Il Progetto Orvieto, ormai dimenticato
Settembre 2017
Il Progetto Orvieto, ormai dimenticato
Pecunia viro non vir pecunia
Paolo Borrello
a
Cinzia e a Elisa
Notizie sull’autore
Paolo Borrello, nato a Orvieto
nel 1957, si è laureato in Scienze Economiche presso l’Università di Siena. Ha
frequentato il master in gestione dell’economia e dell’impresa organizzato
dall’Istao (Istituto Adriano Olivetti di Ancona), allora presieduto da uno dei
più importanti economisti italiani del ‘900, Giorgio Fuà.
Ha svolto diverse attività
lavorative: consulente di alcune associazioni imprenditoriali, consulente per
conto della Regione dell’Umbria relativamente all’utilizzo di contributi
dell’Unione europea, consulente del Comune di Orvieto riguardo varie
problematiche inerenti lo sviluppo economico. Attualmente è funzionario del
Comune di Orvieto.
Ha fatto parte del gruppo di
lavoro dell’osservatorio sulla situazione economica e sociale dell’area
orvietana, fin dall’inizio della pubblicazione del bollettino realizzato
dall’osservatorio.
Ha scritto su incarico del Comune
di Orvieto, nel 1998 “L’andamento e i caratteri della popolazione residente nel
comune di Orvieto” e nel 2006 “L’economia orvietana dal 1870 agli inizi del
2000". Inoltre, nel 2010, “Dove va Orvieto - il punto sulla situazione
economica e sociale dell’Orvietano”, Intermedia edizioni. Infine, nel 2016,
l’e-book “La crescita di Orvieto - un’analisi dei piani regolatori comunali”.
Indice
Introduzione (pag. 1)
Brevi note su alcune vicende della sinistra orvietana (pag. 3)
negli ultimi trenta anni del XX secolo e agli inizi del XXI
Le frane della rupe nel 1977 (pag. 13)
Le leggi per il Progetto Orvieto e l’inizio dei lavori (pag. 27)
I lavori di risanamento della rupe (pag. 42)
Il Pci, il Consiglio comunale e il Progetto Orvieto (pag. 53)
Orvieto: i luoghi della cultura (pag. 76)
Orvieto, progetto per una città utopica (pag. 85)
Il Progetto Orvieto a livello internazionale (pag. 95)
Il sistema di mobilità alternativa (pag. 105)
Il palazzo dei Congressi e il teatro Mancinelli (pag. 114)
Il parco archeologico (pag. 127)
Gli altri interventi, soprattutto relativi al Duomo (pag. 136)
Il “dopo Progetto Orvieto” (pag. 146)
Conclusioni (pag. 163)
1
Introduzione
In questo e-book sarà analizzato
il cosiddetto Progetto Orvieto.
Ma cos’è, o meglio, cos’è stato
il Progetto Orvieto?
Il Progetto Orvieto è costituito
da tutti gli interventi che sono stati realizzati, in seguito alle frane che
interessarono la rupe alla fine degli anni ’70 del XX secolo, sia per il
risanamento della rupe stessa - prevalentemente interventi di consolidamento
volti ad eliminare le cause che determinarono quelle frane - sia per il
restauro e la valorizzazione di gran parte del patrimonio storico-artistico del
centro storico sia per l’attuazione del sistema di mobilità alternativa.
Gli interventi furono appunto
diversi. In primo luogo certamente i lavori di risanamento della rupe, lavori
di consolidamento, anche di numerose cavità sotterranee, ma anche l’intero
rifacimento delle reti idrica e fognante. E poi il sistema di mobilità
alternativa, con il quale si realizzò un cambiamento radicale soprattutto delle
modalità di accesso delle auto al centro
storico e dell’assetto dei parcheggi, e il parco archeologico. Inoltre il
restauro delle più importanti componenti del patrimonio storico-artistico, dal
Duomo, ivi compresa la cappella del Signorelli, al palazzo del Popolo, per
realizzarvi un centro congressi.
Per questo il Progetto Orvieto
rappresentò una complessa azione di risanamento e di valorizzazione dell’intero
centro storico e proprio per questo suo carattere fu un vero e proprio progetto
di sviluppo non solo del centro storico ma dell’intero territorio comunale,
tale da divenire un modello da seguire anche da parte di altre città italiane
ed estere, per la sua organicità, per il suo essere, contemporaneamente, è bene
ripeterlo perché non tutti coloro che lo hanno analizzato ne sono stati
consapevoli, progetto di tutela e progetto di valorizzazione, con una visione
che tendeva ad interessarsi non solo di quanto si potesse verificare nel breve
periodo, ma anche nel medio e nel lungo periodo.
Gli interventi previsti furono
nella quasi totalità realizzati.
E questo aspetto del Progetto
Orvieto rappresentò un suo tratto caratteristico ed originale per l’Italia,
Paese nel quale spesso le opere pubbliche progettate vengono solo in parte
attuate.
Non solo, gli interventi previsti
furono realizzati in tempi brevi, altra originalità per le opere pubbliche
italiane.
Ho utilizzato il termine opere
pubbliche per il complesso degli interventi del Progetto Orvieto non a caso,
sia perché erano rivolte, tutte, a soddisfare l’interesse generale della
popolazione, appunto l’interesse pubblico, sia perché furono finanziate
interamente con risorse finanziarie pubbliche, principalmente derivanti da
alcune leggi speciali, anche rifinanziate.
Tali risorse finanziarie furono
concesse, quasi interamente, dallo Stato centrale e solo in minima parte ebbero
origine da fondi comunali o comunitari (solo la ristrutturazione del palazzo
del Popolo per realizzarvi un centro congressi e una piccola parte del sistema
di mobilità alternativa furono così finanziati).
2
Il Progetto Orvieto fece sì che,
per almeno per un decennio, Orvieto svolse un ruolo importante, da
protagonista, all’interno dell’Umbria. Un ruolo che in passato, sia prima che
dopo l’istituzione dell’ente Regione, non aveva svolto, anzi tale ruolo era
stato del tutto marginale.
Quanto si fece ad Orvieto, poi,
con il Progetto Orvieto, ebbe un’eco anche a livello internazionale, suscitando
l’interesse dell’Unesco, del Consiglio d’Europa e del Parlamento europeo.
Si consideri fra l’altro che
Todi, nella quale, ugualmente, nello stesso periodo di tempo, si verificarono
eventi franosi, seguì Orvieto, tanto che le leggi speciali approvate dal
Parlamento furono definite leggi per
Orvieto e Todi, perché comprendevano interventi anche a favore di Todi.
La gestione di una parte
consistente dei fondi messi a disposizione dalle leggi speciali citate fu
affidata alla Regione dell’Umbria e l’efficienza e l’efficacia che ha
contraddistinto tale gestione dipese appunto anche dal buon operato della
Regione. La gestione della restante parte dei fondi fu affidata al ministero dei Beni Culturali.
Non a caso, vi furono ritardi
eccessivi - e anche sprechi? - per la ristrutturazione del teatro Mancinelli,
la cui gestione, come per alcuni altri interventi, fu affidata ad una società
dell’Iri, Bonifica.
Ma dipese dal Comune di Orvieto,
o meglio, principalmente da alcuni amministratori comunali “illuminati”, da
Franco Barbabella e da Adriano Casasole, per essere più precisi,
l’individuazione degli interventi da realizzare, la volontà di dare vita a un
progetto complessivo di tutela e valorizzazione del centro storico e l’impegno
perché fossero concessi i finanziamenti statali necessari.
Certamente, funzionari comunali,
altri amministratori locali, persone esterne all’Amministrazione svolsero un
ruolo non secondario, anche numerosi parlamentari, in quest’ultimo caso
soprattutto affinchè le leggi fossero approvate dal Parlamento italiano.
Ribadisco però che fondamentale
per l’elaborazione e l’attuazione del Progetto Orvieto fu soprattutto l’azione
portata avanti da Barbabella e Casasole
che, per diversi anni, svolsero una funzione di guida del Comune di Orvieto,
anche perché ricoprirono incarichi di primo piano nell’ambito dello stesso Pci
orvietano, contribuendo così a realizzare un profondo rinnovamento di questo
partito e dell’intera sinistra, in quanto, oggettivamente, il Pci rappresentò
la parte più importante e decisamente migliore della sinistra locale. Di qui la
mia scelta, prima dei capitoli dedicati specificamente al Progetto Orvieto, di
inserire un capitolo nel quale sono contenute delle brevi note su alcune
vicende che hanno interessato la sinistra orvietana, principalmente il Pci,
dagli anni ’70 del XX secolo fino agli inizi del secolo successivo.
Inoltre, è necessario rilevare
che prendere in esame i caratteri distintivi del Progetto Orvieto significa
anche analizzare le principali attività svolte dalle Amministrazioni comunali
che si sono succedute nell’arco di un periodo almeno ventennale, a partire
dagli inizi degli anni ’80 del Novecento.
Quindi, il Progetto Orvieto - che
da ora in poi chiamerò per brevità PO - ha assunto una notevole importanza e
sarebbe necessario non dimenticarlo come, invece, oggettivamente, è avvenuto.
Ma di questo mi occuperò nel
capitolo finale, le conclusioni.
3
Brevi note su alcune
vicende della sinistra orvietana negli ultimi trenta anni del XX secolo e agli
inizi del XXI
Come già rilevato
nell’introduzione, ho ritenuto opportuno occuparmi, sinteticamente, di alcune
vicende che hanno interessato la sinistra orvietana, soprattutto il Pci locale,
in quanto parte più consistente e oggettivamente più importante di quell’area
politica, poichè esse hanno influito considerevolmente nel processo di
elaborazione e di attuazione del PO.
Il periodo preso in considerazione
riguarda gli ultimi 30 anni del Novecento e gli inizi del secolo successivo.
Tali vicende hanno riguardato
essenzialmente il Pci orvietano, e i partiti che furono creati successivamente
al termine dell’attività del Pci, perché l’altra componente, minoritaria
nell’ambito della sinistra locale, il Psi, non fu molto interessata al PO, in
quanto prevalentemente rivolta alla gestione del potere e, solo in minima
parte, interessata ad elaborare ed attuare progetti che avessero come obiettivo
una visione della città che si estendesse anche nel medio e nel lungo periodo.
Agli inizi degli anni settanta
del Novecento il Pci orvietano, oggettivamente, poteva essere definito un
soggetto politico conservatore, scarsamente disponibile a promuovere ed attuare
processi innovativi che tendessero, anche, a far sì che Orvieto svolgesse,
all’interno dell’Umbria un ruolo di primo piano.
Nei primi anni di quel decennio
era ancora sindaco Italo Torroni, un esponente del Pci molto apprezzato dalla
popolazione ma che, nell’ambito delle Amministrazioni comunali da lui guidate,
svolse un ruolo oggettivamente inferiore a quello che avrebbe potuto avere in
seguito all’importante incarico che ricoprì per molti anni.
Ed infatti un’importanza notevole
ebbe, tra gli altri, Marcello Materazzo, che per lungo tempo fu assessore sotto
la sindacatura di Torroni - Materazzo che nel 1975 fu eletto consigliere
regionale - e chi guidava il Pci orvietano, in quel periodo, Alessandro Tilli.
Soprattutto l’operato di
quest’ultimo fu oggetto di numerose e consistenti critiche da parte di molti
iscritti, tanto che nel 1975 diventò segretario di zona del Pci Osvaldo Sarri,
con la collaborazione dell’allora giovane Fausto Prosperini, proveniente dal
Psiup, partito che abbandonò da un giorno all’altro, proprio per entrare nel
Pci, entrando a far parte, poco dopo, della segreteria di zona.
E Sarri sulla cui onestà, non
solo intellettuale, non c’era alcun dubbio, contribuì notevolmente a rinnovare
il partito, anche facendo in modo che divenissero amministratori comunali degli
intellettuali, i quali, per un breve periodo, sebbene vicini al Pci non vi
aderirono, facendo parte della cosiddetta Sinistra Indipendente, gruppo che ad
Orvieto fu alimentato dal senatore Luigi Anderlini, che per diversi anni fu
eletto nel collegio di Orvieto.
E’ bene precisare che, in quel
periodo, gli organi più importanti del Pci locale avevano competenze
sull’intero comprensorio orvietano - infatti Sarri era originario di Fabro -,
di qui peraltro la denominazione utilizzata di segretario di zona, e di
segreteria, di direttivo e di comitato di zona.
Ma tali organi decidevano anche
sulle vicende politiche che interessavano il comune di Orvieto, anche perché
allora, come del resto oggi, questo comune era decisamente il più importante
tra tutti
4
gli altri comuni che componevano
il comprensorio orvietano, facendo sì che quanto avveniva ad Orvieto,
oggettivamente, avesse degli evidenti e notevoli riflessi anche su quanto si
verificava negli altri comuni.
Nel 1975 fu riconfermato sindaco
un professore di Orvieto, Wladimiro Giulietti, originario però di
Montegabbione, che diventò sindaco alcuni anni prima, poiché Italo Torroni fu
coinvolto in una vicenda giudiziaria che, successivamente, si concluse con il
suo completo proscioglimento da ogni accusa.
Giulietti fu il sindaco che
guidava la Giunta comunale di Orvieto quando si verificarono le pericolose
frane che determinarono la necessità di intervenire in modo consistente per
salvaguardare e consolidare la rupe di Orvieto, al fine di evitare che si
verificassero nuove frane che avrebbero messo a rischio anche i diversi
monumenti che insistevano sulla rupe, in primo luogo il Duomo.
Nel quinquennio, dal 1975 al
1980, nel quale Giulietti fu ancora sindaco di Orvieto, assunsero l’incarico di
assessori sia Adriano Casasole, e successivamente anche Franco Barbabella, che
svolsero entrambi, senza alcun dubbio un ruolo da protagonisti
nell’elaborazione e nell’attuazione del PO.
A questo punto ritengo opportuno
precisare il percorso intrapreso da Barbabella e Casasole per decidere di
candidarsi nella lista del Pci in occasione delle elezioni comunali del 1975.
Barbabella e Casasole, negli anni
precedenti, non erano molto vicini al Pci, facevano parte di quell’area
politica che veniva considerata a sinistra del Pci.
Il loro avvicinamento al Pci si
verificò tramite la loro adesione alla Sinistra Indipendente, un gruppo
politico guidato a livello locale e a livello nazionale dal senatore Luigi
Anderlini il quale, come già rilevato, fu più volte eletto nel collegio di
Orvieto.
A livello nazionale molti
parlamentari, pur non essendo iscritti al Pci, aderirono alla Sinistra
Indipendente, per poi essere eletti nelle liste di questo partito. Peraltro
alcuni osservatori, nonostante la denominazione adottata, non considerarono i
gruppi parlamentari della Sinistra Indipendente che, per diverse legislature,
furono presenti sia alla Camera che al Senato, realmente indipendenti dal Pci,
tutt’altro.
Ad Orvieto fu costituito un
circolo Astrolabio che prese la sua denominazione dal nome della rivista che la
Sinistra Indipendente pubblicava a livello nazionale. E sia Barbabella che
Casasole aderirono a questo circolo e, conseguentemente, alla Sinistra
Indipendente. Solo in anni successivi aderirono al Pci.
E, sia Barbabella che Casasole,
decisero di presentarsi nella lista del Pci, come candidati della Sinistra
Indipendente, in occasione delle elezioni comunali del 1975 e motivarono questa
loro scelta in un articolo che fu pubblicato dalla rivista Astrolabio, nel
numero 3 del 1975, e scritto congiuntamente.
Può essere utile riportare alcune
parti dell’articolo in questione, dal titolo “Le motivazioni di un impegno”.
Nel sottotitolo si può leggere:
5
“Due giovani professori di
Orvieto, Franco Barbabella e Adriano Casasole, hanno accettato di entrare nella
lista del Pci per le prossime elezioni comunali come candidati della Sinistra
Indipendente. Agli amici essi hanno voluto offrire una motivazione distesa
della loro scelta. A noi sembra che il loro discorso meriti di andare al di là
della cerchia ristretta degli amici e che la traiettoria che essi sono riusciti
a disegnare attraverso la vicenda della lotta politica nell’Italia di questi
anni, possa essere un utile punto di riferimento per i giovani e meno giovani.
E’ per questo che l’ ‘Astrolabio’ ha ospitato nel n. 3 di quest’anno il loro
discorso ed è per questo che il ‘circolo Astrolabio’ di Orvieto ne ha curato
questa edizione”.
Infatti la versione integrale di
quell’articolo fu anche pubblicata autonomamente e consta di un documento di 4
pagine che fu ampiamente diffuso ad Orvieto, in occasione appunto della
campagna elettorale per le elezioni riguardanti il rinnovo del Consiglio
comunale, svoltesi nel 1975.
Ed ancora si può leggere:
“…Fare una scelta è sempre
difficile, ma fare una scelta di impegno politico, con l’ambizione della
serietà, in Italia, e, in particolare, in un ambiente di provincia, presenta un
grado di difficoltà molto elevato. Chi sceglie di fare politica, non importa da
quale parte di collochi, ingenera sospetto e diffidenza, provoca dubbi e
domande, suscita pettegolezzi, si scontra cioè con uno degli aspetti tipici
della mentalità dell’italiano medio, l’ostilità o l’indifferenza per la
politica. L’affermazione corrente è che ‘la politica è sporca’…”
E pensare che quanto appena
riportato sembra essere scritto oggi, non circa 40 anni or sono…
“…Dunque le ragioni della diffusa
diffidenza verso ciò che è politico e verso chi fa politica affondano le loro
radici nel modo in cui si è sviluppata la storia del nostro Paese, nel corso
della quale clientelismo e corruzione, demagogia, diseducazione e
spoliticizzazione sono stati funzionali al mantenimento dei privilegi economici
e sociali, finchè in regime democristiano sono diventati vero e proprio sistema
di governo.
La maturazione di questa
consapevolezza sta alla base della nostra scelta. Ed è una maturazione che
trova aggancio anch’essa in processi oggettivi, in pratica in tutto ciò che è
avvenuto in Italia negli ultimi dieci anni.
Su questa strada l’esperienza
fondamentale per noi è stata la rivolta studentesca, sviluppatasi nelle nostre
università, a partire dal ’67. Come molti nostri coetanei, avevamo anche noi
sperimentato la difficoltà del giovane di bassa estrazione di accedere ai gradi
superiori dell’istruzione, avevamo sentito il peso dei pregiudizi e delle
discriminazioni sociali, conoscevamo il significato di ‘non essere come gli
altri’. Ma eravamo usciti dalla scuola superiore senza conoscere praticamente
niente di ciò che viene definito come ‘moderno’, senza sapere leggere un
giornale, insomma senza possedere gli strumenti intellettuali indispensabili
per comprendere il nostro tempo…
Eppure, ripensata oggi, quella
esperienza ci pare fondamentale. Ci rendiamo conto infatti che in quegli anni,
seppure confusamente, veniva emergendo una crisi profonda delle società
capitalistiche della quale i movimenti studenteschi erano solo l’espressione
più evidente…
Abbiamo imparato insomma che
sceglie anche chi non sceglie, giacchè contribuisce a lasciare le cose come stanno.
6
Abbiamo da allora sentito
chiaramente l’esigenza di un modo diverso di fare politica, distinguendo fra
democrazia formale e democrazia reale e assumendo come punto di riferimento le
istanze di democrazia di base…
Dunque, l’esperienza delle
agitazioni studentesche ci ha avviato sulla strada della presa di coscienza
delle contraddizioni della società contemporanea e dei ruoli storici del nostro
Paese e ci ha convinti della necessità dell’impegno politico, ma
contemporaneamente ci ha anche convinti del fatto che non si può agire
concretamente senza analisi profonde, che non si può ignorare il patrimonio
acquisito dal movimento operaio e popolare, che non ci si può separare dalle
organizzazioni, partitiche e sindacali, di classe…
L’equilibrio del potere col passare
degli anni si viene di nuovo stabilizzando su posizioni arretrate, con il Psi
sostanzialmente subordinato alla Dc che fa la parte del leone nella
attribuzione delle cariche negli enti di stato, negli istituti di credito,
dovunque ci siano leve di comando da manovrare.
Nonostante tutto questo, è
innegabile che l’accelerazione produttiva e il nuovo corso politico dell’inizio
degli anni sessanta imprimono movimento alla situazione italiana nel suo
complesso e, in particolare creano le condizioni favorevoli al rafforzamento
del movimento operaio e popolare sia sindacale che politico…
Contro l’irrazionalismo di chi
gioca al ‘tanto peggio tanto meglio’, contro l’arroganza di una classe politica
dominante che fa della mistificazione e dell’inganno, della corruzione e dello
sperpero, un modo per continuare a monopolizzare il potere sfidando
l’intelligenza del cittadino e spesso offendendone anche il buon gusto, si è
venuto manifestando un desiderio sempre maggiore, da parte di larghi strati
della popolazione, di chiarezza e di razionalità, una forte volontà di capire e
di partecipare alle scelte, insomma una crescente maturazione politica.
La partecipazione alla vita del
sindacato in questi ultimi quattro anni, l’impegno diretto nella campagna
referendaria del ’74 ed in quella recente degli organi di gestione democratica
della scuola, ci hanno convinto della urgenza di adeguare le strutture
politiche alla spinta che viene dal basso.
Per questo abbiamo accettato di
presentarci come candidati alle prossime elezioni amministrative: vogliamo dare
il nostro apporto, per quanto modesto possa essere, al processo di costruzione
di una società diversa.
L’ente locale è il primo punto di
contatto che il cittadino ha con il potere pubblico; pertanto esso deve essere
il momento attraverso cui si lascia intravedere la possibilità di un potere
alternativo capace di costruire una società alternativa. Intendiamo farci
portavoce di tutte quelle forze che intendono camminare in questa direzione”.
Quindi, come emerge dal fatto che
questo documento fu firmato da entrambi, Barbabella e Casasole decisero insieme
di accettare la proposta di presentarsi alle elezioni comunali del 1975 nella
lista del Pci.
Negli anni successivi, però,
talvolta, entrarono in conflitto tra di loro, ma, inizialmente non sembra che
si sia verificato alcun contrasto di notevole rilievo.
7
I risultati delle elezioni
comunali del 1975 furono i seguenti:
Pci 8.815
(51,76%)
Psi 2.248
(13,20%)
Msi 866 (
5,08%)
Dc 4.555 (26,75%)
Psdi 544 (
3,19%)
Il Pci, quindi, mantenne la
maggioranza assoluta dei voti ed anche la maggioranza dei consiglieri comunali,
anche se nella Giunta comunale che scaturì dalle elezioni del 1975 erano
presenti sia rappresentanti del Pci che rappresentanti del Psi.
Pertanto si può rilevare che la
presenza nella lista del Pci sia di Franco Barbabella che di Adriano Casasole
garantì il mantenimento di quella maggioranza, ottenuta infatti per pochi voti.
Nel 1980 Giulietti non fu riconfermato
come candidato a sindaco, in occasione delle elezioni comunali che si tennero
in quell’anno.
Evidentemente Giulietti non fu
considerato all’altezza dei compiti che l’Amministrazione comunale di Orvieto
doveva svolgere, negli anni successivi al 1980, non solamente perché il processo di
risanamento della rupe continuasse e si estendesse, ma anche perché si
manifestò la consapevolezza della necessità di provare ad andare oltre il solo
risanamento della rupe, al fine di elaborare e attuare un progetto complessivo
ed organico non esclusivamente di tutela ma anche di valorizzazione del centro storico e,
conseguentemente, dell’intero territorio comunale.
All’interno degli organi del Pci,
quindi, fu deciso che Giulietti dovesse essere sostituito e si consideri che
allora, non solo ad Orvieto ma in molte altre parti d’Italia dove il Pci
governava a livello locale, le decisioni prese all’interno del partito
contavano molto, in primo luogo per le candidature che dovevano essere avanzate
in occasione della formazione delle liste per le elezioni comunali, ma anche
per gli incarichi più importanti nell’ambito delle Giunte municipali, compreso
il sindaco e non solo gli assessori.
Giulietti non accettò di buon
grado le decisioni che maturarono all’interno degli organi locali del Pci.
Alla fine, rendendosi conto che
non poteva essere riconfermato, chiese però come contropartita la presidenza
dell’Apt, cioè dell’azienda di promozione turistica dell’Orvietano.
Ma Giulietti non fidandosi molto
di quanto gli assicurarono, a tale proposito, in un incontro che si tenne a
casa sua, sia Sarri che Prosperini (si ricorda che Sarri era allora segretario
di zona del Pci e Prosperini faceva parte della segreteria), al termine
dell’incontro mostrò a Sarri e Prosperini un piccolo registratore con il quale
aveva registrato il colloquio appena terminato, probabilmente per avere
maggiore certezza che effettivamente, in seguito, fosse nominato presidente
dell’Apt.
8
In precedenza, comunque,
Giulietti, anche nelle cronache locali di alcuni quotidiani, in primo luogo “La
Nazione” espresse chiaramente la sua contrarietà rispetto alla decisione di non
essere riconfermato.
Tra l’altro utilizzò, in modo
strumentale, quanto fu pubblicato nella prima pagina del primo numero di un
mensile “L’Oca”, alla cui realizzazione parteciparono anche esponenti del Pci
orvietano.
Infatti, in prima pagina, la
redazione di quel mensile pubblicò i risultati di un’indagine, rivolta ai
cittadini orvietani, tendente a valutare l’operato del sindaco e degli
assessori della giunta capeggiata, fino ad allora, da Giulietti.
Da quell’indagine risultò che i
voti attribuiti a Giulietti erano decisamente più bassi di quelli furono
concessi a Barbabella e a Casasole.
