da due ascensori che salgono fino a via Ripa Medici.

Dal parcheggio, attraverso due rampe di scale in unione con un ascensore, si accede alla base del collegamento meccanizzato dove sono ubicati anche i locali per le informazioni degli utenti. Il collegamento meccanizzato è realizzato in sotterraneo sfruttando un cunicolo in parte già esistente. Inizia con due rampe lunghe m. 16,80 ciascuna, prosegue con un tappeto mobile lungo m. 33, quindi segue con un percorso pedonale lungo m. 40, continua con due tappeti mobili, lunghi ciascuno m. 20,30 ed infine termina con una terza scala mobile lunga m. 14,40. I vari impianti di risalita sono raccordati tra loro da brevissimi tratti pedonali orizzontali. L’intero percorso è lungo m. 180 e supera un dislivello di m. 35,60. Ogni rampa di scala mobile ne prevede una per la salita ed una per la discesa. A fianco delle scale mobili è prevista una scala fissa. I tappeti mobili funzionano solo per il percorso in salita. A fianco degli stessi è prevista una rampa pedonale fissa per il flusso di discesa. Il primo tappeto mobile ha pendenza media del 17% per cui la corsia laterale pedonale è stata intervallata da tre rampe di gradini, allo scopo di limitare l’acclività. I successivi due tappeti mobili hanno pendenza del 13%. Il percorso pedonale lungo complessivamente m. 40 ha pendenza media del 14%. Il tratto di percorso servito dalle sole scale mobili complessivamente è lungo m. 48, pari al 26% del percorso totale e supera un dislivello di m. 18,10, pari al 52% del dislivello totale. Il tratto di percorso servito dai soli tappeti mobili complessivamente è lungo m. 73,60, pari al 40,8% del percorso totale e supera un dislivello di m. 11,10, pari al 31% del dislivello totale. Ne risulta che il grado di meccanizzazione complessivo del percorso è dell’83%.

Il sottosistema 2 prevede, inoltre, due ascensori verticali a contrappesi, che superano un dislivello di m. 35 a partire dalla quota di base della piazza del parcheggio con uscita in via Ripa Medici della capienza complessiva di 22 persone. I due ascensori sono collocati all’interno di un pozzo escavato all’interno della rupe a ridotta distanza dal ciglio. Alla base, alla quota del parcheggio, è prevista la costruzione di una camera prospiciente l’ingresso, per la sosta degli utenti in attesa degli ascensori, di una breve galleria di collegamento con il parcheggio  e di due camere laterali per l’alloggiamento degli impianti. Considerato che il collegamento meccanizzato, da solo, è in grado di sopperire alle necessità di trasporto legate al parcheggio, il servizio offerto dagli ascensori può anche essere integrativo in particolari periodi di punta per sopperire a richieste di trasporto degli utenti convogliati da mezzi pubblici presso il parcheggio di Campo della Fiera. Inoltre tale servizio è comunque necessario per gli utenti anziani, per i portatori di handicap e utenti non disposti ad utilizzare il servizio di scale e tappeti mobili. I lavori relativi, sia al percorso meccanizzato che agli ascensori, sono tutt’oggi in fase di realizzazione.

Il sistema di mobilità alternativa, che quanto più succintamente si è cercato di esporre, al di là del significato specifico, relativo ad un’ottimazione della situazione viabilistica di Orvieto, deve essere considerato quale intervento necessario al fine di assicurare la salvaguardia del patrimonio storico-artistico della città. A conclusione dell’intervento si intende semplicemente sottolineare che, in una corretta politica di salvaguardia, non è possibile prescindere da un discorso plurisettoriale che faccia interagire l’analisi dello stato di degrado dei beni storico-artistici presenti in una specifica area, con i dati relativi al rischio ambientale ed antropico a cui questa è soggetta. In tal senso il significato

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complessivo del progetto di mobilità alternativa può essere compreso a pieno solo se inserito all’interno di un quadro più generale di salvaguardia, riassunto all’interno della legge 545/1987 che comprende, oltre al citato intervento, il consolidamento della rupe di Orvieto e i restauri di edifici monumentali”.

Prima di esaminare l’ultima parte del sistema di mobilità alternativa, mi sembra opportuno occuparmi della “vecchia” funicolare, che è stata uno dei principali elementi caratteristici di Orvieto, a partire dal XX secolo, e il suo ripristino è stato oggettivamente, almeno per gli orvietani, la componente più importante di quel sistema.

Per quanto riguarda la storia della funicolare ho fatto riferimento ad uno degli opuscoli illustrativi del PO, realizzati dal Comune di Orvieto, curato da Alberto Satolli.

“Il 1° maggio 1884 - non ancora giorno della festa dei lavoratori - comparvero dinanzi al regio notaio Cesare Calabresi in Orvieto il nobil uomo sig. cav. Odoardo Ravizza, sindaco del Comune, ed il sig. Sigfrido Luigi Neuburger in rappresentanza della ditta industriale Morgan & Co. - con garanti il conte Adolfo Cozza e il sig. Lorenzo Corseri - per stipulare la convenzione per la costruzione di una ‘linea a trazione meccanica, vulgo funicolare’. L’atto notarile che si stipulò faceva seguito ad una serie di deliberazioni già adottate dal Consiglio comunale fin dall’aprile 1882 ed al lavoro di una commissione municipale che aveva elaborato un progetto di massima ed un capitolato per la realizzazione di ‘una funicolare, ossia linea ferrata a trazione meccanica per la facile e pronta percorrenza della strada di congiunzione della Città alla stazione della ferrovia e viceversa’.

L’ing. Raniero Mengarelli ricorderà nel 1910 - spiegando così la presenza dei due garanti dal notaio - che ad Adolfo Cozza ‘…si deve la prima idea della funicolare collegante Orvieto alla stazione, idea che fu realizzata dalla tenacia incrollabile del concittadino Lorenzo Corseri. Al Cozza si deve la priorità del principio delle livellette compensate per ridurre al minimo lo sforzo di trazione nelle funicolari, principio da me applicato per la prima volta nella funicolare orvietana’.

In effetti la concessione passerà nel 1887 dalla ditta Morgan a Lorenzo Corseri il quale ne cederà a Giacomo Bracci (il cav. Giacomo era stato sindaco di Orvieto pochi anni prima) tutti i diritti che gli verranno riconosciuti dal Consiglio comunale all’unanimità (anche se i Consiglieri presenti erano soltanto dodici - con due assessori non votanti perche parenti del nuovo concessionario - mentre diciotto erano assenti).

Così il 7 ottobre 1888 fu inaugurata la ‘Funicolare Bracci’, una funicolare tutta orvietana che precorreva i tempi con soluzioni d’avanguardia e impostava ‘avveniristicamente’ la problematica del collegamento della città sulla rupe isolata con i più moderni flussi vallivi, incentivati dalla nuova ferrovia. Basti ricordare che la ‘carrozza di prima classe’ era stata pensata ‘indipendentemente dalla sua piattaforma o carro inferiore’ per ‘servire promiscuamente come vagone della linea funicolare e come carrozza da transitarsi a cavalli’ ed era stato previsto anche un ‘modello di carri per materiali’ anticipando gli attuali containers; oppure si pensi alla soluzione infine adottata del trasporto ‘ad acqua’ che risolveva brillantemente, con l’acqua come contrappeso, problemi energetici ed ecologici. Anche la calma ascesa lungo le pendici della collina - mentre si colmava un dislivello con il sistema più veloce - e la conquista della rupe attraverso il tunnel scavato nel tufo sotto la rocca dell’Albornoz era, e resta, il modo più corretto ed emozionante per guadagnare, quasi attraverso una pausa di meditazione, l’accesso alla città ‘alta e strana’.

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All’efficacia del servizio pubblico urbano si aggiunsero, perciò, implicite valenze turistiche, adatte anche ad un turismo di massa e questi caratteri peculiari della funicolare orvietana sono già ben evidenziati in una suggestiva sequenza di un film degli anni Trenta (quel ‘Treno Popolare’ che Matarazzo girò con le musiche di Nino Rota) che racconta, appunto, di una gita domenicale organizzata da Roma ad Orvieto.

Oltre al rinnovamento delle vetture, nel 1938 furono ricostruite anche le due stazioni e con quell’ultimo ammodernamento della struttura la funicolare seguitò a fornire un ineccepibile servizio per gli abitanti del nuovo nucleo urbano che si sta espandendo in prossimità dello scalo ferroviario, oltre che per i pendolari e per i turisti di sempre, fino alla sua inaspettata chiusura nel 1970.

Ora, a venti anni di distanza, la funicolare è tornata finalmente a funzionare dal 16 giugno 1990, completamente rinnovata ed efficiente”.

Nell’opuscolo, curato da Satolli, ci si sofferma brevemente anche sulle caratteristiche della nuova funicolare.

“L’utilità della funicolare di Orvieto è ampiamente dimostrata dal suo ininterrotto funzionamento quasi secolare e la sua utilità, come funzionale mezzo di trasporto, fu confermata nel piano regolatore del 1976 in cui era già contenuta la soluzione di politica urbanistica per il complesso problema di viabilità.

Dalle indicazioni del piano scaturì il ‘progetto di mobilità alternativa’, che includeva la funicolare, come valida integrazione di tutte le altre componenti previste. Di questo progetto in corso di realizzazione - che prevede un sistema di parcheggi fuori della rupe e di trasporti meccanizzati per raggiungerla velocemente e trovarsi in un centro storico finalmente liberato dall’incivile schiavitù di un traffico veicolare già insopportabile ed in continuo aumento - il ripristino della funicolare rappresenta, insieme all’ampio parcheggio costruito in prossimità dello scalo ferroviario, una risposta concreta e conseguente alle istanze programmatiche generali.

Il progetto della nuova funicolare, studiato sul vecchio percorso (lungo 577,93 metri e con una pendenza media del 27,86%), è stato naturalmente adeguato per rispondere alle norme di sicurezza ed alle esigenze di regolare funzionamento, predisponendo un impianto elettrificato ed automatizzato. Il tempo di percorrenza per superare il dislivello di 156 metri con le nuove vetture, ad una velocità di base di 6 m./sec., è calcolato in meno di due minuti (105 sec.) che, compreso il tempo d’entrata e uscita di passeggeri, non raggiunge per l’intero ciclo i due minuti e mezzo (145 sec.). Ogni vettura può contenere 75 viaggiatori per cui la potenzialità di trasporto diventa di 1.862 persone ogni ora. Le stazioni di valle e di monte sono state ricostruite ex novo con una serie di servizi annessi che nelle precedenti non esistevano ed anche la linea della funicolare è stata completamente rifatta e illuminata.

I costi per la realizzazione del nuovo impianto, comprese le sistemazioni del piazzale a valle, dei percorsi fino al parcheggio e degli edifici accessori (museo-segreteria e ricezione turistica) ammontano complessivamente a L. 6.203.300.000 (di cui L. 3.075.000.000 per le apparecchiature elettromeccaniche)”.

Si può aggiungere, inoltre, che, relativamente agli interventi già evidenziati, nel gennaio del 1993 terminarono i lavori di realizzazione del parcheggio in prossimità della stazione ferroviaria, nel luglio del 1994 è stato completato il parcheggio del Campo della Fiera e nel dicembre del 1996

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furono attivati gli ascensori che collegano quel parcheggio con il centro storico. E, poi, per quanto concerne alcuni provvedimenti che hanno modificato sostanzialmente il sistema della sosta e della circolazione all’interno del centro storico, nell’ottobre del 1991 furono introdotti i parcheggi a pagamento a tariffa differenziata e nel novembre del 1994 entrò in vigore la circolazione “a stanze”.

Con l’ultima fase del sistema di mobilità alternativa si introdussero ulteriori cambiamenti nell’assetto della mobilità che portarono ad una sua configurazione, se non definitiva, comunque non modificabile in un arco di tempo abbastanza ampio.

Tale fase fu definita, nelle sue componenti essenziali, in seguito alla studio eseguito dal professor Filippi e dall’ingegnere Ciuffini, riguardante la verifica e l’aggiornamento del piano della mobilità e del piano integrato dei trasporti, approvato dal Consiglio comunale nella seduta del 29 maggio del 1996.

Un unico, ma estremamente importante, nuovo intervento strutturale caratterizzò la terza fase del progetto: la costruzione di un parcheggio sotterraneo, che lasciò libera completamente l’area dell’ex campo sportivo di via Roma. In tale area è stato realizzato un piccolo campo di calcio e nella restante parte una zona a verde.

I piani del parcheggio sono due. Ma nello studio citato, l’ingegnere Ciuffini formulò tre ipotesi: monopiano con 360 posti-auto, bipiano con 720 posti-auto, tripiano con 1.080 posti-auto. E furono definite dieci possibili versioni del parcheggio, che si distinguevano a seconda del numero dei piani, del fatto che i piani potessero essere in elevazione o sotterranei, e del tipo di utilizzo della copertura. Il costo variava tra gli 8 miliardi e 500 milioni e i 17 miliardi di lire.

Dei due piani che furono effettivamente realizzati uno fu destinato ai residenti nel centro storico e nell’altro si diede vita ad un parcheggio a rotazione, per i non residenti nel centro storico.

I motivi che indussero a costruire il parcheggio di via Roma furono diversi: liberare dalla sosta alcune piazze cittadine, un diverso utilizzo dell’area dell’ex campo sportivo che, in precedenza, era sede di un parcheggio, fornire un “ricovero” alle auto “lungo stanti” di proprietà dei residenti, liberando così dalla sosta un certo numero di vie vicine al nuovo parcheggio, fornire un parcheggio pertinenziale per le auto degli eventuali futuri reinsediati nel centro storico di Orvieto.

Altri elementi di questa ultima fase del sistema di mobilità alternativa possono essere considerati alcuni interventi di moderazione del traffico. Innanzitutto una parte delle misure attuabili in applicazione del progetto comunitario “Capture”, al quale il Comune di Orvieto partecipò, in seguito ad un incarico specifico affidato al professor Filippi. Le principali fra queste misure erano dissuasori fisici della sosta, dossi artificiali, dossi combinati, restringimenti della carreggiata, “chicanes”, strisce sonore, isole di traffico, spartitraffico, rotatorie. La caratteristica comune di tutti questi interventi era rappresentata dal fatto che con la loro forma fisica forzavano o proibivano un’azione specifica. Gli svantaggi erano i costi, l’impatto negativo con veicoli di servizio e di emergenza all’interno del centro storico. Inoltre tali sistemi erano statici e dovevano essere appropriati per ogni ora del giorno e della notte.

Occorre rilevare, poi, che nello studio di Filippi e Ciuffini, veniva sostenuto che il blocco orario dalle ore 7,30 alle 9, per le auto dei non residenti, non appariva più di primaria importanza, rispetto agli obiettivi del piano del traffico del 1990, alla luce dei risultati ottenuti con l’adozione dello

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schema di circolazione a stanze. Infatti mentre tra il 1988 e il 1995 si era assistito ad un aumento dei veicoli entranti e uscenti dal centro storico (passarono dalle 7.500 alle 9.500 unità), parallelamente si verificò una notevole riduzione dei tempi di occupazione del suolo pubblico urbano: infatti l’accumulo della sosta all’interno del centro storico diminuì di circa il 50% nel periodo di punta (1.200 nel 1994 contro 600 nel 1995).

Nello studio di Filippi e Ciuffini furono esaminate due ipotesi di moderazione del traffico. La prima ipotesi era contraddistinta dal blocco veicolare e dall’introduzione di una tariffa per i non residenti nel nuovo parcheggio di via Roma. I residenti avrebbero potuto parcheggiare gratuitamente in quel parcheggio. Era previsto anche un aumento della tariffa oraria dei parcheggi a pagamento, già esistenti, all’interno del centro storico. Questa ipotesi avrebbe dovuto comportare l’incremento dell’intermodalità pubblico-privato mediante il nodo di interscambio del parcheggio della stazione ferroviaria a valle della funicolare con conseguente incremento dell’utenza del trasporto pubblico. Sarebbe diminuito inoltre il flusso veicolare all’interno del centro storico e si sarebbe garantito un aumento dell’accessibilità agli utenti occasionali e a coloro che non erano interessati alla fascia oraria 7,30-9. Nella seconda ipotesi erano previsti alcun interventi che avrebbero risolto il problema della fluidità veicolare e della sosta senza ricorrere a misure quali il blocco veicolare. Anche in questo caso era ipotizzata l’introduzione di una tariffa per i non residenti nel nuovo parcheggio di via Roma. Erano previste inoltre misure volte a ridurre il numero dei posti auto disponibili lungo la viabilità principale e secondaria all’interno del centro storico, l’aumento della capacità del parcheggio di via Roma tramite la realizzazione in sotterraneo e/o in elevazione di un autosilos in grado di soddisfare la domanda di stanziamento e ricoveri di una parte rilevante dei residenti nel centro storico e di consentire il recupero ad altri importanti usi della parte in superficie dell’area (si precisa che inizialmente era stato ipotizzato che anche l’area dove sorgeva il campo sportivo potesse essere utilizzata come parcheggio).

Un ulteriore elemento dell’ultima fase del sistema di mobilità alternativa fu rappresentato dallo sviluppo dell’utilizzo di sistemi di integrazione tariffaria. Si faceva riferimento ad una serie di misure che permettessero all’utente di accedere a servizi di vario genere mediante un’unica forma di pagamento. Lo scopo fondamentale era quello di favorire l’intermodalità garantendo così all’utente una rete integrata di spostamento che potesse essere competitiva con l’uso del veicolo privato. La possibilità di accedere a più modalità di trasporto con un unico titolo di viaggio determina infatti per il passeggero un notevole risparmio di carattere economico a cui va aggiunto il risparmio di tempo e la maggiore semplificazione legati alla possibilità di acquistare un unico biglietto. Il campo di applicazione di tali provvedimenti poteva essere ampliato notevolmente rispetto agli usi in precedenza prevalenti. Ad esempio si poteva utilizzare lo stesso titolo di pagamento sia per servizi di trasporto pubblico che per servizi legati all’uso di automobili (è il caso dei parcheggi a pagamento ma anche di sistemi di pedaggio urbano o autostradale). Ai biglietti magnetici si può affiancare l’uso di carte magnetiche o carte a microprocessore (“smart card”) personalizzate che consentono l’addebito della tariffa dovuto direttamente sul conto corrente del possessore, con possibilità di carte prepagate per coloro che non sono dotati di conto corrente. Per i turisti la tariffa integrata avrebbe potuto comprendere dei “pacchetti” di offerta in cui fossero incluse visite guidate ad alcuni musei ed ai principali luoghi della città di particolare interesse storico-artistico.

Inoltre, nell’ultima fase del sistema di mobilità alternativa, già era ipotizzata l’introduzione di alcuni cambiamenti nei meccanismi di funzionamento dei parcheggi a pagamento. Fu previsto l’utilizzo dei cosiddetti “ausiliari del traffico” per il controllo delle aree di sosta a pagamento, in modo tale che gli agenti della polizia municipale fossero sgravati di alcune incombenze e potessero così dedicarsi in misura maggiore allo svolgimento di altri compiti, in parte trascurati per motivi di

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tempo in considerazione della scarsità dell’organico a disposizione dell’Amministrazione comunale. Poi fu ipotizzata la possibilità di differenziare ulteriormente il sistema tariffario, prevedendo un incremento della tariffa a partire dalla seconda ora di sosta. In questo modo sarebbe stato favorito l’utilizzo dei parcheggi a pagamento, situati nel centro storico, prevalentemente per soste di breve durata, incentivando l’utilizzo, per soste di più lunga durata, dei parcheggi all’esterno del centro storico. In prospettiva, in questo modo, sarebbe stato anche possibile ridurre il numero dei parcheggi a pagamento nel centro storico, liberando altre zone dalla sosta di autoveicoli.

Nello studio di Filippi e Ciuffini furono ipotizzati anche altri interventi modificativi della situazione esistente, di minore rilievo, senza che la loro fattibilità fosse particolarmente approfondita (si trattava dei percorsi turistici ciclabili nel centro storico, dei progetti per le strutture pedonali, del tipo di organizzazione delle fermate, dei capolinea e dei punti di interscambio dei mezzi pubblici collettivi, del tipo di organizzazione delle intersezioni stradali della viabilità principale, del piano generale della segnaletica verticale e del tipo di organizzazione della sosta per eventuali spazi laterali della viabilità principale).

Anche in questo caso, cioè per quanto riguarda il sistema di mobilità alternativa, come per le altre componenti del PO, si può rilevare che, senza dubbio, per quanto riguarda gli interventi strutturali, quelli ovviamente più importanti, tutti gli interventi previsti furono realizzati, in tempi relativamente brevi. Ed anche in questo caso si possono notare le correlazioni tra i diversi interventi, tali che è più che legittimo parlare di sistema, e non invece di un insieme di interventi scollegato e disorganico, per la realizzazione del quale furono sempre perseguiti gli obiettivi iniziali.

Le forme di gestione delle varie strutture sono state e sono diverse, e sono talvolta cambiate nel corso degli anni. In alcuni casi è stata preferita la gestione diretta da parte del Comune e in altri la gestione è stata affidata a soggetti esterni. Qualunque forma sia stata utilizzata, si può senza dubbio sostenere che la gestione è stata ampiamente positiva, sia per quanto concerne l’efficacia e l’efficienza dei servizi erogati, sia per i risultati economici ottenuti.

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Il palazzo dei congressi e il teatro Mancinelli

Nello stesso capitolo ho inserito la ristrutturazione del palazzo del Popolo e del teatro Mancinelli perché, in entrambi i casi, le attività di ristrutturazione sono state realizzate molto bene ma, sempre in entrambi i casi, pur se per motivi diversi, la gestione successiva, soprattutto dal punto di vista economico-finanziario, è stata contraddistinta da notevoli problemi.

Uno degli interventi di maggiore rilievo previsti dal PO è rappresentato dalla ristrutturazione del palazzo del Capitano del Popolo o del Popolo (la seconda denominazione ha spesso soppiantato la prima a partire dagli anni ’80) per realizzarvi un centro congressi.

L’importanza della realizzazione del centro congressi dipese soprattutto dal fatto che si considerò lo svolgimento di attività congressuali come uno strumento di notevole rilievo per garantire una trasformazione radicale del turismo orvietano, che era prevalentemente di passaggio, contraddistinta da una considerevole crescita della permanenza presso gli esercizi ricettivi. Tale obiettivo, per vari motivi, però non fu raggiunto, in quanto l’indice di permanenza media, nonostante la creazione del centro, non aumentò considerevolmente.

Prima di analizzare le caratteristiche del centro congressi e le principali vicende che caratterizzarono la sua gestione, può rivelarsi utile conoscere i precedenti utilizzi del palazzo, così come furono illustrati in una delle diverse pubblicazioni, molto curate, che l’Amministrazione comunale dedicò ai caratteri distintivi del PO. La pubblicazione in questione risale al febbraio 1986 e i testi furono scritti da Alberto Satolli.

“Tra gli antichi edifici orvietani che, per mutamenti storici anche non radicali, hanno più volte cambiato destinazione ed uso, il più importante è senza dubbio il palazzo del Popolo.

Concepito e realizzato nel momento in cui il comune medievale raggiunse, proprio per l’avvento della massa di popolo alla più alta responsabilità di potere, la forma più organica e democratica nel governo della città-stato, il palazzo del Popolo significò (urbanisticamente) la creazione di quel ‘terzo polo’ determinante per la riqualificazione della struttura urbana e rappresentò (architettonicamente) una sintesi imponente di tipologie già usate in altri palazzi pubblici medievali nonché di tecniche costruttive e stilemi decorativi già sperimentati nell’architettura civile orvietana.

L’istituzione del Capitano del popolo risale, in Orvieto, alla precoce data del 1250, ma il palazzo - prima ‘del popolo’ poi ‘del capitano del popolo’, quando ampliando il palazzo fu aggiunta l’abitazione del magistrato - non fu completamente costruito e definitivamente utilizzabile fino al 1284.

La funzione principale del palazzo, quella assembleare per cui era stato realizzato, durò pochi decenni, cioè finchè il Comune fu retto da un governo popolare; con l’avvento della signoria il palazzo del Popolo era già un simulacro e con l’annessione della città allo Stato ecclesiastico diventò addirittura una presenza ingombrante e compromettente al punto che, come i pontefici cercarono di annullare ogni legittima aspirazione popolare, gli storiografi pontifici cercarono di cancellare anche il ricordo del palazzo del Popolo.

Nella seconda metà del ‘300 il palazzo del Popolo diventò residenza dei vicari papali e, successivamente, del podestà; sede di chi amministrava la giustizia contro il popolo, l’edificio era

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ormai una specie di palazzo di giustizia e la sua funzione primaria fu quella di carcere, un carcere ben distinto in tre settori con celle d’isolamento ‘subtus campanam’.

Nel 1480 furono necessari i primi ‘restauri’, così radicali che si parlò di reedificazione mentre si trattò, in pratica, di una semi-demolizione; altri restauri del palazzo che, abbandonato e cadente, aveva perduto anche l’immagine di palazzo pubblico, furono eseguiti ‘alla meglio affinchè stesse su’ nella seconda metà del ‘500.

Nel 1616 i padri della dottrina cristiana sistemarono al piano terreno del palazzo una scuola, sostituita trent’anni dopo dal Monte di pietà, mentre il piano superiore, già usato per ‘recitare la comedia’ fin dal 1572 fu occupato nel 1680 dall’Accademia della Fenice che vi costruì un teatro ligneo con quattro ordini di palchi, inaugurato nel 1683 e funzionante fino al 1835.

I restauri di fine ‘800, in epoca di neo-gotico imperante, riportarono il palazzo del Popolo alla sua forma medievale, ma non potevano certo restituirgli la sua destinazione originaria: utilizzato in seguito per qualche mostra, finì per essere trasformato al pianterreno in un cinema e al primo piano in deposito-laboratorio per i costumi del corteo storico, mentre nella torre (dove nel XV secolo erano le carceri delle donne) trovò posto per alcuni decenni l’Archivio di Stato…”.

Nella seconda metà degli anni ’80 del XX secolo furono eseguiti accurati lavori di ristrutturazione finalizzati a realizzare un moderno ed efficiente centro congressi. Quei lavori, che vennero quasi completamente finanziati con fondi comunali - diversamente da quanto avvenne per la quasi totalità degli interventi previsti dal PO che furono finanziati con fondi statali - e realizzati prevalentemente da aziende locali, comportarono una spesa complessiva pari a 5 miliardi e 700 milioni di lire (2 miliardi e 900 milioni per opere di consolidamento e strumentali, 1 miliardo e 200 milioni per impianti tecnici e speciali e 1 miliardo e 600 milioni per gli arredi). I lavori ebbero termine nel 1990.

Il Centro congressi dispone di più sale: la sala dei 400, la sala Expo e la sala Etrusca. La sala dei 400, ubicata al primo piano, è in grado di ospitare fino a 400 persone ed è dotata di impianti tecnologici di elevata funzionalità (un maxischermo collocato sopra al palco degli oratori, sistemi di amplificazione, videoproiezione e videoregistrazione, cabina regia e impianto fisso a raggi infrarossi per la traduzione simultanea, sistema elettronico di oscuramento per le proiezioni). La sala Expo, situata al piano terreno, è un’area polivalente utilizzabile sia per esposizioni e mostre che per riunioni o seminari fino a 200 persone, oltre che per occasioni conviviali. La sala Etrusca, situata nel piano interrato, ha una struttura modulare in grado di accogliere meeting da 15 fino a 120 partecipanti, essendo suddivisibile in tre salette indipendenti grazie a pareti mobili scorrevoli fonoassorbenti.

Esaminando le caratteristiche delle sale risulta evidente che il centro congressi può ospitare convegni di piccole o medie dimensioni e rivolgersi però a un segmento di mercato anche medio-alto.

Il centro congressi iniziò effettivamente la propria attività nel 1991, anche se alcune manifestazioni vi furono organizzate già nel 1990.

Il centro fu gestito direttamente dal Comune per quattro anni, fino al 1994, dalla ripartizione Affari economici. Per i primi tre anni la direzione fu affidata ad un consulente esterno. Con il 1995 la gestione passò ad una S.p.A, denominata “Orvieto Convention Bureau”, in seguito alla stipula di

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un’apposita convenzione tra Comune e Società, avvenuta il 2 novembre 1994. Per la verità l’intenzione dell’Amministrazione comunale di attribuire la gestione del centro ad una società esterna risaliva a diversi mesi prima del momento in cui venne presa la decisione definitiva. La nascita dell’ “Orvieto Convention Bureau”, infatti, fu piuttosto travagliata, soprattutto perché il Comune, pur intendendo partecipare alla società, sosteneva l’ipotesi di lasciare la maggioranza delle azioni in mano privata, ad una pluralità di operatori economici. Non fu facile però convincere un buon numero di soggetti privati ad aderire. Alla fine ci si riuscì e il numero complessivo dei soci dell’O.C.B. oltrepassò le 50 unità, compresi anche il Comune di Orvieto e la Fondazione della Cassa di Risparmio di Orvieto, raggiungendo un capitale sociale di 233 milioni di lire.

La decisione del Comune di affidare la gestione del centro ad una società esterna era motivata dalla necessità di realizzare una gestione meno complessa e più tempestiva rispetto alla precedente. La volontà dell’Amministrazione di fare in modo che la maggioranza delle azioni fosse nelle mani dei privati era determinata dall’idea che, in questo modo, la gestione sarebbe stata più efficiente e soprattutto rivolta al massimo coinvolgimento degli operatori economici di settori collegati all’attività congressuale, coinvolgimento che, si pensava, sarebbe stato indispensabile per un buon funzionamento del centro congressi. In realtà tale obiettivo fu raggiunto solo in minima parte.

L’Orvieto Convention Bureau S.p.A., costituita il 27 ottobre 1993, aveva come oggetto sociale le seguenti attività: l’utilizzazione e la gestione del palazzo del Popolo nonché di ulteriori strutture e immobili ubicati nella città di Orvieto e con essa territorialmente collegati, già destinati o destinabili ad attività attinenti al sistema congressuale; lo svolgimento, nelle sedi indicate, di attività culturali di vario tipo quali l’organizzazione di congressi, dibattiti, tavole rotonde, seminari, concerti, esposizioni, mostre, e la promozione di attività artistiche, turistiche ed artigianali; lo studio e l’attuazione di una continuata ed articolata attività promozionale delle strutture facenti capo alla Società. L’amministrazione della Società fu affidata ad un consiglio di amministrazione composto da sette membri. La nomina dei consiglieri era effettuata dall’assemblea dei soci, fatta salva la facoltà di nomina che veniva conferita, ai sensi dell’art. 2458 del codice civile, ai soci enti pubblici. I consiglieri nominati dai soci enti pubblici non potevano essere complessivamente più di tre. Il consiglio di amministrazione eleggeva nel suo seno il presidente e il vice presidente. Il consiglio di amministrazione poteva nominare un direttore generale il quale doveva operare nell’ambito degli indirizzi programmatici individuati dallo stesso consiglio.

Con la convenzione tra il Comune e l’O.C.B., il Comune si impegnò a concedere all’O.C.B. l’uso temporaneo del palazzo del Popolo, uso temporaneo che doveva essere esplicitamente richiesto di volta in volta per iscritto (il Comune poteva negare l’uso richiesto solamente se intendeva usufruire in concomitanza delle stesse strutture per iniziative da esso promosse che non avessero comunque finalità di lucro). L’O.C.B. era tenuta a versare al Comune un corrispettivo per l’uso temporaneo delle strutture e delle attrezzature del palazzo del Popolo. Nel corrispettivo si intendevano incluse le spese di energia elettrica, di riscaldamento e/o condizionamento dei locali dati in uso, quelle attinenti al trattamento dell’aria ed al funzionamento degli ascensori e degli impianti tecnologici fissi e mobili, unitamente al consumo di acqua per i servizi igienici e per il bar (erano escluse le spese di consumo del telefono). All’O.C.B. spettava di provvedere alla pulizia generale delle strutture concesse in uso, per tutto il periodo della concessione temporanea. La durata della convenzione fu fissata in 6 anni e poteva essere tacitamente prorogata per un analogo periodo.

Negli anni (1995, 1996, 1997) in cui la gestione del centro congressi fu affidata all’Orvieto Convention Bureau, l’utilizzo del centro non è stato notevole. Non si è cioè verificato quel “decollo” della struttura congressuale che, da più parti, ci si attendeva, soprattutto per accrescere

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l’indotto economico derivante dallo svolgimento dei congressi. Nel 1995 il centro congressi fu utilizzato in 49 occasioni per iniziative di varia natura, 21 delle quali organizzate o patrocinate dal Comune. Delle iniziative promosse dall’O.C.B. solo 9 hanno avuto una durata maggiore di una giornata. Complessivamente il centro fu utilizzato per 68 giorni. Nel 1996 il centro congressi fu utilizzato per 52 eventi, 30 dei quali organizzati o patrocinati dal Comune. Degli eventi promossi dall’O.C.B. solo 3 ebbero una durata maggiore di una giornata. Complessivamente il centro fu utilizzato per 65 giorni. Nel 1996, quindi, come del resto anche nell’anno precedente, i veri e propri congressi ospitati nel palazzo del Popolo furono pochi. Nel 1997 la situazione migliorò, ma non in modo particolarmente consistente. Dispongo solo dei dati al 12 settembre di quell’anno: 33 furono gli eventi tenutisi presso il centro congressi, di cui 10 hanno avuto una durata maggiore di una giornata. Il centro fu utilizzato per 51 giorni.

I risultati conseguiti in termini di utilizzo del centro congressi ebbero degli evidenti ed inevitabili riflessi sul bilancio economico dell’Orvieto Convention Bureau.

Nel 1995 il conto economico fu caratterizzato dal verificarsi di una perdita d’esercizio, peraltro di non eccessiva entità, pari a L. 23.312.394. Tale risultato negativo è stato determinato da un totale dei ricavi pari a L. 342.822.698 e da un totale dei costi pari a L. 366.135.092. Fra i costi le voci che hanno assunto i valori più elevati sono state la spesa per ristoranti ed alberghi (L. 93.423.018), la spesa per consulenza e progetti (L. 50.000.000) e quelle per prestazioni di terzi (L. 50.965.010) - la gran parte delle quali derivanti dalle attività promozionali affidate a soggetti esterni -, la spesa per i servizi di segreteria (L. 27.460.100) e la spesa per l’utilizzo della sala (L. 27.085.000).

Nel 1996 la perdita d’esercizio ha assunto dimensioni molto consistenti (è stata pari a L. 178.851.999). Tale risultato economico fortemente negativo è stato determinato da un totale dei ricavi pari a L. 122.394.823 e da un totale dei costi pari a L. 301.246.822. A fronte quindi di una riduzione dei ricavi del 64%, i costi diminuirono solo del 18%. La riduzione dei ricavi per servizi è stata anche superiore (pari al 68%) alla stessa diminuzione del totale dei ricavi. Quindi la forte contrazione dei ricavi per servizi, dovuta alla notevole riduzione delle attività congressuali promosse dall’Orvieto Convention Bureau, accompagnata all’impossibilità o alla incapacità di diminuire fortemente i costi, ha causato l’elevato disavanzo di bilancio che ha avuto conseguenze sulla stessa natura della società. Fra i costi le voci che hanno assunto i valori più elevati sono state rappresentate dalla spesa per prestazioni da terzi (L. 43.570.765) e da quella per consulenza e progetti (L. 40.000.000), dalla spesa per pubblicità e promozione (L. 27.810.053), dalla spesa per servizi di segreteria (L. 28.716.000), dalla spesa per ristoranti e alberghi (L. 22.896.717), mentre la spesa per l’utilizzo delle sale si è considerevolmente ridotta, rispetto all’anno precedente, fino ad arrivare a L. 4.930.000.

Il forte disavanzo verificatosi nel 1996 ha fatto sì che i soci, nel corso dell’assemblea tenutasi il 28 aprile 1997, hanno dovuto prendere decisioni importanti per il futuro della società. Infatti, con la perdita del 1996 aggiuntasi a quella relativa all’esercizio 1995, il capitale sociale subì una riduzione superiore ad un terzo del valore iniziale. Quindi i soci avrebbero dovuto o ripianare le perdite con conseguente ricapitalizzazione della S.p.A. o mettere in liquidazione la società oppure trasformarla in altra forma giuridica nei limiti del capitale restante e/o nuovamente sottoscritto. Fu scelta l’ultima alternativa. L’O.C.B. è stata trasformata in società consortile a responsabilità limitata. Degli oltre 50 soci iniziali, confermarono l’adesione alla società consortile solo 12, tra i quali comunque il Comune di Orvieto e la Fondazione della Cassa di Risparmio di Orvieto, ciascuno dei quali ebbe una quota del capitale sociale pari a L. 2.000.000. Tali vicende hanno inciso fortemente quindi sulle stesse caratteristiche dell’O.C.B. e la sua trasformazione in società consortile fu quasi una scelta

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obbligata che, per la verità, si sarebbe potuta rivelare utile in futuro per vari motivi (possibilità di ottenere contributi derivanti da fondi dell’Unione europea per l’effettuazione di attività promozionali - per due volte in passato ciò non fu possibile in seguito alla natura giuridica di S.p.A - e possibilità di ottenere contributi da parte degli enti pubblici soci).

Era evidente però che, se negli anni a venire, i risultati economici e non connessi alla gestione del centro congressi non fossero migliorati sensibilmente, si sarebbe potuta verificare nuovamente una situazione di crisi che, necessariamente, avrebbe dovuto essere affrontata con un esborso finanziario, anche consistente, da parte dei soci, ed inoltre l’obiettivo principale che ci si pose sin dall’inizio dell’attività del centro congressi - la creazione di un notevole indotto economico - sarebbe stato ancora una volta mancato.

Negli anni successivi si venne a determinare una nuova  e pesante situazione di crisi, relativamente alla società consortile, che cessò pertanto la sua attività. Si passò di nuovo alla gestione diretta da parte del Comune di Orvieto che non migliorò i risultati conseguiti, nel senso che il numero dei congressi che si svolsero fu sempre, nel corso dei diversi anni fino ad oggi, molto ridotto.

La causa di questi risultati così negativi non può che essere individuata nell’incapacità da parte dei soggetti che si sono alternati nella gestione del Centro congressi a svolgere efficacemente questo compito. E questo non solo perché non furono individuate persone realmente competenti nelle diverse attività necessarie alla gestione del centro. Peraltro tali persone non era facile individuarle avendo a disposizione risorse finanziarie non certo molto consistenti.

A mio avviso, il motivo principale fu un altro. Si sbagliò fin dall’inizio il modo di concepire la gestione del centro. Io in occasione della conferenza sul turismo che si tenne nel 1985 realizzai, gratuitamente peraltro, uno studio di fattibilità riguardante la futura società di gestione del centro, basato principalmente sulle modalità di gestione di altri centri congressi operanti da tempo, in altre città italiane. E da questo studio emerse un aspetto principale che, successivamente, fu trascurato.

Quasi tutti i centri congressi operanti in Italia presentavano dei deficit nella gestione economico-finanziaria, che venivano coperti generalmente con contributi erogati da enti pubblici, i quali peraltro nella quasi generalità dei casi avevano la proprietà ampiamente maggioritaria delle società di gestione (i privati avevano piccole quote del capitale sociale), contributi che erano giustificati dal possibile rilevante indotto economico determinato dallo svolgimento delle attività congressuali. Tali contributi di fatto assumevano la natura di vere e proprie spese pubbliche di investimento in quanto tendevano a migliorare sensibilmente la situazione economica dei territori dove operavano i centri.

Pertanto non sarebbe stato improponibile che il Comune di Orvieto, la Fondazione della Cassa di Risparmio di Orvieto ed altri enti pubblici erogassero contributi anche consistenti per rendere più agevole ed efficiente la gestione del centro congressi, consentendo ad esempio una politica tariffaria più competitiva, rispetto agli altri centri concorrenti, in modo tale da acquisire un maggior numero di convegni. Tali eventuali contributi finanziari sarebbero stati però giustificati solo se effettivamente avessero determinato il verificarsi di un consistente incremento delle attività congressuali svolte presso il palazzo del Popolo.

Ciò però avrebbe richiesto, come condizione necessaria, che fossero stati affrontati alcuni problemi che hanno condizionato l’attività portata avanti dall’Orvieto Convention Bureau. Tali problemi sono stati, fra gli altri, un’insufficiente qualificazione delle risorse umane utilizzate nella gestione quotidiana del palazzo (sarebbe stato auspicabile che fosse stata individuata una figura di direttore

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del Centro congressi con notevole esperienza maturata nel settore) - peraltro tale insufficiente qualificazione delle risorse umane si sarebbe potuta evitare solo se gli enti pubblici avessero erogato contributi di notevole entità -, un’insufficiente capacità di gestione dei componenti del consiglio d’amministrazione (i soci avrebbero dovuto individuare anche in questo caso persone più qualificate) e le inefficienze che caratterizzavano, e caratterizzano ancora, una parte consistente del sistema ricettivo locale, che è contraddistinto anche dall’insufficiente numero di esercizi, adatti ad ospitare i partecipanti ai congressi, presenti nel centro storico (tale situazione potrebbe modificarsi attivandosi per migliorare la qualificazione degli operatori già presenti e la qualità dei servizi erogati, e per aumentare il numero degli esercizi alberghieri, di categoria elevata, operanti nel centro storico).

Proprio in base a queste ultime considerazioni, diverse Amministrazioni comunali, che si sono succedute nel corso degli anni, si sono attivate affinchè sorgesse nel centro storico almeno un nuovo esercizio ricettivo, di categoria elevata e con un numero consistente di posti letto in grado di ospitare eventualmente tutti i partecipanti ai convegni e cioè al massimo 400 persone. Tale obiettivo non è stato ancora perseguito, anche per gli ostacoli frapposti da vari soggetti al suo conseguimento, ma rimane ancora valido e attuale.

Il fatto che problemi inerenti gli esercizi ricettivi abbiano influenzato negativamente la possibilità di organizzare convegni presso il centro congressi di Orvieto è dimostrato anche da alcuni dati, sempre relativi al 1996 e al 1997. Nel 1996 15 dei 30 eventi congressuali per i quali non fu ritenuta Orvieto idonea rispetto alle richieste formulate non si sono tenuti presso il palazzo del Popolo per problemi riguardanti la struttura ricettiva locale. Nel 1997, poi, 5 dei 31 eventi congressuali, potenzialmente interessati al Centro congressi di Orvieto, non si sono svolti sempre per problemi relativi alla struttura ricettiva orvietana.


Un altro degli interventi di maggior rilievo previsti dal PO è rappresentato dal restauro del teatro Mancinelli.

Quanto scrivo sulla ristrutturazione del teatro è ripreso dal volume “Il restauro del Teatro Mancinelli di Orvieto”, editore Maggioli, realizzato da vari autori.

Nel 1979 il teatro Mancinelli fu dichiarato inagibile e fu chiuso al pubblico, soprattutto per realizzare le necessarie operazioni di adeguamento alle normative di sicurezza. I lavori di restauro ebbero inizio però solo nel 1991.

Prima di illustrare le principali caratteristiche di tale restauro, ho ritenuto opportuno di occuparmi di alcune vicende relative alla costruzione del teatro.

Nella nostra città, tornata ad essere capoluogo della Delegazione apostolica di Orvieto, istituita nel 1831, si avvertì sempre di più il bisogno di un nuovo teatro e, come in ogni centro della provincia italiana, i nobili imborghesiti ritennero necessaria la presenza di un edificio per pubblici spettacoli in cui la società borghese si autorappresentasse. E quarantaquattro azionisti, il 6 dicembre 1838, costituirono una società denominata “Consorzio teatrale” per l’edificazione a proprie spese del nuovo teatro, una volta constatato che “…quello antico che esiste costruito in legno era, per questa ragione, e per la sua grande vetustà, di evidente pericolo nel suo uso, né presentava quel decoro di cui pregiarsi deve a ragione ogni ben civilizzata popolazione”. Il vecchio teatro iniziò la propria

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attività nel 1683 e fu realizzato nel salone superiore del palazzo del Popolo che, peraltro, era stato già adibito a teatro, in precedenza.

Fu incaricato, nel 1841, del progetto del nuovo teatro Giovanni Santini, il quale, in pochi mesi, terminò il suo lavoro. I lavori iniziarono nel 1842 ma ebbero una lunga durata, principalmente per problemi di natura economica, restando fermi per diversi anni. Nel 1853 fu sostituito il progettista, perché nel frattempo erano state formulate numerose critiche sulla bontà del progetto di Santini, e fu scelto Virginio Vespignani. Ma solo nel 1866 i lavori terminarono, il 1° maggio di quell’anno fu reso pubblico il programma della stagione teatrale, la prima di una lunga serie, e il nuovo teatro fu inaugurato il 19 maggio 1866 con la rappresentazione dell’opera “La favorita”, musicata da Donizetti. E il 9 marzo 1922 il teatro fu denominato “teatro Mancinelli”, in memoria di due fratelli, Marino e Luigi Mancinelli, entrambi musicisti, il secondo direttore d’orchestra e compositore, nati ad Orvieto.

Dopo la dichiarazione di inagibilità che, ripeto, risale al 1979, il Comune di Orvieto incaricò il Laboratorio Artistico Cooperativo del rilievo dell’edificio, della ricerca storica e di un primo progetto di restauro funzionale del teatro che fu redatto dagli architetti Flavio Leoni e Alberto Satolli. Successivamente la Regione dell’Umbria, nell’ambito dei finanziamenti previsti dai Fondi Investimenti e Occupazione (Fio) presentò un progetto complessivo di restauro e riattivazione dei teatri storici e razionalizzazione del circuito teatrale.

Tale progetto fu finanziato e definito, per lo stralcio relativo al teatro Mancinelli, con l’affidamento dell’incarico all’architetto Lemmi e l’assegnazione dei lavori alla ditta S.A.C.A.I.M., la quale, a sua volta, subappaltò il cantiere di Orvieto alla ditta Cornacchini di Foligno. L’esecuzione dell’opera che fu sospesa per la mancanza dei fondi necessari all’intervento, aveva però purtroppo già creato i primi problemi, uno dei quali, la distruzione delle originali casse armoniche da cui dipendeva la perfetta acustica del teatro, fonte di forti polemiche. Questa prima tranche di lavori aveva realizzato il nuovo corpo per le scale di emergenza e di servizio, eseguito il consolidamento - tramite sottofondazioni e micropali - delle murature del boccascena, del palcoscenico e del retropalcoscenico, scavato la zona sotto il palcoscenico (cosa che aveva provocato la distruzione delle casse armoniche) in quanto era stato previsto di abbassare il piano del palcoscenico e del golfo mistico, di realizzare alcuni muri e le attuali uscite di sicurezza.

Con il rifinanziamento dei fondi Fio, avvenuto nel 1986, la Regione Umbria incaricò poi gli architetti Salvatici e Ripa di Meana e l’ingegnere Massaccesi della redazione del progetto di scenotecnica. Il progetto, in realtà, non fu realizzato con i fondi Fio, anche se nel 1988 l’incarico della direzione dei lavori fu affidato all’architetto Orsoni.

E’ nel 1987, con la legge speciale n. 545 destinata a Orvieto e Todi, che venne approvato e successivamente finanziato uno stralcio del programma presentato dalla Soprintendenza riguardante i lavori necessari al recupero del patrimonio storico-artistico, monumentale ed archeologico delle due città e comprendente anche il teatro Mancinelli.

Il ministero per i Beni Culturali, tramite concessione, affidò la gestione di una grossa parte del finanziamento alla società Bonifica, del gruppo Iri, la quale incaricò del progetto di restauro la società R.P.A. e nomino consulenti per l’aspetto architettonico l’architetto Signorini, per la ricerca storica l’architetto Satolli e per la parte impiantistica l’ingegnere Spinozzi. Il progetto ultimato da R.P.A. nel 1990, fu approvato sia dalla Soprintendenza sia dal ministero dei Beni Culturali, i quali si riservarono di apportarvi tutte quelle modifiche che durante il corso dei lavori si sarebbero

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ritenute necessarie sia per motivi di salvaguardia storico-monumentale che tecnici. Nello stesso anno i lavori furono affidati alla associazione temporanea d’impresa costituita da Fioroni Sistema S.p.A., capogruppo mandataria, Consorzio Cooperative Costruzioni, Consorzio recupero, Todini Costruzioni Generali S.p.A., I.C.L.A. S.p.A., S.E.M. S.p.A., Umbria 90, EDIL 2000 S.r.l., che, iniziati i lavori il 3 ottobre 1991, dopo due anni ha ristrutturato e restaurato l’intero edificio, riconsegnandolo finalmente alla città di Orvieto.

A questo punto, è bene rilevare che l’affidamento, da parte del ministero per i Beni Culturali, della gestione dei lavori alla società Bonifica, del gruppo Iri, suscitò non poche polemiche perchè si ebbe il timore che, in questo modo, non si potesse verificare una gestione trasparente dei lavori e che si determinasse un allungamento dei tempi entro i quali essi dovevano essere terminati.

Per realizzare i lavori di restauro, recupero e valorizzazione del teatro, ci si è dovuti confrontare con problemi di carattere tecnico ma anche storico, culturale e scientifico.

Del resto, la situazione all’indomani della chiusura non si presentava affatto confortante. Si possono citare, come esempi eclatanti, che del palcoscenico era rimasto pressocchè nulla, delle casse armoniche solo alcuni frammenti e la totale mancanza di un rilievo. Pertanto, la ricostruzione delle parti più importanti del teatro, oltre ad essere preceduta da un attento studio di altri edifici simili, è anche avvenuta nel rispetto dei materiali originali (muratura di tufo e malta di calce per le casse armoniche e legname per il palcoscenico, compresa la struttura portante) e con l’obiettivo dichiarato di non alterare in alcun modo l’acustica del teatro. Un problema, questo, che è andato di pari passo con la ricerca costante delle soluzioni più adeguate per mantenere inalterato il sistema architettonico, le forme, i colori, i materiali originali del Mancinelli, e con la costante individuazione di quegli accorgimenti tecnici che, sposandosi con materiali ed architettura originali, non creassero un impatto tecnico ed estetico con l’organismo teatrale.