I voti espressi in seguito a
quella indagine furono i seguenti:
onestà
|
popolarità
|
capacità politica
|
efficienza
|
|
Wladimiro Giulietti
|
7,5
|
7+
|
6-
|
6-
|
Giusepe Cirinei
|
7-
|
7
|
6,5
|
6+
|
Franco Barbabella
|
9
|
7,5
|
8+
|
8+
|
Adriano Casasole
|
8
|
8,5
|
8
|
8,5
|
Michelangelo Ferrara
|
6
|
5-
|
5
|
4,5
|
Carlo Alberto Fini
|
6,5
|
7
|
6-
|
6
|
Alessandro Mescolini
|
8,5
|
5+
|
5-
|
5+
|
In un’intervista rilasciata al
corrispondente locale de “La Nazione” Piscini, Giulietti di fatto sostenne che
i risultati di quell’indagine non corrispondevano alla realtà, ma che erano
stati artefatti per metterlo in cattiva luce e, di contro, per evidenziare il
buon operato di Barbabella e Casasole.
Io posso assicurare, poiché
facevo parte della redazione de “L’Oca”, che i risultati di quell’indagine non
furono cambiati e che i voti erano realmente l’espressione dei giudizi
formulati dai cittadini intervistati.
Per completezza d’informazione,
aggiungo che la redazione de “L’Oca”, oltre al sottoscritto, era composta da
Benedetto Burli, Carlo Carpinelli, Stefano Cimicchi, Pietro Cicognolo e Gianni
Marchesini. Il grafico era Alberto Satolli, che fu anche l’inventore dello
slogan utilizzato per “lanciare” il nuovo mensile, e cioè: “L’Oca mangia e
caca”. Cimicchi, allora un giovane di 24 anni, da poco iscritto al Pci, dopo
aver militato in Lotta Continua, era l’unico rappresentante dei comunisti
orvietani, Cicognolo, rappresentava il circolo Astrolabio e quindi la Sinistra
Indipendente, e gli altri componenti della redazione, compreso chi scrive
questo e-book, avevano come riferimento politico il quotidiano “Il Manifesto”.
Una volta deciso che il candidato
a sindaco del Pci non dovesse essere Giulietti, si manifestò la necessità di
chi indicare come nuovo candidato.
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Io non ho ancora capito, né mai
furono rese note esplicitamente, le motivazioni alla base della scelta di Franco
Barbabella.
Infatti nella giunta guidata da
Giulietti un ruolo decisamente di primo piano lo svolse Adriano Casasole e non
Barbabella e molti, allora, ritenevano che l’erede di Giulietti dovesse essere
appunto Casasole. E invece fu scelto Barbabella, mentre, dopo le elezioni,
Casasole mantenne l’incarico di assessore alla cultura, alla pubblica
istruzione e ai servizi sociali.
C’è chi sostiene che il gruppo
dirigente più ristretto del Pci orvietano scelse Barbabella piuttosto che
Casasole perché quest’ultimo, nei 5 anni, dal 1975 al 1980, in cui fu assessore
spesso prese delle decisioni in totale autonomia rispetto ai “desiderata” dei
componenti degli organi del partito più importanti. In pratica Barbabella fu
ritenuto più affidabile e meno indipendente. In realtà, Barbabella, negli anni
in cui svolse l’incarico di sindaco - si dimise nel 1987 - assunse delle
decisioni molto spesso non condivise dalla segreteria di zona del Pci, che dal
1980 al 1985, fu presieduta da Fausto Prosperini, soprattutto relativamente
alla politica urbanistica.
E, molto probabilmente, proprio
questi dissidi tra la segreteria del partito e Barbabella furono la principale
causa che determinarono, appunto nel 1987, le sue dimissioni da sindaco.
Sempre per completezza d’informazione,
nel 1985, subentrò a Fausto Prosperini, come segretario di zona del Pci,
Valentino Filippetti, purtroppo. Come dire che al peggio non c’è mai fine…
A questo punto i lettori
potrebbero essere interessati a conoscere i criteri che furono seguiti, quanto
meno a partire dal 1975 in poi, per scegliere il candidato a consigliere
regionale, espressione del Pci orvietano.
Il merito, le competenze? Per
nulla. Contava solamente il peso che i diversi candidati avevano all’interno
del partito, per un incarico molto ambìto, soprattutto perché garantiva agli
eletti anche una cospicua pensione che, in qualche modo, avrebbe rappresentato
una contropartita rispetto alle magre remunerazioni di cui godevano i
funzionari di partito e la gran parte di coloro che furono scelti erano o erano
stati funzionari di partito.
Infatti, in rapida successione,
divennero consiglieri regionali, Marcello Materazzo, Fausto Prosperini,
Costantino Pacioni e Fausto Galanello.
Particolarmente emblematica e
significativa la scelta che fu compiuta nel 1985. Il candidato migliore era,
senza dubbio, Adriano Casasole, il quale per le sue capacità politiche e per le
sue competenze poteva legittimamente ambìre a diventare assessore regionale.
E, invece, fu scelto Prosperini,
il quale diventò assessore, per sbaglio, solo per alcuni mesi, quando, per un
periodo molto limitato, la Giunta regionale fu espressione di un “monocolore”
del Pci.
In questo modo le ambizioni di
Prosperini coincisero con le volontà degli esponenti del Pci perugino e ternano,
i quali, con l’assenza di Casasole in Consiglio regionale, avevano un
concorrente in meno relativamente ai possibili candidati all’incarico di
assessore. Con l’elezione di Prosperini, ovviamente, quegli esponenti del Pci
andavano sul sicuro.
Nel 1987, dopo le dimissioni di
Barbabella, diventò sindaco Casasole. E’ bene ricordare che allora non vigeva
l’elezione diretta del sindaco, ma il sindaco veniva eletto dai consiglieri
comunali.
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Casasole appena eletto sindaco,
sostenuto dall’allora segretario del Pci, Filippetti, volle rimarcare una certa
discontinuità con l’operato del suo predecessore, a testimonianza del fatto
che, nel corso degli anni, i rapporti tra Casasole e Barbabella si erano almeno
in parte deteriorati.
Ricordo una riunione del direttivo
di zona, di cui facevo parte, un organo composto da una quindicina di esponenti
del Pci orvietano, tenutasi appena avvenuta l’elezione di Casasole, dedicata
alle politiche che Casasole intendeva attuare come sindaco di Orvieto,
nell’ambito della quale il nuovo sindaco affermò testualmente che si proponeva
di realizzare una politica urbanistica che consentisse il raddoppio della
popolazione residente nel comune (allora i residenti erano poco più di 20.000).
Quell’obiettivo era, per la
verità, del tutto irrealistico, ma era la più evidente testimonianza della
volontà di Casasole di attuare un politica urbanistica che legittimamente può
essere definita fortemente espansiva, e che, oggettivamente, si sarebbe
contrapposta alla politica urbanistica promossa da Barbabella, ritenuta da
alcuni, in parte anche a ragione, eccessivamente restrittiva.
Dopo alcuni anni si tennero, nel
1990, le nuove elezioni comunali. Era scontato che il candidato a sindaco fosse
Casasole, e così fu. Meno scontata la composizione della lista del Pci.
Un piccolo passo indietro.
Normalmente i segretari di zona, in quel periodo, mantenevano il proprio
incarico per 5 anni, gestivano le candidature per le elezioni comunali e per
quelle regionali, e poi venivano sostituiti, per garantire un ricambio ai
vertici del più importante organo del Pci orvietano, appunto la segreteria di
zona.
Filippetti, invece, fu
allontanato dal suo incarico di segretario prima del 1990, e sostituito da
Fausto Galanello, per la sua manifesta incapacità di guidare il partito
orvietano.
Ma, con il pieno sostegno di
Casasole, fu avanzata, come contropartita rispetto alla perdita dell’incarico
di segretario di zona, la proposta di inserire Filippetti nella lista del Pci,
per le elezioni comunali del 1990, il quale ambìva a divenire assessore
comunale di Orvieto, nonostante fosse originario, ed ancora lì residente, di
Parrano.
Ci fu chi all’interno del
direttivo di zona era decisamente contrario alla candidatura di Filippetti in
quanto riteneva che l’elezione di Filippetti potesse rappresentare un problema
per le attività della nuova Amministrazione comunale.
Chi si opponeva a quella
candidatura non raggiunse la maggioranza nel direttivo e pertanto la
candidatura di Filippetti passò. Ricordo molto bene chi si oppose a quella
candidatura: il sottoscritto, Giancarlo Baffo, Franco Barbabella, Stefano
Cimicchi e Giuseppe Ricci. E ricordo altrettanto bene una riunione, a cui
parteciparono gli appena citati componenti del direttivo, tenutasi presso
l’azienda agricola di proprietà di Cimicchi, che doveva rimanere segreta, per
delineare una “strategia” che consentisse di far passare in direttivo la
posizione contraria alla candidatura di Filippetti.
Un episodio, forse divertente:
quella riunione fu tanto segreta che il giorno seguente ne venne a conoscenza
Adriano Casasole. Forse informato da Baffo?
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Comunque nella riunione del
direttivo fu approvata la lista dei candidati del Pci alle elezioni comunali,
con la presenza di Filippetti, con un solo voto contrario, quello del
sottoscritto (infatti gli altri oppositori al momento del voto si defilarono).
Nelle elezioni comunali del 1990
ci fu una lotta molto accesa, per ottenere il maggior numero di preferenze, tra
Cimicchi e Filippetti. Prevalse Cimicchi e Filippetti non diventò assessore ma
fu nominato capogruppo del Pci, in Consiglio comunale.
Nel 1992, per motivi di salute,
Casasole, purtroppo, fu costretto alle dimissioni e fu eletto sindaco Cimicchi,
che ricoprì quell’incarico per 12 anni, fino al 2004. Molto probabilmente, se
Casasole non si fosse dimesso, Cimicchi non sarebbe mai divenuto sindaco di
Orvieto, ma avrebbe assunto altri incarichi.
Cimicchi, quindi, per molti anni
guidò l’Amministrazione comunale di Orvieto, con luci ed ombre (tra le luci la
sua decisione di costituire una Giunta comunale che fu denominata di “uomini e
donne” piuttosto “sganciata” dalle indicazioni dei partiti del centro sinistra
e che non comprendeva rappresentanti del Psi), ombre che si manifestarono
soprattutto negli ultimi anni, ad esempio quando, insieme a Franco Barbabella,
nominato presidente della società “Risorse per Orvieto”, nel 2000 e negli anni
successivi, ipotizzò una strategia per il riutilizzo dell’ex caserma Piave che
si rivelò, a mio giudizio, del tutto sbagliata, ed inoltre perché la sua azione
determinò una forte crescita dell’indebitamento finanziario del Comune che,
peraltro, il suo successore non fu assolutamente in grado di gestire, come
possibile.
E quelle ombre, oltre agli
ostacoli frapposti alla sua candidatura a consigliere regionale, nelle elezioni
del 2005, da una parte consistente degli esponenti locali dei Ds, contribuirono
ad impedire la sua elezione a consigliere regionale.
Nel 2004 diventò sindaco Stefano
Mocio, il peggiore sindaco di Orvieto dal dopoguerra in poi, soprattutto perché
la “Margherita”, il partito politico in cui confluirono gran parte dei
cattolici democratici, a livello regionale ambìva ad avere un incarico di
rilievo, la presidenza della Provincia di Terni. Ma poiché non riuscì ad ottenere
quella presidenza, quel partito si accontentò di un incarico di minore rilievo,
e, nelle trattative a livello regionale tra i rappresentanti dei Democratici di
Sinistra e quelli della Margherita, fu deciso che un esponente della Margherita
dovesse candidarsi a sindaco di Orvieto per il centro sinistra.
Il candidato alternativo,
espressione dei Ds orvietani, era Carlo Carpinelli, per circa un decennio
senatore, senza peraltro avere molto “brillato”. Ma gli esponenti orvietani di
maggior rilievo dei Ds non si opposero ai “desiderata” dei vertici regionali di
quel partito, per timore che la propria carriera politica ne venisse
influenzata negativamente.
E così Mocio, purtroppo, per 5
anni, assunse l’incarico di sindaco di Orvieto, peraltro favorendo, nelle
elezioni comunali del 2009, la vittoria del candidato del centro destra, Toni
Concina, per una sorta di ritorsione nei confronti della sconfitta da lui
subìta, a favore di Loriana Stella, nelle elezioni primarie che i Ds orvietani
organizzarono per scegliere il candidato a sindaco.
Termino questo capitolo,
ricordando alcune vicende connesse alle candidature nel collegio senatoriale di
Orvieto.
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Da sempre il collegio senatoriale
di Orvieto era considerato un collegio “sicuro” nel senso che non c’erano
problemi per l’elezione del candidato del Pci. Per questo venivano spesso
candidati esponenti politici, non locali, scelti dalla direzione nazionale di
quel partito. Per diverse legislature fu eletto senatore il prima citato Luigi
Anderlini, poi Dario Valori.
Nel 1992 sembrava che fosse
possibile candidare Franco Barbabella. Ma la direzione nazionale del Pci decise
di candidare l’ex segretario della Cgil, Luciano Lama, sebbene un’ampia
maggioranza soprattutto degli iscritti orvietani al Pci erano favorevoli alla
candidatura di Barbabella. Barbabella, dopo la candidatura di Lama, ebbe la
bella idea di dimettersi dal partito, scelta che si dimostrò del tutto
sbagliata sia perché Barbabella, comunque, aveva ricevuto il sostegno della
grande maggioranza del Pci orvietano sia perché era prevedibile, come del resto
avvenne, che dopo alcuni anni si sarebbero tenute nuove elezioni (in quegli
anni si era in piena “Tangentopoli”) e che allora la candidatura di Barbabella
poteva essere di nuovo avanzata ed avere successo.
Ed infatti nel 1994 furono
convocate nuove elezioni ed allora si decise finalmente che il candidato nel
collegio senatoriale dovesse essere un orvietano. Barbabella era fuori gioco, e
fu scelto Carlo Carpinelli, anche se allo stesso incarico puntava Fausto
Prosperini. Ma per merito soprattutto dell’allora segretario del Pds orvietano
(infatti a livello nazionale si decise di concludere l’esperienza pluriennale
del Pci e di dare vita al Pds), Giuseppe Ricci - il quale peraltro un giorno mi
confessò di essere particolarmente preoccupato dell’eventualità che venisse
candidato Prosperini -, ebbe la meglio Carlo Carpinelli, che fu eletto senatore
e che mantenne questo incarico per due legislature.
In conclusione?
Negli anni presi in
considerazione, nella sinistra orvietana, emersero importanti elementi di
innovazione ma, contemporaneamente, non mancarono atteggiamenti che non possono
che essere definiti conservatori. E, a mio giudizio, al termine del periodo
esaminato, i secondi prevalsero decisamente sui primi.
Le frane della rupe nel 1977
Si può legittimamente sostenere
che furono le frane verificatesi nella rupe di Orvieto nel febbraio del 1977,
tutte localizzate nel lato sud-ovest, da piazza Marconi a porta Romana, a rappresentare
il presupposto affinchè fosse elaborato e poi attuato il PO, nell’ambito del
quale i lavori di consolidamento della rupe costituirono una parte molto
rilevante del progetto. Per la verità, altre tre imponenti frane ci furono nel
periodo compreso tra il 1971 e il 1976, una in corrispondenza di viale
Carducci, più nota come Confaloniera, e le altre nella località denominata
Cannicella. Ma la fragilità della rupe di
Orvieto, con le conseguenti frane, è un fenomeno che risale molto indietro nel
tempo, come risulta da quanto scritto da Lucilla Gregori e Laura Melelli, del
dipartimento di Scienza della Terra dell’Università di Perugia, in un volume
dal titolo “Di fuoco e di acqua: forme e paesaggi delle ‘Città del Tufo’”.
Infatti Gregori e Melelli,
scrivevano, tra l’altro:
“Le prime testimonianze storiche
dei dissesti sono indirette e risultano
dall’osservazione delle dislocazioni subìte dai manufatti di epoca
etrusca e romana.
L’esempio più noto
è quello della
necropoli del Crocefisso
del Tufo, (versante settentrionale) con
il piano di
appoggio delle tombe,
originariamente suborizzontale,
attualmente inclinato verso
monte di circa
10°, in conseguenza
di un movimento franoso di
scorrimento rotazionale. Anche le altre tombe e i manufatti presenti lungo il
versante meridionale hanno subìto dislocazioni con componente rotazionale, ma
di entità minore. Le prime
documentazioni scritte risalgono
al periodo medioevale
e testimoniano di porzioni
perimetrali della rupe,
attualmente non più
esistenti, parzialmente o totalmente
svincolate dal corpo
centrale, ma ancora
così prossime al perimetro da essere raggiungibili con un
‘tiro di pietra’ (così si legge nel Bellum Ghoticum dello storico bizantino
Procopio di Cesarea, cfr. Ambrosini e Martini, 1995). Gli editti di quel tempo
e arrivati fino ai nostri giorni evidenziano la diffusa consapevolezza della
fragilità della rupe, motivo
dei severi divieti
ufficiali di gettare
rifiuti e costruire
edifici lungo il perimetro. Dal secolo XV alla fine
dell’ottocento i dissesti coinvolsero prevalentemente il lato meridionale
della rupe ma risale al
‘900 la frana
di porta Cassia,
la più ampia
e rovinosa in epoca
storica, imputata allo
scalzamento operato al
piede della rupe
per la realizzazione del
tracciato della ferrovia
Roma-Firenze (Ambrosini e
Martini, 1995). Numerosi
movimenti franosi hanno coinvolto fino ad oggi
la rupe. Le cause del dissesto
sono da ricercare nella fratturazione
della placca tufacea e nelle scadenti caratteristiche delle argille di base. Il
marcato contrasto di deformabilità e di permeabilità dei due complessi litologici e lo stato di
sforzo al piede
della rupe innescano,
insieme alle variazioni
della quota piezometrica e
alle azioni di
degradazione fisica e
chimica, fenomeni franosi
che si propagano dalla
placca tufacea al
substrato argilloso e
viceversa. Crolli, ribaltamenti esterni ed
interni nonché scivolamenti
traslazionali interessano la
porzione tufacea, mentre
scivolamenti rotazionali e traslazionali coinvolgono la coltre detritica e la
parte più superficiale delle argille…”.
Inoltre già nel 1966 Luigi Muzi,
in una delle riunioni del Rotary club di Orvieto, presentò una relazione nella
quale erano evidenziate le cause delle frane che caratterizzavano la rupe.
Muzi, infatti, laureato in agraria, era allievo del professor Vinessa De Regny,
titolare della cattedra di geologia e mineralogia dell’istituto superiore
agrario sperimentale, oggi facoltà di agraria. E nella sua relazione Muzi
espose, soprattutto, le valutazioni del professor Vinessa, riguardanti
prevalentemente le frane che si verificarono a partire dagli inizi del Novecento.
La prima grande
14
frana fu registrata, nella zona
sottostante la fortezza degli Albornoz, intorno al 1900 e Vinessa, tre anni
dopo, effettuò un sopralluogo, pubblicando successivamente un articolo nel
“Giornale di
Geologia pratica”. Le
osservazioni di Vinessa riguardavano principalmente le origini geologiche della
rupe e gli interventi più immediati da attuare per frenare la progressiva
corrosione del masso tufaceo. I provvedimenti che Vinessa proponeva agli inizi
del 1900 possono essere così sintetizzati: “Per le frane di roccia: impedire la
escavazione delle pozzolane e del tufo dalle pareti della rupe o sotto le
pareti a picco; chiudere, mediante muri, ogni scavo esistente in modo da
rendere alla parete tutta la sua resistenza; in casi di particolare importanza
costruire murature a bastioni per sorreggere la rupe franante. Per le frane di
detrito: sistemare le fognature della città in modo che tutte le acque che vi
giungono siano raccolte e fatte defluire direttamente in pianura, con
collettori dal fondo murato o quanto meno consolidato con briglie molto vicine
fra loro in modo da impedire l’affondamento; impedire la irrigazione su tutta
la estensione del pianoro cittadino e specialmente della collina e convogliare
le acque delle sorgenti e di pioggia nei collettori provenienti dalla città;
trasformare di conseguenza tutte le colture ortive che si praticano sulla
collina in colture arboree; infine, rimorchiare i fianchi dei collettori che
dalla città scendono alla pianura”. E nella sua relazione Muzi sostenne che
nessuno degli interventi proposti da Vinessa fu realizzato, per apatia e
indolenza, almeno secondo Muzi.
Inoltre delle frane verificatesi
nel febbraio del 1977 si occuparono in molti, ad Orvieto, anche negli anni
successivi. Mi sembra utile riportare integralmente un articolo di Pier Luigi
Leoni e Paolo Borri, pubblicato dal mensile “Il Comune nuovo”, nel numero di
marzo 1979: “Le piogge abbondanti di febbraio, con l’aggravarsi dei fenomeni
franosi a Canicella e alla Fontana del Leone, e con l’abbassamento del fondo
stradale in via delle Conce, hanno portato alla ribalta della cronaca nazionale
il problema della rupe di Orvieto. Il fenomeno è visto con ottica diversa da
chi, non abitando ad Orvieto ma conoscendo questa illustre città, manifesta
semplicemente curiosità e interesse, e da chi, vivendo sulla rupe o nei
dintorni, si sente investito spiritualmente e fisicamente del problema.
Cerchiamo di fare, con la maggiore calma possibile, il quadro della situazione;
anche se scriviamo a non molti metri dalla rupe e sappiamo che là sotto
qualcosa non va. Premettiamo che la rupe di Orvieto è un banco tufaceo
circondato da un anello, costituito da detriti di falda (praticamente il
risultato della degradazione geologica della rupe). Il tutto poggia su argille
plioceniche dove scorrono le falde acquifere. La degradazione della rupe che,
considerata in milioni di anni, è un fenomeno naturale e ineluttabile, dovuto
al trascorrere del tempo e all’azione dell’acqua, può essere accelerato o
ritardato dall’opera dell’uomo. I fenomeni franosi più recenti, che riguardano
direttamente il masso tufaceo, oppure le pendici della rupe, pur costituendo
sostanzialmente lo sviluppo di fenomeni naturali, sono stati in larga parte
determinati o accelerati dalla attività e dalla imprevidenza degli uomini. Per
quanto riguarda le frane della rupe, è emblematica la vicenda della
Confaloniera. In quel caso il fenomeno si verificò sullo stesso piano di
scorrimento di una precedente enorme frana del 1908, che addirittura aveva costretto
allo spostamento della ferrovia. Vale a dire che la vecchia frana, non
completamente assestata, ha richiamato materiale sovrastante. Ma a determinare
il fenomeno ha contribuito in modo senz’altro notevole l’imbibizione del
terreno da parte dei liquidi dispersi dalle fognature della Smef. E’ noto agli
addetti ai lavori che, all’epoca della frana, si notava da tempo un abbondante
stillicidio nella sottostante ‘fungaia’: una vecchia cava di pozzolana che
forse attraversava completamente la rupe da nord a sud fino alla parete tra
porta Romana e porta Maggiore; ma il lungo tunnel risulta interrotto da muri
forse ottocenteschi nel tratto corrispondente a piazza del Popolo. In seguito
alla frana fu rinnovato a cura del ministero della Difesa il tratto terminale
della fognatura della Smef; infatti finì lo stillicidio nella ‘fungaia’, per
riprendere tranquillamente dopo qualche tempo, a dimostrazione del fatto che la
fogna della Smef era responsabile della frana e che non era stata sufficientemente
riparata. Ma agli errori dell’uomo possono essere ascritti almeno le concause
che
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hanno determinato le altre frane
della rupe e delle pendici. Così, ad esempio, la frana delle Conce è un
fenomeno molto circoscritto dovuto alla presenza di una falda superficiale che
è stata drenata alcuni fa con opere insufficienti che si dovranno, presto,
sostituire per rendere agibile la strada pubblica. Mentre le grosse frane di
Canicella e della Fontana del Leone, sembrano dovute alla concomitanza, su un terreno
naturalmente franoso, di imbibizioni di acque dovute alle colture dei terreni,
alle precipitazioni atmosferiche e allo scarico di acque nere e pluviali dalla
rupe sovrastante. Ma soffermiamo l’attenzione sul sistema di convolgimento e
smaltimento delle acque, sia nere che pluviali; è questo un aspetto
raccapricciante dell’Orvieto di oggi dove veramente si misura l’insipienza,
addirittura secolare, della classe politica e amministrativa. Infatti Orvieto è
città medievale non solo nell’aspetto urbanistico e nei monumenti ma anche
nelle fogne. Sono ancora in uso collettori pluricentenari che per la vetustà,
per il sistema di costruzione, per le scosse telluriche e per le sollecitazioni
dovute al traffico moderno, sono ridotte a miseri colabrodi che lasciano
scolare in profondità acque che impregnano il tufo, invadono le cavità
sotterranee e accelerano la degradazione della rupe. Inoltre lo scarico delle
acque al di fuori della rupe solo in parte è irreggimentato; i collettori del
Cavarone (vicino a Porta Maggiore), di San Benedetto (tra S.Agostino e la
Confaloniera), di San Zeno (dietro al casermone), del fosso della Civetta
(sotto Piazza Cahen), di porta Romana raccolgono parte delle acque, il resto
‘piscina’ lungo la rupe o addirittura cade di getto sulle pendici sottostanti.