Uno degli esempi che dimostrano felicemente la validità del progetto perseguito è quello relativo al consolidamento delle volte, e soprattutto alla ricostruzione della pavimentazione in cotto la quale è parzialmente avvenuta con l’utilizzo di materiale praticamente identico a quello originale. Laddove infatti non era necessario intervenire per il consolidamento di solai e volte (foyer, galleria ed altri locali), si è cercato di conservare e restaurare in loco le bellissime pavimentazioni originali in cotto evitando così, grazie alle continue e svariate soluzioni alternative studiate, la loro rimozione per il passaggio dell’impiantistica. Le coperture, di cui si sono sostituite solo alcune piccole parti, sono state interamente restaurate con il restauro della “graticcia” in legno necessaria al sostegno dei sipari e delle scene ed alla struttura in legno, “incannucciata”, del grande soffitto finemente dipinto da Cesare Fracassini. Proprio questo restauro dà un’immagine aderente alla filosofia ricostruttiva: in effetti il legname è stato non solo ignifugato con speciali vernici, ma anche maggiormente garantito dall’ “invenzione” di un sistema di spegnimento automatico di tutta la zona sottotetto ben inserito nell’insieme.

Anche l’inserimento di nuove strutture in acciaio, in grado di sopportare i carichi, di pareti divisorie necessarie per adeguare l’edificio alle norme di sicurezza, non ha comportato alcuna modifica estetica. E così vale per tutte le canalizzazioni degli impianti tecnologici, che sono state tutte realizzate “a scomparsa”, fatta eccezione, ad esempio, per le bocchette di ventilazione che comunque sono state mascherate in maniera soddisfacente. Gli intonaci, sia interni che esterni, sono stati invece rigorosamente ripristinati con malte simili a quelle originali (calce e sabbia con totale esclusione del cemento) e compatibilmente con la struttura muraria sottostante. E’ importante

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sottolineare come il problema del ripristino e del rifacimento degli intonaci è stato affrontato con l’intenzione di restaurare e consolidare l’esistente. Dopo numerose sperimentazioni realizzate con materiali tradizionali, e non volendo utilizzare resine che, seppure studiatissime, non sarebbero comunque risultate compatibili con le antiche murature (e sicuramente con il tempo avrebbero comportato seri ed insolvibili problemi di conservazione: è noto che questi materiali diminuiscono la permeabilità delle superfici cui si applicano con le conseguenze che si possono immaginare), si è optato per il rifacimento parziale delle parti ammalorate con le stesse tecniche e con gli stessi materiali originali, anche in considerazione del fatto che l’intonaco, ovvero lo strato protettivo delle murature, era già stato realizzato in previsione di un suo rifacimento, inteso come ordinaria manutenzione del fabbricato.

Questo discorso induce ad esaminare il progetto relativamente ad un aspetto di primaria importanza: la tinteggiatura. Questa è stata rigorosamente eseguita con calce e terre naturali, oltre che senza alcuna aggiunta di collanti naturali o sintetici e nel rispetto della coloritura originale, individuata dopo alcuni saggi compiuti sulla facciata. Anche i tinteggi interni sono stati realizzati con gli stessi materiali, questa volta con l’aggiunta di collanti naturali studiati con l’intento di realizzare tempere molto simili a quelle originali sia in tonalità di colore che in sensazione visiva e tattile. Anche nel caso dell’intervento che sicuramente ha profondamente modificato l’aspetto del teatro, ovverosia la tinteggiatura interna dei palchetti, il progetto ha sempre mantenuto fede allo spirito di conservazione delle origini. I palchetti, infatti, all’inizio dei lavori avevano una colore rosso-porpora molto scuro, cupo a tal punto da ridurre i palchetti stessi a zone d’ombra molto profonde e da rendere l’intero teatro pesante e severo (esattamente il contrario di come lo aveva voluto il Vespignani, che, come si è già accennato, aveva pensato ad un luogo di allegria e di “gaiezza”). La scelta, per valorizzare in senso autentico questa sorta di “vetrina” del teatro, è stata perciò quella di ripristinare la tinteggiatura originale che fortunatamente è stata ritrovata eseguendo alcuni saggi al di sotto del colore esistente. Tale originaria vernice, che una volta impiantata dà all’ambiente una luce molto più chiara e gioiosa, è arricchita anche da riquadrature colorate che ne mettono in evidenza l’architettura. Grazie a questa soluzione precisa e nel contempo coraggiosa l’intero teatro, assieme al soffitto, si presenta come una atmosfera più leggera, tornando anche ad essere quell’ “unicum” di colori e sfumature voluta dal progettista.

Altrettanta attenzione è stata posta per gli arredi, i quali sono stati realizzati nel rispetto delle attuali normative di sicurezza. Le sedie dei palchetti hanno infatti oggi lo stesso tipo di legno e la stessa forma di quelle originali, fatta eccezione per il tessuto che doveva essere obbligatoriamente ignifugato, come pure ignifugato doveva essere quello delle poltrone, delle tende e dei sipari. Si è cercato pertanto un velluto in linea con le attuali norme di sicurezza che per colore, pesantezza e sensazione tattile fosse il più possibile simile a quello originale. Molta attenzione è stata posta anche ai particolari dell’arredo. Così, le maniglie delle porte sono state scelte tra quelle simili alle originali (non più funzionanti); la tinta delle porte, realizzata a pennello, è tale da collocarle armonicamente nel contesto architettonico originale; gli appendiabiti sono stati ripristinati con materiale e forma identici ai pochi rimasti.

Una parola particolare va spesa per i lampadari, che hanno causato problemi di non facile soluzione, tali da meritare un discorso più approfondito. E’ noto che i corpi illuminanti, a norma delle attuali leggi in materia di prevenzione incendi, devono avere, per luoghi di pubblico spettacolo, un elevato grado di protezione. Nel caso dei lampadari e delle appliques della platea e dei palchetti, riuscire a dare la protezione richiesta era molto improbabile tanto che, dopo i primi tentativi e con molta riluttanza, si era pensato alla loro sostituzione. Dopo numerose prove e ricerche, attingendo alla letteratura relativa alla progettazione di tecnologie per situazioni ad altissimo rischio (petroliere,

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centrali nucleari, ecc…) e grazie all’utilizzazione di cavi a protezione minerale inguainati nel rame e portalampade altrettanto protetti, si è riusciti a salvare le appliques originali le quali, dal punto di vista normativo, ma non estetico, sono diventate degli elementi di supporto perfettamente in linea con le attuali necessità di sicurezza. Medesima operazione di restauro e conduzione entro i canoni delle norme di sicurezza sono valse per il grande lampadario della platea che per quello del foyer. Si sarebbe voluto fare così anche per tutti gli altri corpi illuminanti dell’edificio. Ciò è invece stato impossibile, purtroppo, in quanto tali corpi erano parzialmente mancanti o sostituiti nel corso degli anni di vita del teatro; si è pertanto scelto di uniformarli adottando delle lampade moderne che per forma e materiali si inserissero nel contesto architettonico e decorativo neoclassico del teatro. Speciale attenzione è stata riservata, in conclusione, alla scenotecnica ed a tutta la zona “palcoscenico” e “golfo mistico”. Quest’ultimo, notevolmente ampliato al di sotto del palcoscenico così da poter ospitare comodamente circa trenta orchestranti, è stato progettato per mantenere e migliorare la sua acustica, con una conchiglia fonica in materiale speciale in grado di controllare con sicurezza risonanze ed altri effetti sonori non voluti. Il palcoscenico, poi, fornito di un ampio e comodo sotto-palcoscenico realizzato tutto in legname secondo i dettami classici della costruzione di queste strutture, è anche stato fornito di piani sbotabili affinchè possa offrire quella flessibilità necessaria a rendere il teatro adatto ad accogliere le più svariate tipologie di rappresentazioni.

Sono stati poi rimessi in opera il sipario storico raffigurante Belisario che libera Orvieto dall’assedio di Vitige, ed il cosiddetto “comodino”, mentre il grande sipario in velluto e le quinte sono tutte di nuova realizzazione. Tutto il complesso poi delle scene, sipari, quinte, “americane” ecc…, è stato infine completamente meccanizzato attraverso tiri motorizzati comandati elettricamente, senza parlare poi dell’impiantistica elettrica necessaria alle varie funzioni: dagli spianamenti all’illuminazione fissa, dai comandi al palco di regia agli interfoni nei camerini, e così via. Gli stessi camerini sono stati ricostruiti secondo moderne esigenze di funzionalità ed economicità e senza nulla togliere al comfort. Ognuno di essi è dotato di bagno con doccia, aria condizionata e l’essenziale mobilio, con il pavimento in parquet di legno, lo stesso presente nelle sale comuni e nelle sale prova. Grande attenzione e spazio sono poi stati riservati, nel piano interrato, agli ambienti destinati ad accogliere le attrezzature e l’impiantistica necessaria a far funzionare questa grande e complessa macchina che è diventata il teatro Mancinelli; nel logico rispetto delle più rigorose norme di sicurezza e funzionalità che attualmente sono richieste per un grande locale di pubblico spettacolo.

Mi sembra, poi, interessante saperne un po’ di più sul restauro del sipario, realizzato da Cesare Fracassini, denominato “Belisario che libera Orvieto dai Goti”, che può, legittimamente, essere considerata una delle parti più importanti dell’intero teatro. Il sipario e il “comodino”, rappresentante la continuazione illusionistica degli ordini e della decorazione della bocca d’opera, di Annibale Angelini e di Cesare Fracassini, furono rimossi dal teatro in occasione dei primi interventi di restauro architettonico all’inizio degli anni ’80 e, avvolti su due robusti rulli, furono messi all’interno del palazzo dei Papi. L’intervento di restauro è stato eseguito, nel 1993, a Spoleto nel nuovo laboratorio della Coo.Be.C. che disponeva di ambienti ed attrezzature idonee allo scopo. Infatti l’insufficiente altezza dello spazio scenico del teatro di Orvieto impedì il sollevamento “in prima” dei sipari, in quanto una porzione degli stessi sarebbe rimasta comune ad impegnare la parte alta del boccascena per circa 2,5 metri, fatto che costrinse ad abbandonare il preliminare progetto che prevedeva il rinforzo dei sipari con un robusto supporto e il montaggio su un telaio perimetrale in alluminio a pensionamento automatico che avrebbe garantito in maniera ottimale la conservazione delle opere. Si è pertanto progettato di ancorare i due sipari a due cilindri ruotanti sui cui avvolgere una prolunga del supporto, congiunta al lato superiore, in modo da ottenere l’avvolgimento della sola parte alta dei sipari senza sovrapposizioni del supporto originale, e quindi

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senza conseguenze per la pellicola pittorica; questa soluzione, di cui si intravidero obbiettive difficoltà tecnico-costruttive, avrebbe altresì richiesto l’uso di cilindri di almeno 80 cm. di diametro col conseguente “impegno” di gran parte dei 2,60 della parte più alta della graticciata in un settore critico per la funzionalità dell’intera scena, ed è stata quindi giudicata inattuabile dalla direzione dei lavori. Non rimase che ripiegare sull’originale sistema di elevazione “in seconda” che prevedeva lo scorrimento su se stessa della porzione centrale delle tele con ovvie ripercussioni conservative sull’intera struttura. Nell’intento di limitare tali conseguenze si è munito il supporto di un rinforzo strutturale che fosse allo stesso tempo resistente alle sollecitazioni meccaniche e sufficientemente elastico da assecondare lo scorrimento, così pure è stata consolidata tutta la struttura originale con materiali aventi le stesse caratteristiche; lo scopo è stato raggiunto utilizzando tele e collanti di origine sintetica.

Lo stato di conservazione di entrambi i sipari era tutt’altro che buono, i quali subìrono, nel corso degli anni, danni di notevole rilievo. Le perdite di pellicola pittorica, più o meno estese, erano diffuse su tutta la superficie specie nella zona immediatamente al di sopra dello stangone centrale e in quella più prossima al lato inferiore; pressocchè totale era la perdita di colore in corrispondenza degli spigoli degli stangoni e tutto il colore mostrava uno stato di decoesione piuttosto avanzato specie per quanto riguarda il comodino che aveva una maggiore percentuale di cadute rispetto al sipario. La tela perse, con il tempo, le proprie caratteristiche meccaniche, conseguentemente si determinarono allentamenti e deformazioni: il sipario mostrava infatti un cedimento verso il basso, con una freccia al centro del lato inferiore di circa 8 cm., determinata probabilmente dalla sfessione degli stangoni non ben sostenuti dai tiri. Contemporaneamente i margini laterali dei sipari risultavano slabbrati. Il supporto era ulteriormente indebolito dalla presenza di lacerazioni, fortunatamente di limitata estensione, presenti soprattutto in corrispondenza degli agganci degli stangoni e per i fori lasciati dai chiodi di ancoraggio alla struttura di sostegno che il più delle volte erano ampi quanto la testa del chiodo. Un altro fattore  che influì gravemente sullo stato di conservazione dei sipari, specialmente del comodino, fu l’assorbimento dell’acqua. Erano infatti evidenti su quest’ultimo numerose e vaste gore ad andamento ovale che si ripetevano, sovrapponendosi ai margini, lungo tre direttrici verticali. Il contatto con l’acqua avvenne evidentemente a comodino arrotolato su se stesso: ciò provocò il ristagno all’umidità con conseguente sbiadimento e decoesione delle zone interessate, la formazione di una gora perimetrale molto scura e lo sviluppo di un esteso attacco fungineo caratterizzato da numerose colonie puntiformi pigmentate di nero. Ma il danno maggiore provocato dall’umidità era a carico del supporto, che ha subìto un accentuato restringimento lungo le direttrici interessate dalle gore con deformazioni assai gravi sia della tela che del disegno, particolarmente evidenti nelle linee architettoniche.

I principali interventi effettuati sono stati i seguenti:

- Asportazione delle polveri depositate sulla superficie pittorica e di ogni altro materiale estraneo (gocce di tinteggiatura, colonie funginee, rinforzi in tela sui margini laterali del sipario, ecc…) con mezzi meccanici: pennelli di setola, spugne da tappezzeria, bisturi e contemporanea aspirazione dei residui.
- Consolidamento parziale della superficie pittorica eseguito a spruzzo con resina acrilica Paraloid B 72 al 2,5% in diluente nitro.
- Attenuazione delle gore prodotte dall’acqua mediante applicazione di tensioattivo ad azione disinfettante Neo Desogen al 5% in acqua demineralizzata e assorbimento su carta bibula.
- Consolidamento della superficie pittorica del sipario mediante stesura a pennello di polimero acrilico Plexisol P 550 al 40% diluito in cinque parti di acqua ragia.

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- Velatura della superficie pittorica con fogli di carta giapponese applicati con adesivo sintetico di origine cellulosica Carbossimetilcellulosa (16 g. per litro d’acqua) mantenendo in tensione il supporto con il sistema dei “falsi margini”; con tale operazione, oltre ad ottenere un ulteriore consolidamento della pellicola pittorica e la sua protezione durante le successive operazioni di foderatura, , si è potuto ottenere una consistente riduzione delle deformazioni del supporto.
- Asportazione delle polveri depositate, delle colonie funginee, dei rattoppi e delle tele di rinforzo sul verso delle tele con mezzi meccanici: pennelli di setola, bisturi e asportazione dei residui.
- Asportazione dei resti di resina fenolica lungo i margini verticali del sipario eseguita con bisturi, previo ammorbidimento con impacchi di diluente nitro.
- Asportazione parziale della tinteggiatura bianca presente sul retro del sipario con carta abrasiva e aspirazione dei residui fino a mettere in luce la trama della tela.
- Consolidamento del supporto con polivinile acetato Mowilith DM 5 al 20% in acqua.
- Applicazione di inserti di tela di lino nelle mancanze del supporto fermate sul verso con garza poliestere Stabiltex 4/TR resinata con Mowilith DM 5 al 75% in acqua, applicata a caldo.
- Applicazione a spruzzo sul verso della tela di uno strato di etilvinile acetato Gustav Berger’s Original Formula 371 al 40% in diluente 372.
- Foderatura del supporto eseguita con strisce di garza poliestere BGF PES 015/bis e fatte aderire per riscaldamento a 70°C con ferro da stiro; lungo i margini laterali è stata applicata una doppia striscia di tela a loro rinforzo.
- Asportazione meccanica della velatura protettiva con leggero inumidimento delle zone più aderenti.
- Reintegrazione dell’immagine mediante velatura delle mancanze di patina e di residui di ridipinture chiare del sipario; abbassamento di tono delle lacune di pellicola pittorica e degli inserti di tela con colori ad acquarello Winsor & Newton e a tempera Maimeri scelti nella gamma dei colori meno alterabili.


Quanto scritto fino ad ora dimostra chiaramente quanto sia stato efficace il restauro del teatro Mancinelli. Del resto anche la sola e semplice visione delle varie parti del teatro induce alla stessa conclusione. Senza dubbio i lavori di restauro sono stati troppo lunghi, per vari motivi, e quindi per troppo tempo il teatro è rimasto inutilizzato. Ma alla fine non si può non riconoscere che Orvieto disponga di un teatro bellissimo e molto funzionale.

Alla stessa conclusione, come già rilevato, si può pervenire relativamente al centro congressi.

Ma, come per il Centro congressi, anche per il teatro Mancinelli, si può legittimamente sostenere che la gestione abbia presentato problemi di notevole rilievo. O meglio, la gestione artistica è stata più che soddisfacente (sono state realizzate ormai numerose stagioni teatrali di notevole livello qualitativo e che hanno riscosso un consistente successo di pubblico ed anche per altri eventi - musicali soprattutto - sono stati raggiunti gli stessi risultati molto positivi), mentre, invece, la gestione economico-finanziario è stata decisamente negativa.

Infatti, per la gestione del teatro è stata creata l’associazione Te.Ma., il cui socio principale è il Comune di Orvieto, a cui spetta la nomina della maggioranza dei componenti il consiglio di amministrazione. Il bilancio di questa associazione è stato contraddistinto, quasi sempre, da un deficit. Inoltre l’indebitamento dell’associazione, soprattutto quello finanziario, ha assunto un valore molto elevato. Ma i deficit di bilancio non sono stati causati solo dalla realizzazione delle stagioni teatrali (il che è abbastanza normale in quanto tutte le società che gestiscono teatri presentano dei deficit spesso coperti da contributi pubblici) ma, prevalentemente, dal fatto che il

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Comune di Orvieto ha affidato la gestione economico-finanziaria di eventi quali le diverse edizioni di Umbria Jazz Winter, ma non solo di questa importante manifestazione jazzistica, non dotando però l’associazione di contributi sufficienti a coprire i costi dei diversi eventi. Questo anche per facilitare la gestione amministrativa degli eventi in questione che, se affidata direttamente al Comune, avrebbe comportato problemi soprattutto di natura burocratica. Quindi tale scelta poteva essere anche considerata giusta se, però, il Comune si fosse sempre preoccupato di garantire all’associazione Te.Ma. le risorse finanziarie che avessero consentito la totale copertura dei costi. Cosa che, appunto, generalmente, non è avvenuta. Di fatto il Comune ha dirottato sulle casse dell’associazione, deficit e debiti che altrimenti sarebbero stati a carico del bilancio comunale. E la responsabilità di tale situazione non è addebitabile solamente agli amministratori comunali ma anche ai componenti del consiglio di amministrazione dell’associazione, i quali l’hanno accettata.

Pertanto le cause che hanno determinato le notevoli difficoltà della gestione economico-finanziaria dell’associazione Te.Ma. sono state molto diverse da quelle che hanno contraddistinto il centro congressi.

Però, in entrambi i casi, è stato chiaramente dimostrato che una cosa è ristrutturare, anche molto bene, degli edifici, altra cosa è essere in grado di gestire le strutture create con la ristrutturazione. Nei due casi esaminati è emerso che vi sono state notevoli difficoltà, che si sono peraltro ripetute. Tali problematiche, però, saranno oggetto di maggiore attenzione nel capitolo finale.

Prima di concludere, sarà brevemente analizzata la gestione del palazzo dei Sette e di alcune grotte, o cavità sotterranee, i cui risultati sono stati accettabili.

Sempre grazie alle leggi speciali per Orvieto e Todi è stato ristrutturato il complesso del palazzo dei Sette e sono state consolidate numerose cavità sotterranee (le caratteristiche del consolidamento sono esaminate in un altro capitolo).

Per quanto concerne il palazzo dei Sette, una parte doveva essere destinata all’organizzazione di mostre, ma in realtà  tale parte è stato poco utilizzata a quel fine, e una parte, la torre del Moro, è stata resa visitabile dai turisti e la gestione è stata affidata ad una cooperativa sociale. Il numero dei visitatori della torre, pur non essendo enorme, è comunque più che accettabile, tale da garantire una positiva gestione economico-finanziaria.

Alcune delle cavità sotterranee, vicine al Duomo, sono state anch’esse rese visitabili dai turisti e la gestione è stata affidata alla società Speleotecnica. Anche in questo caso il numero dei visitatori non è stato notevolissimo ma abbastanza consistente, tale da consentire, di nuovo, una gestione economico-finanziaria positiva.

Nella buona riuscita della gestione economico-finanziaria di questi e altri beni culturali, di grande interesse turistico, ha inciso positivamente l’istituzione della “carta unica”, cioè di un biglietto unico con il quale viene consentito l’accesso a quei beni.

Occorre aggiungere però che, in questi due casi, la gestione economico-finanziaria è stata positiva anche perché essa non era contraddistinta da elementi di notevole complessità.

Invece, nel caso del Centro congressi e del teatro Mancinelli, la cui gestione economico-finanziaria era oggettivamente molto più complessa, i risultati ottenuti sono stati decisamente negativi.

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Il parco archeologico

Il parco archeologico è senza dubbio alcuno una delle parti più interessanti del PO, o meglio avrebbe dovuto essere una delle parti più interessanti.

Furono elaborati negli anni passati sia un  progetto di massima che un progetto esecutivo, e di questi, inizialmente, mi occuperò, brevemente.

Il progetto di massima del parco archeologico fu elaborato nel 1985.

La sua redazione fu il risultato del lavoro del gruppo di progettazione, composto dal prof. De Rubertis e dagli architetti Giannoni, Soletti e Vergoni, interno  alla commissione di studio e di consulenza per il parco archeologico di Orvieto, composta da: Nicola Beranzoli, Adriano Casasole, Umberto Ciotti, Raffaele Davanzo, Giuseppe Della Fina, Roberto De Rubertis, Anna Eugenia Feruglio, Giorgio Giannoni, Arturo Jacchia, Giovanni Pugliese Carratelli, Francesco Roncalli, Sante Serangeli, Adriana Soletti, Simonetta Stopponi, Mario Torelli, Roberto Vergoni.

Fu realizzata anche una pubblicazione del progetto di massima la cui relazione introduttiva fu scritta dall’allora sindaco del Comune di Orvieto Franco Barbabella:

“Dal convegno ‘Orvieto: i luoghi della cultura’ (teatro Mancinelli, gennaio-febbraio 1981), in cui l’Amministrazione comunale presentò alla città e alla cultura nazionale una ipotesi di piano di riassetto dei musei orvietani, emerse con forza e raccolse un consenso unanime l’idea di dotare Orvieto di un parco archeologico.

Il prof. Mario Torelli, in particolare, sottolineò l’esigenza di una ricomposizione unitaria di beni archeologici orvietani sia sul piano della ricerca che su quello della programmazione degli interventi e della concreta fruibilità. Pochi mesi dopo la Regione dell’Umbria emanò una legge di sostegno al proseguimento degli scavi archeologici intorno alla rupe.

Il ‘progetto Orvieto’, varato all’unanimità dal Consiglio comunale nel luglio 1982, raccolse la proposta del parco archeologico all’interno di un disegno complessivo della città basato su una visione culturale unitaria di natura-storia, ambiente-cultura-economia e su una lucida e decisa volontà politica tesa a valorizzare i beni culturali, e quelli archeologici in particolare, come risorsa produttiva per lo sviluppo.

Si giunse, infine, nel corso del 1983, ad insediare una commissione di studio e di consulenza, formata da rappresentanti del ministero per i Beni Culturali, della Regione dell’Umbria, della Soprintendenza archeologica per l’Umbria e di quella per i Beni AA.AA.AA. e SS. dell’Umbria, dell’Università degli studi di Perugia, della fondazione ‘C.Faina’ e del Comune di Orvieto.

La commissione ha delineato unitariamente la filosofia del parco e i criteri progettuali con la collaborazione di quattro architetti esperti di problematiche archeologiche, a cui si deve la stesura del progetto di massima del parco.

Un parco archeologico che si presenta già, fin da questa prima elaborazione, con quattro valenze fondamentali:

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struttura di difesa e di salvaguardia della rupe;
struttura culturale (centro di lettura della città, museo del paesaggio storico);
struttura promozionale e di forte attrazione turistica;
struttura di verde pubblico attrezzato (contributo all’elevazione della qualità di vita cittadina)…

E’ la proposta di un grande, ambizioso progetto, un tassello essenziale per lo sviluppo di Orvieto, un’occasione di confronto sulla concretezza delle scelte da compiere per una politica nazionale dei beni culturali ed ambientali.

Auspico, dunque, contributi vasti ed un elevato confronto, per un consenso profondo che faciliti un percorso di elaborazione e realizzazione irto di difficoltà. Ringrazio i componenti della commissione di studio e di consulenza, ed in particolare il suo coordinatore, prof. Adriano Casasole, e gli Enti da essi rappresentati e i componenti del gruppo di progettazione”.

Nel 1990 fu poi redatto, dal Cipla (centro interuniversitario per l’ambiente dell’università di Perugia) un progetto esecutivo relativo al parco archeologico. Tale progetto fu il risultato dell’attività di un gruppo di lavoro guidato dal professor Alberto Samonà.

Successivamente, sono stati realizzati degli interventi concreti che hanno dato vita effettivamente al Parco archeologico ambientale dell’Orvietano. Purtroppo, per il momento, con il PAAO sono stati conseguiti, effettivamente, solo una piccola parte degli obiettivi contenuti sia nel progetto di massima che nel progetto esecutivo, già citati.

Già dalla denominazione si comprende che sono stati realizzati dei cambiamenti significativi rispetto a quanto prevedevano il progetto di massima e quello esecutivo: maggiore importanza attribuita alle questioni ambientali e diffusione degli interventi in diversi comuni del comprensorio orvietano.

Presupposto degli interventi realizzati è stato l’accordo di programma, stipulato il 17 novembre 2003, tra i Comuni di Orvieto, San Venanzo, Parrano, Allerona, Castel Giorgio, Castel Viscardo, Porano, Baschi, Montecchio, Provincia di Terni, Comunità Montana Monte Peglia Selva di Meana, per la messa a punto di un progetto definitivo per la costituzione del Parco Culturale, denominato “Parco Archeologico  Ambientale dell’Orvietano” (PAAO) per la relativa gestione.

Il progetto fu predisposto per concorrere a forme di finanziamento comunitarie o di altra natura, compresi quelle previste all’interno del Docup Obiettivo 2 (2002-2006), misura 3.2, predisposto dalla Regione dell’Umbria, che comunque rendevano necessarie quote di cofinanziamento da parte degli enti sottoscrittori dell’accordo. E in effetti i fondi relativi agli interventi effettuati derivarono, in gran parte, dall’utilizzo di risorse finanziarie di origine comunitaria.

Quali erano le principali considerazioni che indussero gli enti citati a sottoscrivere l’accordo di programma?

I valori di interesse storico, archeologico e naturale, presenti nel territorio compreso all’interno dei diversi comuni, erano un patrimonio collettivo cospicuo che andava tutelato e valorizzato utilizzando tutti gli strumenti di programmazione economica e urbanistica vigente.

La nascita, per raggiungere lo scopo appena citato, dell’idea di sottoporre ad un particolare regime di valorizzazione delle aree interessate tramite l’istituzione di un parco archeologico-ambientale,

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poteva permettere ai cittadini il godimento delle stesse e contestualmente per consentire uno sviluppo economico compatibile con l’ambiente.

La consapevolezza che la messa a sistema del patrimonio culturale del territorio costituiva elemento essenziale per lo sviluppo e la diversificazione economica dell’Orvietano, contribuendo in modo sostanziale alla qualificazione e alla destagionalizzazione dell’offerta turistica locale

E quali erano gli obiettivi che tramite l’accordo di programma si intendevano perseguire? I seguenti:

- la valorizzazione dei beni mobili ed immobili e delle aree aventi valore archeologico, storico, artistico, ambientale e demo-etno-antropoloigico;
- il recupero delle presenze archeologiche e monumentali, dei complessi storico-artistici e ambientali anche attraverso attività di supporto alle funzioni di monitoraggio e tutela;
- favorire l’integrazione tra uomo e ambiente anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici, archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e tradizionali;
- la promozione di attività di educazione, formazione e ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché di attività ricreative compatibili;
- la promozione dei beni e delle aree di cui al precedente punto 1, a fini turistici;
- la valorizzazione delle risorse umane e la promozione dell’occupazione tramite misure integrate che sviluppino la valenza economica ed educativa dell’area del PAAO.

Limitando l’analisi al territorio del Comune di Orvieto, occorre rilevare che sono stati realizzati cinque itinerari.

Itinerario 1

E’ costituito dal cosiddetto “anello della rupe”, un percorso pedonale con cinque possibili ingressi, la chiesa della Madonna del Velo, porta Vivaria, porta Soliana, palazzo Crispo Marsciano e il foro Boario.

Le principali “attrazioni” di questo itinerario sono le seguenti:

- chiesa del Crocefisso del Tufo (una cappella rupestre con un crocefisso intagliato nella roccia vulcanica, probabilmente risalente al XVI secolo);

- necropoli etrusca del Crocefisso del Tufo (un ampio settore della necropoli anulare di Velzna-Volsinii , caratterizzata da un regolare impianto urbanistico con tombe a dado, sec. VI-V a.C);

- porta Vivaria (rampa verticale e resti della porta settentrionale medievale della città detta anche dello Scenditoio);

- grotta della Fungaia (enorme cavità artificiale originariamente sfruttata quale cava di pozzolana e successivamente per la coltivazione di funghi);

- piagge e funicolare (resti del tracciato medievale selciato che univa la porzione orientale della rupe con la valle del fiume Paglia e galleria della funicolare, inaugurata nel 1888, che collega Orvieto con la stazione ferroviaria);

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- chiesa della Madonna della Rosa (resti della piccola chiesa seicentesca dedicata alla Vergine Maria);

- porta Soliana (porta orientale detta anche porta Postierla o porta Rocca, accesso medievale alla città);

- grotta dei tronchi fossili (cavità artificiale con resti paleobotanici riferibili all’ecosistema precedente la formazione della rupe - 350.000 anni fa circa);

- palazzo Crispo Marsciano (edificio rinascimentale disegnato da Antonio da Sangallo e terminato da Simone Mosca, accanto al quale è stata realizzata una delle moderne porte d’accesso al parco);

- necropoli etrusca (settore della necropoli anulare di Velzna - Volsinii -, sec. VI-IV a.C.);

- santuario di Cannicella (resti del santuario etrusco inserito nel tessuto della necropoli, da esso provengono la famosa statua in marmo greco detta “Venere” e decorazioni architettoniche di VI-V e IV sec. a.C.);

- rupe e cavità artificiali (visione panoramica della rupe e delle aperture delle grotte che si affacciano a varie altezze lungo la parete verticale);

- acquedotto medievale (resti dell’acquedotto che serviva Orvieto già nella prima metà del XIII secolo);

- porta Maggiore (il più antico accesso monumentale alla città già da epoca etrusca, posto sulla via che porta al lago di Bolsena);

- chiesa della Madonna del Velo (la chiesa rappresenta uno dei pochi esempi di architettura ecclesiastica settecentesca orvietana, fu costruita con  “le elemosine dei benefattori e di Giuseppe Marsciano, allora vescovo di Orvieto, che ne fu promotore e architetto, consacrata il 5 giugno 1571).

Itinerario 2

Piazza Cahen - Porta Rocca - Fontana del Leone – Cannicella - Campo Boario - Crocefisso del Tufo - Porta Vivaria – Confaloniera - Piazza Cahen

Punto di partenza e punto di arrivo dell’itinerario 2 è piazza Cahen.

Lasciando sulla sinistra l’impianto della funicolare si scorge l’ingresso della fortezza Albornoz che, adibita oggi a giardini pubblici, costituisce anche un ottimo punto panoramico sulla valle del fiume Paglia. La rocca fu fatta costruire in gran fretta nel 1364 dal cardinale Egidio Albornoz, legato generale del Papa Innocenzo VI, per proteggere le truppe pontificie dai frequenti tumulti dovuti all’insofferenza del popolo orvietano verso i soprusi della classe pontificia.

Uscendo dalla fortezza ci si dirige a sinistra lungo una strada sterrata che di lì a poco conduce a porta Soliana, una delle porte monumentali d’accesso alla città di epoca medievale. Tra gli archi della porta è collocata la statua onoraria dedicata a Bonifacio VIII, realizzata nel 1297, in occasione dell’elezione del pontefice a Capitano del Popolo di Orvieto.

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Appena all’esterno della rupe è possibile seguire con lo sguardo il tracciato delle “piagge” percorso selciato che conduce attualmente verso Orvieto scalo. Costeggiando la rupe lungo il pendio meridionale, si trova a breve distanza l’apertura di una cavità artificiale, una cavità di pozzolana dismessa. All’interno di questa, denominata grotta dei Tronchi Fossili, si trovano i resti paleobotanici di conifere preesistenti alla formazione degli ignimbriti, testimonianza quindi del paleo ambiente di almeno 400.000 anni fa. E’ ancora possibile osservare parti del tronco in ottimo stato di conservazione.

Tornando indietro di pochi metri si prosegue il percorso che si snoda fra campi coltivati ad orto e frutteto, passando accanto a casolari attorno ai quali sono disposti cippi funerari d’epoca etrusca: si tratta della strada della Fontana del Leone, località interessata da un fontanile e dall’impianto di una cava di pozzolana nel 1935. In campagne di scavo autorizzate nel XIX secolo ed in concomitanza con l’attività estrattiva del XX secolo vennero rinvenute numerose tombe di tipologia non dissimile da quella riscontrata a Crocefisso del Tufo, pertinenti alla necropoli volsiniese.

All’altezza di un gruppo di case, si gira a destra proseguendo per un sentiero che conduce all’area archeologica della Cannicella; tale sentiero ricalca l’antico tracciato etrusco e raggiunge i resti del santuario dal basso, restituendo in parte la percezione che si aveva in antico avvicinandosi al terrazzamento sul quale erano eretti gli edifici sacri. E’ possibile oggi osservare le strutture pertinenti all’edificio sacro che si sviluppano su di un ampio terrazzamento  per oltre 70 metri e che coprono un arco cronologico che parte almeno dal VII secolo a.C. per arrivare all’epoca medievale. Immediatamente a monte del santuario sono ancora visibili le tombe a camera scavate dall’università di Perugia nel 1977. Proseguendo il sentiero è possibile raggiungere un’altra numerosa serie di tombe, scavate dalla Soprintendenza, costruite con le medesime caratteristiche architettoniche di quelle della necropoli del Crocefisso del Tufo.

Da qui, passando per porta Pertusa, poco distante, è possibile raggiungere il parcheggio coperto del Campo Boario e decidere se usufruire del percorso meccanizzato delle scale mobili, dell’ascensore o delle scalette che consentono di risalire all’interno del pianoro oppure continuare il percorso del PAAO; in questo caso ci si dirige verso porta Maggiore, considerata come il principale accesso alla città in epoca etrusca; salendo per via della Cava, antico decumano, si può visitare a poca distanza il muro di via della Cava, ristrutturato recentemente, muro etrusco realizzato in opera quadrata probabilmente pertinente ad una porta urbica della quale costituirebbe la spalla destra. Si discende per via della Cava e oltrepassata porta Maggiore ci si dirige, sulla destra, verso un sentiero parallelo alla strada statale che raggiunge prima la chiesina della Madonna del Velo, innalzata dal vescovo Giuseppe Marciano nel 1751 e, a poca distanza, la piccola cappella del Crocefisso del Tufo, che dà il nome alla vicina necropoli.

La necropoli, caratterizzata da un impianto urbanistico estremamente regolare, è composta da monumenti costruiti in conci di tufo posti in opera a secco, che racchiudono una o due camere funerarie con banchine depositarie e coperture a falsa volta realizzata in conci progressivamente aggettanti. Il materiale recuperato nelle varie epoche è confluito in numerose collezioni italiane ed estere; ad Orvieto il nucleo principale è quello della fondazione per il museo C.Faina e quello esposto al museo archeologico nazionale.

Uscendo dall’area archeologica del Crocefisso del Tufo un breve percorso che corre alle pendici della rupe porta ad una salita verticale che permette di raggiungere il pianoro orvietano passando attraverso i ruderi di porta Vivaria, altro antico accesso alla città. Da piazza Vivaria è brevemente raggiungibile la strada della Confaloniera, lungo un viale fiancheggiato da enormi ippocastani che

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permette una suggestiva panoramica sulla sottostante vallata del fiume Paglia e che riconduce a piazza Cahen, punto di arrivo dell’itinerario. Lungo la strada è possibile visitare due altri importanti siti di interesse storico-archeologico: il pozzo di S.Patrizio, costruito da Antonio Sangallo intorno agli anni 30 del 1500 per volere di Papa Clemente VII, e il tempio del Belvedere, unico tempio etrusco che oggi sia possibile vedere ad Orvieto e che ha restituito notevoli decorazioni in terracotta conservate presso la fondazione per il museo C.Faina e presso il museo archeologico nazionale.

Variante 1

Dall’area archeologica di Crocefisso del Tufo, si può decidere di non effettuare la risalita verticale alla rupe di Orvieto ma di procedere per un breve tratto lungo la strada statale e, attraversatala, accedere, tramite un piccolo cancello, al sottostante sentiero che conduce alla località S.Zero. Qui, nel 1979, in seguito ad un rinvenimento casuale, vennero fatte indagini che documentarono la presenza di tombe a camera di struttura architettonica omogenea a quella di Cannicella e Fontana del Leone, testimonianti l’estrema estensione della necropoli arcaica orvietana. Da qui ci si dirige verso la strada delle Sette Piagge dove nel secolo scorso furono individuate tombe risalenti al VI secolo a.C. e, passando di fronte alla cappella della Madonna della Rosa, si ritorna a porta Rocca e da qui a piazza Cahen.

Itinerario 3

Area di Campo della Fiera - Arcone (acquedotto medievale) - Selciata dei Cappuccini - Necropoli di Settecamini - Necropoli degli Hescanas - Buon Viaggio - Strada vicinale di S.Valentino - Area di Campo della Fiera

L’itinerario parte da Campo della Fiera che, oggetto dal 2000 di regolari campagne di scavo ad opera della Soprintendenza per i beni archeologici dell’Umbria e dell’università degli studi di Macerata, è destinato a divenire un punto focale per il PAAO. Da qui è facilmente raggiungibile la strada dell’Arcone, detta così perché attraversa il “murus fontis”, muraglione di sostegno del primo acquedotto orvietano, iniziato sotto Urbano II nel 1092, proseguito a spese pubbliche nel 1220 e portato a termine grazie all’interessamento di papa Gregorio X. Arrivati a ridosso dell’acquedotto medievale si gira a destra per una strada che gli è parallela e che è nota come selciata dei Cappuccini; ricalcando probabilmente un antico itinerario turistico, la strada di cui ancora si possono notare dei tratti selciati conduce dopo circa 700 metri di erta salita al complesso religioso e ricettivo dei Cappuccini. Identificabile nel convento di San Gregorio di Sualtulo, già conosciuto nel Medio Evo e abitato da vari ordini religiosi, il convento nel 1500 passò ai frati Cappuccini che lo modificarono considerevolmente.

Continuando il percorso della Selciata, che attraversa una suggestiva castagneta, si raggiunge prima la località Seminario dove nel 1930 si rinvenne una tomba a camera scavata nel matile che restituì un ricco corredo e poco più avanti la località Settecammini, posta sulle balze opposte alla rupe di Orvieto; qui nel 1863 Domenico Golini scoprì due tombe eccezionali, Golini I e Golini II, interamente dipinte che costituiscono un’importante testimonianza delle necropoli ellenistiche del territorio orvietano. Il complesso si colloca all’interno del territorio comunale di Porano e gli affreschi delle tombe sono conservati all’interno del museo archeologico nazionale di Orvieto.

Una strada battuta fiancheggiata da due alti pareti conduce a Poggio del Roccolo, uno dei pochi apprestamenti superstiti di questa antica pratica venatoria e poco dopo in corrispondenza del bivio con la strada asfaltata che porta a Porano si apre una piccola vallecola dominata, a destra, da un

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casale accanto al quale nel 1883 si rinvennero più tombe tra cui quella più famosa degli Hescanas, affrescata. Numerosi sono i sepolcreti che si trovano su tutta la fascia in direzione di Castel Rubello, a destra della carrabile. Alcuni di questi presentano anche elementi architettonici di rilievo, quali la finta travatura. Percorrendo la strada asfaltata si arriva al bivio con la strada statale Umbro-Casentinese e da qui una piccola strada sterrata sulla destra permette l’attraversamento delle località Buonviaggio e S.Valentino entrambe interessate da rinvenimenti fortuiti di materiale archeologico. La strada consortile di S.Valentino, sulla sinistra, permette attraverso un percorso panoramico sulla rupe di Orvieto, di raggiungere l’area archeologica di Campo della Fiera.

Variante 1

Superate le tombe Hescanas e, puntando in direzione Sud, ci si inoltra in una castagneta che comprende il fosso Montacchione o della Torre. Sui fianchi delle colline alberate si aprono gli accessi ai cunicoli dell’acquedotto medievale, strutture con spallette in muratura e copertura alla cappuccina. E’ possibile seguire il tracciato sino in località Botte dell’Acqua, origine della sorgente che alimentava il “cannellato”. Tornando verso Orvieto la direzione da seguire è in prossimità del bivio di Torre San Severo, all’altezza del quale, in corrispondenza di villa Buonviaggio, si prende la carrareccia chiamata scorciatoia del Sasso Tagliato, con la quale si  giunge alla strada selciata del Tamburino. Scendendo verso valle si passa davanti alla chiesa di S.Spirito, interessante struttura che rivela la sua originaria funzione per la presenza di abside laterale. Sulla sinistra si ha un buon punto di osservazione per la chiesa del cimitero e di parte dell’adiacente convento di S.Lorenzo in Vineis. Alla base del percorso si giunge al Ponte del Sole e da qui, tramite percorsi pedonali che prevedono anche l’attraversamento del fosso Rio Chiaro, si riguadagna Campo della Fiera.

Itinerario 4

Porta Rocca - Fontana del Leone - Strada della Culata - Canale vecchio - Canale nuovo - Botto - Roccia Sberna - Riva destra del fiume Paglia - Funicolare

Per il primo tratto di percorso, l’itinerario 4 ricalca l’itinerario 2 fino alla località Fontana del Leone. Da qui, dopo aver attraversato la strada provinciale dell’Arcone, ci si dirige lungo la strada sterrata detta strada della Culata che costeggia la località Le Velette dove si rinvennero tombe alla cappuccina e Villa Felici che restituì un’iscrizione latina su un cippo testimoniante la presenza di una sepoltura di alto livello. Dopo circa 1,5 km., la strada della Culata incontra la strada per Canale, ma prosegue oltre questa raggiungendo l’importante area archeologica di Monte Cavallo; durante lavori di scavo per una cava, qui furono intercettate sei tombe a camera, scavate nel matile che restituirono numerosi reperti facenti parte del corredo. Si prosegue oltre finchè non si incontra la strada asfaltata che conduce agli abitati di Canale vecchio prima e poco dopo Canale nuovo. Da Canale nuovo si percorre la strada asfaltata in direzione Orvieto e dopo poco, al km. 6, si incontra un bivio sulla destra che conduce al piccolo e caratteristico borgo di Botto. Da qui una strada sterrata attraverso un percorso panoramico che si apre su i Sassi del Diavolo permette il raggiungimento di un’altra importante area archeologica, Rocca Sberna, caratterizzata da un pianoro su cui è stata ipotizzata la presenza di un insediamento dell’età del Bronzo. Il camminamento prosegue fino ad arrivare ad un sottopassaggio che permette il superamento dell’autostrada del Sole e il raggiungimento della riva destra del fiume Paglia che verrà costeggiata per un tratto di circa 3 km., fino ad arrivare al Ponte dell’Adunata presso Orvieto scalo. Attraversando il ponte in direzione di Ciconia, oltrepassata la zona delle scuole si trova la strada che conduce al parcheggio della stazione  ferroviaria di Orvieto e, usciti da questa, alla funicolare.

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Itinerario 5

Piazza Cahen - Stazione ferroviaria di Orvieto - Passerella sul fiume Paglia - Massa di Paglia - Casa Parrina - Grotte Botanico - Osarella - Podere l’Ortale - Podere S.Savino - Camorena - Riva sinistra del fiume Paglia - Cimitero degli Inglesi - Stazione ferroviaria di Orvieto

Da piazza Cahen, tramite la funicolare, in pochi minuti è possibile raggiungere la stazione ferroviaria di Orvieto che può anche costituire il punto di partenza di questo itinerario essendo dotata di un ampio parcheggio. Proprio da questo è possibile raggiungere la passerella sul fiume Paglia, di recente realizzazione, che passando intorno ad un piccolo laghetto artificiale, conduce a Ciconia. Ci si dirige quindi lungo la strada statale 79 bis fino ad incontrare una rotatoria nei pressi del nuovo ospedale. Prendendo la strada a destra, poco lontano è possibile vedere i resti della necropoli di Massa di Paglia dove nel 1974 la Soprintendenza archeologica per l’Umbria mise in luce cinque tombe a camera, scavate in un terreno sedimentario, ascrivibili al VII secolo a.C.

Ritornando alla rotatoria si prende, questa volta, la strada di sinistra in direzione del nuovo ospedale e, pochi metri dopo, superata una casa si imbocca una strada sterrata in salita che si snoda tra campi coltivati alternati a zone boschive che conduce dopo circa 2 km. a Casa Parrina, azienda agricola soprattutto nota per la produzione di ottimo miele. Il sentiero continua inoltrandosi nella boscaglia e passando per la località Grotte Bolavaio raggiunge il piccolo borgo di Osarella. Prima di arrivare ad Osarella si deve deviare per una stradina di campagna che passando per Casa Nuova conduce al podere Ginotti e poco dopo al podere l’Ortale dove scavi clandestini misero in luce una piccola necropoli ormai sconosciuta; più importante fu il rinvenimento di un tempietto “in antis” in travertino in podere S.Savino a circa 300 m. dal precedente e di alcune sepolture. Continuando per questa strada è possibile raggiungere la località Camorena dove si trova il Cippo dei Sette Martiri in ricordo dei sette orvietani condannati da un tribunale tedesco alla fucilazione. A questo punto si può decidere di affrontare il cammino di ritorno passando per la strada asfaltata in direzione di Orvieto oppure di attraversarla e costeggiare la riva sinistra del fiume Paglia fino a raggiungere di nuovo la stazione ferroviaria di Orvieto.


Quale giudizio esprimere sugli itinerari realizzati, nell’ambito del PAAO, relativamente al comune di Orvieto?

Tali itinerari sono senza dubbio interessanti, solo parzialmente però in linea con gli obiettivi sia del progetto di massima che del progetto esecutivo, redatti negli anni passati riguardo al parco archeologico.

Mi sembra necessario aggiungere, poi, e ciò interessa anche altri interventi previsti dal PO (questione che sarà ripresa nelle conclusioni), il PAAO non ha contribuito adeguatamente a determinare effetti economici positivi. Più precisamente non ha determinato quella crescita dei flussi turistici che si attendeva, non solo dal parco archeologico ma anche da diversi altri interventi relativi al patrimonio storico-artistico orvietano, attuati in base al PO.

E ciò induce a ritenere che non sia stato raggiunto uno degli obiettivi principali che ci si proponeva con il PO: non solo salvaguardare e tutelare il patrimonio storico artistico cittadino ma anche valorizzarlo, il che significa, almeno a mio avviso, valorizzarlo a fini economici, quindi a fini turistici.

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Ma ciò non è avvenuto. Gli interventi previsti dal PO sono stati nella grande maggioranza ben realizzati. Però le strutture che si sono create, per vari motivi, principalmente legati a evidenti problemi nella loro gestione, non hanno determinato un rilevante effetto positivo sul turismo, soprattutto il turismo orvietano è rimasto un turismo prevalentemente di passaggio. E ciò è dimostrato da un solo, ma molto significativo, dato: in 30 anni l’indice di permanenza media presso gli esercizi ricettivi di Orvieto è aumentato solo lievemente, mentre si attendeva, anche in seguito agli interventi previsti nel PO, un considerevole aumento di tale indice.

Per quanto concerne il PAAO, mi sembra, è mancata, tra l’altro, un’adeguata attività promozionale tale da spingere un flusso consistente di turisti a venire ad Orvieto anche esclusivamente, o quanto meno principalmente, per visitare il parco.

Tale esigenza, comunque, rimane ed è auspicabile che quanto non fatto fino ad ora si verifichi nei prossimi anni. E, di nuovo, tale esigenza si manifesta non solo per il parco archeologico ma anche per altri interventi e strutture realizzate in attuazione del PO.

Ed è inoltre auspicabile che, con il PAAO, si tenti di conseguite anche tutti gli altri  obiettivi previsti sia nel progetto di massima che nel progetto esecutivo, relativi al parco archeologico.

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Gli altri interventi, soprattutto relativi al Duomo

Oltre a quelli già descritti in attuazione del PO ci sono stati numerosi altri interventi, prevalentemente riguardanti chiese (probabilmente alcuni interventi relativi a chiese di scarsa importanza potevano essere evitati per ottenere così risorse finanziarie da utilizzare in modo migliore) ma non solo, nell’ambito dei quali l’importanza maggiore non può che essere attribuita a quelli relativi al Duomo, per ovvi motivi.

Tra gli interventi relativi alle chiese possono essere citati i seguenti: S. Lucia, degli Scalzi,  S.Francesco,  S.S. Apostoli, S.Agostino, S.Giovenale, Madonna della Cava, S.Domenico, S.Andrea, S.Paolo.

Tra gli interventi non riguardanti le chiese possono invece essere citati i seguenti: palazzo Soliano, palazzo Papale, palazzo dell’Opera del Duomo, museo Faina, palazzetto Faina, complesso di S.Fancesco, palazzo Monaldeschi, palazzo Crispo-Marsciano.

Per quanto concerne gli interventi relativi al Duomo, ho ritenuto opportuno, a tale proposito, esaminare solamente quelli che sono stati effettuati nella cappella di San Brizio perché essi l’hanno completamente trasformata, o meglio, riportata agli splendori iniziali e perché poi quando ci si occupa del Duomo si considera esclusivamente la facciata, di enorme importanza e di enorme bellezza, ovviamente, ma, generalmente, si trascura l’interno del Duomo, cosa che non si deve assolutamente fare soprattutto per la cappella di San Brizio, appunto.