Le conseguenze sono deleterie e a lungo catastrofiche. I decenni sono passati
senza interventi consistenti nella rete fognante, sono stati ideati e
progettati miglioramenti alle fognature interne e la costruzione di un
collettore circolare, da installare nelle pendici della rupe, che avrebbe
dovuto convogliare le acque ad un depuratore. Quasi tutto è rimasto sulla carta
e soltanto nel mondo delle idee. Intanto, mentre i miliardi della legge
speciale per la rupe tardano ad essere utilizzati, per le iniziali divergenze
sulle priorità di intervento, si cercano altri miliardi. I soldi sono
senz’altro necessari e dovranno arrivare; del resto il problema della rupe di
Orvieto assume un rilievo nazionale e internazionale. Quanto ai rimedi concreti
accenniamo a quelli noti e alla portata di tutti, riservandoci di approfondire
il problema quando si saranno pronunciati chiaramente e con una certa univocità
gli esperti che, dopo gli ultimi eventi, tornano ad interessarsi di Orvieto. In
primo luogo occorre riprendere quella che può essere chiamata la ‘ordinaria
manutenzione’ della rupe: cioè la realizzazione delle ingrappature e dei muri
di contenimento nei tratti più lesionati, che veniva eseguita dal Genio Civile
fino a qualche anno fa e che poi è stata molto trascurata. Infatti su questo
non ci piove: dove sono state fatte opere di consolidamento non è mai cascato
un sasso. Poi occorre ricostruire il sistema di fognatura, dal più piccolo dei
vicoli fino all’impianto di depurazione. Poi occorre sistemare, bonificare e
impermeabilizzare il ciglio della rupe. Poi occorre sistemare le pendici con
drenaggi, terrazzamenti e apposite piantagioni, eliminando in qualche caso le
colture preesistenti. Ma sarà in grado la classe politica e amministrativa orvietana
di gestire un problema di tale portata? Se dovessimo fare riferimento al
passato preferiremmo non pensarci. Ma il fallimento dei maggiori responsabili
sarebbe la rovina per tutti. Quindi cerchiamo di assumerci ognuno le nostre
responsabilità e di seguire ad ogni livello lo sviluppo di una questione
importante per il mondo civile, vitale per noi”.
Ora si può rispondere al quesito
finale contenuto nell’articolo dei Leoni e di Borri: sì, la classe politica e
amministrativa orvietana, insieme a quelle della Regione dell’Umbria, fu in
grado di gestire un problema così complesso e andò anche oltre, perché, lo
ripeto, con il PO non ci si limitò ad intervenire per impedire il protrarsi
delle frane.
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Anche Riccardo Bianchi, in un
articolo pubblicato sulla rivista “Ingenium”, dal titolo “Orvieto e la sua
rupe”, si occupò delle caratteristiche della rupe e delle cause delle frane. Di
nuovo mi sembra utile riportare integralmente l’articolo in questione.
“Come noto, la città di Orvieto è
collocata, alla quota di 300 m., su di una rupe tufacea dalle pareti
perimetrali pressoché verticali alte fino a circa 60 m., avente forma
approssimativamente ovale (1.500 x 700 m.). La rupe, costituita da materiali
piroclastici (ignimbriti tefritico fonolitiche) con vario grado di
cementazione, poggia, con l’interposizione di uno strato di modesto spessore di
depositi lacustri e fluvioplaustri (Albornoz), sul tetto di una collina di
argille plioceniche, altrove ricoperta da una coltre di detriti di falda e di
frana. Tale collina, inclinata circa 15°-20°, risulta completamente isolata dai
rilievi circostanti ed è incisa radialmente da alcuni fossi che hanno origine
alla base della rupe tufacea. Il centro abitato è interessato da una condizione
di dissesto, riguardante sia il pendio argilloso detritico che l’ammasso
tufaceo sovrastante, il quale si manifesta mediante eventi franosi di vario
genere: frane rotazionali coinvolgenti le argille e la colte detritica del
colle; crollo di blocchi di tufo dalle pareti della rupe con arretramento
progressivo del ciglio; ribassamento di cavità sotterranee nel tufo. Tutti
questi fenomeni, ad esclusione forse del crollo di cavità, costituiscono le
manifestazioni dello stato di dissesto
del colle orvietano nel suo complesso, causato dalla situazione geotecnica
naturale in cui è inserita la città. L’esame della giacitura delle fessure ed
anche risultati di analisi ad elementi finiti (Lembo-Fazio e Cecere) fanno
supporre infatti che i dissesti sulla rupe siano da mettersi in relazione più
che a processi diagenetici e a fenomeni tettonici, al notevole stato di sforzo
nel tufo causato dall’evoluzione morfologica del colle. Infatti le frane nel
pendio argilloso, specialmente in prossimità della balza tufacea, provocano una
sensibile riduzione dell’efficacia del sostegno alle zone marginali della
piastra litoide, che ha nel ribassamento a gradini e nel distacco di blocchi
dalle pareti le sue manifestazioni più evidenti. Le frane nel pendio argilloso
sono causate dal fatto che la parte superficiale di questo, al di sotto della
coltre detritica, è costituita da argille rimaneggiate e degradate e, più
sotto, da argille ammorbidite fessurate e ossidate le quali possiedono
caratteristiche meccaniche (notevolmente inferiori a quelle delle argille
plioceniche intatte sottostanti) che non sono staticamente compatibili con
l’inclinazione del pendio. La lenta erosione dell’ammasso litoide, portando
alla superficie nuovi strati di argilla intatta e favorendo la circolazione
idrica attraverso le fessure che vengono a crearsi, contribuisce da parte sua
all’evolversi del fenomeno. In questo quadro, una primaria importanza è assunta
dal fattore antropico, che fin dall’antichità ha interagito in maniera profonda
con l’ambiente fisico naturale. Lo sviluppo demografico della città e la
conseguente progressiva urbanizzazione della rupe hanno infatti comportato: la
realizzazione, sin dall’epoca etrusca, di numerose e notevoli cavità
sotterranee sia per l’estrazione di materiali da costruzione (pozzolana e tufo)
sia per la creazione di vuoti utilizzati come cantine, cisterne, pozzi,
magazzini, stalle ed anche tombe; l’utilizzazione di aree non ancora edificate
in prossimità del margine della rupe stessa; la progressiva modifica del regime
idrico naturale, sia nella rupe che nel colle sottostante; l’esigenza di opere
di risanamento nei confronti delle situazioni di instabilità interessanti il
centro abitato. Nella creazione di cavità artificiali si può individuare la
principale causa responsabile dei crolli sotterranei, i quali hanno diverso
effetto a seconda che investano zone superficiali, con più immediato danno alle
costruzioni sovrastanti, o profonde, con l’interessamento di maggiori volumi di
materiale lapideo ed eventuali interazioni con l’instabilità del colle, nel caso
di porzioni a ridosso del basamento argilloso. Tali crolli possono essere
ritenuti imputabili, quindi, quasi esclusivamente al fattore antropico
piuttosto che a cause naturali; essi dunque costituiscono un problema di
importanza primaria solamente a causa dell’elevatissimo numero di cavità
sotterranee che, disposte su vari ordini, arrivano ad occupare in maniera quasi
capillare la superficie della rupe. L’edificazione di aree marginali della rupe
e soprattutto la modifica del regime delle acque sotto di essa, viceversa,
possono identificarsi come azioni che esaltano ed accelerano il fenomeno
naturale in atto nel colle orvietano. La prima,
17
infatti, provoca l’incremento dei
carichi in zone, come detto in precedenza, già sede di notevoli stress
meccanici quando non addirittura isolate dal resto dell’ammasso, con gli
effetti che è facile intuire. La seconda consiste sostanzialmente in una
diminuzione dell’infiltrazione diretta delle acque meteoriche, causata dalla
progressiva urbanizzazione, ed in un notevole incremento delle portate erogate
dall’acquedotto, dovuto sia allo sviluppo demografico che, soprattutto,
all’aumento del consumo pro-capite, con conseguente aumento dell’infiltrazione
dovuta alle perdite delle reti idriche e fognarie. E mentre le conseguenze di
tale fenomeno all’interno della rupe sono di difficile determinazione, in
quanto risultato delle due tendenze contrastanti sopra esposte, non v’è dubbio
che la modificazione del regime delle acque provochi l’aumento delle portate
lungo il pendio e la concentrazione dei deflussi nei fossi che lo solcano. I
pericoli che ne derivano emergono chiaramente alla luce dei meccanismi di
dissesto dell’insieme colle-rupe. In conclusione appare evidente, avendo i
dissesti della rupe tufacea la loro principale causa nell’instabilità del
pendio argilloso determinata dalla degradazione della porzione superficiale di
questo, che interventi i quali si limitino ad agire solo sugli effetti del
fenomeno non possono costituire che dei palliativi di breve efficacia, come ha
dimostrato lo scarso successo di molti interventi realizzati in passato per
fare fronte a situazioni locali specifiche. Solamente mediante un intervento
articolato che agisca sulle cause che determinano i fenomeni di dissesto nel
loro complesso si può invece pensare di rallentare lo sviluppo dei fenomeni di
instabilità della rupe, pur non essendo possibile, logicamente, arrestare in
maniera definitiva l’evoluzione morfologica”.
Ed è proprio un intervento
articolato che agisca sulle cause che determinano i fenomeni di dissesto nel
loro complesso, come giustamente rilevato da Bianchi, ciò che è stato
realizzato.
E, tornando al 1977, l’11 marzo
il sindaco Wladimiro Giulietti e l’assessore all’urbanistica Giuseppe Cirinei, insieme all’ingegnere capo
del Comune Giacomo De Simone, in una conferenza stampa appositamente convocata,
evidenziarono i gravi pericoli che minacciavano la rupe.
Nella relazione di De Simone,
presentata in occasione della conferenza stampa, si può leggere:
“La rupe di Orvieto per sua
naturale conformazione geologica è costituita da colonnati verticali,
scarsamente saldati, poggianti in prossimità delle pendici, su sottostanti
strati più degradati (sabbia e pozzolana) per progressive azioni di
sfaldamento…La struttura ha subìto evidentemente nel tempo una continua
degradazione per effetto degli agenti atmosferici che hanno fatto risentire le
loro conseguenze specialmente nel versante sud-ovest. L’azione dilagante delle
precipitazioni atmosferiche, infiltratesi nelle fessurazioni verticali
esistenti tra i diversi colonnamenti, accentuate queste ultime dai profondi
apparati radicali delle vegetazioni spontanee, hanno sempre più contribuito a
creare una instabilità degli elementi litoidei con il conseguente verificarsi
di diversi movimenti franosi…”.
E, riferendosi alle frane del
1977, nella relazione si può continuare a leggere: “Anche se tale movimento
franoso non desta per il momento notevoli preoccupazioni e non vengono
direttamente minacciate abitazioni nella zona, vi è da rilevare che sono state
riscontrate crepe notevoli e preoccupanti in diversi punti e soprattutto in
corrispondenza del costone tufaceo a
valle dell’istituto professionale di Stato. Il distacco di tali elementi
potrebbe questa volta interessare terreni coltivati e fabbricati compresi tra
le rupe e la strada provinciale dell’Arcone, con minaccia per la pubblica
incolumità…Come è noto per effetto della legge del 4.2.1908 n. 445 tutta la
rupe di Orvieto era oggetto di interventi diretti di consolidamento da parte
dello Stato, effettuati dal genio civile ed ora di competenza della Regione che
finora ha finanziato un primo intervento per eliminare tratti
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pericolanti alla rupe di
Canicella per L. 40.000.000 ed il primo stralcio per la ricostruzione del muro
di sostegno della Confaloniera per L. 120.000.000…
A giudizio del sottoscritto
occorrerebbe effettuare uno studio globale preceduto da una accurata indagine
geologica per individuare i possibili interventi di consolidamento. Sulla base
di tali indagine e studi, da affidare a ditte attrezzate e specializzate,
bisognerebbe poi passare alla fase progettuale e tendere all’emanazione di una
legge speciale da parte della Regione, da finanziare con stralci successivi…”.
E, nel corso della conferenza
stampa, Giulietti fece presente che aveva già avanzato le dovute e necessarie
richieste di finanziamento occorrenti per consolidare la rupe. E aggiunse:
“Essa oltre ad essere custode di un patrimonio artistico ammirato e conosciuto
in ogni parte del mondo, se non venisse subito ed urgentemente consolidata,
potrebbe ulteriormente franare o cedere con più gravi conseguenze di ora,
mettendo in pericolo e costituendo minaccia per l’incolumità pubblica”.
L’assessore all’urbanistica
Cirinei rilevò poi: “Occorrono finanziamenti sostanziosi e prima ancora uno
studio serio ed ulteriore (uno studio generale già è stato fatto) sulle reali
condizioni della rupe”.
Da quel giorno ebbe inizio anche
il coinvolgimento di noti intellettuali, i quali svolsero un ruolo di notevole
importanza per chiedere al Governo e al Parlamento un intervento di rilevante
entità, per consentire la salvaguardia della rupe. Primo fra tutti lo scrittore
Luigi Malerba, che possedeva un’abitazione nelle campagne vicine al centro
storico.
Così scrisse Malerba, in un breve
articolo pubblicato da “Il Corriere della Sera” il 18 marzo del 1977:
“Una nuova frana minaccia la
cultura italiana. Questa volta purtroppo non si tratta di una metafora, ma di
una frana reale che sta sgretolando pezzo a pezzo l’antica rupe sulla quale
sorge la preziosissima città di Orvieto. Difendere la cultura in ogni luogo e
in ogni mezzo, tutelare il paesaggio e il patrimonio artistico, come del resto
sancisce l’articolo nove della Costituzione italiana, è uno dei doveri ai quali
purtroppo non sembrano granchè interessati i nostri uomini di governo. Che cosa
rappresenti Orvieto per la nostra cultura lo si può apprendere anche dai libri
di scuola e dai correnti manuali turistici. Ma, dal momento che il discorso
sulla difesa dell’arte e della cultura sembra destinato a disperdersi ogni
volta nelle sabbie mobili della ignavia burocratica, conviene spostare subito
il discorso in termini pratici, economici. Diciamo allora che Orvieto, oltre
che dal vino tipico, trae i suoi maggiori cespiti dal turismo: oltre centomila
presenze all’anno per circa tre miliardi e mezzo di incasso lordo. Per chi è
sordo ad altri argomenti, sarà bene ricordare che anche l’arte si può
monetizzare, che il Duomo, gli affreschi del Signorelli, il quartiere
medievale, la chiesa di San Giovenale, la torre del Moro, il pozzo di San
Patrizio, sono traducibili in moneta sonante e lampante, come dice Pinocchio. A
meno che la vocazione tipicamente nostrana alle rovine, ai relitti, agli atri
muscosi, ai fori cadenti, non assapori già in prospettiva quanto è avvenuto a
pochi chilometri da Orvieto, alla franata città di Civita, che viene segnalata
da vistosi cartelli gialli con la scritta ‘Visitate Civita, la città che
muore’. E’ troppo chiedere che Orvieto venga sottratta ai necrofili nostrani
con un pronto intervento politico?”.
Un breve commento, Orvieto,
proprio grazie al PO non fece la fine di Civita di Bagnoregio, anche se c’è
qualche orvietano che paventa ancora per Orvieto un futuro come il presente di
Civita, luogo che nonostante il notevole afflusso di turisti, non è stato, per
ora, interessato da un efficace intervento di consolidamento.
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Inoltre nell’articolo di Malerba
emerge con evidenza lo stretto legame tra consolidamento della rupe da un lato
e tutela e valorizzazione del patrimonio storico artistico del centro storico
di Orvieto, tratto caratteristico ed essenziale del PO. Forse gli ideatori e i
promotori del PO presero spunto proprio da quell’articolo di Malerba per
decidere di impegnarsi nell’elaborazione e poi nell’attuazione del PO?
Quello di Luigi Malerba fu solo
il primo degli articoli pubblicati dallo stesso autore e da altri noti
intellettuali, relativamente alla necessità di
intervenire efficacemente per il consolidamento della rupe.
Il 3 aprile, sempre del 1977,
Clara Valenziano scrisse un lungo articolo dal titolo “Allarme per Orvieto
‘l’ottava meraviglia’, frana la rupe dal piede di argilla”, pubblicato da “La
Repubblica”.
Ecco alcune parti dell’articolo
in questione:
“Nell’almanacco del Pci del 1977
c’è una classica fotografia a colori di Orvieto vista dal lato sud: il piede
verde del colle (è la celebre necropoli etrusca della ‘Cannicella’) su cui si
leva il tufo rosso della rupe a picco e, sopra, illuminata in pieno dal sole la
facciata colorata del Duomo. Sotto la fotografia è scritto: ‘La sconfitta della
speculazione edilizia è una conquista di civiltà in una città come questa che
costituisce un inestimabile patrimonio di cultura’. La frase, forse, non è del
tutto felice perché si presta all’obiezione: per qualunque città la
speculazione edilizia è un male. Ma il fatto che a Orvieto, città che da sempre
è retta da un’amministrazione comunista, nella notte di venerdì 25 febbraio,
proprio una parte della rupe ritratta in quella foto è precipitata a valle con
un gran boato…Usciamo da porta Romana, prendiamo un viottolo scosceso che taglia
in diagonale la roccia e ci troviamo ai piedi della rupe che, poi, costeggiamo
per un paio di chilometri fino al punto della frana. Ed è una passeggiata che -
assai più della frana - serve a capire la gravità di quello che sta per
succedere ad Orvieto…Lungo i due chilometri percorsi c’è di tutto: ci sono
rocce di 50 metri completamente staccate che potrebbero cadere da un momento
all’altro (quando sono a questo stadio qui le chiamano ‘liscioni’); ci sono
fenditure di pochi metri e fenditure che corrono per tre quarti dell’altezza.
In questo ultimo caso, il peso della roccia sovrastante ha provocato lo
‘sgrottamento’, cioè la caduta del piede della roccia (dentro la quale hanno
già trovato alloggio un popolo di cani e di polli)…Lo spettacolo della rupe, in
questi due chilometri, suggerisce in modo così drammatico la prossima rovina
che, quando si arriva alla frana - un fiume di massi grigi che ha sotterrato
anche il nostro viottolo - la vista
aggiunge solo tristezza a tristezza. Torniamo su, bussiamo alla porta del convento
delle Clarisse. La superiora ci fa entrare. Una campana avverte le altre di
nascondersi. ‘Siamo quattordici vecchiette’ dice la superiora. ‘Prima quando
avevamo gli occhi buoni, vivevamo di ricami. Ora facciamo le ostie e il bucato
per tutte le parrocchie di Orvieto’. La superiora è sgomenta e si raccomanda al
geometra perché i lavori siano fatti in fretta. Usciamo nell’orto, che è quasi
sparito. Ora ci sono esattamente dieci passi dalle mura del convento allo
sprofondo…Secondo Laura Bolletta, professoressa di Scienze, il Comune ha fatto
molto, ma è completamente fuori strada…Afferma Benedetto Burli, marito della
professoressa Bolletta, ‘se si vuole ritardare l’erosione della rupe, bisogna
mettere sotto controllo tutte le acque e le reti fognarie che scorrono sotto
Orvieto’. L’ingegnere Araldo Forbicioni dice la stessa cosa e aggiunge:
‘Orvieto è come una groviera. Qui sotto è pieno di buchi, cunicoli, pozzi,
cantine. Molti di noi hanno abitato nella stessa casa per generazioni. Se si organizzasse
un lavoro paziente d’inchiesta si potrebbero raccogliere notizie valide e
costruire una mappa dei sotterranei e dei percorsi delle acque. Per questo,
come orvietano e come ingegnere, non trovo giusto che il Comune si preoccupi solo
di fare Orvieto un caso internazionale’. Il notaio Nino Anselmi sostiene che
non è da ora che la parte sud della rupe si sgretola. Lui ricorda benissimo che
al tempo in cui i tedeschi venivano a rastrellare i
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giovani, già si poteva, sia pure
con molti rischi, scappare dalla città calandosi tra i massi pericolanti, sotto
l’orto dell’ospedale, dove ora c’è stata la frana. Quasi tutte le donne alle
quali ho chiesto - al mercato, nei negozi - della frana, mi hanno risposto che
l’avevano saputo dalla televisione, ma l’avvenimento non gli sembrava
tragico…Per questo il Comune ha incaricato l’istituto di geologia
dell’università di Perugia di condurre uno studio, ha interessato al problema,
oltre che la Regione, il ministero dei Lavori Pubblici e quello per i Beni
Culturali, ha chiesto una legge speciale per Orvieto e, infine, ha proposto un
convegno internazionale, perché Orvieto per il suo valore artistico è un bene
che appartiene all’umanità”.
Inoltre mi sembra utile riportare
anche alcuni brani di un articolo scritto il 7 novembre del 1977 da Antonio
Cederna, pubblicato da “Il Corriere della Sera”:
“Orvieto sorge sopra una rupe di
tufo percorsa da antiche fratture: l’acqua che vi si infiltra e poi gela le
allarga, il tutto si sfalda e frana a valle. L’acqua sprofonda e imbeve le
argille sottostanti, che non offrono più un sostegno stabile: il tutto
aggravato dalle perdite della rete idrica e della rete fognaria, dalle
vibrazioni del traffico, da recenti sovraccarichi edilizi e forse anche, come
sostiene Luigi Malerba, dal passaggio dei reattori che proprio nel cielo di
Orvieto infrangono il muro del suono, Spaccature e crolli non sono mancati in
passato: ma nel febbraio scorso un enorme blocco di tufo lungo la pendice
meridionale della rupe è precipitato a valle tirandosi dietro i muri di un
convento trecentesco, minacciando la rocca dell’Albornoz, il complesso
medievale dell’abbazia di S.Domenico e il pozzo di S.Patrizio. Siamo, in linea
d’aria, a duecento metri dal Duomo famoso…Lo sfaldamento di Orvieto è fenomeno
vecchio, fin dagli inizi del secolo quando una frana lungo la pendice
settentrionale della rupe arrivò a travolgere a valle la linea ferroviaria e un
geologo definì il banco d’argilla alla base del tufo ‘un immane polenta’. Nel
1937 la città veniva inclusa nell’elenco degli abitati da consolidare a totale
carico dello Stato: oggi un gruppo di geologi dell’università di Perugia studia
il problema ed è stato chiesta la collaborazione dell’Unesco…In realtà in un
Paese in cui la normalità è rappresentata dal disfacimento fisico, ogni scelta
discrezionale e privilegiata appare inammissibile: bisognerà decidersi ad
impostare finalmente quel programma generale ‘organico e di ampio respiro’ di
cui parla il disegno di legge del ministro dei lavori pubblici, che prevede una
spesa di tremila miliardi in dieci anni per la difesa del suolo italiano. La
vera calamità è l’impotenza ad agire: valga il caso dei cinquecento milioni
stanziati l’anno scorso per l’incolumità dei templi di Agrigento e di cui non
si è spesa ancora una lira. Né d’altra parte sono di aiuto gli uomini di
cultura: pensiamo all’insana proposta recentemente avanzata di spendere decine
di miliardi per ricostruire il tempio ‘G’ di Selinunte, per trasformare cioè
una grandiosa rovina storica in un falso moderno”.
Ho riportato anche la parte
finale dell’articolo di Cederna, che non riguarda direttamente Orvieto, ma la
cui attualità è impressionante, se si considera che ancora non esiste un piano
organico di intervento per affrontare i numerosi casi di dissesto idrogeologico
che interessano il nostro Paese. E pensare che Cederna scrisse quell’articolo
solo 40 anni or sono…
Inoltre, leggendo il verbale di
una riunione del Consiglio comunale di Orvieto, tenutasi il 21 aprile 1977,
emergono con chiarezza le prime iniziative che l’Amministrazione comunale
intendeva promuovere per raggiungere l’obiettivo del consolidamento della rupe.
Nella sua relazione iniziale, il
sindaco Giulietti affermò: “Passiamo al 3° punto all’ordine del giorno, signori
consiglieri. Cercherò brevemente di illustrare un po’ questo punto, e nel fare
questo non posso non partire dall’ultimo evento franoso: quello del febbraio
scorso. Subito dopo questa frana, che tutti conosciamo, di dimensioni
rilevanti, l’Amministrazione Comunale si è preoccupata
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di informare tutti gli organi
competenti, dalla Regione, al Prefetto, al Genio Civile, al ministero dei Lavori
Pubblici, al ministero dei Beni Culturali ed Ambientali. Poi abbiamo disposto
un intervento del nostro ufficio tecnico, che ci ha portato una relazione, con
la quale siamo andati ad una conferenza stampa tenuta il 3 marzo nella sede
comunale. Da quella conferenza stampa, il problema è venuto a conoscenza ed è
stato posto all’attenzione, non solo degli ambienti locali, provinciali e
regionali, ma nazionali e con echi che travalicano i confini del nostro
Paese…Poi abbiamo avuto altri servizi su tutti i giornali e uno interessante su
‘La Nazione’ di ieri. In pagina nazionale ed in pagina locale. Perché dico che
il servizio de ‘La Nazione’ è interessante? Perché in questo servizio viene
riportato il pensiero di un’autorevole personalità come il sottosegretario ai
Beni Culturali ed Ambientali, il senatore Spitella, che ha detto cose che noi
certamente ricorderemo, e cercheremo anche che queste cose non rimangano
parole. Si è reso conto, almeno nella breve sintesi del trafiletto, che il
problema della rupe di Orvieto è un problema di dimensioni tali che certamente
non può essere affrontato e risolto con mezzi dell’ente locale e neanche con
mezzi della Regione e che quindi per Orvieto toccherà investire il Parlamento,
il che vuol dire andare alla ricerca di uno stanziamento di fondi nazionali.