Peraltro, da alcuni anni, si può accedere alla cappella solo pagando un biglietto, lo stesso con il quale è possibile entrare all’interno del Duomo, e pertanto essa è diventata un bene culturale valorizzato anche a fini economici e, in questo e-book, sono stati privilegiati gli interventi previsti in attuazione del PO che hanno determinato o che avrebbero dovuto determinare una valorizzazione anche di natura economica dei beni culturali.

Nel caso della cappella di San Brizio gli effetti economici sono stati e sono molto positivi, anche perché la gestione economico-finanziaria non presenta complessità di rilievo, come del resto avvenuto anche in altri casi.

Per quanto concerne tale cappella, il mio punto di riferimento è stato il volume “La cappella nova o di San Brizio nel Duomo di Orvieto”, a cura di Giusi Testa, editore Rizzoli.

E ho ritenuto opportuno iniziare con le origini della cappella, di cui si tratta nel capitolo “La costruzione della cappella, le varie fasi edilizie e gli interventi attuali”, di Raffaele Davanzo e Luciano Marchetti, di cui riporto alcune parti.

“Come è noto, l’avvio della genesi architettonica della cappella di San Brizio, cioè la costruzione dei rampanti e dei contrafforti su tre lati del transetto del Duomo di Orvieto, è da collocarsi nel poco conosciuto vallo di confine tra i due momenti di gestione della realizzazione del progetto del Duomo: il primo incentrato sulle personalità del vescovo Francesco Monaldeschi e del papa Nicola IV, e di spirito classicista; il secondo corrispondente alla preminenza del Comune sull’organizzazione dell’Opera del Duomo e vissuto sullo spirito gotico dominato dalle qualità culturali e organizzative di Lorenzo Maitani…

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Il progetto iniziale del Duomo di Orvieto (redatto nel 1284-1285) prevedeva l’unificazione interna del vano delle tre navate con l’interposizione di altissime arcate di valico, e quella esterna con l’estroflessione di sei absidiole per lato (indipendenti dai ritmi interni del colonnato e del transetto), che costituivano un ritmo ciclico assieme ai torreselli di risvolto del transetto e dell’abside originale, anch’essa cilindrica, realizzando un’immediata immagine architettonica di volumi puri sotto la luce. All’interno come all’esterno l’unità spaziale rappresentò una precisa scelta di richiamo alla stereometria classica: la presenza del papa Nicola IV, rinnovatore delle basiliche paleocristiane di Roma, e del vescovo Francesco Monaldeschi e la primitiva organizzazione tutta ecclesiastica dell’Opera garantivano questa scelta classicista. Non si conosce il nome del geniale architetto, che pur con grammatica locale si muoveva nella linea normativa inaugurata da Nicola Pisano…

Nel 1310, con la nomina ufficiale del Maitani alla nuova carica onnicomprensiva di ‘caput magister’ si consolidava definitivamente la nuova linea della figuratività gotica, ‘rayonnante’, rispetto alla spazialità delle scelte ‘romanze’ del progetto originario…

Come si è già anticipato, le opere di contraffortatura sui tre lati esterni del transetto furono impiegate, come forse si era pensato fin dall’inizio, come muri longitudinali di nuovi vani: la tribuna (terminata nel 1335) e la cappella del Corporale (1350-1355). Alla fine del XIV secolo, sul fianco meridionale, tra gli speroni erano ancora in piedi la sesta cappella semicilindrica dedicata ai Magi e di proprietà della famiglia Monaldeschi, e la sagrestia vecchia, così denominata in contrapposizione alla nuova, di maggiori dimensioni, costruita tra la cappella del Corporale e la tribuna e contemporaneamente alla prima.

La data di inizio dei lavori della Cappella Nova deve essere anticipata agli anni immediatamente successivi al 1396, in luogo della data tradizionale scaturita dagli studi del Fumi (1406): infatti nel 1396 l’orvietano Tommaso di Micheluccio stabilì nel suo testamento un lascito per la costruzione di una cappella intitolata alla Vergine Incoronata. Comunque negli anni tra il 1396 e il 1408 la preoccupazione principale fu quella di reperire, sgrossare e lavorare per l’apparecchiatura a cortina, nella loggia dell’Opera, i materiali necessari alla costruzione; solo nel 1408 appare infatti per la prima volta il nome di un mastro costruttore  (Cristoforo di Francesco da Siena) che doveva affiancare Cipriano e Giovanni da Milano che non riuscivano a portare a termine il lavoro di preparazione del materiale…

Dal 1408 risulta che si procedeva speditamente con la realizzazione delle murature in elevazione: in realtà si trattava solo di un adeguamento mimetico dei parametri costruiti subito dopo il 1300, poiché di quanto allora costruito non si sacrificò nulla: furono rispettate le grandi dimensioni dello spessore del sistema provvisionale, e nella sua parte inferiore il rampante, all’interno, fu mascherato da un controarco a tutto sesto di imposta molto bassa, che servì a delimitare i vani della cappellina dei Corpi Santi (di san Faustino e di san Pietro Parenzo), e quella della Maddalena, poi Gualterio…Nel 1410 fu murata la chiave di volta dell’arco che divide le due campate della cappella, mentre l’anno successivo si preparava il materiale per gettare le crociere; e dal 1415 al 1419 si lavorava alla cornice di coronamento. Le linee architettoniche dovevano a questo punto essere pressoché completate se nel 1425 è testimoniato l’ingaggio dei pittori mastro Bartolomeo di mastro Pietro da Orvieto e Giovenale da Orvieto per un programma decorativo.

I documenti danno per terminato il lavoro nel 1444, quando fu pagato lo sgombero della terra dietro la Cappella Nova: si trattava forse di una prassi comune il formare dei piani inclinati con del terreno di riporto per favorire l’ascendere dei materiali alle quote alte, se un documento similare del 1335, relativo alla tribuna quadrata appena completata, parlava anch’esso di trasporto di terra. Le vicende

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costruttive di questo periodo possono essere integrate con l’osservazione diretta delle coperture. Infatti solo dal 1452 troviamo nei documenti il primo accenno a queste, quanto i soprastanti dell’Opera decidono di ‘retractare tectus Cappellae Novae’, poiché gli affreschi appena iniziati dal cantiere diretto da Beato Angelico si trovano in situazione di pericolo (probabilmente per le infiltrazioni di acqua piovana), più che per il resto della chiesa. E’ infatti molto probabile che a quell’anno la costruzione non fosse addirittura fornita di un tetto nel senso pieno della parola: nel 1455 infatti, ribadendo la decisione si precisa che il nuovo tetto doveva essere più alto di quello allora in opera…La decisione di dare una copertura efficiente alla Cappella Nova fu resa operativa con l’affidamento dei lavori in appalto a Clemente di Pietro Clementi alla fine del 1455…Il tetto ha sempre rappresentato un elemento di particolare fragilità nella conservazione della struttura e dell’apparato decorativo della cappella…”.

Il capitolo successivo è denominato “Vicende della decorazione, problemi della committenza e piani iconografici”, di Giusi Testa e Raffaele Davanzo.

“Il problema della committenza, quello della scelta del tema e quello della commissione che sovrintende al programma iconografico sono strettamente legati tra loro.

La chiamata di Guido di Pietro del Mugello (comunemente detto Beato Angelico) avvenne nel 1446 su suggerimento di un monaco benedettino di Perugia, dom Francesco Baroni…Il contratto di commissione del 14 giugno 1477 non accenna minimamente al tema da illustrare nella Cappella Nova ma specifica solo che l’Angelico era tenuto a preparare i disegni mentre si costruivano i ponteggi. Invece, nella delibera del 2 giugno dello stesso anno l’Opera decide di attendere l’arrivo di Fra’ Giovanni da Fiesole e di ascoltarlo e, quindi, udito il suo suggerimento, di prendere la decisione definitiva…Si può quindi asserire che il tema del ‘Giudizio Universale’ sia stato suggerito o proposto dal pittore medesimo: l’Angelico infatti ‘riuniva in sé, la natura dell’artista e quella del teologo’…L’Angelico del resto aveva già affrontato il tema del ‘Giudizio Universale’ in una occasione nel 1432: si trattava di una tavola dipinta per la chiesa fiorentina di Santa Maria degli Angeli…

La prima scelta del tema del ‘Giudizio Universale’ è dunque forse del Beato Angelico, almeno limitatamente alle volte e al disegno della prima campata…Il riferimento alla tavola di Santa Maria degli Angeli può essere illuminante: con ogni probabilità, se l’artista avesse avuto la possibilità di terminare l’opera orvietana, avrebbe seguito lo stesso tema compositivo dell’opera fiorentina organizzando la decorazione della sezione inferiore della parete con l’apertura degli avelli per rappresentare la ‘Resurrezione della carne’ e, sulle pareti laterali, a destra del Cristo, il ‘Paradiso’ con il monte della Gerusalemme Celeste e alla sua sinistra ‘L’Inferno’ con i gironi delle bolge: il tutto impostato secondo una matura e approfondita conoscenza teologica…

Sono gli anni in cui  Luca Signorelli procede alla decorazione della Cappella Nova. A distanza di cinquanta anni dall’interruzione dei lavori l’Opera voleva che fosse ancora seguito il programma iconografico già determinato del ‘Giudizio Universale’, sulla spinta di una cultura permeata dalla letteratura condizionata dall’esegesi biblica che privilegiava i ‘novissimi hominis’ e che mostrava particolare interesse per la figura dell’Anticristo…

Durante tutta la seconda metà del secolo si sente quindi la necessità, anche sulla base della spinta superstiziosa del secolo, di completare la cappella e si cerca di nuovo un pittore di chiara fama ma che non sia esoso, e questo in contrasto al disinteresse per l’entità della spesa che l’Opera aveva manifestato di fronte al Beato Angelico…In quello scorcio di secolo le condizioni economiche della

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città non erano assolutamente fiorenti e questo è evidente in descrizioni coeve, come quella di Enea Silvio Piccolomini, risalente al 1462… Nonostante la non più florida situazione economica della città e quindi delle casse dell’Opera, i Soprastanti decidono di far portare a termine i lavori nella Cappella Nova: cosa che avviene, e con ottimi risultati…La scelta fu compiuta, pur con le dovute limitazioni di spesa, dovendo necessariamente fare i conti con un bilancio non troppo favorevole. Se prima non aveva potuto accettare le richieste del Perugino, con Signorelli l’Opera arrivò a contrattare il prezzo, per cui si può concludere che la commissione al cortonese fu il frutto di un compromesso fra le istanze artistiche e intellettuali e quelle economiche.

Mentre nei rapporti preliminari e nel contratto con il Beato Angelico non si faceva menzione di consiglieri in materia teologica, in una delibera del consiglio dell’Opera in vista del nuovo contratto con Signorelli per la decorazione delle pareti, sono espressamente citati i ‘venerabiles magistri sacre pagine huius vitatis’, il cui parere avrebbe guidato la scelta iconografica considerato che il tema del Giudizio era stato confermato…Quindi, come già notarono il Carli e il Riess, è più che probabile che proprio l’Albèri (arcidiacono al tempo della presenza del Signorelli) fosse il coordinatore dei ‘venerabiles magistri’ assieme al vescovo Della Rovere. E’ ipotizzabile che nel novero di questi consiglieri larga parte avessero i Domenicani: in quel periodo infatti era priore nel convento di San Domenico Fra’ Tommaso da Orvieto, ‘magister’ in teologia, formatosi presso lo ‘studium’ del Sacro Palazzo in Roma. Anche se non è da considerarsi tra i ‘venerabiles’, un ruolo di preminenza nella conduzione delle scelte operative e iconografiche è da riconoscere alla figura del consigliere dell’Opera Ludovico Benincasa che, come emerge dai documenti, segue il dibattito culturale, si interessa, consiglia e i suoi interventi nelle riunioni del consiglio risultano sempre molto seguiti…

Non è la prima volta che si afferma che la Cappella Nova è un ‘unicum’: ma conviene qui ribadirlo proprio alla luce della nuova lettura che in questa monografia si è data al ciclo, e specialmente ora che il brano del Caino è a nostra disposizione per consentirci di leggere chiaramente nella trama compositiva della cappella l’interazione dialettica tra la Gerusalemme Terrena e la Gerusalemme Celeste attraverso il Sacrificio, la Resurrezione e la Salvazione. Proprio perché quello di Caino non è un tema iconografico frequente, la sua figura a buon diritto può entrare a far parte degli elementi peculiari dell’ ‘unicum’ come l’Anticristo, le grottesche e i ritratti degli uomini illustri. La cappella è stata concepita dal Signorelli più che come una scatola, come una sfera dove tutti i punti hanno lo stesso valore e dove l’uomo spettatore ne costituisce il centro: è un uomo umanistico, centro del macrocosmo, oggetto centrale della Salvezza. Il messaggio di redenzione che ne deriva è positivo: e anche se vi sono raffigurate scene violente e comunque emotive, prevale il concetto che Cristo è morto e risorto per noi. E’ un inno alla vita, e questo elemento positivo è sottolineato dai toni brillanti che sono riapparsi con il restauro”.

Per quanto riguarda i lavori di restauro della cappella si può fare riferimento al capitolo “Scheda di restauro degli affreschi e dell’altare della Gloria”, di Carla Bertorello.

E’ bene ricordare che tali lavori sono stati effettuati dalla cooperativa C.B.C. (conservazione beni culturali) di Roma e, più precisamente, gli operatori che vi hanno partecipato sono stati, oltre a Carla Bertorello, Veronique Albaret, Roberta Balducci, Maria Grazia Chilosi, Rosanna Coppola, Marc Gittins, Assja Landau, Angiola Maroscia, Giovanna Martellotti, Doretta Mazzeschi, Matilde Migliorini, Sibylle Nerger, Cinzia Silvestri, Lucia Tito, Laura Vagaggini, Sabina Vedovello.

“…I lavori nella cappella hanno avuto inizio nel 1986 con saggi e campionature sulla lunetta della ‘Resurrezione della carne’; sono proseguiti con il restauro della vela del ‘Cristo Giudice’ e dal 1989 hanno coinvolto, in lotti successivi, tutte le superfici della cappella, incluso il grande altare

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settecentesco e la tavola della Madonna di San Brizio, gli stucchi e i rivestimenti marmorei della cappella Gualterio e la tela del Muratori, inserita nel suo altare. Nel corso dell’intervento il coordinamento del lavoro di restauro e di documentazione è stato curato per la C.B.C. da Carla Bertorello, Doretta Mazzeschi e Lucia Tito. Nell’attività lavorativa che si è sviluppata per nove anni, anche se non in modo continuativo, sono stati coinvolti tutti i soci della Cooperativa e numerosi collaboratori, con un impegno totale di circa 33.000 ore di lavoro.

Pregiudiziale al buon esito del nostro intervento e al perdurare dei risultati ottenuti è stato il lavoro effettuato sulle strutture architettoniche: la revisione delle coperture, la bonifica delle murature, il riordino e la sigillatura dei paramenti esterni, la sostituzione degli infissi delle tre grandi finestre. Il protrarsi del restauro in un considerevole lasso di tempo e la presa in esame di materiali diversi hanno reso necessaria la messa a punto di procedure operative e l’adozione di soluzioni tecniche ed estetiche diverse e commisurate alle esigenze che via via emergevano. In questa sede si vogliono sottolineare alcune scelte che nella sintesi delle operazioni potrebbero non rivestire il giusto valore, e in particolare le soluzioni adottate per le integrazioni storiche. Il mantenimento dei rifacimenti antichi nella vela del ‘Cristo Giudice’ non è mai stato messo in dubbio; in accordo con la direzione dei lavori, ci si è limitati a ritrovare i margini dell’originale, ampiamente celati dagli intonaci di restauro, e ad attenuare i più gravi squilibri tonali. Più complessa, e raggiunta dopo tentativi e prove diverse, è stata la scelta relativa ai grandi rifacimenti della zoccolatura, eseguiti da Marco Pelliccioli nel 1940-41, e all’ampia stuccatura sopra le mensole nella cappella dei santi Faustino e Parenzo…

Sulla scelta di demolire le integrazione di Pelliccioli e riproporre una nuova integrazione tratteggio ad acquarello, su una malta coerente all’originale, ha quindi pesato una valutazione sia conservativa che estetica. La finalità è quella di restituire il massimo di continuità e leggibilità all’architettura dipinta, senza sgradevoli interruzioni visive; a questo fine, anche le parti non chiaramente interpretabili dei tondi a monocromo e delle specchiature di plinti e muretti nella balaustra, sono state stuccate a livello e trattate a ‘intonaco abraso’. La demolizione del rifacimento nella cappella dei santi Faustino e Parenzo, ricoperto da una tempera nera, si è imposta soprattutto per ragioni conservative: la malta in coccio pesto utilizzata per la stuccatura, di notevole resistenza meccanica e poco permeabile all’umidità, aveva innescato meccanismi di degrado e gravi sbiancamenti lungo i bordi, sulle figure dei santi, dove aveva sfogo l’evaporazione…

Durante il restauro sono emerse numerose problematiche per il cui chiarimento è stato necessario effettuare prelievi da sottoporre ad analisi. Le esigenze di tale campionamento non sono state determinate perciò dalla volontà di effettuare uno studio sistematico e completo sui materiali e sulla tecnica del Signorelli e dell’Angelico, bensì dalla necessità di chiarire, via via che procedevano i lavori di restauro, gli interrogativi emersi; l’aspetto conservativo ha prevalso sulla semplice ricognizione conoscitiva dei dati tecnici relativi alla realizzazione degli affreschi, privilegiando le indagini legate alla caratterizzazione delle zone di degrado, nonché dei prodotti di tale degrado e delle cause che lo hanno determinato. Particolare interesse è stato poi dedicato allo studio di tutti quegli interventi sulle superfici pittoriche, documentati o non, che nel corso dei secoli si sono stratificati sulle volte e sulle pareti della cappella, e di quelli che, pur estranei alla decorazione pittorica e alle fasi quattro e cinquecentesca dei lavori, costituiscono degli elementi essenziali nell’attuale assetto del monumento, come, ad esempio, le realizzazioni settecentesche dell’altare della Gloria e della cappella Gualterio. Le analisi effettuate sono state dunque finalizzate allo studio della composizione dei depositi superficiali, dei materiali costitutivi dei supporti, alla ricerca di sostanze organiche negli strati superficiali e alla definizione della struttura e composizione degli strati pittorici…

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La campagna fotografica come metodo di indagine e documentazione delle superfici, prima e durante il restauro, si è avvalsa, oltre che degli strumenti tradizionali, dell’esame fotografico della fluorescenza suscitata da radiazioni ultraviolette e dall’esame all’infrarosso in ‘falsi colori’. Sono state effettuate riprese a luce radente e macrofotografie per evidenziare e documentare le tipologie dei danni, le asperità degli intonaci, le caratteristiche tecniche legate a stesure delle giornate, riporto del disegno, stesure pittoriche, dorature e segni della lavorazione della pietra. Le riprese della fluorescenza da radiazioni ultraviolette emesse con lampade di Wood, effettuate prima e durante il restauro degli affreschi, hanno reso più leggibili le sovrapposizioni di strati di alterazione superficiale, protettivi, ritocchi e ridipinture; hanno inoltre contribuito alla individuazione dei danni, quali graffi e abrasioni del colore, meno visibili con riprese a luce naturale. L’infrarosso in falso colore, metodo ancora sperimentale di indagine per la sperimentazione di indagine per la determinazione dei pigmenti impiegati nelle stesure pittoriche, ha spesso aggiunto informazioni relative allo stato di conservazione e ai materiali sovrapposti alla pittura originale”.

Per quanto riguarda gli affreschi delle volte e delle pareti, viene prima evidenziato lo stato di conservazione e poi vengono descritti gli interventi effettuati.

Stato di conservazione
                                         
Crepe strutturali dovute ad assestamenti statici si sono rilevate all’angolo destro della vela del ‘Cristo Giudice’ e nella parete dell’altare, a sinistra e a destra della scena figurata, fino alla zoccolatura. Qui il fenomeno ha prodotto lo spostamento dei conci, creando fessurazioni piuttosto ampie e profonde. Le discontinuità murarie delle pareti sui cui sono dipinti l’ ‘Anticristo’ e la ‘Resurrezione della carne’ hanno dato luogo a fessurazioni più sottili che corrispondono al margine superiore del contrafforte inserito nella muratura e marcano il contorno della finestra tamponata nella parete sud-ovest dell’oculo preesistente nella parete nord-est.

Se si fa eccezione per le grandi mancanze risarcite in antico nella vela del ‘Cristo Giudice’, le lacune delle vele sono numerose ma tutte di piccole dimensioni. Esse risalgono per lo più agli interventi di consolidamento e all’applicazione delle grappe, soprattutto per mano di Cecconi Principi. La stessa situazione si verifica nelle scene figurate delle pareti dove, oltre alle perforazioni praticate nei restauri, le mancanze riguardano quasi solo le fessurazioni. Parti consistenti di intonaco sono invece perdute nell’alta zoccolatura, per lo più a causa delle trasformazioni settecentesche. Nella parete di fondo, dove sono ovviamente perdute la scena e la zoccolatura sotto l’altare, si concentra il maggior danno: nella zona sinistra dell’altare  è mancante parte della parasta angolare, quasi completamente quella centrale, quasi tutta la balaustra monocroma e un’ampia fascia intorno ai pilastri marmorei; sulla destra è altrettanto consistente la perdita lungo il margine dell’altare ed è perduta una specchiatura della balaustra e il plinto della parasta centrale. Nella parete di sinistra la mancanza più estesa riguarda l’arco di accesso alla cappella Gualterio, con i relativi piedritti e parte della trabeazione dipinta; nella parete destra risulta risarcita la mancanza di intonaco sopra le mensole della cappella dei santi Faustino e Parenzo e pressoché tutta la zoccolatura. L’ultima importante lacuna si situa infine nella parte sinistra della zoccolatura del ‘Finimondo’, dove fu collocato il monumento funebre del cardinale Nuzzi, ora rimosso. Mancanze di più modesta entità, da attribuire in gran parte ad atti vandalici o manomissioni intenzionali, sono presenti un po’ ovunque nelle zoccolature. Nelle pareti lunghe, alla base della finta balaustra, alcune mancanze di forma quadrangolare, situate a distanza regolare, sono probabilmente relative al coro ligneo che per più di un secolo ricoprì le decorazioni a grottesche.

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Relativamente alle stuccature, il margine dell’arco alla base della vela del ‘Cristo Giudice’ ha un grossolano rinzaffo a cemento, analogo a quello che sostiene gli infissi moderni delle tre grandi finestre della parete dell’altare. Sulle pitture tutte le mancanze sono risarcite con malte e stucchi diversi: la varietà degli impasti documenta che molto raramente nei restauri del primo Novecento si procedeva allo smantellamento delle stuccature precedenti, anche se di cattiva esecuzione, o incompatibili con l’originale; ciò determina sovente un sovrapporsi di materiali che comprometteva anche i risultati dell’integrazione pittorica. I fori dei consolidamenti sono per lo più stuccati con il gesso, come gli strati più profondi dei grandi rifacimenti della zoccolatura; le stuccature finali, realizzate spesso con calce e sabbia, non sono sempre omogenee tra loro per resistenza meccanica e qualità dell’impasto; nelle vaste mancanze la finitura è spesso a gesso. Nella cappella dei santi Faustino e Parenzo, la grande stuccatura a base di coccio pesto, tra l’arco e le tre mensole, si differenzia da tutte le altre sia per materiali  impiegati che il trattamento superficiale.

Difetti di adesione alla struttura muraria sono molto diffusi su tutta la superficie, nelle vele come nelle scene e nelle zoccolature. Nel recente restauro si è potuto constatare il limite dell’intervento del Cecconi Principi che pure era concentrato principalmente sulla conservazione degli intonaci: si tratta nella sostanza di agganci puntiformi che non garantivano la riadesione di vaste aree, anche perché i materiali utilizzati, a presa piuttosto rapida, non consentivano una efficace infiltrazione. L’uso di malte a pronta presa e di grappe metalliche giustifica anche l’enorme sproporzione del numero dei fori rispetto al risultato ottenuto.

Difetti di coesione sono localizzati quasi esclusivamente nelle pareti e nella zoccolatura, riguardano il margine della finestra tamponata e tutte le zone interessate da efflorescenze saline nella ‘Resurrezione della carne’, gran parte della superficie della balaustra dipinta a monocromi, tutta la parte bassa della cappella dei santi Faustino e Parenzo, in corrispondenza degli attacchi microbiologici. Sono inoltre decoesi gli strati di arriccio messi in evidenza con la rimozione delle stuccature dei grandi rifacimenti.

Per quanto concerne la pellicola pittorica, a parte i brani di pittura ovviamente perduti in corrispondenza delle cadute di intonaco, risultano abrase, a volte fino alla perdita totale del colore, tutte le campiture a secco. Sono molto lacunose e offese da graffiti le fasce di zoccolatura fino a circa un metro e mezzo da terra, le raffigurazioni di tritoni e mostri marini delle balaustre e la decorazione a grottesche sotto la scena dell’ ‘Inferno’, condotta per lo più a secco.