Questo, mi pare, un discorso serio e responsabile, del quale noi prendiamo atto
con soddisfazione. Non è che altri giornali non abbiano reso dei servizi utili,
sì tutti hanno detto queste cose, però le hanno dette con minore autorevolezza,
e quando queste cose le sentiamo dire da un sottosegretario, poi umbro, noi a
maggior ragione dobbiamo crederci, siamo confortati nel senso che questa cosa,
tutto sembra e fa pensare, sta prendendo una piega seria. Tutto sta ora a noi
non abbandonarla, a noi starci dietro…Quindi questo fatto della rupe malata
della nostra città è un fatto serio, è un fatto che preoccupa le persone che
hanno interesse a tutelare e a salvaguardare i beni storici, e noi certamente
non possiamo essere secondi, anzi noi dobbiamo essere in testa nel portare
avanti questa grossa impresa di cui ci stiamo facendo carico, perché mi rendo
conto che noi abbiamo mosso un qualcosa che sta diventando forse più grande di
quello che noi stessi potevamo immaginare, però ormai vediamo che ciò non è
negativo, per cui dobbiamo vedere di continuare anche nelle iniziative più
idonee e più opportune per non ridurre ad accademia il discorso della rupe che
frana, ma per arrivare a soluzioni concrete che potrebbero dire per Orvieto non
solo il consolidamento e l’irrobustimento di questo masso che effettivamente è
quello che tiene su i beni culturali e quindi è quello che deve essere, non
dico prima, ma contestualmente agli interventi all’interno del centro storico,
curato e rafforzato. Ma sarà, se le cose andranno come noi ci auguriamo, per
Orvieto un fatto che la porrà all’attenzione, alla discussione in tante parti
del mondo, e sarà anche un modo per portare a Orvieto, speriamo, dei capitali
che potranno rappresentare anche posti di lavoro di cui abbiamo tanto
bisogno...Che cosa abbiamo fatto noi fin qui? Oltre alla conferenza stampa ci
siamo mossi in direzione della Regione e mentre mi trovavo a Roma al Tg2
l’assessore Cirinei conduceva un incontro con l’assessore Tomassini e con una
equipe di geologi dell’istituto di geologia dell’università di Perugia, che ha
fatto anche insieme al nostro ufficio tecnico un sopralluogo, una prima
diagnosi, e ci sono già degli impegni sia a livello di studio e di ricerca, sia
a livello di interventi finanziari, però non possiamo pensare che la Regione
sia in grado di sostenere l’ingente spesa che occorrerà per rimettere a posto
questo cosa…Noi vogliamo che questo problema che tutti stanno riconoscendo
degno di sostegno e d’intervento, sia affrontato non solo dalla Regione ma sia
affrontato finalmente dal potere centrale. Invocheremo mezzi da tutte le parti,
e non mi limiterei nemmeno alla Regione e allo Stato, dal momento che Orvieto è
una città che appartiene alla cultura internazionale, dico che non sarebbe male
di pensare di ricorrere all’Unesco, quell’organizzazione a fianco delle Nazioni
Unite, che è proprio istituita per intervenire a salvaguardia della cultura,
dell’arte, dei beni culturali, perché questo forse ci potrebbe consentire anche
un maggiore successo ed una maggiore attenzione su questo nostro problema
cittadino. Ma una cosa vorrei proporre subito: che questa sera, in questo
Consiglio, e qui penso non ci saranno polemiche, forse ci sarà qualcuno che
saprà dire cose più valide delle mie, ci sarà chi potrà fare proposte migliori,
ma non ci saranno divisioni fra democristiani e noi e socialdemocratici e noi,
noi
22
dobbiamo tutti d’accordo chiedere
una convocazione del Consiglio regionale ad hoc, nella quale sia presente una
delegazione del nostro Comune, direi l’Amministrazione comunale, i Capigruppo
col Sindaco, o la Giunta con i Capigruppo oppure tutto il Consiglio, perché è
previsto dal regolamento del Consiglio della Regione Umbria, e chiedere di
essere ricevuti per andare ad esporre e sottolineare il problema che abbiamo
sollevato. Dobbiamo inoltre portare a conoscenza in modo più dettagliato,
perché la prima comunicazione, quella fatta all’indomani della frana a tutte
quelle autorità che ho nominato prima, era contenuta in poche righe, invece qui
occorre dire qualcosa di più ai ministeri competenti: al ministero dei Beni
Culturali ed Ambientali, al ministero dei Lavori Pubblici. Credo, e mi scuso se
sono stato un po’ prolisso, che questa è un’occasione per dimostrare che quando
ci sono di fronte a noi problemi come questo, che riguardano la vita della
nostra città e in prospettiva anche la vita delle persone, si possa raggiungere
l’unanimità sulle cose che ho detto e su quelle migliori che possono venir
fuori dalle proposte vostre”.
Un solo breve commento, quanto
sottolineato nella parte finale dell’intervento di Giulietti, e cioè la
necessità di raggiungere un’unanimità fra i rappresentanti dei diversi partiti,
fu un obiettivo realmente conseguito, non solo nel Consiglio comunale, ma anche
in Consiglio regionale e in Parlamento, e fu l’essenziale presupposto affinchè,
successivamente, si realizzasse un’azione di consolidamento della rupe molto
efficace e che produsse i risultati che si attendevano.
Dopo Giulietti prese la parola
l’assessore Cirinei, il quale si limitò a leggere il verbale della riunione,
tenutasi presso il Comune di Orvieto, alcuni giorni prima, con l’assessore
regionale Tomassini.
E quindi riporto la versione
integrale di quel verbale:
“A seguito delle frane
verificatesi negli ultimi tempi nella rupe di Orvieto, l’Amministrazione comunale
ha svolto un’azione tendente a interessare la Regione Umbria del fenomeno e a
mezzo stampa ha posto il problema della conoscenza al pubblico. Il problema è
preminentemente di carattere geologico e tecnico, ma interessa anche dal lato
panoramico e culturale in quanto la tipica rupe si estende per oltre tre
chilometri di circonferenza. La Regione, sensibile alla richiesta del Comune,
ha interessato anche l’istituto di geologia della facoltà di Scienze dell’Università
di Perugia ed ha inviato un’apposita commissione guidata dall’assessore Ennio
Tomassini e composta dall’ingegnere Perricone, ingegnere capo del Genio Civile
di Terni, dai professori Sabatini, Pialli, Conversini, dell’istituto di
Geologia, da Endro Martini, geologo, e dal dottor Lupi, naturalista. La
riunione è avvenuta presso la sede municipale di Orvieto, alla presenza dei
consiglieri regionali Materazzo ed Ercini, presieduta dall’assessore ai Lavori
Pubblici, Giuseppe Cirinei, in assenza del sindaco Giulietti chiamato per
un’intervista alla Rai Tg2 a Roma, in merito allo stesso problema. Il professor
Cirinei ha aperto la discussione, riassumendo la storia più recente della rupe,
i vari interessamenti presso gli organi regionali e prospettando l’
interessamento verso organi statali, quali il ministero dei Lavori Pubblici e
dei Beni Culturali. Il consigliere Materazzo nel suo intervento ha messo in
risalto la necessità di un massimo sforzo della Regione per intervenire per la
salvaguarda della rupe e ha proposto di acquisire dati certi svolgendo studi
sia sul terreno che sulla rupe per la predisposizione dei lavori di risanamento
e protezione da eseguire nel rispetto e nella salvaguardia del carattere
paesaggistico di Orvieto, che è conosciuta oltre che per il suo vino e il suo
Duomo anche per la sua caratteristica panoramica. Propone di investire del
problema anche i vari parlamentari. Il consigliere regionale Ercini nel suo
intervento richiede l’interessamento anche degli ambienti culturali. Propone
quindi di indire un appalto concorso per il progetto da esplicarsi fra ditte,
anche straniere, competenti nel campo geologico e del consolidamento degli
abitati. Ritiene non trascurabile inoltre uno studio particolare della rete
fognante e della consistenza tufacea
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rammentando che il sottosuolo
della città è determinato da scavi di grotte e cunicoli. Propone inoltre un
convegno cui debbano partecipare varie categorie tecniche e culturali.
L’ingegnere Perricone precisa che esistono frane con distacco di massi già
avvenute, che esistono motivi per prevedere distacchi di altri massi con
pericoli per cui è necessario eseguire subito un certo lavoro di consolidamento
che però non deve fare dimenticare l’opera più consistente da eseguire. Propone
quindi un attento esame geologico della rupe e del terreno alle sue falde, la
predisposizione di un progetto per la impermeabilizzazione della pavimentazione
superficiale, per la disciplina dello scorrimento delle acque, progetto
completo degli interventi da eseguire che potrà essere proposto ai vari organi
per il relativo finanziamento. Precisa ancora che non dovranno comunque essere
trascurati i piccoli interventi da finanziare annualmente. Il dottor Lupi,
naturalista, nel confermare quanto dichiarato dall’ingegnere Perricone, precisa
che per decidere gli interventi sono indispensabili studi approfonditi circa la
meccanica delle rocce e la meccanica dei terreni ai suoi piedi, solo in questo
modo si avrà un’esatta valutazione dei lavori indispensabili. La commissione
ha, inoltre, preso visione di una completa documentazione fotografica e quindi
si è recata a fare un sopralluogo per accertamenti circa i punti di
maggiormente interessati ad un immediato intervento. Dopo eseguito il
sopralluogo la commissione si è riunita nuovamente per arrivare alla
conclusione dei propri lavori individuando il da farsi in tre fasi distinte e
precisamente: 1) indagine geologica approfondita sulle caratteristiche della
rupe e del basamento argilloso della stessa, onde evidenziare le zone maggiormente
interessate da dissesti in atto e potenziali; 2) indagine geognostica per
l’individuazione delle caratteristiche geotecniche dei termini presenti onde
poter predisporre un piano di intervento; 3) progetto del risanamento delle
zone più insidiate e minacciate da dissesto entro tempi brevi (7-8 mesi). Ora
la commissione geologica dell’università di Perugia si è impegnata a fare
questo lavoro per noi gratis per conto
della Regione, entro tempi brevi, 7-8 mesi al massimo. Prima di lasciare la
riunione l’assessore Tomassini, che aveva già parlato lungamente sul problema e
sull’interessamento della Regione, ha assicurato il suo interessamento per
l’inclusione dei lavori della rupe di Orvieto in un piano quinquennale e il
finanziamento per un miliardo. Si è impegnato a presentare questo piano presso
la Giunta”.
Intervenne poi il consigliere
Tiberi: “Il gruppo Dc manifesta la comprensione e l’apprezzamento e la
solidarietà per quanto è stato fin qui operato.
A noi pare che sia fondamentale il fatto che la Regione abbia già messo
a disposizione i mezzi finanziari per lo studio di fondo, sul quale poi saranno
costruite le linee di difesa che coinvolgeranno naturalmente impieghi
finanziari che al momento opportuno si vedrà in qual forma dirottare, per realizzare
il consolidamento della rupe (ce ne sono tante in Italia, ma insomma questa
assume un aspetto tutto particolare). In questo momento, proposte particolari
non le facciamo proprio perché le proposte particolari dovranno nascere da
quello studio analitico e approfondito che sarà il punto di riferimento per le
iniziative future. Se ci sono dei problemi, signor sindaco, noi dichiariamo fin
da questo momento la nostra piena disponibilità in ordine alle iniziative che
dovranno esser adottate”.
Prese poi la parola l’assessore
Giorgio Basili: “Io voglio dire su questo argomento solamente pochissime cose,
anche perché a me sembra, che sia Cirinei che il sindaco hanno informato, tanto
per precisare, che come Amministrazione comunale abbiamo fatto tutto quanto era
possibile da parte nostra fare…Ma, come politici, come amministratori, noi
abbiamo il dovere di far parlare di Orvieto il più possibile, nel senso buono,
nel senso positivo, s’intende. Per cui la proposta, che ho già avanzato al sindaco,
di fare una mozione da presentare con urgenza al Consiglio regionale e di dare
l’incarico al sindaco che andrà alla Regione con una delegazione di
amministratori della maggioranza e della minoranza, io credo che sia una cosa
valida…Per cui direi di mandare avanti questa proposta di avanzare la richiesta
alla Regione dell’Umbria di darci la possibilità di discutere questa mozione.
Ma questo lo dobbiamo fare presto, entro questa settimana o i primi giorni
della
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prossima, noi dovremmo essere in
grado di aver già presentato questa mozione. L’altra cosa che dobbiamo fare, è
di sollecitare l’intervento degli ambienti della cultura per quanto riguarda il
consolidamento della rupe e degli organismi che sono preposti anche per quanto riguarda
questo intervento. Il sindaco parlava dell’Unesco, ma indubbiamente ce ne sono
altri…Accanto a questo noi dobbiamo fare in modo che per il consolidamento
della rupe di Orvieto, intervengano anche, ma con mezzi di una certa
consistenza, perché sappiamo che la Regione non ha la possibilità di farlo, il
ministero dei Beni Culturali (e già c’è la dichiarazione di Spitella ieri su
‘La Nazione’), e intervenga il ministero dei Lavori Pubblici, perché è vero che
le competenze sono state delegate alle Regioni, ma non avendoci questi mezzi,
noi non possiamo chiedere alla Regione degli interventi che poi sappiamo
benissimo che non potranno assolutamente essere realizzati…In questa maniera,
noi riusciremo a sviluppare un dibattito che interessa le forze politiche,
sociali, della cultura, intorno alla nostra città e da una parte otterremo il
risultato che si leva anche il dibattito politico, culturale su problemi grossi
che rivestono una grande importanza, dall’altro lato sicuramente riusciremo ad
ottenere anche mezzi finanziari di una certa consistenza che daranno la
possibilità di consolidare, da un lato la rupe, dall’altra però di intervenire
perché i problemi di Orvieto non sono limitati soltanto al consolidamento del
masso tufaceo ma sono quelli relativi ad un risanamento di tutto quanto il
centro storico della nostra città…”.
Soprattutto la parte finale
dell’intervento di Giorgio Basili mi sembra interessante: fin dal 1977 si era
manifestata, all’interno dell’Amministrazione comunale di Orvieto, la consapevolezza
della necessità di intervenire non soltanto per il consolidamento della rupe ma
anche relativamente all’intero centro storico, e quindi al suo patrimonio
storico-artistico.
Anche l’allora consigliere Franco
Barbabella intervenne nel dibattito: “Vorrei dire che abbiamo discusso prima
della variante al piano regolatore, del centro storico, ed è stato rilevato che
non si può discutere del risanamento del centro storico senza discutere del
risanamento della rupe stessa…Vorrei approfondire un punto che mi sembra
importante, cioè: è stato rilevato giustamente che Orvieto è una città che ha
un valore che travalica i confini del nostro territorio e quelli dell’Umbria,
anche quelli del nostro Paese, e quindi il valore di una prospettiva di
risanamento della rupe è un valore che è patrimonio, non solo nostro, ma
patrimonio nazionale e anche internazionale. Per evitare discorsi astratti,
retorici e per concentrarci sulle cose concrete, io dico, se vogliamo veramente
che questo movimento di opinione pubblica che è stato messo in moto da
iniziative opportune dell’Amministrazione comunale, sia produttivo, se vogliamo
far questo, non possiamo accontentarci di prospettive, diciamo vaghe e
generiche. Quindi bisogna agire concretamente e subito, in quale direzione?
Questo è un punto che credo debba essere chiarito. Cioè è chiaro che oggi la
Regione è competente in materia urbanistica e quindi ad essa spettano anche le
incombenze relative a fenomeni come questi, però ha rilevato giustamente Basili
prima che la Regione ha le deleghe, ma non ha i mezzi per poterle coprire.
Quindi primo problema: non possiamo assolutamente scaricare sulla Regione un
problema che essa non può da sola risolvere, perché non possiamo illudere noi,
né illudere i cittadini che problemi di questo tipo che richiedono un impegno
finanziario eccezionale, non possono essere problemi risolti con i contributi
delle casse comunali, né regionali. Quindi, noi diciamo, che l’intervento deve
essere, sì, del Comune, sì, della Regione, ma deve essere anche dei ministeri
che per competenza si devono occupare di queste questioni, mi riferisco al ministero
dei Lavori Pubblici e a quello dei Beni Culturali. E’ quindi opportuna la
proposta di poter esporre in Consiglio regionale la situazione attuale e di
avanzare le proposte e di cercare le vie migliori per poter risolvere questo
problema insieme agli organi regionali. Però è opportuno anche sottolineare fin
da adesso il fatto che la stessa Regione deve intervenire insieme
all’Amministrazione comunale perché questo problema investa in prima persona
gli organi centrali dello Stato. In secondo luogo è opportuna l’idea di
investire anche altri Enti internazionali,
25
associazioni culturali. Ma io
direi che da questo Consiglio, questa sera, dovrebbero uscire almeno due cose
concrete: una mozione da votare che richieda la convocazione del Consiglio regionale
per discutere di questo problema, con un intervento di una delegazione del
Consiglio comunale. Questa delegazione dovrebbe essere guidata dal sindaco e di
essa dovrebbero far parte i Capi gruppo, quindi essere rappresentativa di tutte
le espressioni del Consiglio, di tutte le espressioni democratiche del
Consiglio comunale. Quindi prima proposta concreta, votazione della mozione.
Seconda proposta concreta: elezione, cioè nomina, questa sera, della delegazione
da inviare al Consiglio regionale e dare di queste iniziative la più ampia
diffusione, in maniera tale che si possa arrivare, in un breve giro di tempo,
anche a contatti precisi con gli organi nazionali, del Governo nazionale, in
maniera che questo problema non solo non venga lasciato sfuggire a livello
proprio di dibattito, ma venga proprio afferrato per arrivare a impegni
concreti, precisi, puntuali, che dovranno essere poi rispettati e noi tutti
quanti, spero, ci impegneremo per farli rispettare.
Alla fine della discussione si
decise, invece di approvare una mozione, di inviare un telegramma che
richiedesse la convocazione di una riunione del Consiglio regionale nella quale
si discutesse anche dei problemi della rupe di Orvieto.
Comunque, dopo pochi giorni, si
tenne una riunione del Consiglio regionale dell’Umbria, alla quale partecipò
anche una delegazioni di amministratori comunali di Orvieto.
Il Consiglio regionale stanziò
200 milioni di lire per i primi interventi ma al termine della discussione si
approvò, all’unanimità, un documento nel
quale emerse con evidenza la consapevolezza che le risorse finanziarie
necessarie per affrontare adeguatamente, in modo complessivo, i problemi della
rupe di Orvieto, erano considerevolmente superiori a quelle di cui la Regione
poteva disporre. Di qui la necessità di un intervento da parte dello Stato
centrale.
Ecco alcune parti del documento
approvato dal Consiglio regionale:
“Il problema della stabilità
della rupe di Orvieto ha varcato in breve tempo i confini regionali e nazionali
e, per l’urgenza con la quale è stato posto, ha portato alla ricerca di quelle
soluzioni che sono sembrate più rapide. Per la soluzione del problema è
necessaria un’azione organica ed incisiva che superi le carenze registratesi negli
anni passati…Il consiglio regionale ritiene che anche la collettività umbra
debba farsi carico dell’onere derivante dagli interventi di emergenza che si
ritengono indispensabili sulla scorta dei primi rilievi. Ritiene inoltre necessario
che si debba predisporre un programma globale, pluriennale, degli interventi di
tutti i settori di competenza regionale. Ritiene pertanto che una quota dei
mezzi di bilancio non inferiore ai 200 milioni annui sia destinata ad
interventi di consolidamento e ad operazioni di pronto intervento per le finalità
indicate…Ciò premesso il Consiglio regionale dà mandato alla giunta di portare
a compimento, d’intesa con il Comune di Orvieto, quelle iniziative già avviate
e di coinvolgere nel problema più vasto del consolidamento e del risanamento
del centro storico i ministeri dei Lavori Pubblici e dei Beni Culturali,
l’Unesco, al fine di pervenire ad un progetto globale e all’acquisizione dei
necessari mezzi finanziari per la sua realizzazione.. Il Consiglio regionale dà
mandato alla giunta perché venga, anche in questa occasione, impegnata
l’Università di Perugia, in particolare l’istituto di geologia, per conseguire
un sempre più proficuo e corretto rapporto tra Regione e Università…Per il conseguimento
di tali finalità, il Consiglio regionale esprime il proprio consenso ed
appoggio al disegno presentato dalla Regione umbra e auspica la presentazione
da parte dei gruppi consiliari di una proposta di legge ai sensi dell’articolo
121 della Costituzione cosicchè sia possibile un intervento globale ed organico
anche per quanto riguarda il centro storico
nel suo complesso…Il Consiglio regionale dà mandato alla seconda commissione
perché, d’intesa con la Giunta regionale,
26
chiedano un intervento con la
presidenza del Senato e della Camera affinchè il progetto di legge di
iniziativa parlamentare, o quello di iniziativa regionale, vengano posti in
discussione con procedure d’urgenza. Dà inoltre mandato alla medesima
commissione di prendere idonee iniziative perché al più presto si realizzi
l’incontro già richiesto al Consiglio dei Ministri per esaminare il complesso
problema della stabilità della rupe sulla quale è posta la città di Orvieto”.
Nel documento, pertanto, viene
avanzata per la prima volta, ufficialmente, la proposta che sia approvata dal
Parlamento una legge che preveda l’attuazione di un intervento globale ed
organico non solo per il consolidamento della rupe ma per il risanamento
dell’intero centro storico.
E, in effetti, sarà approvata il
25 maggio 1978 una legge, la 230, denominata “Provvedimenti urgenti per il
consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi a salvaguarda del
patrimonio, paesistico, storico, archeologico ed artistico delle due città”.
Ma questa legge verrà esaminata
nel capitolo successivo. Per il momento è bene precisare che, in seguito agli
eventi franosi che si verificarono anche a Todi, si decise che con la stessa
legge fossero previsti interventi che riguardassero entrambe le città umbre.
Per concludere, vorrei
sottolineare ancora il ruolo svolto da numerosi intellettuali, non orvietani,
spesso noti sia a livello nazionale che internazionale, affinchè fossero
attuati, per la salvaguarda della rupe e del centro storico di Orvieto, gli
interventi necessari.
Diversi furono gli appelli
sottoscritti da un notevole numero di intellettuali.
Mi sembra utile riportare
l’elenco di coloro che sottoscrissero un appello, finalizzato a garantire il
proseguimento degli interventi, che ebbero inizio in attuazione della legge 230
del 1978, con l’approvazione di un’altra legge, altrettanto importante, la 545
del 29 dicembre del 1987.
Salvatore Accardo, Martino
Ancona, Giulio Carlo Argan, Alberto Asor Rosa, Ludina Barzini, Giovanni
Bechelloni, Leonardo Benevolo, Adolfo Beria d’Argentine, Luciano Berio, Carlo
Bernardini, Raymond Bloch, Carlo Bo, M. Bonanno Atarantino, Renato Bonelli,
Dimoninque Briguel, Franco Bruno, Silvano Bussotti, Massimo Cacciari, Filippo
M. Cannata, Giorgio Caproni, Nicola Caracciolo, Fabio Carpi, Antonio Cederna,
Pier Luigi Cervellati, Maurizio Chiari, Romano Cipollini, Fabrizio Clerici,
Filippo Coarelli, Giovanni Colonna, Guido Crepas, Franco Crespi, Elena Croce,
Ettore Della Giovanna, Vezio De Lucia, Tullio De Mauro, Carlo De Signore,
Giulio Einaudi, Vittorio Emiliani, Enzo Forcella, Riccardo Francovich,
Massimiliano Fuksas, Antonio Gambino, Valentino Garavani, Eugenio Garin, Jas
Gawronski, Piero A. Gianfrotta, Enzo Golino, Giuliano Gramigna, Emilio Greco,
Vittorio Gregotti, Lucia Guerrini, Angelo Guglielmi, Fabio Isman, Jader Jacobelli,
Giovanni Klaus Koenig, Adriano La Regina, Francesco Leonetti, Marino Livolsi,
Luigi Lucchini, Mario Luzi, Emanuele Macaluso, Miriam Mafai, Luigi Malerba,
Paolo Marconi, Gianfranco Maddoli, Anna Marinetti, Stella Matalon, Paolo Mauri,
Wolf Mauro, Luciano Minguzzi, Franco Minissi, Marcello Minerbi, Giorgio
Mondadori, Gianfranco Moneta, Morando Morandini, Cesare Musatti, Giorgio
Nebbia, Tino Neirotti, Luigi Nono, Vittoria Ottolenghi, Giancarlo Pajetta,
Walter Pedullà, F. Hélène Peirault Massa, Sandro Pertini, Giò Pomodoro, Paolo
Portoghesi, Friedhelm Prayon, Aldo Luigi Prostoncini, Giovanni Pugliese
Carratelli, Guido Quaranta, Francesco Roncalli, Gian Luigi Rondi, Francesco
Rosi, Giorgio Rossi, Antonio Ruberti, Giorgio Ruffolo, Anna Maria Saccenti,
Eduardo Salzano, Edoardo Sanguineti, Carla Schettino, Vera Squarcialupi, Gianni
Statera, Claudio Strinati, Giuseppe Talamos, Giorgio Tecce, Ugo Tognazzi,
Marina Torelli, Mario Torelli, Bruno Toscano, Paolo Volponi, Bruno Zevi.
27
Le leggi per il Progetto Orvieto e l’inizio dei lavori
Nel mese di maggio del 1978 fu
approvata dal Senato, in via definitiva, la prima legge per il consolidamento
della rupe di Orvieto e del colle di Todi.
Questa legge fu il risultato
dell’unificazione del disegno legislativo presentato dai senatori Maravalle,
Anderlini, Ottaviani, Rossi, Carnesella, Valori e De Carolis con quello
presentato dalla Regione dell’Umbria. Fu inizialmente approvata dal Senato il
13 ottobre 1977 e subito dopo passò all’esame da parte della commissione Lavori
Pubblici della Camera. L’iter di approvazione della legge subì una battuta
d’arresto derivante sia dalla crisi di governo sia dalla decisione di inserire
anche il consolidamento del colle di Todi. Infatti il testo originario
prevedeva esclusivamente il finanziamento dei lavori di consolidamento della
rupe di Orvieto.
Ecco il testo definitivo della
legge, la 230 del 25 maggio 1978, denominata “Provvedimenti urgenti per il
consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi a salvaguardia del
patrimonio paesistico, storico, archeologico ed artistico delle due città”:
Art.1
Per la salvaguarda del patrimonio
paesistico, archeologico, storico ed artistico delle città di Orvieto e di Todi
dai movimenti franosi attuali e potenziali, è disposto, a favore della Regione
Umbria, un contributo speciale di 6 miliardi per la città di Orvieto e di lire
2 miliardi per la città di Todi, ripartiti in annualità rispettivamente di lire
1.500 milioni e di lire 500 milioni, per ciascuno degli esercizi finanziari dal
1978 al 1981.
Art. 2
La Regione Umbria, avvalendosi
dei mezzi finanziari di cui all’articolo precedente, determinerà con appositi
provvedimenti:
a) di eseguire un studio
geolitologico per accertare le cause dei movimenti franosi e individuare gli
interventi necessari al consolidamento del masso tufaceo sul quale poggia la
città di Orvieto ed al consolidamento del colle di Todi;
b) di eseguire, d’intesa con i Comuni
interessati e con la partecipazione del Consiglio nazionale delle ricerche e di
istituti universitari, i progetti e le opere necessarie ad evitare che i
movimenti franosi in atto e prevedibili mettano in pericolo gli abitanti e le
opere d’arte in essi contenuti.