Difetti di coesione sono molto diffusi su tutte le campiture di colore eseguite a tempera, sulle dorature a missione dei fondi e ancor più sulle lumeggiature dorate. Difetti di adesione agli strati preparatori sono localizzati in corrispondenza di danni da infiltrazione e apprezzabili come minuti sollevamenti a bolla o scagliature delle campiture a secco o delle dorature a missione. Sia nelle volte che nelle pareti risulta precaria l’adesione delle decorazioni dorate su pastiglie di cera o di malta.

Gli interventi pittorici, come già le stuccature, risultano come sommatoria dei restauri precedenti; tutte le stuccature di piccola e media dimensione e le numerosissime grappe metalliche sono per lo più ritoccate a tempera senza troppa attenzione per la fedeltà al tono originale né per l’accuratezza dell’esecuzione. Le ridipinture interessano, nella volta, parte della figura del Cristo nella vela del ‘Cristo Giudice’, ove è ripresa anche la doratura della mandorla per adeguarla al rifacimento seicentesco. Nella parete sinistra sono ridipinti i manti grigi delle due figure identificate come Luca Signorelli e Beato Angelico. Ritocchi approssimativi deturpano soprattutto la scena dell’ ‘Anticristo’ nel gruppo di figure al centro, sul cielo e in genere in corrispondenza dell’oculo

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tamponato. Nella ‘Resurrezione della carne’ sono riprese le sagome dei cherubini per ridare forma alle figure molto danneggiate perché condotte ampiamente a secco. Ma sono le zoccolature che, proprio perché più lacunose, presentano i più estesi interventi di ridipintura e di ritocco. I rifacimenti, sia quelli antichi che quelli moderni, sbordano anche notevolmente sull’originale, per dissimulare la diversa natura della pittura oltre che la rozzezza dell’intonaco di rifacimento. Le integrazioni eseguite dal Pelliccioli nella zoccolatura sono  a tempera; il disegno è riportato nelle linee essenziali, le campiture ricostruite mediante scomposizione del colore in puntini, ottenendo un effetto sfumato, spesso sotto tono rispetto all’originale.

Relativamente ai depositi in superficie, la pellicola pittorica risulta offuscata e disomogeneamente ingrigita per l’alterazione di protettivi di natura diversa. L’assorbimento della paraffina, impiegata nel 1950 per eliminare gli sbiancamenti sui manti scuri del Signorelli e dell’Angelico sulla scena dell’‘Anticristo’, ha impermeabilizzato alcune zone dando luogo alla formazione irregolare di efflorescenze saline ai margini delle stesse. Le polveri sospese, per effetto delle correnti ascensionali, si addensano particolarmente in alto, sulle asperità e le concavità dei costoloni, lungo le giunzioni delle giornate, se a rilievo, e formano depositi abbastanza coerenti con masse di aggregati più consistenti. Efflorescenze saline sono presenti su gran parte della scena dell’ ‘Anticristo’; nella zoccolatura accanto ai rifacimenti; intorno alle fessurazioni nella parete di fondo; lungo i margini dei rinzaffi a cemento delle tre finestre; più sporadicamente nelle scene del ‘Paradiso’ e dell’‘Inferno’. Patine di alterazione dovute ad attacchi microbiologici si concentrano nella parete della ‘Resurrezione della carne’ e nella cappella dei santi Faustino e Parenzo, sempre associate a gore di umidità ed efflorescenze saline.

Descrizione degli interventi effettuati

Per quanto concerne gli intonaci, le zone malferme sono state assicurate al supporto murario con infiltrazioni di una malta idraulica ad alto potere adesivo; i distacchi di superficie sono stati risarciti con infiltrazioni di resine acriliche o viniliche. Tutte le grappe metalliche risalenti ai restauri di Cecconi Principi sono state estratte, perché ormai prive di funzionalità statica ma anche per l’ossidazione delle parti metalliche e per il danno potenziale relativo alla presenza di gesso. Tutte le stuccature dovute ai restauri precedenti incluse quelle dei grandi rifacimenti, sono state rimosse perché non idonee per materiali impiegati (gesso o cemento) o perché la malta aveva perso coesione. Tutte le lacune, sia quelle di grandi dimensioni che quelle dovute ai consolidamenti antichi e alle grappe rimosse, sono state stuccate a livello della pellicola pittorica con una malta a base di calce, sabbia e polvere di marmo. Sono state lasciate sottolivello le due mancanze della cappella dei santi Faustino e Parenzo, in corrispondenza degli arredi rimossi (altare e teca delle reliquie). E’ stata lasciata in vista la pietra nelle lacune alla base dei pilastri dell’arcone di accesso.

Per quanto riguarda la pellicola pittorica, le mancanze di adesione della pellicola e della doratura sono state risarcite con infiltrazioni di resine acriliche. La coesione delle campiture a secco è stata restituita mediante impregnazioni successive di resine acriliche a bassa concentrazione. I bordi dell’affresco originale, ai margini dei rifacimenti, sono stati liberati con mezzi meccanici da sovrapposizioni di intonaco e ridipinture; ciò ha consentito una più chiara lettura dell’immagine e il recupero di parti occultate della pittura. Sono stati asportati tutti i ritocchi alterati che sbordavano sull’originale. Le polveri sospese sono state rimosse mediante spolveratura con pennelli morbidi e, prima di procedere al fissaggio della pellicola pittorica e della doratura, dove possibile, è stata effettuata un lieve pulitura a secco. Gli adesivi alterati sono stati asportati mediante applicazione di sali inorganici ad azione debolmente basica. La soluzione è stata stesa a pennello o su fogli di carta giapponesi nelle zone più decoese della pellicola pittorica, dove si doveva ridurre al minimo

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l’azione meccanica della pulitura. Sulla vela del ‘Cristo Giudice’ la mandorla ridorata nel Seicento su una missione di base di cera è stata pulita con miscele solventi. Sulla scena dell’ ‘Anticristo’ la rimozione degli strati di paraffina, stesa come protettivo, ha reso necessario l’impiego di solventi clorurati alternati a soluzioni basiche per la rimozione delle ridipinture probabilmente a olio. Le efflorescenze saline e i sali residui della pulitura sono stati asportati mediante lavaggi ripetuti con acqua deionizzata e con impacchi della stessa in polpa di carta. Le patine di alterazione rosata, dovute ad attacchi di microrganismi, sono state trattate con un biocida specifico. Per quel che concerne l’integrazione pittorica, in accordo con la direzione dei lavori si è deciso di reintegrare a tratteggio tutte le lacune stuccate, sempre interpretabili per la piccola dimensione o perché interessavano motivi seriali delle decorazioni. La reintegrazione delle vaste stuccature della zoccolatura si è spinta fino al possibile per ridare maggiore unità compositiva e cromatica alla complessa architettura del basamento. Sono state abbassate di tono, con velatura ad acquarello, le cadute e le abrasioni della pellicola pittorica nelle scene e nella zoccolatura; allo stesso modo sono state trattate alcune zone delle ampie stuccature non reintegrabili; in particolare i tondi e le scene della balaustra orami perduti e, nella cappella dei Corpi Santi, la lacuna sopra le mensole e quella in corrispondenza dell’altare”.


Tra gli altri interventi che, successivamente, diedero vita a strutture che ebbero effetti economici positivi, possono essere citati quello riguardante la torre del Moro e quello relativo alle cavità sotterranee in prossimità di piazza del Duomo.

Per quanto concerne la torre del Moro, tramite la realizzazione di un ascensore e il rifacimento delle scale che conducono alla sommità della torre, fu consentito di accedere agevolmente appunto alla sua sommità, in modo tale da avere un visione dall’alto dell’intero centro storico. Per accedere alla torre  fu deciso di far pagare un biglietto e la gestione economica, fino ad ora affidata ad una cooperativa sociale, essendo peraltro non complessa, ha prodotto risultati positivi.

Relativamente alle cavità sotterranee, ne furono consolidate molte, e  per due di esse, la n. 536 e la n. 6, furono organizzate visite guidate, affidate alla società Speleotecnica.

Per descrivere la cosiddetta “Orvieto underground”, mi è sembrato opportuno fare riferimento a quanto scritto, a tale proposito, nel sito web www.inorvieto.it:

“Insieme ad altri irrinunciabili percorsi ipogei, la visita ‘Orvieto Underground’ costituisce un itinerario guidato di grande suggestione e interesse che, attraverso un labirinto di grotte aperte nel masso tufaceo dagli abitanti nel corso di 2500 anni di scavi ininterrotti, vi metterà in contatto con le viscere più misteriose e profonde della rupe: una vera e propria città sotterranea fatta di innumerevoli cavità che si intersecano e si accavallano sotto il tessuto urbano, in cui gli abitanti di Orvieto hanno svolto, fin dalle antiche origini etrusche, molteplici attività della vita quotidiana. Si tratta di un prezioso palinsesto di informazioni storiche e archeologiche, studiato solo recentemente in modo organico e scientifico e restituito alla fruizione, a partire dagli anni Novanta, con due importanti complessi ipogei contrassegnati, tra le circa 1200 cavità del sottosuolo di Orvieto, con i numeri 536 e 6…

Attraversando il vasto intrico della cavità 536 avrete modo di ammirare i suggestivi resti di un ampio frantoio, tra cui, ben conservate, la pressa e alcune mole di cui una datata 1697, anche se la struttura potrebbe risalire addirittura alla seconda metà del Trecento; di fronte alla pressa, un vano che potrebbe essere una delle vasche in cui venivano poste le sanse dopo la prima spremitura,

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per assorbire acqua ed essere poi di nuovo spremute e, intorno, tutta una serie di ambienti e strutture funzionali al mulino, quali altre vasche, cantine, stalle, un focolare e una condotta per l'acqua. Nell'ampia cavità, che si estende per circa 850 metri quadrati, noterete una misteriosa e irregolare serie di ambienti collegati tra loro. Si tratta di una grande cava di pozzolana, che offre un interessante esempio di come si procedesse nello scavo: in modo del tutto disorganico appunto, senza neanche troppo preoccuparsi della stabilità, seguendo non un piano spaziale preordinato ma i filoni offerti dalla presenza di materiale. I documenti d'archivio fanno risalire l'apertura o la riapertura di questa cava al 1882. Molto più indietro nel tempo, tra le emergenze rinvenute sono presenti tre condotti verticali a pedarole risalenti all'epoca etrusca.

Di grande fascino e interesse anche l'immersione nella cavità n. 6 che, attraverso una serie di anfratti, scalette e stretti cunicoli, vi condurrà a mirabili esempi di vani a colombari posti su diversi livelli. Le fitte aperture quadrangolari allineate nello scavo del tufo, che per molto tempo hanno appassionato gli archeologi sulla natura della loro origine, si sono alla fine rivelate come un razionalissimo sistema di celle utilizzato per far nidificare e allevare i colombi, a fini alimentari, fin dall'epoca medievale, funzione avvalorata anche dalla presenza di vasche per l'approvvigionamento idrico e da aperture nel versante a ciglio della rupe, volte a mettere i volatili in contatto con l'esterno. Le vasche dovrebbero essere servite, secondo la lettura di frammenti ceramici trovati nei pressi, anche per due successive fornaci in cui si cuoceva vasellame in argilla nel XVIII secolo.

Quando riemergerete, dopo circa un'ora di percorrenza, lo slancio del Duomo vi sembrerà ancora più luminoso e ardito”.

Anche in questo caso, poiché la gestione economico-finanziaria non presenta notevoli elementi di complessità, i risultati sono stati positivi.

Infine, una breve considerazione relativa al riassetto dei musei, obiettivo anche’esso previsto, fin dall’inizio, nel PO.

Il riassetto dei musei orvietani, nel corso degli anni, si è effettivamente verificato. Ma esso è stato realizzato, nella gran parte dei casi, per iniziativa autonoma dei diversi soggetti interessati.

Non si è manifestato, invece, come veniva auspicato nel PO, quel coordinamento fra i diversi soggetti a cui spettava la gestione dei musei che sarebbe stato necessario, e, soprattutto, tale riassetto non è avvenuto con la “regia” dell’Amministrazione comunale, che sarebbe stata senza dubbio opportuna, in considerazione che il Comune è, ovviamente, l’ente più rappresentativo dei cittadini orvietani.

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Il “dopo Progetto Orvieto”

Già alla fine degli anni ’80, quando solo una parte degli interventi previsti nel PO erano stati realizzati, l’Amministrazione comunale iniziò a ragionare su quali altri obiettivi, diversi da quelli alla base del PO, dovessero essere perseguiti negli anni successivi.

A tal fine fu costituito anche un comitato tecnico-scientifico, composto da docenti universitari che si occupavano di diverse discipline, che si riunì più volte e che contribuì a scrivere un documento denominato “Progetto Orvieto due 000”.

“A partire dalle ipotesi formulate dall’Amministrazione comunale per avviare una nuova fase del ‘Progetto Orvieto’ che sappia guardare e condurre oltre gli obiettivi fino ad oggi perseguiti e le iniziative già in corso di realizzazione (quali il risanamento della rupe, il recupero del centro storico, il sistema di mobilità alternativa, il sistema informativo, il centro rupe, il parco archeologico, il centro congressi, ecc…) il comitato tecnico scientifico ha in questi mesi svolto una serie di riflessioni individuando alcuni scenari generali entro cui inserire le strategie di sviluppo della città e del suo territorio, evidenziando alcuni problemi che tendono ad ostacolare la crescita sociale, economica e territoriale dell’area orvietana, valutando la consistenza delle risorse disponibili e le possibilità che si danno di ampliare gli effetti positivi delle iniziate in atto.

Gli incontri con esponenti del mondo culturale, politico ed economico orvietano hanno consentito di meglio inquadrare disagi e aspettative presenti nell’area e hanno portato a focalizzare l’attenzione sulle problematiche emergenti in ordine alle quali è indispensabile definire un programma integrato di interventi nel medio-lungo periodo e prime indicazioni operative.

In relazione alla procedura adottata il quadro generale e le indicazioni operative che ne conseguono (a questa sezione dei lavori) discendono non tanto e solo da una analisi dei fattori cosiddetti oggettivi che hanno costituito volta a volta stimolo o ostacolo alla crescita socio-culturale e allo sviluppo economico e territoriale della città e della sua naturale area di influenza, ma dall’intreccio delle soggettività con cui vengono interpretati e vissuti tali fattori da parte delle diverse componenti sociali operanti nell’area orvietana.

Gli incontri pertanto, lungi dall’essere concepiti come un dovuto adeguamento  al rito della consultazione ‘democratica’ hanno costituito un’importante affermazione di metodo per superare i limiti del dato e intrecciare dato e vissuto. Tale procedura, informativa e formativa a un tempo, riteniamo debba essere consolidata come caratteristica del lavoro di analisi e di progetto.

Progetto ‘oltre’ non solo per una sottolineatura di continuità e di proiezione nel tempo, ma per evidenziare la sua natura di processo, di sforzo in avanti, di volontà di andare oltre il già conquistato, per la sua capacità di interpretare nuove relazioni sociali atte ad innescare ed orientare le iniziative della collettività orvietana. Progetto ‘oltre’ perché fondato su un’idea più ampia, più ricca e più complessa di città, città unita nella differenza delle funzioni affidate ai suoi vari poli, una città appunto policentrica, che proprio per questo tende a superare divisioni paralizzanti non con l’omologazione ma con l’esaltazione della interrelazione della diversità dei caratteri e delle funzioni.

Riservando a altra sede una più dettagliata e approfondita ricostruzione delle scelte e delle indicazioni che hanno connotato le trasformazioni della città, del suo territorio, della sua composizione sociale e della sua economia negli ultimi anni, si può affermare che oggi i maggiori

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problemi dalla cui soluzione dipende un salto di qualità nello sviluppo della realtà orvietana sembrano essere:

- la conquista di una più precisa identità della città nell’ambito complesso di tre sistemi urbani (e regionali) di cui essa partecipa: quello umbro, quello dell’alto Lazio, quello della Toscana meridionale;
- la revisione della rete infrastrutturale e del sistema complessivo di mobilità e accessibilità garantito dai moderni mezzi di comunicazione, terrestre, ferroviaria ed aerea;
- il forte bisogno di nuovi livelli di ricettività, oggi limitati in assoluto e soprattutto ove li si voglia rapportare ai valori ed alle potenzialità attrattive dell’area; le strutture ricettive appaiono infatti, allo stato attuale, insufficienti da un punto di vista quantitativo e qualitativo ed inadatte a supportare ipotesi di incremento e sviluppo nel settore turistico e, più in generale, nel terziario collegato ai settori produttivi tecnologicamente avanzati;
- il superamento di tendenze ancora radicate a coltivare un’immagine della città improntata ad un eccesso di valorizzazione del ‘pittoresco’ e di fattori formali e percettivi (legati al consumo di massa) rispetto alla definizione e promozione di una ‘cultura del luogo’ che, lungi dall’essere un messaggio rinsecchito di invito alla chiusura dentro le mura, si proietti come messaggio forte della singolarità, dell’originalità degli aspetti formali e sostanziali e dell’interrelazione fra città e territorio;
- la determinazione di una strategia di sviluppo per i settori produttivi già presenti, o che potrebbero essere insediati nell’area orvietana, che, esaltando gli stimoli della conferenza economica dell’area orvietana e della piattaforma elaborata dalle organizzazioni sindacali, riesca a produrre effetti di innovazione puntuale e complessiva e realizzi le necessarie sinergie fra i settori produttivi e fra le attività direttamente produttive e le attività terziarie;
- la valorizzazione dell’insieme delle risorse esistenti (materiali, umane, naturali, ambientali, ecc…) mediante un investimento più mirato sulle risorse nuove promuovendo momenti formativi adeguati alle nuove attività che si stanno sviluppando o che si prevede possano svilupparsi, ed in tal senso, cogliendo tutte le opportunità di ricaduta che possono venire da una esaltazione degli effetti innovativi della legge speciale intesa quale moltiplicatore di iniziative.

Per ciascuno dei problemi citati è possibile ipotizzare una soluzione positiva entro un progetto integrato che sappia affrontare ad un tempo aspetti economici e socio-culturali, questi ultimi visti come predisposizione di condizioni e contesti utili al decollo di nuove attività imprenditoriali e alla espansione di qualificate attività di servizio.

Un significativo indicatore della volontà della Amministrazione comunale di proporre nuove modalità di rapporto con la città e i suoi abitanti e nuove forme di comunicazione sociale, quali condizioni necessarie per più attive forme di partecipazione, è costituito nel primo PO dalla realizzazione del ‘sistema informativo locale e territoriale’. Tale volontà va confermata promuovendo nella fase attuale un’azione di più ampia comunicazione, di confronto esteso in cui coinvolgere volta a volta e su obiettivi specifici l’intera popolazione. Un’azione informativa e formativa (di conoscenze e competenze) capace di sfruttare appieno le opportunità che oggi si danno di incorporare nel progetto una fase di sperimentazione e di verifica sulla qualità e la rispondenza del progetto stesso alle esigenze manifestate dalla popolazione.

Si può ad esempio tentare di anticipare con la massima chiarezza una attendibile verifica delle iniziative proposte e delle loro conseguenze. Si tratta di utilizzare le nuove tecnologie per una grande operazione di simulazione che permetta al più gran numero di persone di cogliere in modo sintetico gli aspetti e gli effetti positivi (o negativi) di realizzazioni complesse che si attuano su un

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lungo arco di tempo e a cui concorrono risorse e soggetti molteplici. Una naturale diffidenza nasce per le cose che non si capiscono, e d’altro canto molti hanno difficoltà a materializzare in atti e fatti concreti ciò che viene enunciato al livello di strategie ed obiettivi. Diffidenze e difficoltà potrebbero essere superate, almeno in parte, con una comunicazione completa  e multimediale che comprenda adeguate simulazioni dei processi realizzativi, di quanto verrà realizzato e infine di quanto verrà indotto da quella particolare realizzazione.

In particolare, per quanto riguarda l’ambiente, il territorio e l’architettura, alcune realizzazioni sperimentali (a campione) e un uso intelligente della simulazione e della comunicazione visiva (ipotizzando un accordo ad esempio con la Rai e sponsor del settore elettronico) potrebbe essere assai utile. Tale produzione multimediale potrebbe servire ad affinare gli obiettivi e le proposte progettuali, se vista come base documentaria per un seminario di studio allargato; a coinvolgere sui progetti in elaborazione operatori e singoli soggetti interessati; a promuovere, anche a distanza, una nuova immagine della città nel suo farsi e nel suo dinamico progredire, l’immagine di una città cantiere in cui operare, contro l’immagine di una città ‘finita’ da ammirare per ciò che è stata, dubbiosi che nel futuro possa essere migliore.

Una adeguata esplicitazione degli obiettivi e delle iniziative concepite per raggiungerli e una adeguata simulazione dei risultati attesi dovrebbe inoltre costituire la premessa in termini di conoscenza per giungere ad orientare le scelte di quei soggetti pubblici e privati che hanno definito o si avviano a definire propri progetti che interesseranno in modo diretto o indiretto Orvieto e il suo territorio. Soggetti con i quali può essere utile definire accordi di programma misurati sugli obiettivi, sulle strategie, sui tempi e sui modi nonché sulle dimensioni e la qualità delle realizzazioni, ed avendo come fini chiaramente espressi e perseguiti, l’utilità sociale ed il bene collettivo. In attesa (o meglio in vista) di questi incontri operativi è indispensabile continuare il ciclo di consultazioni avviato con le forze locali estendendolo a interlocutori di natura e scala diverse (Regione, Ferrovie, Anas, Autostrade, ministeri per l’Ambiente, i Beni Culturali, la Pubblica Istruzione, la Ricerca Scientifica, Rai, ecc…).

Le ipotesi anche di tipo operativo per le quali è richiesto un confronto e una verifica sono in parte già emerse durante il primo ciclo di consultazioni soprattutto nelle ultime riunioni e possono essere così riprese:

- riesame e parziale ridisegno del sistema territoriale, delle infrastrutture per la mobilità su ferro e su gomma, delle accessibilità, ecc…;
- interventi di riqualificazione urbanistica e architettonica sul centro storico e sulle diverse frazioni;
- azione di progetto sulle aree industriali e di connettivo-riqualificazione ambientale e del verde;
- ridefinizione e rilocalizzazione, secondo criteri di compatibilità e ove possibile sinergici, delle attività produttive e di servizio;
- definizione del sistema formativo medio-superiore in relazione alle ipotesi sulla dinamica indotta nel medio-lungo periodo dalle nuove attività;
- definizione degli obiettivi per un sistema formativo e di ricerca di livello universitario coerentemente insediabile nell’area;
- definizione dei diversi comparti del settore turistico e della diversa composizione sociale dell’utenza, con articolazione dei servizi e dei percorsi urbani e territoriali di fruizione.

La seconda fase del PO quindi deve essere concepita in funzione di un rilancio della città a partire da un recupero dei suoi monumenti e del suo ambiente di vita, e va riportata all’interno di una

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strategia di connessione tra i valori del passato, le necessità del presente e gli obiettivi futuri intesi nella globalità delle istanze fisiche e sociali della città stessa.

La strategia di riqualificazione, come già presupposto nel primo PO, deve allargarsi dal centro storico a tutto il territorio, dai monumenti all’ambiente. L’oggetto di questa nuova fase deve quindi essere più il ‘vuoto’ che il ‘pieno’, più il sistema connettivo che gli elementi da connettere. Il sistema di connettivo e/o dei ‘vuoti’ è dato dalla rete infrastrutturale; dagli spazi di relazione (all’interno dei centri abitati e tra questi); dal contesto paesaggistico che fa da sfondo agli spazi maggiormente antropizzati; dalle aree reliquali (interstiziali e intercluse) risultate dalla non coincidenza e continuità - nel tempo e nello spazio - dei disegni e dei piani. Il Progetto nella sua nuova fase deve quindi lavorare sulle discontinuità, luoghi e fattori morfogenetici per eccellenza, anche quando si applica a processi di apparente evoluzione lineare del passato. Le integrazioni residenziali di alcune frazioni, ad esempio, vanno viste più come occasione del ridisegno del margine, e del rapporto tra costruito e non costruito, che pure espansioni dei nuclei edilizi esistenti. Vanno inoltre intese come fattori di riequilibrio del sistema generale di relazione (livello dei servizi….) più che secche risposte a fabbisogni pregressi.

Allo stato attuale dei lavori si possono evidenziare con maggiore dettaglio alcuni sotto-progetti che si ritengono prioritari quali:

- il progetto città-territorio
- il progetto morfologia e qualità urbana
- il progetto paesaggio
- il progetto per il parco ambientale e archeologico
- il progetto recupero della città antica
- il progetto città intelligente
- il progetto università

Si è già detto inoltre che la comunicazione sociale, utilizzando le forme tecnologiche più avanzate, venga gestita come un vero e proprio progetto. Alcune ipotesi sono già delineate nelle pagine che precedono.