Art. 3
All’onere di lire 2 miliardi,
derivante dall’attuazione della presente legge per l’anno finanziario 1978, si
provvede mediante corrispondente riduzione del fondo speciale di cui al
capitoli 9001 dello stato di previsione della spesa del ministero del Tesoro
per l’anno finanziario medesimo.
Il ministro del Tesoro è autorizzato
ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.
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La presente legge, munita del
sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei
decreti della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di
osservarla e di farla osservare come legge dello Stato.
Data a Roma, addì 25 maggio 1978
LEONE
ANDREOTTI – STAMMATI – ANTONIOZZI
– MORLINO – PANDOLFI
Visto il Guardasigilli: BONIFACIO
Esaminando gli articoli della
legge, alcune brevi considerazioni possono essere formulate.
La legge 230 era una legge
speciale, cioè specifica per due città, Orvieto e Todi. E sono stati pochi i
casi di leggi approvate dal Parlamento per affrontare i problemi specifici di
alcune città. Oltre alla 230 ci sono state le leggi per Venezia, Siena e
Matera. Non credo proprio che, fino ad ora, vi siano state altre leggi con
quelle caratteristiche.
La gestione dei finanziamenti,
poi, fu affidata alla Regione dell’Umbria, non ad un singolo ministero: un atto
di fiducia nei confronti della Regione che ha rappresentano una delle
condizioni più importanti affinchè i finanziamenti previsti dalla 230, e dalle
altre leggi che furono approvate successivamente, fossero spesi, in tempi
relativamente brevi, senza sprechi, perseguendo effettivamente gli obiettivi
per i quali erano stati stanziati. Ovviamente la gestione dei finanziamenti
successivi, relativi al restauro del patrimonio storico-artistico, fu affidata
al ministero dei Beni Culturali. E tutti sanno quanto frequentemente in Italia
fondi statali finalizzati alla realizzazione di opere pubbliche, anche molto
importanti, sono stati mal utilizzati e, spesso, sono stati accompagnati da
fenomeni di corruzione.
Gli interventi a favore di
Orvieto e Todi, anche per le considerazioni appena svolte, rappresentano
oggettivamente un modello che dovrebbe essere sempre seguito nel nostro Paese.
E dopo l’approvazione della legge
230 cosa avvenne?
Innanzitutto fu realizzato lo
studio previsto dall’articolo 2 della legge.
La principale conclusione a cui
pervennero coloro che contribuirono alla realizzazione dello studio fu la
consapevolezza del fatto che l’opera di risanamento della rupe di Orvieto
dovesse avere il carattere della globalità, non dovendosi limitare all’esecuzione
di interventi in alcune zone anche se particolarmente interessate dai fenomeni
franosi, estendendosi invece a tutto il perimetro della cosiddetta piastra
tufacea, altrimenti gli eventuali lavori settoriali avrebbero potuto essere
vanificati in poco tempo.
Lo studio in questione fu
realizzato utilizzando non solamente tecniche geologiche, geomeccaniche e
geofisiche ma fu contraddistinto anche dall’effettuazione di alcune indagini
idrogeologiche, tramite le quali si accertò la presenza di una falda acquifera
che alimentava tutta una serie di sorgenti la cui acqua però, come hanno
dimostrato anche gli esami batteriologici eseguiti, non derivava tutta da acque
meteoriche ma veniva anche alimentata dalle infiltrazioni di acque reflue
29
che confluivano in cinque fossi.
Questi ultimi però non risultavano essere sufficientemente “contenuti”, per cui
l’azione erosiva delle acque era notevole, tanto che le aree franose erano per
lo più localizzate in corrispondenza dei fossi principali. E proprio questi ed
altri elementi hanno indotto gli estensori dello studio a concludere che fosse
indispensabile una globalità dell’intervento. E gli estensori dello studio
formularono alcune proposte volte ad affrontare i problemi della rupe di
Orvieto. In primo luogo fu rilevato che si dovesse realizzare una regimazione
di tutte le acque che allora scorrevano nella rupe stessa, eseguendo dei lavori
di sistemazione dei cinque fossi che la contornavano. Ed inoltre si doveva
provvedere ad una sistemazione della rete fognante e alla canalizzazione delle
acque reflue al fondo valle. Anche per le sorgenti fu evidenziata la necessità
di intervenire, captandone e regimando le acque che da esse scaturivano. Si
suggerì inoltre la ricostituzione del manto erboso ed eventuali rimboschimenti
nelle zone più scoperte. Ma, per quanto riguarda i fenomeni di dissesto
geomeccanici, venivano suggeriti altri interventi, primo dei quali la
realizzazione di sistemi di ancoraggio delle masse tufacee pericolanti e
l’impermeabilizzazione delle zone scoperte prospicienti la rupe. Si propose
anche la costruzione di opere di protezione per impedire l’erosione e di
miglioramenti delle caratteristiche del tufo con immissioni di miscele leganti.
Furono comunque indicate delle priorità per quanto concerneva le zone nelle
quali vi era la necessità di un intervento immediato pur, ovviamente,
salvaguardando il principio della globalità, di cui si è già riferito. E le
zone della rupe, ritenute esposte a maggiori pericoli, erano lo sperone tufaceo
che dalla testata del Salto del Livio si estendeva fino al dispensario
provinciale, la zona del convento del Buon Gesù e dell’istituto professionale,
la zona di viale Carducci e della Confaloniera, la zona della testata del fosso
della Civetta compresa la rocca dell’Albornoz, la zona della parete di tufo
sovrastante la fonte delle Conce.
Non ci si limitò, ovviamente,
alla redazione dello studio. Furono adottate da parte della Regione dell’Umbria
tutte le procedure necessarie affinchè potessero iniziare, nei tempi i più
brevi possibili, i lavori di consolidamento della rupe di Orvieto.
Fu costituita, da parte della
Regione, innanzitutto, una commissione tecnico-scientifica, commissione che, in
seguito alla complessità delle problematiche da affrontare e degli interventi
da realizzare, svolse un ruolo di notevole importanza, influenzando
giustamente, in modo determinante, le decisioni che spettavano alla Giunta
regionale. A far parte della commissione furono chiamati esperti di chiara
fama, in rappresentanza dell’università di Perugia, della Regione, del Comune
di Orvieto, del Comune di Todi, del Cnr, dell’Unesco, del servizio geologico
nazionale, del ministero dei Beni Culturali e del ministero dei Lavori
Pubblici.
Per l’affidamento dei lavori di
consolidamento della rupe di Orvieto si scelse la strada dell’appalto concorso
e il 28 dicembre 1978 la Giunta regionale approvò il disciplinare relativo a
tale appalto, gli studi geologici e le cartografie da allegare come elementi
conoscitivi ai fini della progettazione, ed anche l’elenco delle imprese da
invitare. 79 furono le imprese che chiesero di partecipare all’appalto
concorso. A queste imprese fu concesso un periodo di 4 mesi per poter
presentare i progetti esecutivi e le relative offerte. Il termine ultimo
affinchè le imprese presentassero progetti e offerte fu individuato nel 23
maggio 1979. Ma, in seguito alla complessità delle opere da realizzare, la gran
parte delle imprese che inizialmente manifestarono il proprio interesse a
partecipare all’appalto concorso decisero di non farlo. Infatti furono solo 9
le imprese o i gruppi di imprese che presentarono dei progetti con le relative
offerte. I progetti furono approfonditamente analizzati dalla commissione
tecnico-scientifica.
30
E dei 9 progetti, la scelta
definitiva si restrinse a 2 solamente, quello presentato dalla società Geosonda
e quello proposto dalla Fioroni Spa. Ma la commissione non espresse un giudizio
unanime, dei suoi 11 componenti, 5 votarono a favore del progetto della
Geosonda, 4 a favore del progetto della Fioroni e 2 si astennero, tra i quali
il vice presidente della Giunta regionale, Ennio Tomassini, a riconferma della
totale autonomia della commissione rispetto alla Regione. Lamberto Sposini che,
allora, era un giornalista de “Il Paese Sera”, in un articolo del 14 agosto del
1979 analizzò quelli che, a suo giudizio, furono i motivi che determinarono la
scelta della commissione tecnico-sceintifica: “…Delle nove società che hanno
presentato i progetti (il consorzio Crc, la Spa Pietro Cidonio, la Spa Fondedile,
la Molinari appalti, la Montedil Spa, la Geosonda, la Spa Impremoviter, la Spa
Sain e la Spa Fioroni) la Geosonda appare come la più qualificata: ha già in
appalto i lavori a Narni e vinse a suo tempo la gara progettuale per la torre
di Pisa. Sette di queste società hanno presentato non solo il progetto per i
lavori di consolidamento più immediati con l’appalto di 5 miliardi e mezzo di
lire, ma anche il progetto di risanamento globale e soltanto due (la
Impremoviter e la Sain) si sono limitate al primo. Queste sono le spese dei
singoli progetti: consorzio Crc, 22 miliardi e 369 milioni, Spa Pietro Cidonio,
21 miliardi e 543 milioni, Spa Fondedile, 18 miliardi e 125 milioni, Molinari
appalti, 19 miliardi e 640 milioni, Spa Montedil, 20 miliardi e 21 milioni,
Geosonda, 15 miliardi e 349 milioni, Impremoviter, 3 miliardi e 664 milioni,
Spa Sain, 5 miliardi e 696 milioni, Fioroni Spa, 27 miliardi e 545 milioni. Il
progetto della Geosonda, come si vede, è quello che costa meno, ma la scelta
della commissione non si è basata sulla economicità tenendo conto, tuttavia,
della globalità dei progetti e della loro ‘metodologia’. Si spiega anche la
notevole differenza di spesa tra il progetto della Geosonda e quello della
Fioroni. Quest’ultimo, unico tra i nove, rispetterebbe in linea teorica lo
spirito del risanamento in armonia con la salvaguardia paesaggistica. In altre
parole il consolidamento avverrebbe mediante l’installazione di tiranti nella
roccia ‘dall’interno’ mentre i progetti delle altre società (compresa la
Geosonda) prevedono tiranti ‘dall’esterno’ che
in qualche modo deturperebbero la facciata della rupe. E’ chiaro che
l’opera prevista dal progetto Fioroni è più complessa e quindi anche più
costosa. Questo della salvaguarda della facciata della rupe è stato l’elemento
che, a quanto pare, ha diviso di più la commissione, perché poi bisogna fare i
conti anche con le conseguenze di tipo idrogeologico delle varie soluzioni. Un
po’ il pomo della discordia. Ed è probabile che di questa differenza si parlerà
ancora se è vero che la legge per Orvieto metteva tra i suoi punti principali
proprio quello della salvaguardia storica, culturale e paesaggistica della
rupe”. In un altro articolo, Sposini ritorna di nuovo ad analizzare le
caratteristiche principali dei progetti della Geosonda e della Fioroni:
“Nell’opera di consolidamento della rupe c’è da tener conto che la
disgregazione del tufo procede gradualmente, aggravandosi, dall’interno (dove
la rupe è sana) verso l’esterno (dove invece crolla). Le due ipotesi progettuali
che hanno spaccato la commissione tecnico-scientifica (‘Geosonda’ e ‘Fioroni
spa’) propongono, da questo punto di vista, soluzioni completamente differenti,
anzi opposte. Il progetto Geosonda, che potremmo chiamare della ‘chiodatura’
prevede l’inserimento nel masso di grossi ‘chiodi’ la cui punta affonda nella
parte sana, interna, della rupe, ma la cui capocchia preme sulla parte che si
sta sgretolando. A detta degli esperti, è questa una soluzione rischiosa perché
la capocchia del chiodo non farebbe altro, con l’andare del tempo, che
contribuire allo sfaldamento. Il progetto Fioroni, invece, capovolge questa
impostazione. Nella parte sana della rupe, dall’alto, vengono fatti dei pozzi,
del diametro di due metri, dai quali si irradiano a raggera grossi tiranti
elicoidali che agganciano i massi di tufo che crollano e li ‘ancorano’ verso
l’interno. Non è marginale la differenza tra il ‘chiodo’ (che per giunta ha una
superficie liscia) e il tirante elicoidale. A parte, infatti, il principio
della tenuta ‘dall’esterno’ e quello della tenuta ‘dall’interno’, la soluzione
elicoidale offre tecnicamente maggiori garanzie perché crea attrito tra il
metallo e la roccia. E’ un po’, fatte le debite proporzioni, la differenza che
passa tra un chiodo e uno ‘stop’. Questa che abbiamo spiegato (o almeno abbiamo
cercato di farlo) è per grosse linee la filosofia tecnica dei due progetti. La
questione, tuttavia, non è così semplice. Gli esperti dicono che anche
31
altri e importanti sono i fattori
che entrano in gioco, la salvaguardia del paesaggio, il drenaggio delle acque,
la durata dell’intervento ecc…”.
Occorre rilevare che il parere
della commissione, sebbene molto importante, non era vincolante, e la Giunta
regionale avrebbe anche potuto compiere una scelta diversa, rispetto a quella
della maggioranza dei componenti della commissione tecnico-scientifica.
E il 21 agosto, presso il teatro
Mancinelli, si svolse un incontro pubblico per illustrare le conclusioni a cui
era pervenuta la commissione tecnico-scientifica. Oltre a un notevole numero di
cittadini, parteciparono all’incontro amministratori regionali, dal vice
presidente Tomassini agli assessori Provantini e Neri, i consiglieri Ercini e
Materazzo, amministratori comunali, parlamentari, tra i quali Anderlini e il professor
Felice Ippolito - quest’ultimo era consulente di una delle imprese che
presentarono i progetti esaminati dalla commissione -, numerosi esperti anche
in rappresentanza delle imprese citate. In molti intervennero. Alcuni tecnici
che lavoravano per le imprese i cui progetti furono bocciati dalla commissione
criticarono il suo operato per la scelta del progetto presentato dalla
Geosonda. L’ingegner Mascalli, ad esempio, criticò il fatto che il progetto
vincente prevedesse interventi dall’esterno, considerando che erano state
individuate fessure localizzate fino a 60 metri all’interno della rupe. Il
professor Felice Ippolito, parlamentare europeo, rilevò che, pur avendo la
commissione riconosciuto che le infiltrazioni idriche rappresentassero un problema
molto importante, fosse stato scelto un progetto che non prevedeva, nel primo
stralcio dei lavori, alcun intervento idraulico. Ma una parte consistente di
coloro i quali presero la parola invitarono ad esaminare l’operato della
commissione con serenità, evitando polemiche che avrebbero potuto ostacolare la
soluzione dei problemi che caratterizzavano la rupe. Tra gli altri, il
professor Faraone, membro della commissione, rilevò la necessità di stringere i
tempi per arrivare quanto prima all’appalto dei lavori, non ripetendo gli
errori commessi a Venezia e a Matera, dove si era discusso molto ma non si era
pervenuti ad alcuna conclusione. Ma anche il sindaco Giulietti e l’assessore
regionale Provantini furono dello stesso avviso, relativamente alla necessità
di arrivare in tempi molto brevi all’appalto dei lavori. Di particolare
interesse fu l’intervento del vice presidente della Giunta regionale e
presidente della commissione tecnico-scientifica, Ennio Tomassini. Tomassini
fece presente che in meno di due mesi la commissione aveva esaminato i nove
progetti, tutti piuttosto complessi, un periodo piuttosto breve che non
autorizzava nessuno a formulare accuse di negligenza relativamente all’operato
della commissione. La commissione, poi, considerò tutti i progetti molto
interessanti tanto che, all’unanimità, propose che la Regione si attivasse
affinchè tutti gli studi realizzati, nell’ambito della redazione dei nove
progetti, venissero recepiti dall’Unesco, al fine di realizzare una
pubblicazione che potesse rivelarsi utile in futuro in tutti i casi analoghi a
quello della rupe di Orvieto. Tomassini aggiunse, però, che si doveva arrivare
a scegliere un progetto, in base ai criteri che la commissione individuò prima
di analizzare i nove progetti, criteri alla base della bocciatura di numerosi
progetti e della scelta finale, sebbene quest’ultima non fosse avvenuta
all’unanimità. Tra l’altro fin dall’inizio la commissione individuò come causa
principale dello sfaldamento del masso tufaceo la cattiva irreggimentazione delle
acque, tanto da considerare come primo intervento da realizzare quello di
impedire la dispersione delle acque della rete idrica e della rete fognante. La
commissione ritenne poi che fosse più adeguato l’intervento dall’esterno
rispetto a quello dall’interno, che fosse inopportuno il prosciugamento
artificiale del masso tufaceo, perché considerato pericoloso come, anche, la
costruzione di pozzi, cunicoli e gallerie sotto la rupe, perché già ne
esistevano troppi.
32
Sulla vicenda, intervenne anche
un’associazione ambientalista che allora svolgeva ad Orvieto un ruolo molto
importante, la Pro Natura, presieduta da Gianni Cardinali. Elaborò, infatti, un
documento nel quale fu sottolineata la preoccupazione per le incertezze e i
ritardi burocratici e per l’azione dilatoria di cui fu accusata la Dc
orvietana, manifestatasi nella riunione del Consiglio comunale del 28 agosto.
La Pro Natura criticò soprattutto la demolizione del lavoro svolto dalla
commissione tecnico-scientifica, le perplessità sulle effettive capacità dei
suoi componenti, la richiesta di un “super esperto”. Inoltre la Pro Natura
sostenne che se si intendeva fare “il gioco al massacro” lo si doveva dire
apertamente. E si doveva essere ugualmente espliciti se si voleva chiedere le
dimissioni in blocco della commissione, se si proponeva la scelta di un altro
progetto, rispetto a quello dichiarato vincente dalla commissione. La Pro
Natura aggiunse che una scelta definitiva per affrontare i problemi della rupe
non era più procrastinabile. E individuò tre punti, per quanto riguarda la
problematiche urbanistico-paesaggistiche del problema: la città e la rupe erano
due aspetti di un’unica struttura, la città naturale e quindi non si doveva
scindere in modo netto due entità di tale rilevanza naturale-culturale, che
traevano dalla loro diversità un esaltante equilibrio tra natura e storia; il
paesaggio non doveva essere considerato “facciata”, una visione romantica, non
doveva comportare discettazioni pseudo-estetiche, ma, invece, essenzialmente
immagine, struttura visiva che traeva le sue linee essenziali da realtà
materiche imponenti, da rapporti di grandi masse in gioco naturali e urbane
come nel caso di Orvieto; la necessità di scegliere un progetto che fosse il
meno vincolante possibile per eventuali futuri interventi sulla rupe.
E’ opportuno precisare che, nella
riunione del 28 agosto, il Consiglio comunale di Orvieto, soprattutto in
seguito alle prese di posizione dei componenti del gruppo della Dc, non ritenne
opportuno arrivare ad una scelta, ravvisando la necessità di un approfondimento
dei contenuti dei diversi progetti e dell’operato della commissione
tecnico-scientifica.
Solo il 27 settembre del 1979,
comunque, la Giunta regionale decise di aggiudicare i lavori alla società
Geosonda, il cui progetto era stato considerato vincente dalla commissione
tecnico-scientifica. In un comunicato della Giunta si può leggere, tra l’altro:
“l’aggiudicazione è avvenuta in conformità al giudizio di idoneità tecnica
emesso dalla commissione scientifica all’uopo costituita dal Consiglio
regionale e al parere favorevole della seconda commissione consiliare e preso
atto dei dibattiti svoltisi nell’Assemblea regionale e nel Consiglio comunale
di Orvieto…L’appalto è stato aggiudicato con modalità e condizioni tali da
garantire pienamente l’Amministrazione regionale e l’interesse dalla
popolazione di Orvieto e della collettività. In particolare si è prevista
l’immediata esecuzione dei lavori che secondo le indicazioni della commissione
scientifica rivestono carattere di priorità, consistenti nella revisione delle
rete idrica, nella sistemazione della rete fognaria, nella esecuzione dei primi
indispensabili interventi di consolidamento e nella predisposizione di un
sistema esteso di controlli tecnico-scientifici circa la evoluzione dei
fenomeni di dissesto della rupe. Tali lavori prioritari saranno finanziati con
i fondi stanziati dalla legge speciale per Orvieto mentre l’efficacia
dell’aggiudicazione per le ulteriori fasi del progetto è subordinata al
reperimento dei finanziamenti occorrenti…In relazione ai rilevamenti dei dati
circa il movimento franoso da attuare mediante il sistema di controlli che sarà
realizzato con priorità, il raggruppamento aggiudicatario (che in termini
precisi si chiama: ‘Geosonda Spa, Grassetto, So.Ge.Stra’) è obbligato a
introdurre e a realizzare tutte quelle modificazioni del progetto che
risulteranno necessarie per garantire la idoneità dell’intervento senza diritto
ad alcun compenso aggiuntivo o indennizzi…L’Amministrazione regionale ha in tal
modo realizzato l’esigenza di un continuo adattamento dei lavori alla dinamica
della situazione concreta della rupe nella prospettiva di un suo completo
risanamento e della effettiva salvaguardia del patrimonio civile, storico ed
artistico della città di Orvieto…La legge speciale prevede che i lavori
aggiudicati siano eseguiti sotto la direzione dell’Amministrazione regionale
d’intesa con il Comune di Orvieto con la partecipazione del Cnr e
33
dell’Università di Perugia…La
Giunta regionale sottoporrà al Consiglio regionale una proposta per attribuire
al Comune di Orvieto la massima competenza nella fase di esecuzione dei
lavori”.
E’ bene rilevare che dal
comunicato della Giunta emerge, fra l’altro, la consapevolezza che i fondi
stanziati fino a quel momento dalla legge 230 fossero del tutto insufficienti
per arrivare all’attuazione completa del progetto scelto. E proprio da questa
consapevolezza ebbe inizio l’impegno, da più parti portato avanti, per ottenere
prima un rifinanziamento della legge 230 e poi, nel 1987, l’approvazione di
un’altra legge che ebbe delle caratteristiche diverse rispetto a quelle che
contraddistinsero la 230.
Il presidente della Giunta
regionale, Germano Marri, al termine della riunione della Giunta, rilasciò la
seguente dichiarazione: “Come ci eravamo impegnati, entro il mese di settembre
la Giunta ha aggiudicato i lavori nonostante le varie pressioni che da più
parti si sono messe in movimento. La Giunta ha operato nel più breve tempo
possibile assicurando la più ampia discussione e valutazione delle risorse del
lavoro della commissione. La nostra scelta permette di iniziare al più presto
gli interventi garantiti dalla indiscutibile qualificazione del raggruppamento
di imprese e dal parere della commissione tecnico-scientifica e nello stesso
tempo di approntare tutti gli ulteriori studi e ricerche sulla base delle quali
si potrà procedere anche a correzioni ed eventuali miglioramenti che si
rendessero necessari perché l’opera di consolidamento e di salvaguardia sia la
più efficace e duratura possibile”.
A questo punto, è bene
sottolineare che le affermazioni di Marri, in quella dichiarazione, e di altri
amministratori regionali, contenute in dichiarazioni precedenti, circa
l’impegno e la sollecitudine profusi dalla Giunta regionale per arrivare
all’inizio dei lavori di risanamento della rupe, possono anche essere messe in
relazione ad una vicenda giudiziaria che vide coinvolti alcuni amministratori
regionali, riguardante soprattutto presunte lentezze che avrebbero caratterizzato
l’operato della Giunta nell’affrontare i problemi della rupe di Orvieto,
vicenda di cui mi sembra ora opportuno riferire.
Nel mese di marzo del 1979,
infatti, tutti i componenti della Giunta regionale ricevettero delle
comunicazioni giudiziarie dal pretore di Orvieto, Astolfo Di Amato, per il
reato contemplato dall’articolo 734 del codice penale (Distruzione o
deturpazione di bellezze naturali “chiunque, mediante costruzioni, demolizioni,
o in qualsiasi altro modo, distrugge o altera le bellezze naturali dei luoghi
soggetti alla speciale protezione dell’autorità, è punito con l’ammenda da lire
50.000 a 300.000 lire”). La decisione del pretore fu presa, molto
probabilmente, in seguito agli ulteriori crolli che si verificarono lungo la
parete sud-est della rupe, nel periodo antecedente all’invio delle
comunicazioni giudiziarie. Fu ipotizzato, comunque, che l’intervento del
pretore fu determinato anche da un telegramma del sindaco di Orvieto Giulietti,
dopo la frana già citata, che fu inviato al pretore, al Genio civile e per
conoscenza al presidente della Regione oppure da un esposto inviatogli da
alcuni privati cittadini che denunciarono la presenza di infiltrazioni di acque
luride negli scantinati in via Alberici.
Immediate furono le reazioni
degli amministratori interessati dall’indagine promossa da Di Amato. Il
presidente della Giunta regionale, Germano Marri, convocò infatti una
conferenza stampa nella quale precisò che l’attività della Regione, fin dal
1977, era stata sempre attenta, puntuale e precisa. Sempre secondo Marri, in
pochi mesi erano stati compiuti con estrema tempestività tutti i “rituali”
burocratici al fine di giungere ad una soluzione radicale dei problemi della
rupe. Per questo motivo aggiunse: “Non ci sentiamo affatto colpevoli, non abbiamo
commesso alcun reato, ma semplicemente abbiamo svolto il nostro lavoro con la
massima serietà e tempestività, nel pieno
34
rispetto delle leggi. Perciò
ritengo che il clamore del tutto artificioso che si è fatto e si sta facendo
intorno a questo argomento non possa che nuocere al lavoro di cui ci stiamo
occupando con assoluta serietà…Non siamo
affatto preoccupati delle comunicazioni giudiziarie del pretore di Orvieto
perché siamo onestamente convinti di aver compiuto soltanto il nostro lavoro e
quest’azione ha soltanto un valore politico…Sicuramente su questo argomento si
scatenerà una bagarre politica non indifferente e non avulsa da
strumentalizzazioni di parte. La Giunta, ovviamente, dopo questa azione del
magistrato orvietano è costretta a difendersi, dimostrando la sua assoluta
buona fede e, in particolar modo, quelle che sono state le sue scelte e le sue
decisioni in merito al problema della rupe di Orvieto”. Il vice presidente
Tomassini confermò le tesi e le argomentazioni sostenute da Marri: “Il tema
rupe è stato affrontato con grande determinazione sia dalla giunta che dalla
speciale commissione tecnico-scientifica che ha provveduto ad esaminare le
condizioni del masso tufaceo di Orvieto con la volontà di arrivare quanto prima
ad una razionale applicazione dei più moderni ritrovati tecnici. Anche e
soprattutto a noi sta a cuore la salvaguardia del paesaggio, della città di
Orvieto. Purtroppo ci troviamo di fronte ad una situazione assai complessa per
la quale si richiede una gravosa serie di accorgimenti tecnici che, sul piano
operativo, mettono in seria difficoltà tutti coloro che devono lavorare attorno
a questo problema. Non si tratta infatti di normali lavori di manutenzione,
bensì di un’opera vastissima che pertanto richiede studi ed approfondimenti
assai complessi. La decisione del magistrato orvietano ci ha alquanto
amareggiati: noi stiamo lavorando intensamente affinchè la rupe di Orvieto
possa quanto prima essere salvata, e non abbiamo affatto ed in alcun modo
deturpato il paesaggio. Questa sconcertante novità - anche se non ci crea problemi personali dal
punto di vista giuridico - ci pone certo in una condizione estremamente
critica, pronta ad essere sfruttata politicamente. E non escludo che una
situazione del genere possa sfociare addirittura in una lunga serie di
‘dimissioni’, si tratta sicuramente di un’ipotesi personale, un’ipotesi che al
momento attuale potrebbe essere presa nella dovuta considerazione. Ripeto, la Giunta,
di concerto con le forze politiche e sociali, ha compiuto nel volgere di
quattro mesi (dall’approvazione della legge speciale per Orvieto e Todi) tutti
quei passi indispensabili e che umanamente erano nelle nostre possibilità”. La
Giunta regionale, poi, dopo la conclusione della conferenza stampa diffuse il
seguente comunicato: “In ordine agli ultimi sviluppi del problema della rupe di
Orvieto si precisa quanto segue: le comunicazioni giudiziarie inviate dal
pretore di Orvieto ai componenti della Giunta regionale a proposito delle
recenti vicende concernenti l’aggravarsi dello stato di degrado della rupe
destano notevoli perplessità. La Giunta regionale non intende entrare, in
questa sede, nel merito del significato giudiziario del comportamento tenuto
dal magistrato pur non potendo fare a meno di rilevare l’abnormità, oltreché
l’infondatezza, dell’ipotesi contravvenzionale contestata. Ma gli odierni atti
del pretore di Orvieto assumono significati politici obiettivi dei quali
peraltro si ritiene che la collettività regionale sia pienamente consapevole: a
nessuno infatti può sfuggire , né al pretore stesso, la pretestuosità
sostanziale di un comportamento che si presta alle più spregiudicate
speculazioni politiche gettando gratuitamente discredito sulle istituzioni
democratiche e mettendone in discussione la credibilità, attraverso il totale
travisamento dei fatti. Questi ultimi mettono in evidenza un impegno
straordinario della Regione e degli enti locali nell’affrontare sul piano
programmatico e attuativo le questioni inerenti l’assetto del territorio. Per
quel che concerne in particolare la rupe di Orvieto e il colle di Todi è noto
che la legge speciale emanata dal Parlamento costituisce il risultato
dell’iniziativa dei Comuni interessati e della Regione. Alla sua attuazione si
sta procedendo con rapidità esemplare: a meno di sette mesi dall’entrata in
vigore della legge speciale la commissione tecnico-scientifica nominata dalla
Regione ha terminato gli studi geologici indispensabili e stanno per
concludersi le procedure della gara d’appalto dei lavori. L’iniziativa del
pretore costituisce ora un fatto obiettivamente ritardante che certo non
agevola lo sforzo che si sta producendo nella piena consapevolezza della
gravità della situazione”.
35
Nei giorni successivi all’invio
delle comunicazioni giudiziarie, il pretore Di Amato rilasciò alcune brevi
dichiarazioni. Di Amato, dopo aver precisato che le notizie trapelate, relative
a quelle comunicazioni, non erano provenute dall’ambiente giudiziario ma dai
diretti interessati oggetto dei provvedimenti in questione, rilevò che “le
frane susseguitesi sulla rupe sono un esempio oggettivo, innegabile del suo
stato…Se sussistono dei reati non lo ho ancora accertato, infatti le
comunicazioni giudiziarie non sono delle imputazioni, ma hanno una funzione di
garanzia processuale e consentono lo svolgimento delle successive indagini…Sono
in corso gli accertamenti e fino a che questi non saranno terminati non
procederò a contestazioni, imputazioni e conseguenti interrogatori…La mia
intenzione è di risolvere presto la questione, infatti data la delicatezza del
problema che investe persone pubbliche ed interessi della collettività
orvietana, a cui mi sento molto legato, intendo procedere celermente, se la
ventilata applicazione di un pretore di Orvieto, Leonasi o me, presso gli
uffici giudiziari di Terni per alcuni giorni alla settimana, non si realizzerà.
Infatti ciò ostacolerebbe non poco questa prassi”.
Nel mese di agosto la sezione
penale della pretura di Orvieto formalizzò l’inchiesta a carico dei componenti
della Giunta regionale: era sua - era scritto nel fascicolo depositato - la
responsabilità della frana e dei crolli, verificatisi nel 1979. E il
dibattimento processuale si sarebbe tenuto il 29 settembre, presso la pretura
di Orvieto. La formalizzazione dell’inchiesta non stupì. Infatti nel corso
degli interrogatori a cui il pretore sottopose i rappresentanti della Giunta
direttamente interessati, quelli del settore lavori pubblici e del territorio,
si era capito che l’inchiesta sarebbe andata avanti. Il pretore sembrò convinto
che i crolli fossero addebitabili ai ritardi amministrativi con i quali la
Giunta regionale sarebbe intervenuta nell’affrontare i problemi della rupe di
Orvieto.
Nel processo che si tenne appunto
il 29 settembre, appena dopo la decisione della Giunta regionale di affidare i
lavori alla società Geosonda, il collegio di difesa era composto dagli avvocati
Fabio Dean, per Germano Marri, Ennio Tomassini e Pier Luigi Neri, Gianfranco
Orioli, per Mario Belardinelli, Mario Laureti, per Vittorio Cecati, Giancarlo
Mercatelli e Roberto Abbondanza, e Augusto Fratini, per Franco Giustinelli e
Alberto Provantini. Secondo quanto scritto in un articolo pubblicato da “Il
Paese sera”: “Fin dalle prime battute il procedimento è apparso come una
forzatura. Scontata anche la sentenza: il pagamento di un’ammenda per il
presidente Germano Marri e per il vice Ennio Tomassini e il proscioglimento per
gli altri imputati…Il processo di Orvieto all’occhio più o meno esperto del
pubblico presente in aula è apparso nel suo complesso come un processo inutile.
Si è anche capito successivamente con gli interrogatori degli imputati che era
già avvenuta una selezione, come il verdetto ha poi sottolineato. Gli
interrogatori più significativi infatti al di là delle semplici conferme alle
dichiarazioni rilasciate in fase istruttoria sono apparsi quelli del presidente
della Giunta Germano Marri e del vice Ennio Tomassini. Marri ad esempio ad
altrettanti incalzanti domande ha insistito sull’impossibilità per gli
amministratori regionali, in quanto membri di una Giunta, di agire
individualmente…Di Amato ha insistito lungamente nel chiedere a Marri in che
modo egli fosse intervenuto con solleciti o avesse verificato di persona lo
stato della rupe informandosi direttamente. Marri ha ribadito che la sua figura
e quella dei suoi colleghi amministratori è subordinata, al di là di scontati
accertamenti ed azioni individuali, ad un comportamento e soprattutto alla
decisione di provvedimenti adottati dalla Giunta nel suo insieme. Del resto -
ha detto Marri - in Giunta la continuità dell’informazione sulla situazione
della rupe di Orvieto era garantita e seguita con puntuali relazioni di
Tomassini, confortate sempre da accertamenti anche a carattere episodico frutto
di contatti politico-amministrativi con gli amministratori orvietani. Ad ogni
riunione di Giunta il problema di Orvieto è sempre presente (‘anche troppo’
hanno puntualizzato poi altri imputati), dimostrando l’immediatezza con cui ci
si è mossi. Evidentemente però il pretore non è rimasto convinto. Sembrava
sollecitare delle ‘confessioni’ circa la mancanza di volontà politica di
intervenire per il risanamento della rupe.
36
‘Confessioni’ aggiungiamo davvero
impossibili vista la celerità con cui si è mossa nel giro di pochi mesi la
regione dell’Umbria sul problema della rupe ma soprattutto perché - e l’ha
chiarito Marri abbastanza polemico - la Giunta regionale non è una squadra di
muratori dove ciascuno armato di cazzuola e cucchiara fa dei lavori, il compito
di una Amministrazione come soggetto, e di un gruppo cioè la Giunta, è quello
di fare atti amministrativi, atti di legge, predisporre finanziamenti,
sollecitare, dare deleghe e decidere (del resto così è stato fatto decidendo
l’affidamento dei lavori). Il magistrato orvietano chiedendo poi a Tomassini se
la Giunta avesse preso in considerazione la possibilità di utilizzare per
interventi urgenti la legge 65 sulla tutela del territorio, ha concretizzato
uno dei dubbi che troppo spesso in questi ultimi mesi l’opinione pubblica umbra
aveva avanzato cercando di interpretare l’azione del pretore. In sostanza al di
là della legge 230 c’era o no la possibilità di intervenire ugualmente a favore
di Orvieto? Tomassini e prima di lui Marri hanno spiegato che la finalità
principale degli amministratori umbri era quella di attuare presto e bene la
legge nazionale, cioè la 230. Con sentenza inaccettabile sul piano del
buonsenso e che condizionerà certo e non poco in seguito il pensiero
dell’opinione pubblica e l’operato degli amministratori, il presidente e il
vicepresidente della Giunta regionale (apparsi visibilmente amareggiati dopo il
pronunciamento della sentenza), sono stati condannati per aver agito, per avere
insomma applicato le leggi nazionali”.
Mi sembra evidente che al
collegio di difesa si era aggiunto un altro avvocato, la corrispondente locale
de “Il Paese sera”, Annalisa Fasanari…
Nel successivo mese di ottobre
furono rese note le motivazioni della sentenza del 29 settembre. Esse furono
analizzate in un articolo pubblicato da “Il Messaggero”: “Il presidente della Giunta
regionale, Germano Marri, ‘di fronte ad un problema così grave quale quello
della rupe di Orvieto, non poteva limitarsi, come ha dichiarato in
dibattimento, ad informarsi sulla base delle relazioni svolta in Giunta dal
Tomassini. La sua carica di presidente avrebbe dovuto indurlo ad una costante
verifica diretta della situazione, almeno nei suoi aspetti più salienti, così
da poter adottare con maggiore ponderazione le decisioni’. Il vice presidente
della Giunta, Ennio Tomassini, dal canto suo, ‘ha agito senza prestare la
dovuta attenzione all’esigenza di dare ai problemi della rupe una soluzione
progressiva, avendo anche riguardo ai problemi più urgenti ed ai quali poteva
essere data immediata risposta…Numerosi erano stati i segnali sicuramente
ricevuti dal Tomassini in ordine alla urgenza e
gravità della situazione…Si tratta di elementi che inducono a ritenere
che il Tomassini non abbia ponderato con la dovuta attenzione i problemi
inerenti la salvaguardia della rupe di Orvieto’. Per quanto riguarda
‘viceversa, gli altri componenti della Giunta è verosimile che abbiano aderito
alle proposte del Tomassini sulla base delle relazioni di quest’ultimo e,
perciò, con una inesatta percezione della realtà’….Nelle sedici pagine di
sentenza, depositata nei giorni scorsi in cancelleria, Di Amato rifà la storia
più recente delle cause che avrebbero provocato poi le frane del febbraio
scorso, secondo una scaletta che aveva già seguito nella fase dibattimentale
del processo. Il pretore di Orvieto parte dal presupposto che il reato di cui
all’art. 734 del codice penale ‘può essere realizzato anche mediante una
omissione, purchè a carico del soggetto sia ravvisabile un dovere di agire
restato inadempiuto’. La Giunta regionale aveva questo dovere? Per Di Amato non
ci sono dubbi. La tutela del territorio rientra tra gli specifici compiti delle
Regioni. Peraltro la legge speciale per Orvieto, del maggio 1978, ‘ha
confermato essere compito della Regione Umbria il provvedere al consolidamento
della rupe di Orvieto’. Marri e Tomassini quali colpe hanno? Per il pretore di
Orvieto avrebbero dovuto ‘dare più presto possibile corso alle iniziative
necessarie a risanare il sistema idrofognario della città’, consentendo al
Comune di Orvieto di utilizzare i 200 milioni stanziati dal Consiglio regionale
‘in modo da iniziare un’opera che avrebbe dovuto proseguire, senza soluzione di
continuità, appena divenuta operante la legge statale’, anche se Di Amato
avanza il dubbio ‘sulla possibilità che si raggiunga una soluzione definitiva
dei problemi
37
della rupe’ e perplessità sui
‘metodi da adottare per ovviare ai dissesti di natura geomeccanica della
medesima’. E’ certo, dice il pretore, che la causa che almeno innesca i
dissesti della rupe è la cattiva regimentazione delle acque reflue. E a Orvieto
‘non è stato fatto nulla per la regimentazione delle acque e il risanamento del
sistema fognante’. La colpa? Naturalmente di Marri e Tomassini. Anche per la
circostanza che ‘nel luogo in cui si è verificata la frana di maggiore entità,
alla Cannicella, è risultato non solo che vi erano due scarichi a cielo aperto,
ma che gli stessi si immettevano direttamente nel suolo’. Il pretore non si è
chiesto, a questo punto, dove stava il Comune e cosa facevano gli
amministratori locali. Avrebbero dovuto pensarci Marri e Tomassini a fare opera
di stimolo e di sensibilizzazione, così come vuole lo statuto regionale. Il
quale non prevede l’intensità delle piogge che sulla città si erano abbattute
nei giorni precedenti le frane del febbraio scorso. Ma per il pretore di
Orvieto l’avrebbero potuta prevedere Marri e Tomassini. ‘Dai dati pluviometrici
acquisiti agli atti’, argomenta Di Amato, ‘risulta tanto per guardare ai tempi
più recenti, che piogge di intensità uguale o di poco inferiore ci erano state
tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio e tra la fine di novembre e
l’inizio di dicembre 1977, nonché nei primi giorni dell’ottobre 1978’. Insomma:
piove, governo (regionale) ladro!”.
E il 23 gennaio 1980 ebbero
inizio i lavori di consolidamento della rupe di Orvieto. In quel giorno si
tenne una cerimonia ufficiale, presso la sala consiliare del Comune,
nell’ambito della quale emerse con chiarezza la necessità di almeno altri 10
miliardi di lire per completare quei lavori. Dopo un breve intervento del
sindaco Giulietti, prese la parola il presidente della commissione consiliare
della Regione, il professor Monterosso, il quale sottolineò appunto
l’inadeguatezza dei finanziamenti concessi tramite la legge 230 ma
contemporaneamente rilevò che la Regione si sarebbe impegnata, prima della fine
della legislatura, entro due o tre mesi, a promuovere tutte le iniziative
necessarie per ottenere il rifinanziamento della legge. Intervenne poi
l’ingegnere Piccione, in rappresentanza delle società vincitrici dell’appalto
concorso (Geosonda, Sogestra e Grassetto), illustrando a grandi linee le
caratteristiche dei lavori di consolidamento della rupe, finalizzati da un lato
ad eliminare la continua permeazione della rupe da parte delle acque, piovane e
di fogna, dall’altro a proteggere l’esterno della rupe stessa dall’erosione. La
prima parte dei lavori avrebbe riguardato la costruzione di due grandi
collettori fognanti sul ciglio della rupe, uno dal convento di Santa Chiara a
piazza Cahen, l’altro dalla caserma Piave a porta Maggiore, per un totale di
tre chilometri circa. Inoltre si sarebbe dovuto ristrutturare sei chilometri di
fognature già esistenti. Anche la rete idrica sarebbe stata revisionata e, se
necessario, ricostruita per un totale di dodici chilometri. Per quanto concerne
la seconda parte dei lavori sarebbero stati piantati 5.000 “chiodi”, o
ancoraggi, di vario tipo che sarebbero penetrati nel masso tufaceo per una
profondità variante tra i sei e i trenta metri e i chiodi sarebbero stati
disseminati lungo 25.000 metri quadrati di parete. Anche il ciglio della rupe
sarebbe stato sistemato in modo da proteggerlo dai danni provocati dalle acque
e dalle piante. Particolare importanza poi avrebbe assunto un complesso sistema
di rilevamento che sarebbe stato installato in modo da coprire Orvieto con una sorta di ombrello sotto il
quale non si sarebbe verificato nessun movimento senza essere registrato. Il
complesso sistema sarebbe stato composto da 92 piezometri per controllare il
livello delle acque, 44 inclinometri, 32 estensimetri e 32 termometri per
segnalare ogni minimo spostamento. La realizzazione dei lavori avrebbe
richiesto circa 500.000 ore di lavoro.
In effetti la legge 230, che
stanziò 6 miliardi di lire, fu rifinanziata in seguito all’ approvazione di
altre 3 leggi la 119 del 30.3.1981, la 526 del 7.8.1982 e la 227 del 12.6.1984,
leggi che stanziarono le prime due 6 miliardi ciascuna e la terza 28 miliardi.
38
La legge 227 era composta da un
solo articolo:
Art. 1
Ai fini della prosecuzione degli interventi previsti dalla legge 25 maggio 1978 n. 230, è disposto, a favore della Regione Umbria un contributo speciale di lire 12 miliardi per il 1984 e di lire 16 miliardi per il 1985 per la città di Orvieto, nonchè di lire 7 miliardi per il 1984 e di lire 8 miliardi per il 1985 per la città di Todi. Per studi, progettazioni e primi interventi atti ad affrontare la situazione di grave dissesto strutturale del duomo di Orvieto e di altri edifici storici ed artistici nonchè delle mura di cinta di Orvieto e Todi, è altresì autorizzata la spesa di lire 1 miliardo, per ciascuno degli anni 1984 e 1985, da iscrivere nello stato di previsione del ministero per i Beni culturali ed ambientali.
Sono importanti le ultime righe dell'articolo laddove, per la prima volta, fu previsto uno stanziamento per il duomo di Orvieto e per altri "edifici storici ed artistici".
Art. 1
Ai fini della prosecuzione degli interventi previsti dalla legge 25 maggio 1978 n. 230, è disposto, a favore della Regione Umbria un contributo speciale di lire 12 miliardi per il 1984 e di lire 16 miliardi per il 1985 per la città di Orvieto, nonchè di lire 7 miliardi per il 1984 e di lire 8 miliardi per il 1985 per la città di Todi. Per studi, progettazioni e primi interventi atti ad affrontare la situazione di grave dissesto strutturale del duomo di Orvieto e di altri edifici storici ed artistici nonchè delle mura di cinta di Orvieto e Todi, è altresì autorizzata la spesa di lire 1 miliardo, per ciascuno degli anni 1984 e 1985, da iscrivere nello stato di previsione del ministero per i Beni culturali ed ambientali.
Sono importanti le ultime righe dell'articolo laddove, per la prima volta, fu previsto uno stanziamento per il duomo di Orvieto e per altri "edifici storici ed artistici".
Fu poi approvata la legge 29
dicembre 1987, n. 545, denominata “Disposizioni per il definitivo
consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi”.
Il testo della legge 545 è il
seguente:
Art. 1
A completamento degli
stanziamenti della legge 12 giugno 1984, n. 227, è assegnato alla regione
Umbria un contributo straordinario di 180 miliardi negli anni 1987-1990, in
ragione di lire 55, 45, 40 e 40 miliardi, rispettivamente per gli anni 1987,
1988, 1989 e 1990, da destinare agli interventi di definitivo consolidamento
della rupe di Orvieto e del colle di Todi, valutati rispettivamente in lire 115
miliardi e in lire 65 miliardi. Alle relative opere si applicano le
disposizioni dell’articolo 59 della legge 5 agosto 1978, n. 457.
La Regione Umbria realizza
direttamente, d’intesa con i Comuni, gli interventi di cui al comma 1,
garantendo continuità delle realizzazioni; può avvalersi, se necessario
attraverso convenzioni del Cnr e dei suoi istituti, nonché di università e di
enti scientifici, anche al fine di realizzare sistemi di costante monitoraggio
e vigilanza; può, altresì, delegare attività ai Comuni di Todi ed Orvieto.
Gli organi tecnici e consultivi
delle amministrazioni statali sono tenuti ad assicurare collaborazione alla
realizzazione degli interventi di cui alla presente legge.
E’ altresì autorizzata la spesa
di 120 miliardi negli anni 1987-1992 per interventi, di competenza del
ministero dei Beni culturali e ambientali, di recupero, restauro,
conservazione, valorizzazione ed utilizzazione degli edifici, nonché dei beni e
delle opere di pertinenza degli stessi, di cui alla legge 12 giugno 1984 n.
227, in ragione di lire 5, 15, 20 e 20 miliardi per ciascuno degli anni dal
1987 al 1990, sulla base di un programma che garantisca la continuità di
realizzazioni e completamento delle opere in corso. Per gli anni successivi al
1990 gli stanziamenti relativi ai singoli esercizi finanziari sono quantificati
con legge finanziaria.
39
Art. 2
Il ministero dei Beni culturali e
ambientali e la Regione Umbria sono autorizzati ad assumere impegni per gli
interi stanziamenti, fermo restando che le erogazioni annuali non superino le
singole previsioni di spesa.
Art. 3
L’onere complessivo della
presente legge per il periodo 1987-1992 è pari a 300 miliardi di lire.
All’onere di 60 miliardi per l’anno 1987 si fa fronte mediante riduzione dello
stanziamento iscritto al capitolo 9001 dello stato di previsione della spesa
del ministero del Tesoro per il 1987 utilizzando l’accantonamento
“Conservazione e salvaguardia di Todi e Orvieto”. All’onere di 60 miliardi
previsto per gli anni 1988, 1989 e 1990 si fa fronte mediante riduzione dello
stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1988-1990, al capitolo
9001 dello stato di previsione del ministero del Tesoro per l’anno 1988
utilizzando il medesimo accantonamento.
La presente legge entra in vigore
il giorno successivo alla sua
pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.
La presente legge, munita del
sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti
normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla
e di farla osservare come legge dello Stato.
Data a Roma, addì 29 dicembre
1987
COSSIGA
GORIA, Presidente del Consiglio dei Ministri
Visto, il Guardasigilli VASSALLI
Dalla lettura degli articoli
della legge 545 emerge con chiarezza la sua fondamentale importanza sia per i
consistenti finanziamenti concessi, tali da consentire il completamento dei
lavori di consolidamento della rupe di Orvieto, sia perché prevedeva
l’erogazione di fondi di notevole rilevanza anche per il restauro del
patrimonio storico-artistico del centro storico orvietano, intervento questo
già previsto dalla legge 227, ma con lo stanziamento di un solo miliardo di
lire.
I contenuti di questa legge
quindi sono la testimonianza più evidente del fatto che, come ho già rilevato
fin dall’inizio, che il PO non si limitò a prevedere i pur importanti lavori di
consolidamento della rupe ma anche interventi relativi al patrimonio
storico-artistico del centro storico di Orvieto, in modo tale da divenire
effettivamente un progetto globale di risanamento e valorizzazione dell’intero
centro storico, un vero e proprio, aggiungo, progetto di sviluppo di questa
parte del territorio comunale, elemento questo che rappresenta il tratto distintivo
e peculiare del PO, tale da considerarlo realmente un modello che poteva e
doveva essere seguito per altri centri storici non solo italiani ma anche
esteri.
Dopo l’approvazione della legge
227, l’allora sindaco Franco Barbabella rilasciò un’intervista al
corrispondente locale de “La Nazione”, Roberto Conticelli, nella quale traspare
chiaramente la sua soddisfazione:
40
“Prof. Barbabella, dopo il
Senato, anche la Camera ha approvato il provvedimento che stanzia 45 miliardi
per la rupe di Orvieto e il colle di Todi. I cantieri, quindi, non si
fermeranno. Qual è il significato reale di tutto questo e quale il suo
pensiero?
Credo che si tratti di un
provvedimento molto importante, non solo per l’entità del finanziamento ma per
il fatto che esso, per la prima volta, è pluriennale, cioè, stanziato nei modi
che noi chiedevamo. Ciò, è chiaro, consente una programmazione degli interventi
che abbia il necessario respiro. L’inserimento di un primo finanziamento per il
duomo ed altri monumenti cittadini, inoltre, riconosce la giustezza delle
nostre intenzioni, quelle di trattare organicamente i problemi della rupe e del
centro storico. E’ importante, infine, la fissazione del termine temporale al
31 marzo 1985 per la presentazione di ulteriori aggiornamenti progettuali, sia
per la rupe che il duomo ed altri monumenti: tutto questo prefigura
quell’organicità per la quale ci siamo battuti.
Quali enti, quali istituzioni,
quali personalità si sono maggiormente impegnate per l’ottenimento della legge?
Non mi pare possibile fare una
graduatoria dell’impegno. C’è stata una elevata sintonia tra Comune, Regione e
Parlamento, con il sostegno di numerosi enti e personalità. Da sottolineare,
inoltre, il consenso, direi la simpatia dell’opinione pubblica, in particolar
modo degli orvietani.
Varie difficoltà si sono poste
per giungere all’emanazione della legge. Quali le maggiori e come sono state
superate?