Progetto città-territorio

1. Territorio esterno e territorio interno. Ridefinizione e riqualificazione del territorio orvietano all’interno della più vasta area dell’Italia centrale, tramite la riappropriazione del concetto di appartenenza tra la città e il proprio territorio, disperso tra tre regioni e tramite l’inquadramento all’interno dei sistemi territoriali nord-sud (Roma-Firenze) e est-ovest (Maremma-Umbria).
2. Ridefinizione dei processi di concentrazione-diffusione. Analisi delle fasi e delle ragioni dell’abbandono delle aree di margine e ridefinizioni delle stesse aree quali ipotetico centro di un sistema alternativo di sviluppo, per una riqualificazione delle aree marginali, una loro nuova funzionalizzazione con introduzione di nuovi cicli produttivi, differenziati rispetto a quelli tradizionali, di servizi e strutture residenziali e ricettive, esaltandone le peculiarità e le differenze (l’esaltazione delle differenze come sistema); definizione del nuovo ruolo del centro storico che ne preveda la riqualificazione per un suo esteso sviluppo e riutilizzo.
3. Mobilità e servizi. Nuove regole di mobilità, di qualità e accessibilità ai servizi sia concentrati sulle aree tradizionalmente baricentriche, che diffusi sul territorio; le reti viarie e di trasferimento di persone e merci, le infrastrutture e i percorsi a bassa velocità, maglia di penetrazione diffusa, sui punti di scambio con le reti di velocità superiore.

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4. Individuazione dell’esigenza primaria di riqualificazione ambientale diffusa, sia per l’esistente che per le nuove eventuali previsioni urbanistiche, su tutto il territorio comunale: in questo senso si tratta di definire quali siano quelle operazioni urbanistiche e quei settori produttivi che consentano una migliore salvaguardia e una valorizzazione dell’assetto ambientale conservato.

Progetto morfologia e qualità urbana

1. Sistema delle connessioni fra la città alta e la città bassa; costruzione di una cornice di riferimento per gli interventi in atto e/o programmati riguardanti il sistema costituito dal nodo di interscambio tra la ferrovia e lo scalo, la piazza della stazione ferroviaria e la stazione bassa della funicolare, il percorso della medesima, la stazione alta e la piazza connessa. I contenuti del progetto vanno nella direzione del controllo della morfologia di questo nuovo e importante fatto urbano, nella definizione dei progetti architettonici mancanti e delle integrazioni ritenute necessarie di quelli esistenti, nella progettazione degli ambiti di arredo e della vegetazione atti alla definizione di una perfetta integrazione architettonica e paesistica del collegamento con la rupe.
2. Progetto del sistema dello spazio pubblico di Ciconia; revisione e ricostituzione degli spazi di relazione e del collettivo urbano di Ciconia comprensivi della reintegrazione morfologica dei manufatti edilizi esistenti, del carattere che deve assumere la integrazione di nuove strutture edilizie, delle relazioni con il parco fluviale, delle tipologie dell’arredo e della vegetazione.
3. Piano quadro del polo comprensoriale di interscambio di Orvieto scalo. Il piano interesserà l’area interclusa nel fascio delle infrastrutture di collegamento nord-sud di cui dovrà essere definito il ruolo urbanistico e le destinazioni funzionali principali. La variabile strategica principale del piano sarà costituita ovviamente dalle aree libere e soprattutto dalle aree e dai manufatti dismessi o in corso di trasformazione, del tabacchificio, della cantina sociale, dell’ex consorzio agrario e dell’area Molajoni. La finalità del piano è di istituire una relazione soddisfacente dell’insieme di Orvieto scalo nel contesto del territorio visto sia sotto l’aspetto del paesaggio che sotto l’aspetto infrastrutturale e urbanistico.
4. Progetto urbano di Sferracavallo. Esso tenderà ad una nuova articolazione delle connessioni viabilistiche che interessano la frazione, alla riqualificazione degli spazi di relazione e collettivi urbani esistenti, all’integrazione ed al potenziamento degli stessi in relazione all’insediamento Peep, al carattere morfologico che essa deve assumere, all’esigenza di costruire un margine architettonicamente e paesaggisticamente significativo della frazione nei confronti del territorio circostante e del paesaggio della rupe.

Progetto paesaggio

Il progetto paesaggio viene articolato in quattro parti sottoelencate. Premessa del progetto è l’attività di concertazione con le autorità competenti e i soggetti istituzionali interessati delle grandi variabili che interessano il territorio, in particolare, quelle attinenti l’assetto idrogeologico, l’uso agricolo del suolo, il paesaggio nei suoi aspetti normativi e istituzionali.

1. Sub-parco della rupe. Piano paesistico e relativa normativa sull’uso del suolo dell’area compresa fra il perimetro del parco della rupe e degli insediamenti circostanti. Il progetto comporterà una analisi completa dell’uso del suolo, delle proprietà, delle attività con particolare riferimento a quelle incongrue, delle infrastrutture e dei relativi vincoli, oltre che della morfologia e del paesaggio storico che ne devono costituire il supporto essenziale.
2. Area del fiume Paglia. Piano paesistico di ‘area vasta’ a carattere essenzialmente normativo incentrato sulla valle e sui corsi d’acqua. Il progetto mira a definire le compatibilità produttive,

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infrastrutturali e tecnologiche in vista di una superiore tutela e della valorizzazione della qualità ambientale dell’area interessata dal Paglia.
3. Parco fluviale. Progetto volto ad individuare le misure di tutela di carattere naturalistico, le modalità e i livelli di uso sociale (passeggiate, punti di sosta, parco didattico, percorso fluviale), le connessioni morfologiche e funzionali con gli insediamenti esistenti e quelli in programma (Chiani). Nel progetto del parco fluviale va inserito il tracciato della bretella autostrada-nucleo abitato di Sferracavallo, al fine della determinazione delle misure necessarie a rendere la stessa parte del parco in esame.
4. Aree stralcio. A) collina del nuovo ospedale, sistemazione ambientale; B) zona artigianale di Ciconia, piano integrato di carattere ambientale del nuovo manufatto; C) nuovo tracciato della bretella della provinciale, integrazione ambientale del nuovo manufatto nel paesaggio; D) sistema lineare delle infrastrutture nord-sud, contenimento dell’impatto ambientale del fascio infrastrutturale, permeabilità trasversale, sistemazioni micro-ambientali; E) asse costituito fra il parcheggio del Campo Boario, Gabelletta e la collina del Cimitero, sistemazione ambientale e paesaggistica considerando anche la fruizione del paesaggio dall’alto della rupe; F) progetto risistemazione dell’insediamento in località Arcone (concessionaria Fiat).

Progetto parco ambientale e archeologico

La struttura del parco ambientale e archeologico di Orvieto si caratterizza per l’estrema semplicità dell’impianto, una chiarezza fatta di polarità tematiche e di opposizioni tra funzioni e tra valori di natura formale e valori inerenti alla sfera dei contenuti.

La prima delle opposizioni è quella che si manifesta entro la realtà del parco, con i suoi valori ambientali, storici e archeologici quella detta del ‘sub-parco’, ove si creano tutti i possibili raccordi-conflitti tra città e campagna, tra area protetta e zona del costruito suburbano e perturbano.

Un’altra polarità è rappresentata dai contenuti storico-archeologici del parco: mentre l’area intorno alla zona archeologica del Crocefisso del Tufo si qualifica come luogo dell’archeologia della morte, ove è possibile realizzare la didattica più articolata per illustrare la struttura sociale, l’onomastica, l’architettura, l’urbanistica e l’ideologia funeraria della Volsinii del VI-V secolo a.c., lo scavo del santuario della Cannicella, sul versante opposto della città, offre l’occasione per una illustrazione minuta dell’archeologia del sacro, del recupero cioè della vita religiosa, dell’architettura templare, delle tradizioni agrarie e delle forme mentali etrusche di epoca arcaica e classica.

Una terza opposizione affronta il percorso fondamentale del parco, progettato alla radice della rupe e virtualmente anulare, le direttrici di accesso alla città, radiali e basate su percorsi pedonali e sugli accessi della mobilità alternativa: si può anche ipotizzare una combinazione tra la esigenza del percorso al piede della rupe ad anello, che privilegia l’esigenza funzionale e di valorizzazione ambientale e naturalistica, con quella della ricostituzione del sistema a raggiera di strutturazione territoriale, più aderente ad una adeguata integrazione della conformazione storica della morfologia; inoltre si ipotizza una possibilità di variante al percorso anulare con una possibilità di valorizzazione degli accessi scomparsi al centro storico che può determinare un tratto archeologico urbano.

E il discorso potrebbe continuare: qui preme piuttosto mettere in rilievo quegli interventi finalizzati al funzionamento del parco e resi necessari dalla nuova struttura e quei possibili ulteriori sviluppi, sempre di natura urbanistica, che la presenza stessa del parco rendono interessanti o utili o addirittura necessari. Va sottolineata innanzi tutto l’esigenza di predisporre tutta una serie di ‘punti

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didattici’ e di infrastrutture di servizio sia lungo il percorso fondamentale del parco sia in prossimità dei luoghi archeologici al centro dell’interesse del parco medesimo. In tal senso è pensabile
estendere l’influenza della zona soggetta fino alle pendici opposte rispetto alla rupe, a ricomprendere gli insediamenti arcaici puntiformi al di fuori del territorio comunale; le esigenze di servizi accessori per la didattica e di strutture di servizio principali potranno essere ricomprese all’interno del convento dei Cappuccini che, tra l’altro, è dislocato su una direttrice fondamentale; potrà inoltre risultare interessante una estensione a punti singolari sul territorio al di fuori dei confini propri del parco significativi per una adeguata interpretazione della struttura storica del territorio; all’interno del parco assume una importanza fondamentale la struttura attualmente in condizioni di degrado e fatiscenza dell’ex chiesa della Madonna del Velo, quale punto di ingresso al parco.

Sempre per quanto riguarda l’area vera e propria del parco una attenzione particolare va data alla componente ambientale, naturalistica, pedologica e agraria. E’ indispensabile conservare il più estesamente possibile l’attività agricola attuale - e in qualche caso incentivarne il ripristino - compatibile con i valori archeologici e ambientali del parco, evitando cioè colture che comportino scassi profondi o modificazioni sensibili nell’equilibrio floro-faunistico dell’area. Ma il discorso urbanistico più complesso è quello relativo alle delicate ‘ricuciture’ all’interno del ‘sub-parco’. Forti preoccupazioni destano episodi di inurbamento disordinato, in primis Sferracavallo, o di grave degrado urbanistico in aree di cerniera assai sensibili e di particolare rilievo per il parco, come l’estensione di Orvieto scalo lungo la strada per Bagnoregio; non minori preoccupazioni destano sia il complesso rapporto tra viabilità alternativa e grande viabilità, soprattutto per i suoi possibili riflessi sul parco.

Progetto recupero della città antica

1. Progetto città della cultura. Consisterà nella valutazione del patrimonio edilizio monumentale destinato o utilizzabile a funzioni superiori riferibili al progetto integrato delle attività culturali, scientifiche, espositive e di spettacolo di Orvieto (sistema museale ed espositivo, ricerca scientifica, formazione e specializzazione universitaria, spazi per la cultura e manifestazioni temporanee, attrezzature per lo spettacolo, attività di connessione con il parco archeologico e ambientale della rupe). Il progetto comporterà una analisi storica, tipologica e architettonica dei manufatti e una valutazione della trasformabilità in relazione agli obiettivi sopra menzionati. Alla base del progetto sarà sviluppata una opportuna attività di concertazione con i soggetti istituzionali interessati e con la proprietà anche al fine di definire un piano di priorità e di intervento speciale.
2. Strategia e strumenti di recupero diffuso. Il progetto comporterà la valutazione del patrimonio edilizio abitativo in particolare nelle fasce di degrado e di abbandono. Esso comporterà una analisi dei meccanismi di mercato in atto e dei costi, che potrà essere avviata con l’ausilio delle organizzazioni sindacali, della cooperazione e dell’imprenditoria. Sarà altresì analizzato il regime delle convenienze e dei supporti di carattere istituzionale-finanziario atti ad agevolare una politica di recupero diffuso. La parte strettamente operativa del progetto si avvarrà anche della definizione dei soggetti e dei comparti da coinvolgere in piani integrati di recupero e nelle iniziative di carattere promozionale e operativo già preventivate dalla Regione ai fini dell’incentivazione dell’attività di recupero.
3. Manuale del recupero delle principali componenti dell’edilizia antica di Orvieto. Il progetto consiste nella redazione di un catalogo delle componenti dell’edilizia antica con particolare riferimento a quelle più soggette a processi di degrado e di distruzione, nella redazione di un elenco dei requisiti prestazionali degli interventi di recupero e delle relative ricadute di carattere normativo. La parte operativa del progetto consisterà nell’avvio di una serie di iniziative concernenti la

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formazione e la riqualificazione dell’apparato tecnico ed operativo industriale-artigianale che si occupa del recupero.

In conclusione va poi osservato che non è sufficiente definire le linee di progetto e che è sempre più importante promuoverne lo sviluppo in modo associato rispetto alle modalità di gestione. Provocando una sinergia che coinvolge l’elaborazione tecnico-scientifica e l’intero apparato amministrativo, in un ambito in cui viene garantita anche una continua messa a punto sperimentale degli strumenti (esperienze pilota per un partecipazione allargata e consapevole di forme professionali e sociali). Uno o più laboratori associati agli uffici dell’Amministrazione e dotati delle necessarie risorse potrebbero utilmente affiancare l’azione del comitato tecnico-scientifico.

Progetto città intelligente

Le proposte formulate nei punti successivi per il Progetto Orvieto due 000 rappresentano la naturale evoluzione dei progetti presentati dall’Italsiel e sviluppati nel contesto del PO, avendo recepito le linee strategiche di impostazione generale suggerite dall’Amministrazione della città.

Progetto centro città

Costituisce il punto di forza dell’intera proposta in quanto rappresenta il nodo di incontro e di confluenza delle necessità comuni a tutte le strutture della città e del suo territorio concretizzate nelle sue tre componenti fondamentali: la base dati del territorio e delle entità in esso presenti viste sotto i molteplici aspetti che le caratterizzano; la sala operativa di controllo dalla quale si opera la supervisione integrata dei processi in atto e dei servizi della città; il centro di servizi multimediali che mette a disposizione sia verso l’interno del centro che verso utenti esterni pubblici o privati le potenzialità polifunzionali dei suoi servizi di tipo avanzato.

Museo della città

E’ il luogo ove si conserva la memoria della città con riferimento al presente ed al passato, sotto forma di documentazione di qualsiasi natura ricorrendo anche a forme avanzate di conservazione, catalogazione e presentazione. Una base dati costituirà il nodo di aggregazione dei contenuti del museo fornendo contemporaneamente a ricercatori e studiosi un potente mezzo di ricerca. Contrariamente alla base dati del centro città, la base dati del museo della città è uno strumento rivolto ad utenti specifici, caratterizzato pertanto da un’area di interesse limitata ma documentata con il massimo approfondimento possibile. Collateralmente a partire dalla base dati saranno sviluppati e resi disponibili itinerari elettronici, consultabili su stazioni messe a disposizione dei turisti in locali di immediato accesso.

Sistema informativo (Sicit)

E’ costituito da una serie di stazioni autonome dislocate nei punti nodali della città ed in contenitori (cabine stradali, luoghi pubblici). Attraverso esse il cittadino o il turista può chiedere informazioni di qualsiasi natura sulla città (servizi, monumenti, procedure amministrative, spettacoli, ecc…) ed ottenere informazioni ed anche ubicazioni nel contesto cittadino delle sedi o posizionamenti di uffici, alberghi, monumenti, ecc…). Nelle stesse sedi saranno presenti su pannelli opportuni notizie di interesse generale o spot pubblicitari. Gli strumenti necessari per entrambe le funzioni saranno realizzati dal Csm.

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Linee di sviluppo per gli anni 90

Sul piano operativo si possono definire i seguenti temi: integrazione ed estensione del controllo di processo; ampliamento della base dati del centro città; estensione del sistema informativo all’intero territorio del comune; realizzazione di strumenti avanzati per supportare l’attuazione degli altri sottoprogetti e/o le attività delle strutture permanenti nate dai sottoprogetti stessi.

Per quanto riguarda l’estensione del controllo di processo, il sistema di monitoraggio descritto nel progetto centro città prevede il monitoraggio di tre aree: la mobilità; gli impianti; l’ambiente. Nell’area della mobilità l’ampliamento del sistema di monitoraggio potrà derivare: dall’estensione del monitoraggio alle linee di autotrasporto che servono il comprensorio; dalla creazione di nuove aree di sosta; dall’aumento del numero di nodi controllati e dei punti di instradamento per indirizzare la penetrazione nel tessuto urbano. Nell’area degli impianti il sistema di monitoraggio sarà esteso ad altre categorie di sistemi che si riterrà opportuno installare per il controllo: delle microcondizioni ambientali in edifici o ambienti in cui siano presenti opere d’arte soggette a rischio di deterioramento per fattori naturali o sostanze inquinanti; del microclima in aree agricole di particolare valore produttivo; delle aree boschive soggette a rischio di incendio; dell’inquinamento delle acque di fiumi, degli specchi d’acqua, delle sorgenti di acqua potabile; di aree soggette a rischio geologico.

Per quanto concerne lo sviluppo della base dati, tale sviluppo seguirà di pari passo il sorgere di nuove esigenze informative di utenze culturali, sociali, tecniche. Ciò si tradurrà da un lato nel progressivo arricchimento della base dati in termini di quantità di dati memorizzati, dall’altro nell’ampliamento della sua architettura con l’introduzione di nuove viste locali.

Relativamente all’estensione del sistema informativo, per quanto riguarda il sistema destinato alla diffusione delle informazioni si propongono queste direttrici di sviluppo: estensione del sistema informativo Sicit (installazione delle stazioni informative presso nuclei abitati minori del territorio, ampliamento dei contenuti informativi, specializzazione dei contenuti in funzione delle realtà locali sia in relazione alle informazioni che interessano i cittadini che e soprattutto quelle che di interesse dei turisti); sviluppo di ‘itinerari elettronici’ (il sistema degli itinerari proposto per il museo della città è stato concepito in relazione a temi riguardanti ‘oggetti’ distribuiti nelle città e/o nel suo territorio; la proposta di ulteriore sviluppo del sistema è quella di applicarlo a realtà puntuali quali musei, mostre d’arte, mostre mercato, fiere, ecc…); collegamento in rete delle stazioni del Sicit (il Sicit è tipicamente un prodotto per diffondere informazioni di tipo statico o semistatico e l’ipotesi di sviluppo è quella di adattarlo al tele aggiornamento dei dati che consentirebbe l’ampliamento del contenuto informativo alle notizie molto variabili e di adattarlo alla interrogazione di base dati  centralizzate ed alla scrittura nelle basi dati consentendone l’uso per fini di prenotazione di servizi e di accesso a spettacoli.

Riguardo agli strumenti di supporto ai sub progetti, i diversi sub progetti in cui si articola il Progetto Orvieto due 000 potranno usufruire per la loro attuazione del supporto fornito dalla strumentazione Edp disponibile o realizzabile presso il Csm del centro città.

Progetto università

Le vocazioni naturali di Orvieto si incentrano su due elementi, che ne costituiscono irrepetibile specifico: la straordinaria documentazione archeologica e il recente colossale investimento di risorse e di tecnologia costituito dall’operazione di restauro ambientale dei lavori eseguito attorno

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alla rupe e dal parco archeologico. Sotto questo profilo, due sono le possibili vie da percorrere per un futuro proficuo insediamento universitario ad Orvieto, collegate appunto alle vocazioni naturali della città, ai reali bisogni dell’università e alle prospettive di utilizzazione professionale dei titoli conseguiti: una scuola diretta a fini speciali per la storia e il restauro dell’ambiente e una scuola di specializzazione in archeologia.

Nel primo caso, il mercato del lavoro è costituito dal crescente interesse pubblico e privato per i problemi dell’ambiente e nel secondo, dal notevole volume di investimenti finanziari (‘giacimenti culturali’, legge 449, fondi Fio e Pim, legge Facchiano) riversati nel settore della gestione pubblica e privata dei beni culturali e in particolare di quelli archeologici; d’altro canto Orvieto in virtù della gestione dei risultati dell’operazione rupe, rappresenta un campo privilegiato per mettere a frutto, a fini sperimentali e di manutenzione ordinaria della rupe, l’esperienza acquisita in una scuola di tipo semiprofessionale quale quella diretta a fini speciali. Similmente, i musei archeologici (museo archeologico nazionale, museo dell’Opera del Duomo, museo civico, museo Faina), il parco archeologico e il piccolo patrimonio librario della biblioteca comunale costituiscono il referente primario per la nascita di una scuola di specializzazione in archeologia; se si considera poi che da oltre un decennio, grazie ad una legge regionale speciale, l’università di Perugia e la fondazione per il museo Faina conducono scavi archeologici nella necropoli della Cannicella e nel santuario della Venere, riesce del tutto evidente l’opportunità della collocazione di una tale scuola ad Orvieto.

La scuola diretta a fini speciali

Il centro interuniversitario per l’ambiente (Cipla), struttura nata dal consorzio fra l’università di Perugia e la Luiss di Roma, e responsabile della progettazione del parco archeologico di Orvieto, ha da tempo approfondito uno schema di statuto per una scuola diretta a fini speciali per la formazione di tecnici dell’ambiente, con una pluralità di indirizzi (storico, giuridico, floro-faunistico, ecc…) particolarmente studiata sulla base delle esperienze condotte dallo stesso Cipla in sede sia didattica che scientifica. E’ pensabile che tale scuola, o quanto meno la sezione (‘indirizzo’ secondo la definizione statutaria) relativa alla storia dell’ambiente, possa trovare una sede nella città di Orvieto e in stretto collegamento con il progettato osservatorio della rupe. I costi per tale scuola sono relativamente contenuti dal momento che, non essendo di sede intramuranea, si dovrà provvedere al vitto e all’alloggio di un solo professore pro-die per la durata (semestrale sull’arco di un triennio) dei corsi e dunque fino a un massimo di tre professori pro-die nel caso di una attivazione contestuale del corso per i tre anni. Naturalmente nel caso di un’attivazione di tutti gli indirizzi (cinque quelli previsti), il costo va moltiplicato per cinque.

Scuola di specializzazione in archeologia

I diplomati della scuola (post lauream, a differenza della scuola diretta a fini speciali) troveranno largo impiego sia nelle Soprintendenze (ove il titolo di perfezionamento post lauream è requisito per l’accesso e soprattutto per la nomina a Soprintendente) che nelle molte carriere indipendenti che negli ultimi anni si sono aperte nel mercato del lavoro ‘free lance’ o organizzati in cooperative. La scuola, tuttavia, essendo residenziale ed extramuranea, dovrà prevedere una sede, vitto e alloggio per gli allievi e per i professori; gli allievi, scelti a ‘numerus clausus’, possono oscillare tra i cinque e i dieci all’anno; è necessario prevedere ‘moduli’ di presenze di circa sei-sette settimane per ciascun corso, moduli che opportunamente alternati possono coprire l’intero anno accademico. Sarà infine necessario prevedere un investimento annuo (circa trenta-quaranta milioni) per l’acquisto di libri e attrezzature”.

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Il documento appena esposto rappresenta l’ultimo atto del comitato tecnico-scientifico del Progetto Orvieto due 000. Il comitato cessò la propria attività e di quel Progetto non se ne parlò più. Comunque diversi dei temi affrontati nel documento caratterizzarono l’azione dell’Amministrazione comunale di Orvieto negli anni ’90 e anche successivamente, e si tradussero in realizzazioni concrete.

In seguito il sindaco Stefano Cimicchi, il cui incaricò iniziò nel 1992 e terminò nel 2004, promosse l’elaborazione di una progettualità, contraddistinta sì da differenze, anche significative, rispetto al PO, ma, io credo, con elementi di continuità quanto meno con le linee generali del PO.

E un documento, redatto proprio da Cimicchi, denominato “Orvieto: dal progetto alla gestione del sistema”, rappresenta una sintesi degli orientamenti di maggiore rilievo che Cimicchi intendeva seguire e che ha seguito, quanto meno in parte, nell’azione amministrativa durante il lungo periodo in cui fu sindaco di Orvieto, e contiene anche alcune sue valutazioni riguardo al PO.

Di seguito, riporto integralmente il documento in questione, che risale alla seconda metà degli anni ‘90.

“L’avvicinarsi della fine del secondo millennio suggerisce molti temi di riflessione ai quali occorre dare una risposta equilibrata, seguendo un ‘metodo’ che ad Orvieto ha guidato l’azione delle classi dirigenti nei decenni post-bellici.

Il fatto che il succedersi di impostazioni politiche non sia stato sempre lineare e che spesso vi siano state rotture, discontinuità, nel suo insieme non ha impedito di rintracciare una ‘costante’ nella ricerca dell’approccio globale e nella ricerca di una ‘progettualità di sistema’. Compiendo lo sforzo di storicizzare le vicende di questi decenni e rimandando ad una analisi più compiuta il giudizio su ciò che ha caratterizzato la storia sociale, culturale ed economica dell’area orvietana, individuiamo tre periodi più recenti all’interno dei quali collocare l’attuale fase di riflessione e di rilancio di una progettualità più evoluta nell’ambito di un ‘sistema’ complesso.

Il primo, che definiremmo della stabilità, arriva fino al 1985, periodo questo caratterizzato da una forte coesione politica in un ‘quadro’ generale già in movimento ma senza conseguenze sostanziali per la vicenda politico-amministrativa di Orvieto.