Le maggiori difficoltà sono
derivate dalle vicende politiche nazionali: si è lottato per tenere ferma una
giusta impostazione, di fronte a governi instabili e ministri che si
succedevano. Mai, però, si è avuta l’impressione di ostilità preconcetta e la
prova la si ha nei fatti.
Professor Barbabella, una parte
dello stanziamento riguarda il duomo. Verranno così risolti tutti i problemi
della cattedrale?
Il finanziamento consentirà di
affrontare i più urgenti problemi: il duomo necessita di un restauro generale,
quindi di un progetto globale adeguatamente finanziato. Dovrà aprirsi un
cantiere che, per vari anni, occuperà enti, amministrazioni, tecnici ed operai
specializzati.
E’ possibile, oggi, fare un
bilancio dell’intera vicenda. Come ha reagito la popolazione alle vicissitudini
dei lavori di consolidamento?
Si è fatto un ulteriore passo per
rivitalizzare Orvieto, forse quello più significativo sino ad oggi. L’impegno,
tuttavia, non è concluso ma il nostro futuro è più sereno. Numerosi altri
aspetti della valorizzazione di Orvieto ci attendono e ci aiuta il sostegno
della gente”.
Dopo l’approvazione alla Camera
del disegno di legge che poi, una volta approvato anche dal Senato, diventò la
legge 545, alcuni parlamentari artefici di quel disegno rilasciarono alcune
dichiarazioni, come riportato in un articolo pubblicato sempre da “La Nazione”:
“La commissione Lavori Pubblici
della Camera ha approvato ieri la proposta di legge per il definitivo
consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi nel testo
unificato…Nelle scorse settimane - ha detto l’on. Radi - c’è stato un incontro
fra i presidenti delle due commissioni nel corso del quale è stato trovato un
accordo sul testo che la commissione della Camera ha approvato
41
ieri…Commentando l’approvazione
l’on. Radi ha detto che il testo ‘risponde molto bene alle finalità che mi ero
proposto come autore di una delle due proposte di legge. Le norme consentono di
realizzare un programma organico di opere per il consolidamento del colle di
Todi e della rupe di Orvieto e per provvedere al restauro, conservazione e
valorizzazione del patrimonio artistico-monumentale delle due città umbre. Il
piano finanziario di 300 miliardi nei sei anni, a partire dal 1987 è congruo
rispetto alle spese previste’…L’onorevole Alberto Provantini dal canto suo, ha
commentato: ‘La Camera ha approvato una legge che non solo garantisce la
continuità e la conclusione delle opere per Orvieto e Todi ma che interviene
anche sui beni ambientali, storici e monumentali dei due centri, con un
finanziamento di 300 miliardi in sei anni, secondo la nostra proposta, la
proposta Dc chiedeva molto meno. Debbo sottolineare - ha proseguito Provantini
- che questa legge è stata approvata malgrado il governo non abbia presentato
un disegno di legge. Il Parlamento - ha aggiunto - si è comportato in modo
esemplare, approvando le leggi per i primi interventi, approvando nella
finanziaria centottanta miliardi nel triennio, finanziando oggi i progetti
presentati dalla Regione Umbria per 180 miliardi e dalla Sovrintendenza per 120
miliardi’”.
42
I lavori di risanamento della rupe
Può essere utile esporre le
principali caratteristiche degli interventi previsti nel progetto che risultò
vincente in seguito all’appalto concorso realizzato alla fine degli anni ’70.
Tali caratteristiche vengono
esposte con chiarezza in un articolo pubblicato sulla rivista “Ingenium”,
scritto sempre da Riccardo Bianchi.
“Le finalità che si propone il
progetto prescelto sono quelle illustrate ai punti seguenti.
1) eliminazione delle cause di
dissesto mediante: 1.a.) ricostruzione delle rete idrica e fognante consistente
nel rifacimento dei sistemi idrico e fognante in particolare nelle zone
periferiche della rupe; nella creazione di collettori di ciglio per convogliare
le acque meteoriche e di scarico sino ai collettori principali ed ai pozzi di
caduta previsti per eliminare gli sbocchi liberi; nell’impermeabilizzazione di alcuni
collettori in buone condizioni statiche. 1.b) sistemazione idraulico forestale
consistente nella regimazione delle acque di supero e di quelle di scorrimento
superficiale anche mediante rimboschimento di terreni nudi o cespugliosi
degradati; nella revisione e completamento del sistema di imbrigliamento dei
fossi e sistemazione idraulica degli stessi, in relazione ai fenomeni di
dissesto rilevati, mediante soglie, briglie, ed opere longitudinali continue
per la difesa delle sponde.
2) ricostruzione dello stato di
equilibrio preesistente al dissesto e miglioramento delle caratteristiche
meccaniche dei materiali mediante: 2.a) consolidamento della rupe realizzato
attraverso chiodature interessanti la parte superficiale della parete, in modo
da conferire alla parete stessa maggiore compattezza e monoliticità (con
presenza di dreni per eliminare eventuali sovrappressioni); ancoraggi passivi
in testa alla parete tufacea per realizzare un complesso strutturale in grado
di assorbire eventuali tensioni orizzontali; la costruzione al piede di una
rete di ancoraggi attivi per ricostruire all’interno della massa tufacea lo
stato tensionale preesistente alla eliminazione delle azioni di contrasto al
piede della rupe. 2.b) sistemazione del ciglio e restauro conservativo delle
opere murarie mediante la creazione nella zona di ciglio di un’area verde con
adeguato rimboschimento, impermeabilizzazione delle zone di ciglio non
destinate a verde, revisione e ripristino della pavimentazione, convogliamento
delle acque meteoriche agli appositi recapiti; la revisione e il risanamento di
parti ammalorate di murature ed inserimento all’interno di barre cementate
nelle zone sollecitate a trazione; il restauro conservativo di elementi murari
di particolare interesse storico ed archeologico; la revisione e il ripristino
della copertina dei muri lungo il ciglio.
3) controllo della situazione
generale mediante: 3.a) una rete di strumentazione ed accertamenti in corso
d’opera realizzata attraverso la posa in opera di una rete di strumentazione,
costituita da inclinometri, piezometri ed estensimetri, atta a fornire
indicazioni sulla evoluzione geomeccanica e sul comportamento delle falde
acquifere; un impianto automatico a registrazione grafica per la lettura della
rete estensimetrica; accertamenti in corso d’opera consistenti nell’analisi dei
dati forniti dalla rete di strumentazione ed in prove di tiro su ancoraggi”.
Per quanto riguarda gli
interventi sulle numerose cavità presenti nel sottosuolo di Orvieto, concausa
anch’esse dei problemi della stabilità della rupe, si può far riferimento a un
documento del raggruppamento di imprese che si occupò del consolidamento della
rupe, documento nel quale furono elencati tutti gli interventi che si
intendevano realizzare:
43
“Per l’individuazione delle
cavità presenti nel sottosuolo di Orvieto e non conosciute è stata effettuata
un’indagine geofisica con il metodo delle onde elettromagnetiche (‘georadar’)
articolata in una prima fase, tendente ad accertare l’esistenza delle cavità ed
in una seconda, di dettaglio, per la definizione delle singole cavità. Tale
indagine ha comportato il rilievo in campagna di 996 linee radar per uno
sviluppo complessivo di 50.926 metri. Per il rilievo delle cavità o grotte note
e di quelle individuate con l’indagine geofisica è stata predisposta una
poligonale esterna di appoggio, allacciata a punti catastali e Igm noti, a cui
connettere una seconda poligonale che, percorrendo il centro abitato,
costituisce il riferimento di base per l’ubicazione planimetrica di ogni
singola cavità. Infine, il rilievo di ciascuna cavità è stato effettuato con i
tradizionali metodi topografici, nel corso dei quali sono state anche valutate
le loro condizioni statiche generali al fine di definire il grado di
pericolosità. Le cavità rilevate ammontano a 453 per uno sviluppo complessivo
di mq. 51.147. Esse rappresentano quasi il 60% di quelle esistenti.
Le opere previste per il
consolidamento delle cavità, ricadenti sotto aree pubbliche, considerate in
condizioni gravi e, quindi, pregiudizievoli per la pubblica incolumità si
articolano secondo i seguenti tre indirizzi, in relazione al loro valore
storico-culturale:
- consolidamento mediante
chiodature di tipo passivo, armate con barre di acciaio, nelle zone
disarticolate; formazioni di muri, volti ed archi in muratura di tufo, per il
rinforzo di pareti sottili e dei pilastri di sezione insufficiente; risarcitura
delle lesioni e loro intasamento con malta cementizia; eventuale cordatura di
fondazione.
- riempimento delle cavità con
conglomerato di pozzolana a grana grossa
e pezzatura mista, e/o con miscela di calce idrata e cemento addittivato
con betonite; successivo intasamento della calotta con iniezioni a pressione
controllata.
- restauro conservativo
utilizzando microcuciture diffuse; impregnazione delle zone più deteriorate con
speciali prodotti chimici a bassa viscosità; iniezioni e sarciture delle
lesioni eseguite con malta a base di pozzolana super ventilata, calce idrata e
cemento La Farge”.
Utilizzando un documento della
Regione dell’Umbria, denominato “Opere di consolidamento della rupe di
Orvieto”, risalente al luglio 2002, si può esporre una sintesi degli interventi
eseguiti in seguito ai finanziamenti previsti dalle diverse leggi approvate dal
Parlamento, a partire dalla legge 230 del 1978 alla legge 242 del 1997.
“In attuazione delle leggi 230
del 1978, 119 del 1981, 526 del 1982 e 227 del 1984, i lavori di consolidamento
della rupe eseguiti sono stati i seguenti:
Ricostruzione dello stato di
equilibrio preesistente al dissesto e miglioramento delle caratteristiche
meccaniche del materiale con consolidamento della parete tufacea mediante
chiodature, ancoraggi passivi in testa e tiranti attivi al piede della parete
stessa, per conferire migliore compatezza e monoliticità
Per il consolidamento sono stati
eseguiti interventi su tratti di rupe, particolarmente dissestati, posti nella
zona di porta Romana, monastero di S.Chiara, istituto professionale,
dispensario e monastero di S.Paolo, con uno sviluppo perimetrico alla base di 786
m. e su una superficie di 19.500 mq., per un’altezza media della rupe di 25 m.
Sono stati posti in opera 120.000 mc. di ponteggio, con 39.400 m. di
perforazioni e 143.600 kg. di acciaio per chiodature, ancoraggi e tiranti per
35.000 ml.,
44
per sarcitura di 5.000 ml. di
lesioni e microlesioni, iniezioni di cls. per 88.700 ql. di cemento per
bonifica fratture, chiodature, ancoraggi e tiranti.
Il restauro delle murature ha
interessato porta Romana e l’insieme posto a ripa Medici, il rifacimento del muro
crollato della Gonfaloniera e alcuni settori della rocca Albornoz comprendente
riprese su 6.097 mq. di murature antecedenti il XX secolo, diserbo di 6.200
mq., riprese di murature del XX secolo su 1.400 mq., consolidamento di murature
su 1.770 mq. e tassellature di reintegro su 4.000 mq.
Rifacimento del sistema idrico
e fognante per eliminare le cause di infiltrazione nella rupe e di conseguenza
nelle argille di base
Il rifacimento della rete idrica
e fognante, comprese pavimentazioni e impermeabilizzazioni stradali nella
totalità dell’abitato di Orvieto posto sul pianoro della rupe, per uno sviluppo
complessivo delle strade interessate di 19.880 mq., ha comportato la posa di:
- collettori fognari di vario
diametro per 25.900 ml.;
- 6.343 allacci fognari;
- 2.475 caditoie stradali;
- tubazioni principali rete
idrica per 13.991 ml.;
- 3.129 allacci idrici;
- pavimentazioni, in cubetti di
lava o porfido (75.049 mq.), in asfalto (30.521 mq.), in basole (1.670 mq.).
L’intervento è stato completato
dalla costruzione del nuovo serbatoio di carico dell’acquedotto con 2 vasche di
2.000 mc. posto fuori della rupe, in località Sasso Tagliato, con una condotta
di avvicinamento alla città su un percorso di 2.230 m.
Sistemazione
idraulico-forestale al piede, con regimazione delle acque sorgive e di
ruscellamento, e con rimboschimento di terreni nudi e degradati; sistemazione
idraulica con opere adeguate nei fossi che scendono a raggiera dai piedi della
rupe
Tale sistemazione idraulico-forestale
ha comportato la posa di canalette di cemento, con opere di drenaggio lungo la
strada del fosso del Livio e a sud della rupe, fra il dispensario e il fosso
della Civetta, e in alcuni settori a nord della rupe. Sono state poste in opera
3.600 ml. di canalette, rimboschimenti su 13,50 ha. con 8.400 piantine di
latifoglie e conifere, recinzioni e chiudende per 6.600 m.
Sistemazione del ciglio della
rupe e restauro conservativo delle opere murarie, specie se d’interesse storico
e archeologico
Per quanto riguarda il ciglio,
gli interventi hanno interessato il settore fra il dispensario e l’istituto
professionale, la zona Conce, quella sotto ripa Medici, con pulizia e
riassetto, controllo vegetazione, costruzione muretti, interventi per complessivi
18.00 mq.
Controlli della situazione
generale mediante rete di strumentazione e con accertamenti in corso d’opera
Tale rete ha impostato il sistema
di monitoraggio per il controllo di stabilità delle pendici (pendio) della rupe
di Orvieto e ha comportato l’installazione di:
45
- una rete di 25 stazioni
estensimetriche, con associate 10 stazioni termometriche, poste sulla parete di
tufo, con acquisizione automatica dei dati;
- una rete di 33 inclinometri e
33 piezometri, con acquisizione manuale dei dati, posti alla base della rupe
sul pendio entro i detriti e/o argille di base.
Le misurazioni dei dati hanno
permesso di seguire e controllare i risultati, valutandone l’andamento, in
generale, positivo.
In attuazione della legge 545 del
1987, i lavori eseguiti sono stati i seguenti:
Sistemazione delle pendici
Ha comportato la captazione delle
acque sotterranee con drenaggi profondi, la regimentazione delle acque
superficiali con canalizzazioni, inerbimenti e rimboschimenti, riprofilatura
del pendio ed imbrigliamento dei fossi esistenti.
I progetti relativi sono stati:
- Pendici sotto l’istituto
professionale. Sono stati eseguiti 7 pozzi a grande diametro (m. 3,40), per
83,20 m., equipaggiati con raggiere orizzontali di drenaggio, collegamenti di fondo
con scarico su canalette a valle;
- Fosso San Benedetto.
Sistemazione e regolamentazione idraulica del fosso a partire dalle origini
sotto le pendici, a monte della strada statale 71 e con l’esecuzione di m.
2.300 di nuovo alveo a sezione trapezia in cls armato con rete elettrosaldata,
corredato di 20 briglie, sottopassando il tracciato della ferrovia, della
direttissima e dell’autostrada del Sole;
- Fosso Cavaiene. Sistemazione e
regolamentazione idraulica del fosso a partire dalle origini sulle pendici sotto porta Maggiore con
l’esecuzione di m. 2.200 di un nuovo alveo a sezione trapezia in cls armato con
rete elettrosaldata, dotato di briglie, poste sulla testata dello stesso, e
sotto passando la ferrovia Roma-Firenze prima della confluenza con il fosso di
San Benedetto;
- Porta Cassia. I lavori eseguiti
hanno comportato l’esecuzione di 15 pozzi a grande diametro, di varie
profondità per il drenaggio della coltre detritica nella pendice e disposti
lungo un allineamento grosso modo parallelo alla parete tufacea, nella zona
sottostante la rupe, fra le caserme e verso il fosso di S.Zero, lungo
all’incirca 400 m. Il drenaggio della falda è operato dai dreni sub orizzontali
eseguiti all’interno dei pozzi stessi, a loro volta collegati fra loro da una
condotta di fondo. L’intervento ha interessato inoltre la captazione di alcune
emergenze, la posa di canalette prefabbricate anche per lo scarico delle acque
provenienti dai pozzi.
Consolidamento della rupe,
porta Maggiore e fortezza dell’Albornoz
L’intervento è consistito in
particolare:
- diserbo e pulizia della parete
con eventuale demolizione di massi pericolanti;
- sarcitura di micro e
macrolesioni per consentire le iniezioni di bonifica;
- chiodature della parte
superficiale con lunghezze variabili da due a dodici metri per conferire
monoliticità alla parete;
- fasce di ancoraggi attivi o
passivi, di lunghezze da venti a trenta metri per collegare la parte
superficiale, consolidata dalle chiodature, agli strati più interni;
46
- sistemazione del ciglio della
rupe, con l’aspetto del detrito accumulato, riduzione della vegetazione, ed
eventuale realizzazione di murature di contenimento dello strato di copertura
anche con la posa di geogriglia alveolare;
- il tutto con operazioni da
ponteggio di altezza media variante da 25 a 35 metri e oltre e utilizzo di
adeguati sistemi di perforazione.
Da segnalare che l’intervento,
come detto in precedenza, è stato preceduto dalla scelta di alcune zone
caratteristiche, dette zone campione, determinate principalmente in base al
tipo litostratigrafico, al grado fessurativo, all’altezza, allo spessore e allo
stato del detrito alla base; le peculiarità riscontrate nelle zone campione per
gli interventi relativi, come densità e lunghezza di chiodature, tiranti e
ancoraggi, sono state estese agli altri settori similari della rupe. Le zone
campione hanno un’estensione perimetrale di 630 ml., superficie di 16.800 mq. e
altezza media di m. 26,8. Gli interventi si sono sviluppati pertanto sul totale
di oltre 2.200 metri del perimetro di base della rupe, sia sul lato sud che su
quello nord ivi compreso quello delle strutture sottostanti alla fortezza
dell’Albornoz, lato est della rupe, su una superficie di 63.200 mq., con
altezza media di m. 29.
Per quanto riguarda la rupe e porta
Maggiore, i lavori hanno comportato l’installazione di 250.000 mc. di
ponteggio, l’esecuzione di 127.000 ml. di perforazioni per chiodature relative
a 450.000 kg. di acciaio, 94.000 m. di perforazioni per tiranti e ancoraggi,
170.000 ql. di cemento per iniezioni relative a bonifica di fratture, per
chiodature e per ancoraggi e tiranti. Il diserbo della vegetazione ha
interessato 35.000 mq. di parete, 17.000 mq. di ciglio, con posa di 9.000 mq.
di geogriglia alveolare, rifatte 2.300 mc. di murature di ciglio.
Per quanto concerne la fortezza
dell’Albornoz, i lavori hanno compreso una sezione di 140 ml. di lunghezza, per
una superficie di 4.900 mq., e altezza media di 35 ml., con l’esecuzione di
interventi analoghi alle altre parti della rupe. Inoltre nel settore a valle
della strada della fontana del Leone sono stati completamente ricostruiti o
ristrutturasti i 13 piloni in muratura di tufo, posti a sostegno della strada
stessa, con ripresa di muratura tra pilone e pilone: in particolare gli
interventi hanno comportato l’installazione di 35.500 mc. di ponteggio,
diserbo, pulizia di pendice rocciosa su 3.110 mq., esecuzione di oltre 10.500
ml. di perforazioni per tiranti e ancoraggi, 17.000 ql. di cemento per
iniezioni relative a bonifica di fratture, per chiodature e ancoraggi e
tiranti, interventi sulle murature per fissaggio, consolidamento, rifacimento e
riprese su 4.700 mq., oltre a sistemazioni lungo le pendici sottostanti con
drenaggi per 2.500 mc., gabbionate per 245 mc., geogriglie per 1.000 mq. e posa
in opera di essenze arboree e arbustive. L’intervento è stato completato da un
sistema di drenaggio e rimboschimento lungo le pendici e al suo piede.
Intervento sulle cavità
L’intervento ha comportato in un
primo tempo l’individuazione con rilievo diretto e anche con indagine geofisica
(georadar) delle numerose cavità di origine antropica, esistenti nella placca
tufacea, sia sul pianoro che sul perimetro dello stesso, cavità che spesso
hanno innescato fenomeni di dissesto. Nell’ambito del rilievo sono stati
determinati i gradi di priorità dell’intervento, secondo lo stato di dissesto
stesso. I successivi lavori hanno comportato il consolidamento e il restauro in
base ai dati risultanti dai rilievo. E’ stata altresì messa in evidenza la
relativa posizione planimetrica, sottostante a proprietà pubblica o privata.
I progetti di intervento sono
stati pertanto:
47
Rilievo plano altimetrico delle
grotte sul pianoro.
Ha comportato l’esecuzione di una
cartografia scala 1:500 (17 fogli per ha. 156) e 1:2.000 (7 quadranti per ha.
625) della rupe e pendici, l’esecuzione di una poligonale principale sul
pianoro della rupe e poligonali secondarie a cui riferire le 453 cavità
sotterranee rilevate direttamente, su una superficie di 51.000 mq., con
sezioni, foto e notizie varie, un’indagine geofisica col metodo “georadar” per
il rilievo indiretto di eventuali cavità su uno sviluppo di oltre 50.000 m.
Consolidamento di grotte poste
sulla fascia perimetrale e sul pianoro della rupe
Le opere previste per il
consolidamento sono state indirizzate verso quelle ricadenti sotto aree
pubbliche, considerate gravi e quindi pregiudizievoli per la pubblica
incolumità, e si sono articolate seguendo tre indirizzi, secondo il loro valore
storico- culturale:
- consolidamento statico,
mediante chiodature di tipo passivo, armate con barre d’acciaio, formazione di
muri, volte e archi in muratura, risarcitura delle lesioni con malta
cementizia;
- riempimento delle cavità con
conglomerato di pozzolana e/o miscela di cemento bentonitico e calce idrata;
- restauro conservativo,
utilizzando micro cuciture oppure l’impregnazione delle zone più deteriorate
con speciali prodotti chimici;
- iniezioni e sarciture delle
lesioni con malte a base di pozzolana, calce idrata e cemento.
Le quantità poste in opera, con
lavori in sotterraneo, sono state principalmente:
- ferro per strutture in cls
armato: kg. 34.200
- muratura in blocchetti di tufo:
mc. 212
- perforazioni per chiodature:
ml. 15.300
- iniezioni di malta cementizia
per bonifiche e chiodature: ql. 7.250
- conglomerato pozzolanico con
calce e cemento: mc. 2.500
oltre a cuciture armate con
resine epossidiche, trattamenti superficiali di parete tufacea a base di resine
speciali.
Gli interventi hanno interessato:
- grotte sotto i giardini di San
Paolo;
- grotte poste in fascia
perimetrale nei settori San Bernardino, San Giovenale, dispensario;
- grotte poste sotto l’ex
ospedale, di particolare valore storico per i reperti ivi esistenti,
attualmente utilizzate per visite pubbliche guidate;
- varie grotte poste sul pianoro
della rupe e determinate secondo lo stato di pericolosità, specie se sotto
suolo pubblico.
Restauro delle murature
L’intervento ha comportato:
- il restauro conservativo di
elementi murari di particolare interesse storico ed archeologico (zone di porta
Vivaria, Conce, necropoli etrusca, rocca Albornoz);
- ricostruzione delle opere di
sottofondazione per sottomurazione;
- consolidamento statico mediante
chiodature, iniezioni e sostituzioni di parti disgregate.
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Tale intervento ha comportato in
particolare:
- diserbo delle superfici
consistente nell’asportazione di essenze vegetali di qualsiasi tipo, su 8.350
mq.;
- ripresa di settori di muratura
di tufo o pietrame con tassellature su 8.400 mq.;
- fissaggio e consolidamento
superficiale di settori di murature di qualsiasi tipo su 7.200 mq.;
- risanamento di lesioni di
murature mediante sarcitura profonda per 320 ml.;
- revisione della copertina dei
muri per 460 ml.
Monitoraggio e rete geodetica
Sulla base delle esperienze
maturate nei precedenti lavori, è continuata l’installazione di una rete di
estensimetri, inclinometri e piezometri collegati ad un impianto di
registrazione automatico, sia in completamento di quanto eseguito nei lavori
precedenti, sia a supporto delle nuove zone d’intervento, secondo sezioni ben
determinate. E’ continuata anche l’analisi in corso d’opera dei dati forniti
dalla strumentazione da correlare in relazione agli interventi realizzati.
Infine è stata realizzata una rete geodetica di capisaldi, per il controllo
globale del posizionamento della rupe. E’ stata integrata l’attuale rete
estensimetrica per il controllo della deformazione della rupe con il
posizionamento su 16 zone al piede della stessa, delle basi estensimetriche a
base tripla. Sono stati installati inoltre 87 piezometri e 79 inclinometri
nelle pendici sud della rupe (istituto professionale, San Bernardino, rocca
Albornoz e fosso della Civetta) e nella zona nord (porta Cassia, fosso di San
Benedetto e le Conce). Per la realizzazione della poligonale principale a
servizio della rete geodetica, sono state installate 7 stazioni Gps con
determinazione delle coordinate planoaltimetriche dei punti tramite sistema satellitare.
Strada al piede della rupe
La realizzazione di una strada al
piede della rupe è nata per la necessità di consentire l’accesso alle varie
zone perimetrali della stessa, sia per gli interventi di consolidamento sia
soprattutto per quelli successivi di manutenzione e controllo. Mentre nel
settore sud esistevano tracciati di strade campestri già utilizzati per
coltivazioni di orti e frutteti, nella parte nord erano del tutto inesistenti,
oltre ad essere la pendice coperta da folta vegetazione sia arborea che
arbustiva.
Il tracciato realizzato è
composto da due settori:
- un primo, realizzato sulla
strada della Fontana del Leone sottostante la fortezza dell’Albornoz, è stato
eseguito in pietre basaltiche a varia pezzatura per 415 ml. (appunto per
l’importanza dell’inserimento entro la fortezza dell’Albornoz, ricostruendo uno
degli antichi accessi alla città), e accede attraverso la porta Rocca a piazza
Cahen;
- un secondo, molto più
sviluppato contornante quasi totalmente il perimetro della rupe alla sua base,
è stato realizzato su un tracciato di 4.600 ml., largo 3 ml., con sottofondo di
arido di cava, in parte con copertura bituminosa e in parte con mistro
granulometrico e legante naturale.