Il secondo periodo è quello che va dal 1985 al 1995 ed è questo il periodo dell’instabilità, della crisi di sistema, del crollo, con il muro di Berlino, della vecchia classe politica nazionale. In questo decennio si registra il massimo del rischio che insieme ad una classe dirigente si potesse assistere al naufragio di quella politica di progettualità ‘alta’ che aveva affermato Orvieto di fronte alla opinione pubblica internazionale. E, nonostante l’alternarsi di tre sindaci, diverse giunte e molti consiglieri comunali, abbiamo assistito ad uno sforzo enorme intorno agli ‘interessi generali’ che ha permesso di salvaguardare quel grande sforzo collettivo che aveva dato vita al PO. I lavori finanziati con la legge speciale per Orvieto e Todi sono stati portati a termine e si sono poste le basi per il rifinanziamento della stessa che permetterà di completare questa colossale opera di risanamento e di valorizzazione.

Il terzo periodo, il cui primo anno fu il 1995, è l’inizio di una ulteriore fase di stabilità, del ‘nuovo inizio’ per una nuova alleanza politica che mira a costruire un nuovo ‘blocco sociale’ che proviene

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dal processo di scomposizione e di ricomposizione che ha caratterizzato la storia politica e sociale del nostro Paese.

Quando agli inizi degli anni ottanta Orvieto provò ad interrogarsi per riscoprire le radici delle proprie origini, per comprendere quale ruolo svolgere, per progettare un futuro in base alle sue reali risorse, nacque un documento ‘Nuovo ruolo della città antica nell’ambito urbano’ che in breve fu chiamato ‘PO’.

Era nata l’idea che la natura e l’ambiente, la cultura e il patrimonio storico-artistico, rappresentassero le risorse decisive per lo sviluppo della nostra città.

In quel progetto c’era:

- il risanamento della rupe
- il recupero architettonico e funzionale del patrimonio monumentale, storico e artistico
- il sistema museale
- il parco archeologico
- la mobilità alternativa
- l’arredo urbano
- il riuso abitativo del centro storico
- i servizi sociali
- il raccordo con i soggetti privati per il potenziamento e lo sviluppo delle attività produttive
- l’impulso alle iniziative di aggregazione sociale

Dopo quel periodo di fertile riflessione hanno seguito quelle fasi che prima venivano citate, caratterizzate da quel continuismo che è risultato indispensabile al fine di evitare che tutto finisse in quel vortice autodistruttivo che ha caratterizzato larga parte della storia del nostro Paese. Continuismo caratterizzato da una ‘tenuta’ degli assi fondamentali del PO e un sostanziale rilancio dell’evoluzione del ‘sistema’ e dei ‘sottosistemi organizzati’ che da esso hanno avuto vita.

Non è oggetto di questo documento analizzarne i limiti, né si tratta qui di vedere come si possa andare ‘oltre’ il PO. Non abbiamo questo assillo e non solo perché riteniamo di aver contribuito non poco a far sì che esso si affermasse, ma perché non è quello il problema. Il PO è un pezzo importante della nostra storia dal quale, comunque, bisogna partire, sia per il metodo che per i contenuti.

Il ‘contesto’ è ora completamente diverso da quello che vivevamo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta. Allora mancava un vero ‘piano regolatore’ delle risorse materiali e, cosa ancora più importante, mancava quello sulle risorse immateriali che, oggi, se non attivato tempestivamente, rischierebbe di pregiudicare il successo di questo importante lavoro che in questa area è stato posto in atto.

A questo punto qual è il nostro compito?

Oggi l’area orvietana si presenta come un parco scientifico, tecnologico, ambientale e culturale, dove tutte le risorse sono messe a rete e vanno a far parte  di un unico sistema, dinamico e coordinato. Di un sistema generale di riferimento fanno parte una serie di sottosistemi organizzati, dove troviamo vari modelli di gestione che vanno ricondotti alla filosofia iniziale di confronto, competizione e collaborazione tra pubblico e privato.

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Il ruolo di Orvieto in ambito regionale non è stato risolto dal dibattito politico-amministrativo in corso, ma possiamo dire che la città ha provveduto a risolverlo da sola collocandosi ben al di sopra della soglia di dipendenza che è invece tipica di altri centri. Non si tratta qui di sostenere una sorta di ‘presunzione di autosufficienza’, ma è evidente che la progettualità spinta e la collocazione delle problematiche della città in ambito nazionale e internazionale hanno prodotto la situazione in base alla quale molti degli interlocutori privilegiati di Orvieto risiedono in ambiti più lontani di quanto non fosse in precedenza. Di questo fatto indiscutibile occorre tenere conto quando si riflette sui modelli di funzionamento del ‘sistema’, sulla coerenza tra il contesto politico e quello politico-amministrativo, sulle modificazioni che sono intervenute nella nostra società sia sul piano sociale che su quello culturale.

Occorre recuperare uno dei limiti fondamentali del PO, che risiedeva nella sostanziale separatezza tra Progetto e coscienza collettiva.

Oggi in tutti i campi in cui ci si è misurati (festival internazionali, gestione dell’accoglienza, questioni ambientali, problematiche infrastrutturali, politiche dei beni culturali, ecc…) è stato dimostrato che non esistono limiti oggettivi al raggiungimento di uno sviluppo equilibrato e compatibile.

Risulta sempre più evidente che la somma di limiti soggettivi possa costituire un elemento di debolezza eccessivo e insopportabile rispetto agli investimenti prodotti. Ciò sta a significare che bisogna intensificare gli investimenti nell’ambito dell’immateriale, puntare sull’uomo, sulla cultura, sulla formazione, sulla partecipazione. Perché una idea veramente nuova di sviluppo compatibile non può che fondarsi su un nuovo tipo di protagonismo sociale positivo dove le componenti fondamentali della nostra società conducano un confronto dinamico a vantaggio delle cittadine e dei cittadini di questo territorio. Non un insieme inanimato di protagonisti, vittime magari di una progettualità illuministica e schematica, ma un complesso di interventi che mentre trasformano l’esistente sono ‘vissuti’ da protagonisti da coloro i quali vengono individuati come fruitori degli stessi.

Da queste schematiche considerazioni ha origine la visione di Orvieto e della sua area naturale di riferimento interprovinciale e interregionale come un sistema, cioè di una sovrapposizione di reti costituite da sottosistemi, parchi, bacini, a carattere ambientale, culturale e infrastrutturale.

Al centro di questo sistema abbiamo le due questioni di fondo dove tutte le politiche si intrecciano e contribuiscono a crearne le condizioni essenziali per il loro funzionamento:

- servizi sociali e socio-assistenziali
- sviluppo economico, diversificazione delle fonti di reddito, marketing territoriale

A queste due direttrici fondamentali fanno seguito una serie di sottosistemi organizzati:

- Orvieto progetto ambiente (rifiuti solidi urbani, acquedotti, depurazione, fognature, termovalorizzazione dei rifiuti solidi urbani trattati)
- parchi ambientali e culturali (urbano del Paglia, del Tevere, archeologico, Monte Peglia, Gianni Rodari)
- sistema museale, luoghi della cultura
- sistema teatro Mancinelli, eventi

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- parco culturale (biblioteca, centri di iniziativa culturale)
- consorzio interuniversitario per l’alta specializzazione
- sistema congressuale e ricettivo
- terza fase del sistema di mobilità alternativa

A questi sottosistemi organizzati vanno aggiunte le politiche infrastrutturali e di programmazione che devono costituire i fattori essenziali che rendono dinamico il sistema.

Essi sono:

- il nuovo piano regolatore generale
- la ristrutturazione e riconversione della macchina comunale
-  l’attuazione del completamento degli interventi ex legge 545
- la sperimentazione della legge 142 per le autonomie locali  in ambito interprovinciale ed interregionale secondo il concetto di area vasta
- i rapporti con altre comunità internazionali per scambi culturali ed economici (Maebashi, Aiken, Jamaga, Betlemme, Riom, Bagdad)

A tutto ciò va aggiunta una problematica infrastrutturale che qualora venisse attuata tempestivamente darebbe all’area orvietana una dinamicità ed una attrattiva sostanziale tale da velocizzare tutti i processi in atto. Si tratta del cablaggio integrale del territorio comunale che renderebbe Orvieto un bacino sperimentale al quale si collegherebbero naturalmente formazione e produzioni altamente specializzate”.


Termino il capitolo riportando un articolo di Franco Barbabella, pubblicato su www.orvieto24.it,  nel quale sono contenute alcune sue riflessioni  relative sempre al PO, senza dubbio degne di attenzione.


“Progetto Orvieto: due o tre cose che so di lui. E qualcos’altro

Avviso ai vari ed eventuali lettori. Vedo che si torna a parlare di ‘Progetto Orvieto’. Vorrei dare per questo un piccolo contributo alla sua conoscenza, con l’occhio di oggi e rivolto a chi alla sua conoscenza voglia avvicinarsi sul serio, senza pregiudizi. Perciò mi si permetta: astenersi perditempo, saccenti e denigratori di professione. La tentazione potrebbe essere eccessiva.

Riproporre oggi la filosofia del PO, e con essa il metodo di lavoro, la logica progettuale e i temi di sviluppo che lo caratterizzarono, non significherebbe solo rendere giustizia ad una straordinaria stagione di innovazione strategica, di coraggio politico e di capacità realizzativa, ma riprendere le fila di un ragionamento sullo sviluppo necessario e possibile della città e del territorio oggi non meno indispensabile di ieri.

Che cosa fu infatti il PO se non un ragionamento e un’idea operativa per uno sviluppo possibile? Bisogna dire anche uno sviluppo per uscire da una lunga fase di marginalità, dovuta non solo ad altri ma prima di tutto a noi stessi. Le potenzialità c’erano da tempo, ma fino ad allora nessuno le

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aveva individuate come un unicum, un insieme creativo e un tutto dinamico. Soprattutto, un insieme da mettere in sintonia con il mondo che stava cambiando.

Quale era l’idea? Si partiva dalla constatazione non solo che la città storica e le sue pendici fanno un tutt’uno, ma che questo unicum vive se vive il territorio nella sua dimensione comunale, comprensoriale e interregionale. Cioè se svolge un ruolo propositivo, da protagonista del suo stesso sviluppo. C’era stato il dibattito sul superamento del Piano Regolatore Piccinato mediante la Variante Benevolo-Satolli, poi era esploso il problema della rupe e delle frane, che poteva essere, e nei fatti era, un possibile dramma. Con quella visione delle cose, le scelte di Piano Regolatore e il problema della rupe furono trasformati in occasione di rinascita, divennero un progetto di riallineamento strutturale alla modernità mediante la valorizzazione dell’antico, del patrimonio storico-culturale-ambientale. Lo strumento principale fu la legge speciale (sull’esempio di Venezia, Siena e Matera), prima per la somma urgenza (le frane di Cannicella del 1977/78) e poi per interventi strutturali e globali, ottenuta insieme a Todi con il coinvolgimento attivo della Regione e l’unità delle forze politiche, e con il contributo determinante delle istituzioni europee (Consiglio d’Europa e Parlamento Europeo).

I problemi di una piccola città (però gioiello di natura, storia e cultura universale) furono internazionalizzati e divennero progetto di sviluppo, dichiarato dal Consiglio d’Europa modello di salvaguardia e valorizzazione dei siti storici in Europa, presente alla mostra dell’Unesco a Belgrado nel 1981 sui luoghi della cultura, imitato da altre città (ad esempio il “Progetto Ascoli” di Ascoli Piceno).

E’ utile ricordare le linee di intervento fondamentali del Progetto: il sistema di mobilità alternativa, il parco archeologico anulare e il Fanum Voltumnae, il sistema museale, il circuito di Orvieto ipogea, il palazzo dei congressi, la rete infrastrutturale, il restauro del Mancinelli e la nuova stagione teatrale, il turismo e i suoi legami con la cultura, con i prodotti tipici e la qualità dell’offerta ricettiva ed enogastronomica, ecc.

Appunto un progetto di sviluppo imperniato sulle risorse del territorio, per creare lavoro non più di ricasco, diretto e di prospettiva. Come si fa a dire oggi che i soldi che allora furono trovati, su diversi canali (ad es. i fondi Fio per il parcheggio di Orvieto Scalo) e non solo con le leggi speciali, furono solo una spesa e non un investimento produttivo, cioè generatore di futuro? La messa in sicurezza del masso tufaceo, il rifacimento delle reti fognante e idrica, il sistema di convogliamento delle acque chiare e nere per la loro depurazione, il sistema parcheggi-scale mobili-funicolare, il risanamento di monumenti e palazzi per la loro fruibilità e funzionalità, non sono forse un investimento produttivo? Non sono aumento di valore, anzi, di per sé valore aggiunto e base per la creazione di ulteriore valore aggiunto?

Certo, a tutto questo sarebbero dovute seguire gestioni coerenti, sistematiche e lungimiranti, e attività organizzate, pubbliche e private, capaci di trasformare le potenzialità in sistema funzionante. Il fatto che così non è stato, o non è stato per quanto e per come sarebbe stato possibile con quelle premesse, dovrebbe essere oggetto di una riflessione seria, che però a distanza di un quarto di secolo ancora non mi pare sia stata fatta.

E’ comunque sbagliato scambiare gli effetti con le cause. Il fatto è che quella stagione, dopo un decennio di creatività e di direzione fortemente innovatrice, fu bruscamente interrotta e il clima progressivamente cambiò fino a giungere prima alla stasi e poi quasi alla rinuncia a guardare al futuro, che è il carattere degli ultimi dieci anni.

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Le conseguenze le stiamo ancora pagando, non solo sul piano finanziario, ma anche in termini di nuova marginalità, di occasioni perdute, di arretramento sociale e di clima politico litigioso. L’ultima clamorosa controprova è stata la vicenda Risorse per Orvieto, liquidata con la stessa logica che scattò quando ci si accorse che il PO poteva dare i frutti che in nuce conteneva: quando un’idea dimostra di poter andare in porto, allora non ci si adopera per favorirne il successo, ma si fa ogni sforzo per fermarla. Si tratta davvero di qualcosa di straordinario, qualcosa che non ha riscontro, credo, in nessun’altra parte del globo terracqueo. Si pensi solo a questo: il socio unico di una Spa (il padrone della società) ostacola in tutti i modi il Consiglio di Amministrazione da lui stesso nominato e così fa fallire il progetto di valorizzazione del bene di sua proprietà, da lui stesso approvato, non appena si accorge che questo potrebbe essere realizzato. Danno finanziario (lasciamo perdere danni di altro tipo) conseguente a otto anni di niente: non meno di sedici milioni.

Io trovo incredibile non solo che una cosa del genere sia potuta accadere realmente, ma che di tutto si sia discettato (con un disprezzo per la conoscenza delle cose che meriterebbe uno studio a se stante) tranne che di questi aspetti, che con ogni evidenza sono il cuore non di un problema qualsiasi, ma delle dinamiche delle classi dirigenti e insieme degli orientamenti profondi della stessa città. Dopo averle viste e sentite di tutti i colori, oggi mi si lasci almeno lo stupore.

Il discorso sulle cause profonde di tutto ciò e in particolare sulle ragioni di quell’interruzione improvvisa dell’esperienza del PO, nonché del permanere di logiche distruttive come quelle che ho descritto, non può essere sviluppato in modo compiuto in un intervento come questo, ma è certo che la città da allora ha perso progressivamente ruolo in Umbria, si è impoverita di servizi territoriali fondamentali ed è arretrata rispetto ai processi di internazionalizzazione che avevano preso slancio negli anni ottanta. La sfida dell’autonomia locale rispetto al centralismo regionale (così in effetti era stato vissuto e questo anche oggettivamente era il PO nell’Umbria di allora) con questi passaggi si è trasformata inevitabilmente in rinuncia e in atteggiamenti di accettazione di un ruolo marginale.

Così, alle conseguenze della crisi generale si sono aggiunte quelle di una chiusura e di un avvitamento su se stessi dei soggetti e delle istituzioni locali. E’ da questa condizione che ora bisognerà uscire, con decisione, lungimiranza, e il più rapidamente possibile. Per questo sarebbe utile riprendere il modo di ragionare che fu del PO, sulla città e sul territorio. Oggi come ieri le parole chiave non potranno che essere di nuovo visione, progetto, autonomia territoriale e spinta all’innovazione. E oggi più di ieri le risorse di riferimento non potranno che essere la cultura, l’ambiente, il turismo, la qualità dei prodotti, la cura delle competenze, lo sviluppo delle infrastrutture moderne.

Dobbiamo collaborare e fare sinergia con altre realtà e con i diversi livelli istituzionali, ma dobbiamo essere noi che abbiamo le idee e la forza di proporle per farle diventare realtà. Occorre generare entrate. Occorre una svolta vera. Da qui si può ripartire per il lavoro e la qualità della vita, e per guardare con rinnovata fiducia al futuro.

Come ho iniziato, così concludo. Adesso avviso ai governanti. In molti nell’ultimo quarto di secolo è venuta a più riprese la tentazione di parlare del PO, ma mai quella di riprenderne metodo e obiettivi. Perché è roba faticosa, richiede scelte toste, coraggiose e coerenti, impegno costante, battaglie rischiose. Se non ce se la sente, meglio astenersi, sapendo però che potrebbe andare a finire anche peggio: in fondo, la tentazione di seguire la regola andreottiana ‘l’arte di tirare a campare è meglio di tirare le cuoia’ è stata sempre molto forte anche dalle nostre parti, e il fatto che normalmente produce più prima che poi esiti deleteri per tutti non ha scoraggiato più di tanto. Però questa volta i nostri amministratori, almeno stando alle dichiarazioni, sembra che vogliano fare sul

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serio, cioè riprendere un modo di governare fondato su una politica, su un senso complessivo delle cose, su un progettare che è anche un agire concreto e insieme ambizioso e coerente. Speriamo che sia davvero così. D’altronde non hanno alternative: o così o pomì. Auguri”.  

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Conclusioni

Innanzitutto vorrei spiegare perché ho deciso di scrivere nel titolo dell’e-book, riferendomi al Progetto Orvieto, “ormai dimenticato”.

Volevo sottolineare la mia convinzione che, da diversi anni ormai, è assente ad Orvieto un progetto di sviluppo di ampio respiro, complessivo, riguardante l’intera città, che contenga non solo interventi relativi al breve periodo ma che si estendano al medio-lungo periodo. Mentre il Progetto Orvieto era un progetto di sviluppo contraddistinto dai caratteri appena citati.

Per la verità, tale situazione è tipica di molti Comuni italiani e di molti altri enti locali, in primo luogo le Regioni ed interessa, spesso, il Governo nazionale. Ed interessa non solo l’Italia, ma molti altri Paesi, europei e non, anche se in Italia i problemi evidenziati assumono una dimensione maggiore che altrove.

Ciò deriva non soltanto dal livello qualitativo meno elevato degli Amministratori locali e degli esponenti del Governo nazionale, rispetto a quanto avvenuto in passato. Ma dipende anche dal ruolo meno importante che viene svolto dalla Politica, e più importante da altri poteri, ad esempio, e prevalentemente, il sistema finanziario, il quale per sua natura si pone esclusivamente obiettivi che si manifestino nel breve periodo e porta avanti, frequentemente, attività che non possono che essere definite speculative.

E poi, la tendenza a perseguire, in misura maggiore rispetto al passato, obiettivi di breve periodo, riguarda non solo i rappresentanti delle istituzioni ma anche le popolazioni, le componenti più significative della società.

Pur tenendo conto di tali motivazioni, la comunità orvietana, le istituzioni ma anche i cittadini, deve porsi come obiettivo prioritario, di nuovo, l’elaborazione e l’attuazione di un progetto di sviluppo di ampio respiro, complessivo ed organico, il cui orizzonte temporale si estenda anche nel medio-lungo periodo.

Ritornando, più specificamente, al Progetto Orvieto, non posso che confermare il fatto che la quasi totalità degli interventi previsti sono stati realizzati e gran parte degli obiettivi che ci si prefiggeva di perseguire sono stati raggiunti.

Il Progetto Orvieto non è stato per nulla un “libro dei sogni”, come fu definito da una parte minoritaria della politica orvietana, soprattutto dal gruppo che faceva riferimento al periodico “Il Comune Nuovo”, nel quale era presente anche l’attuale assessore comunale al bilancio Massimo Gnagnarini.

Per quanto concerne gli obiettivi non raggiunti, mi preme sottolineare, in primo luogo, quello relativo alle agevolazioni tendenti a favorire la ristrutturazione delle abitazioni di proprietà privata. Ma la responsabilità di questo obiettivo mancato non può essere attribuito agli Amministratori locali, né a quelli comunali né a quelli regionali, ma ai parlamentari di centro-destra, che, quando furono approvate le leggi speciali, rappresentavano la maggioranza del Parlamento italiano. Il loro ragionamento fu il seguente e risultò vincente: già è stato concesso molto ad Amministrazioni locali guidate dalla sinistra e non si può concedere troppo, la ciliegina sulla torta, rappresentata appunto dalle agevolazioni finanziarie a favore della ristrutturazione delle abitazioni private.

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Il risultato fu che molte abitazioni furono abbandonate, perché bisognose di ristrutturazioni molto consistenti, dai proprietari che non disponevano delle ingenti risorse finanziarie necessarie, determinando così la continuazione dello spopolamento del centro storico, i cui abitanti si sono ridotti, attualmente, a 5.000 unità circa, anche se da diversi anni ormai la tendenza alla continua riduzione si è interrotta.

Successivamente numerose abitazioni private furono sì ristrutturate ma dai nuovi proprietari, spesso non residenti stabilmente ad Orvieto, ma residenti in altre città o addirittura in Paesi esteri.

E, a tale proposito, non posso non inserire un inciso, non riguardante il Progetto Orvieto.

Se è vero, come è vero, che il migliore, e forse l’unico modo, per sviluppare il centro storico, è rappresentato dalla crescita del numero dei residenti, sarebbe stato opportuno che, agli inizi del 2000, quando l’ex caserma Piave tornò nella disponibilità del Comune, essa venisse utilizzata per la realizzazione di abitazioni, di uffici, di attività commerciali, anche prevedendo un supermercato, impedendo sia la lottizzazione del Fanello sia il trasferimento del supermercato Coop nell’area adiacente al casello autostradale, peraltro alluvionabile. E agli inizi del 2000 tale progetto avrebbe avuto notevoli probabilità di essere attuato, in considerazione del fatto che ancora non si era manifestata la crisi del mercato immobiliare e che l’interesse  di diverse società o gruppi si sarebbe certamente manifestato poiché il ritorno economico del loro investimento iniziale, connesso all’acquisto e alla ristrutturazione dell’ex caserma Piave, sarebbe stato elevato. In buona sostanza si sarebbe dovuto  realizzare quanto avvenuto relativamente all’area, nel quartiere Monteluce di Perugia, dove sorgeva il policlinico ospedaliero.

Ritornando al Progetto Orvieto, alcuni interventi sono stati sì realizzati, ma il loro ruolo è stato significativamente più ridotto rispetto a quello auspicato. Faccio riferimento soprattutto al centro di documentazione e all’osservatorio permanente della rupe e al parco archeologico. Inoltre il riassetto dei musei non è avvenuto secondo le modalità previste.

Poi, erano due gli obiettivi più importanti del Progetto Orvieto: la tutela e la valorizzazione del centro storico, sia della rupe che dei beni culturali più importanti.

L’obiettivo della tutela è stato, senza alcun dubbio, raggiunto: oltre all’attività di consolidamento della rupe, risultato molto efficace, le più importanti componenti del patrimonio storico-artistico sono state ristrutturate nel miglior modo possibile.

Risanamento e tutela sì, valorizzazione no, o meglio, poco.

Infatti, se per valorizzazione si intende, come si deve intendere, valorizzazione a fini economici, nel caso di Orvieto dei beni culturali, e nel caso di Orvieto determinando un consistente sviluppo del turismo, tale valorizzazione non c’è stata.

O meglio, la gestione economico-finanziaria è risultata essere positiva, quando essa non presentava notevoli elementi di complessità (come nel caso della torre del Moro o nel caso delle visite guidate alle cavità sotterranee in prossimità di piazza del Duomo ad esempio).

Ma quando la gestione economico-finanziaria era molto complessa, seppur fattibile, i risultati sono stati negativi (ad esempio il centro congressi nel palazzo del Popolo e il teatro Mancinelli).

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E, quello che è più importante, è rimasta la principale caratteristica negativa del turismo locale, il suo essere prevalentemente un turismo di passaggio. Del resto ciò è dimostrato chiaramente dal fatto che l’indice di permanenza media nelle strutture ricettive è rimasto basso ed è aumentato solo lievemente. Tale indice, dato dal rapporto tra il numero delle presenze e il numero degli arrivi, considerando esclusivamente gli esercizi alberghieri, nel 1980 era pari a 1,3 e nel 2015 1,5.

Le responsabilità? Degli orvietani, dei soggetti pubblici e dei soggetti privati. Forse sarebbe stato meglio affidare la gestione di strutture complesse a soggetti non locali.

Del resto, in un libro che ho scritto alcuni anni fa, una delle principali conclusioni a cui pervenni fu che le insufficienti capacità imprenditoriali che caratterizzavano l’Orvietano agli inizi del XXI secolo si erano già verificate un secolo prima, a testimonianza che esse rappresentavano e rappresentano uno dei problemi di natura strutturale più importanti della società orvietana, problema alla base anche delle evidenti difficoltà manifestatesi nella gestione economico-finanziaria di alcune delle strutture create in attuazione del Progetto Orvieto.

Peraltro, in passato, scherzosamente, pronunciai la seguente frase: “Con il Progetto Orvieto abbiamo fatto Orvieto, ora dobbiamo fare gli orvietani…”.

Solo una frase scherzosa?

































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