Le quantità principali poste in
opera sono:
- scavi a sezione obbligata e di
sbancamento per opere edili, 28.300 mc.;
- formazione di rilevato con
arido di cava opportunamente granulato, 10.300 mc.;
- pavimentazione di strade
sterrate con emulsione bituminosa, 13.000 mq.;
- formazione di gabbionate, 243
mc.;
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- pavimentazione stradale con
pietre basaltiche di varia pezzatura, 2.013 mq. (rocca Albornoz), oltre ad
opere di drenaggio, muretti in blocchetti di tufo a rivestimento di muri di
sostegno, pozzetti, chiusini, cavidotti, geogriglie.
Con l’emanazione del decreto
ministeriale n. 719/1997 sono stati concessi ulteriori finanziamenti, da
destinare all’ampliamento della concessione in atto con il raggruppamento di
imprese Geosonda, Grassetto, Todini, Fioroni, C.c.c. Detto ampliamento è dovuto
ad un aumento dell’I.v.a. passata dal 4% al 10% e alla necessità di completare
alcuni interventi sulla parete tufacea (zona Crocefisso del Tufo e San Zero per
120 ml. di sviluppo perimetrale) e per alcune cavità sotterranee rinvenute nel
corso dei lavori ( zona pozzo di San Patrizio, rocca Albornoz e sotto la zona
dell’ex ospedale, sul bordo e al piede della parete tufacea).
Contemporaneamente la Regione ha
bandito una gara, attribuito alla ditta Icop di Udine, riguardante il
consolidamento di alcuni tratti di rupe, a nord e a sud (zone Conce, Crocefisso
del Tufo e Cannicella, per circa 240 ml di sviluppo perimetrale.
In attuazione della legge 242 del
1997, la Regione dell’Umbria ha approvato il progetto esecutivo della restante
parte di consolidamento della rupe tufacea che interessa alcuni settori posti
sia a nord che a sud della rupe rimasti esclusi dagli interventi precedenti.
Gli interventi riguardano consolidamenti in parete per uno sviluppo
planimetrico di circa 1.000 m. e superfici di 19.500 mq.; interventi sul ciglio
perimetrale per circa 450 ml.; il consolidamento di 8 cavità; sistemazioni di
aree sul pianoro quali l’accesso al pozzo di San Patrizio e le zone di San
Giovanni e S.Giovenale; la discesa per il collegamento con il parco
archeologico.
A seguito delle gare d’appalto i
lavori sono stati aggiudicati all’A.t.i. Geosonda S.p.A. di Roma (capogruppo) -
Consorzio cooperative costruzioni di Bologna.
In sintesi con i lavori iniziati
nel 1980 per e sulla rupe sono state eseguite le seguenti opere:
Per il consolidamento della
parete tufacea sono stati interessati oltre 4.000 m. di sviluppo
perimetrale per una superficie di 82.000 mq. su un’altezza media di 28,5 m.,
con chiodature diffuse e fasce di ancoraggi profondi, risanando staticamente la
stessa. In definitiva tutto il perimetro della rupe è risultato consolidato e
sistemato, ivi comprese le murature (anche di epoca medievale insistenti sul
ciglio), nonché l’intera superficie sul ciglio stesso in modo tale da mettere
in risalto l’insieme del masso tufaceo, vero monumento naturale, che si erge
sulla vale del fiume Paglia, con positiva valorizzazione ambientale.
Per le strutture di supporto
alla città risulta ricostituito tutto il sistema idrico e fognante,
quest’ultimo con recapiti di scarico verticale sino alla base della parete
tufacea e da qui alle condotte dirette all’impianto di depurazione. Inoltre un
serbatoio di carico dell’acquedotto è stato realizzato con capacità adeguate
sia di volume che di carico, con oltre 2,5 km. di condotta di avvicinamento,
escludendo pertanto il preesistente posto sul pianoro della rupe. Con il
rifacimento delle reti idrica e fognante
e relative pavimentazioni si è realizzata l’impermeabilizzazione
dell’area urbana per eliminare l’infiltrazione delle acque all’interno della
rupe. Con le condotte idriche e fognanti è stata effettuata la posa anche della
rete di distribuzione del gas metano e varie linee elettriche.
50
Sistema di monitoraggio e
controllo dei dati relativi ai vari fattori, che influenzano o possono
influenzare il comportamento della piastra tufacea e delle pendici (punti di
misura estensimetrica sulle pareti della rupe, piezometri e inclinometri entro
il detrito al piede della stessa, rete geodetica comprendente una poligonale
esterna a cui riferire le letture dei punti di osservazione), il tutto
collegato attraverso una rete di trasmissione ad una centrale di acquisizione
per archiviare ed elaborare i dati, ed in associazione ad un centro di
vigilanza e manutenzione permanente (osservatorio).
Censimento e rilievo delle
cavità presenti nel sottosuolo (oltre 500) della città, e consolidamento
di quelle a rischio elevato pregiudizievoli per la pubblica incolumità, in
particolar modo per quelle ricadenti sotto aree pubbliche, in prossimità o sul
ciglio stesso, con diverse modalità d’intervento in relazione al loro valore
storico-culturale.
Sistemazione idraulica
forestale dei fossi e stabilizzazione delle pendici, al fine di evitare
l’erosione delle sponde e della testata dei fossi stessi, con controllo del
deflusso delle acque con nuove opere e sistemazione di briglie esistenti (fossi
di S. Benedetto, Cavaiene, Civetta, Salto del Livio, S. Zero), bonifica ed
intervento sui fenomeni franosi in essere lungo le pendici con opere di
drenaggio profondo e regimazione delle acque superficiali (zone sotto
l’istituto professionale, Albornoz, Cannicella, porta Cassia).
Molti degli interventi sopra
citati permetteranno la creazione di un parco urbano archeologico,
consistente nella creazione e sistemazione di alcune aree di rilevante valenza
storico-archeologica posizionate lungo le pendici della rupe (necropoli
etrusche del Crocefisso del Tufo e della Cannicella) e nella realizzazione di
alcuni percorsi per la valorizzazione del parco stesso.
Come già rilevato in più occasioni, si decise anche di realizzare un centro di
documentazione, relativo ai lavori di consolidamento effettuati nel corso degli
anni, e un osservatorio permanente, tramite il quale si tenesse sotto
controllo, negli anni successivi al termine dei lavori, la stabilità della
rupe, soprattutto utilizzando tutta una serie di strumenti che furono
effettivamente installati.
Il centro di documentazione è
stato realizzato all’interno dell’ex chiesa di Madonna del Velo. L’osservatorio
non è risultato essere permanente perché, attualmente, i tecnici comunali, a
cui spettava l’analisi dei dati desumibili dagli strumenti prima citati, sono
stati destinati allo svolgimento di altre attività lavorative.
E comunque, mentre spesso si è
sostenuta la necessità di attribuire notevole importanza al centro di
documentazione e all’osservatorio, ipotizzando che fosse creata una struttura
organizzativa ampia e articolata che svolgesse le attività opportune, tale
importanza non è stata attribuita né al centro né all’osservatorio e nemmeno è
stata realizzata quella struttura.
Tutto questo è avvenuto per
carenza di risorse finanziarie o anche per altri motivi?
Può risultare, infine,
interessante riportare una parte dell’intervento dell’ingegnere Claudio
Soccodato, sempre nell’ambito del convegno “Orvieto e Todi due città di
salvaguardare”, relativamente alla realizzazione di un sistema di monitoraggio
e vigilanza, per analizzarlo più nel dettaglio, rispetto a quanto già fatto.
51
“…Al fine di tenere sotto
controllo l’evoluzione nel tempo dei vari fattori influenzanti il comportamento
della formazione di tufo e delle pendici, è stato realizzato un sistema di
monitoraggio e controllo in grado di acquisire e conseguentemente tenere sotto
controllo:
- le deformazioni della rupe;
- le variazioni della falda idrica;
- i movimenti delle pendici.
La rete di strumentazione e di
controllo topografico prevista e realizzata si articola in zone campione
significative e opportunamente scelte in modo da acquisire gli elementi
necessari ad una definizione globale, oltre che locale, delle condizioni dello
stato di equilibrio sia della rupe che delle pendici.
Per il controllo topografico
plano-altimetrico delle zone soggette a possibili movimenti è stata prevista,
in associazione alla rete di strumentazione, la realizzazione di una rete
geodetica comprendente anche una poligonale esterna di sicura affidabilità a
cui riferire tutte le letture degli altri punti di osservazione.
In considerazione della
geomorfologia del sito, le aree per i controlli sono state schematizzate in tre
fasce successive discendenti da monte a valle e correnti lungo tutto il
perimetro della rupe:
- la prima che corre lungo il
ciglio e le pareti della rupe;
- la seconda comprendente le
pendici circostanti la placca tufacea e localizzata nella parte più prossima
alla rupe;
- la terza localizzata in zone a
basso rischio di movimento e quindi in aree diverse dalle pendici
immediatamente circostanti la rupe.
L’individuazione delle zone da
tenere sotto osservazione è stata fatta utilizzando il metodo delle
discretizzazione con particolare riguardo alle zone di maggiore interesse; sono
stati così individuati 6 settori di controllo specifico, con eventuale
possibilità futura di sviluppo, ciascuno contenente aree appartenenti alle tre
fasce. Pertanto, all’interno di ciascun settore è stata prevista una serie di
capisaldi disposti lungo le pendici (poligonali secondarie) e sulla parete
tufacea e, non disponendo nelle aree sottoposte a controllo di zone tali da
garantire un riferimento certo per i rilievi successivi, si è fatto ricorso a
punti esterne ad esse e di provata stabilità a cui fare riferimento. Questi
ultimi punti costituiscono la poligonale principale. La scelta del rilievo è
stata fatta tenendo in particolare considerazione il tempo occorrente per l’esecuzione
in rapporto all’affidabilità del rilievo stesso. E’ stato così utilizzato il
sistema Gps (global position system) che fornisce una buona affidabilità con
tempi di lavoro in campagna di gran lunga inferiori a quelli occorrenti con
metodi tradizionali. Tale sistema garantisce, se opportunamente impiegato,
errori massimi sulla posizione del punto rilevato dell’ordine di alcuni
millimetri. Dai capisaldi della poligonale principale ci si allaccia a quelli
delle singole poligonali secondarie in modo da verificarne, in ciascuno dei 6
settori, la posizione e tener conto dell’eventuale spostamento di uno o più
capisaldi nel corso del successivo rilievo dei punti di controllo posizionati
in parete. Quest’ultima fase viene effettuata con il metodo topografico
tradizionale.
Anche le aree poste sotto
controllo con strumentazione geognostica sono state scelte con lo stesso
criterio adottato per le aree sottoposte al controllo topografico. Inoltre, si
è cercato di ottimizzare la distribuzione degli strumenti sia come ubicazione
che come tipo di strumento onde contenere la
52
spesa sia in fase di
realizzazione che durante le gestione, giungendo così alla realizzazione di una
rete di tipo misto (automatico-manuale).
Nelle aree prescelte sono stati
posti in opera per il controllo delle deformazioni della rupe una serie di basi
estensimetriche in associazione alla serie di capisaldi geodetici; per il
controllo della falda idrica presente nel sottosuolo una rete di piezometri
ubicati sia sul pianoro che lungo le pendici in modo da poter correlare tale
andamento sia con le precipitazioni atmosferiche, rilevate da apposita stazione
meteorologica, che con eventuali movimenti dei terreni costituenti le pendici
della rupe, i fori piezometrici sono stati tutti attrezzati con piezometri tipo
Casagrande a doppio tubo onde garantirne il corretto funzionamento nel tempo,
la scelta di prevedere anche per i piezometrici elettrici la posa di una cella
Casagrande deriva dalla considerazione sia di poter controllare nel tempo le
prestazioni del sensore elettrico sia di effettuare una taratura più rigorosa
nonché, nel caso di possibile andata fuori uso dello strumento automatico, di
non perdere completamente il piezometro; per il controllo dei movimenti delle
pendici circostanti la rupe, una serie di inclinometri in associazione ai
capisaldi topografici la cui ubicazione è stata scelta tenendo presente gli
stessi criteri di ottimizzazione richiamati.
Tutti gli strumenti a lettura
automatica sono stati collegati, tramite reti secondarie, ad una centrale
principale di acquisizione ed elaborazione dei dati rilevati da ogni singolo
strumento. Il sistema di acquisizione dati è, pertanto, costituito da:
- strumenti dotati di sensori
elettrici per la lettura delle unità fisiche;
- zone di raccolta di più
strumenti (centraline locali);
- rete di trasmissione dei dati;
- centrale di acquisizione ed
elaborazione dei dati.
Dalla centrale è possibile anche
interrogare un singolo strumento o variarne il programma di lettura come, ad
esempio nel caso dei piezometri, aumentare la frequenza di lettura qualora la
precipitazione meteorica superi una certa soglia. Infine, una particolare
attenzione è stata dedicata all’affidabilità nel tempo sia degli strumenti che
delle centrali di acquisizione tenendo in osservazione per un periodo di circa
un anno quanto il mercato nazionale ed estero offriva, effettuando la scelta
della componentistica da utilizzare solo al termine del periodo di
osservazione.
53
Il Pci, il Consiglio comunale e il Progetto Orvieto
Nel 1982 il Pci e il Consiglio
Comunale, per la prima volta, si occuparono pubblicamente del PO, individuando
le linee generali di questo progetto.
Il 30 aprile il Pci di Orvieto
promosse un incontro pubblico, presso la sala Isao, denominato “Il ruolo della
cultura, della scienza e della tecnica per uscire dalla crisi e per un nuovo
sviluppo”.
La relazione introduttiva fu
scritta da Adriano Casasole, allora assessore comunale alla Cultura.
E nella sua lunga relazione
Casasole si occupò anche del PO.
Infatti, tra l’altro, Casasole
scrisse:
“…Dalla fase congressuale del
nostro partito che ha visto qui ad Orvieto impegnati tutti i comunisti
militanti in questo sforzo di comprensione analitica e teorica, in questo
sforzo di avanzamento teorico e pratico; da questi confronti di massa, dicevo,
sta uscendo un partito convinto e impegnato ad accettare il rapporto con il
‘nuovo’, a lanciare innanzitutto al proprio interno e poi all’esterno la sfida
per una battaglia storica (nel Paese e qui ad Orvieto); una battaglia contro la
consuetudine, la pigrizia, la conservazione che è negli altri ma anche in noi
comunisti.
Esempio concreto, testimonianza
politica di quanto dicevo, è l’analisi e lo sforzo di progettualità che sta
alla base di quello che andiamo chiamando PO:
- uno sforzo di analisi puntuale
e moderna della nuova realtà orvietana (ancora parziale perché limitato alla
città di Orvieto ma che guarda al comprensorio ed intende allargarsi a tutto
l’Orvietano)
- un lavoro di intelligenza politica
tesa a rifotografare con strumenti culturali nuovi la realtà in cui viviamo ed
operiamo, a vedere leggere interpretare dare voce al nuovo, a riscoprire e
ridefinire l’identità culturale sociale economica della odierna Orvieto
- una progettazione politica che
non mira alla gestione dell’esistente in crisi e in cambiamento, ma a favorire
lo sviluppo, a qualificare culturalmente lo sviluppo della Orvieto anni ’80,
guidando razionalmente i processi in corso
…Di fronte alla odierna realtà
economica e sociale orvietana, il compito storico che si pone a noi comunisti è
quello di produrre un disegno ordinatore di questo processo di crisi e di
cambiamento; di lavorare alla costruzione della nuova identità culturale,
sociale ed economica di Orvieto;
di elaborare un PO, insomma, che
sia un risposta positiva alla crisi e al cambiamento che tocca tutti i settori
economico-sociali cittadini (agricoltura, artigianato, commercio, turismo,
industria, realtà del pubblico impiego); che costituisca una risposta in termini
di nuova aggregazione ed unificazione delle forze tradizionali ed emergenti;
che sia una risposta positiva in termini di valori ideali, che abbia una
capacità di nuova attrazione ideale, che liberi tutte le forze ed i soggetti
disponibili a lottare per il cambiamento, che sia insomma capace di produrre
nuove lotte sociali e politiche.
54
…Come riuscire a fare iniziativa
politica (e quale tipo di politica) in una realtà orvietana in cui non è più
centrale e prevalente (anche se ancora corposa e fondamentale) l’agricoltura e
le figure sociali ad essa legate, ma sta crescendo di peso il terziario e vede
emergenti le figure sociali nuove a questo legate?
La risposta che sentiamo, che
intendiamo dare a questo quesito (punto nodale tra l’altro della nostra
strategia politica nazionale dell’alternativa democratica), assumendoci fino in
fondo il ruolo e il compito che ci spetta, come maggiore forza di opposizione
nazionale e di governo locale è riassumibile in poche parole, programmazione
democratica dello, e per lo, sviluppo: sviluppo inteso come utilizzo razionale
delle vocazioni territoriali, delle risorse materiali e umane tradizionali ed
emergenti ad Orvieto; qualificazione e modernità dello sviluppo con
l’immissione delle innovazioni tecnico-scientifiche nei comparti produttivi;
democrazia, intesa come coinvolgimento democratico della popolazione nella sua
complessità sociale attuale (tradizionali soggetti sociali, culturali, politici
e nuovi ed emergenti).
Queste le direttrici politiche e
strategiche di fondo che stanno alla base del PO, che è insieme lettura
aggiornata della realtà dell’Orvietano e riprogettazione dello sviluppo
economico, sociale, culturale, partendo dall’esistente, dalle vecchie e nuove
vocazioni territoriali, e puntando al loro massimo sviluppo in qualità.
…Ma il nostro PO non si basa solo
su un serio consolidamento e qualificazione moderna di questi settori
economici, punta anche e soprattutto ad una più alta qualità urbana di vita; ad
una ulteriore qualificazione dello sviluppo culturale, sociale, economico,
prevedendo di investire produttivamente su un’altra vocazione territoriale,
unica nel comprensorio, in Umbria e nel Paese per le sue caratteristiche: parlo
della rupe e del centro storico di Orvieto, che insieme costituiscono un bene
culturale perfettamente integrato, una risorsa culturale unica ed irripetibile
nella nostra zona, in Umbria e nel Paese.
Un bene culturale che, messo in
gioco nelle sue immense potenzialità culturali ed economico-turistiche, può
costituire la più grossa risorsa economica non solo per gli orvietani, ma per
la popolazione dell’intero comprensorio.
E’ questa un’intuizione teorica
su cui lavoriamo più o meno consapevolmente da qualche anno con risultati
tangibili a tutti:
- lo Stato ha riconosciuto, con
la legge per la rupe di Orvieto e il colle di Todi, l’eccezionalità del caso
Orvieto ed ha già erogato due finanziamenti annuali di 12 miliardi per la rupe;
- la Regione ha erogato altri
finanziamenti per interventi di pronto intervento sulla rupe, ha invitato
all’appalto per i lavori di risanamento ditte fra le più qualificate di livello
nazionale ed ha costituito una commissione di supporto tecnico-scientifico di altissimo valore professionale e
culturale;
- al convegno internazionale
dell’Unesco, tenutosi a Belgrado nel settembre 1980, Orvieto ha rappresentato,
come caso e modello nazionale di intervento sulla rupe, l’Italia;
- la stampa, la radio, la Tv,
nazionali ed estere dedicano ampi spazi ad Orvieto per la vicenda rupe.
55
Orvieto che, fino a qualche anno
fa, era conosciuta per il Duomo, il pozzo di S.Patrizio, la funicolare ed il
vino oltre che per la felice posizione geografica che la pone al centro di più
direttrici viarie (Roma, Firenze, Perugia, Viterbo), ha assunto d’improvviso una
nuova dignità nazionale e
internazionale e si è ricostruita
un’immagine fortemente promozionale in Italia e nel mondo per il fatto rupe.
L’obiettivo politico che ci siamo
posti, e sui stiamo lavorando, come comunisti orvietani, è quello di diffondere
questa consapevolezza politica ai vari livelli e di far divenire la questione
rupe, da emergente e trainante, questione centrale ed elemento portante del PO,
del progetto di sviluppo della città di Orvieto e del comprensorio orvietano.
Al tema rupe vogliamo saldare,
collegare, con un approccio globale e corretto, quello del centro storico,
della città storica e monumentale. Alla questione della rupe (riconosciuta
ormai come risorsa unica e irripetibile da salvare, risanare e valorizzare)
intendiamo legare politicamente (naturalmente, storicamente e culturalmente già
lo sono) la questione del patrimonio storico e artistico di valore nazionale e
internazionale che su di essa poggia e che insieme ad essa costituisce un caso
unico e irripetibile di bene naturale, ambientale e culturale perfettamente
integrato.
Siamo sempre più convinti che
questa è l’idea-guida, la visione culturale e politica nuova e centrale, su cui
bisogna lavorare e rilanciare la battaglia politica per la salvezza e lo
sviluppo di Orvieto e del territorio circostante. Una battaglia politica tesa
ad affermare la produttività di questo patrimonio inestimabile della cultura
italiana e mondiale, e le enormi possibilità di sviluppo economico e turistico,
oltre che culturale e di qualità della vita, insite nella nostra eccezionale
risorsa territoriale.
In questa direzione stiamo
producendo un lavoro politico e progettuale che sta già dando i primi risultati
positivi. Dal risanamento della rupe, inteso come consolidamento del masso
tufaceo, si è infatti passati (per nostra determinazione politica) ad un serio
e innovativo processo di ricerca scientifica e di sperimentazione culturale:
dando corso a nuovi studi, ricerche e verifiche; richiedendo l’istituzione di
un osservatorio scientifico permanente; progettando l’istituzione del centro
(unico a livello nazionale) di documentazione e ricerca sulla rupe e di
formazione di operatori specializzati sulle problematiche del masso tufaceo.
Risanare la rupe non vuol dire
solo consolidarla ma porsi anche il problema della manutenzione (di una
struttura permanente di manutenzione e di un gruppo stabile di operatori che
lavora in questa direzione) ed il tema della prevenzione.
Anche su questo tema stiamo
producendo elaborazioni, progetti e fatti concreti: dal rifacimento delle
fognature della città, alla sua ripavimentazione scrupolosa e rispettosa del
contesto storico-artistico, alla proposta dell’osservatorio scientifico
permanente, al concorso di idee per la ristrutturazione del traffico, che ha
visto recentemente al teatro Mancinelli un primo importante risultato con la
presentazione di un progetto generale di mobilità alternativa per il centro
storico, strettamente collegata ai problemi del traffico suburbano e di accesso
alla città. Una proposta moderna, che tiene presente i risultati della ricerca
tecnico-scientifica più avanzata a livello internazionale e che tenta
l’inserimento del nuovo (ascensori, minibus, ecc.), ed il recupero culturale,
turistico e logistico dell’esistente (funicolare), in una situazione storica
complessa e predeterminata (il centro storico) con il metodo dell’approccio
verticale, cercando di salvaguardare le esigenze economiche e commerciali
cittadine e di coniugarle con i nuovi bisogni di qualità di cui è portatrice la
gente di Orvieto.
56
Dal tema ‘prevenzione rupe’
abbiamo poi fatto emergere con forza l’idea di una salvaguardia della rupe
all’esterno e all’intorno, di un cinta di sicurezza alle pendici del masso
tufaceo che, nel caso di Orvieto, non può che identificarsi con il parco
archeologico. La Regione dell’Umbria ha varato alla
metà del 1981 una legge che
assicura per un decennio finanziamenti per gli scavi archeologici in corso, il
Comune di Orvieto sta avviando a soluzione il problema della progettazione del
parco archeologico, inteso come struttura di difesa e di salvaguardia della
rupe; come struttura culturale (centro di lettura della città, museo del
paesaggio storico, testimonianze della vita etrusca e medievale); come
struttura di verde pubblico attrezzato (contributo all’elevamento della qualità
della vita cittadina) e soprattutto come struttura promozionale e di forte
attrazione turistica (contributo alla trasformazione dell’attuale turismo di
passaggio in turismo almeno di sosta se non di soggiorno).
Se riflettiamo politicamente su
questi importanti ed innovativi processi in corso che prefigurano un nuovo tipo
di sviluppo economico, sociale e culturale di Orvieto che sta trovando il suo
asse portante e trainante nella risorsa rupe, ci rendiamo ancora meglio conto della
giustezza della nostra analisi politica e della necessità di affrontare in
termini nuovi e globali tutta la politica del centro storico cittadino. Come la
rupe, infatti, il patrimonio storico-artistico cittadino, patrimonio anch’esso
inestimabile della cultura nazionale ed internazionale, può e deve giocare un
ruolo centrale e trainante nello sviluppo della Orvieto anni ’80.
Duranti il convegno “Orvieto: i
luoghi della cultura”, organizzato dal Comune di Orvieto presso il teatro
Mancinelli nel gennaio-febbraio 1981, le migliori forze della cultura nazionale
si sono misurate su questo tema ed hanno offerto contributi decisivi alla
delineazione di un raccordo progettuale tra tanti settori e progetti di
intervento già da tempo messi in cantiere dal governo locale. Per quel
convegno, che aveva al centro il problema del riassetto dei musei archeologici
orvietani, si tentò di trovare raccordi
fra tutte le questioni nodali del nostro centro storico. Una città monumentale
- si ribadì in quella sede - che può e deve essere naturale luogo di
documentazione, ricerca e sperimentazione del rapporto antico-moderno; una
risorsa straordinaria da vivere culturalmente, da riutilizzare per servizi e
vita abitativa, da giocare promozionalmente in tutti i suoi aspetti per la sua
capacità di forte attrazione turistica.
Noi comunisti siamo consapevoli e
convinti di questo, e stiamo lavorando perché questa consapevolezza della
centralità della questione rupe-centro storico divenga patrimonio di tutti non
solo nel territorio orvietano ma anche in quello umbro e nazionale.
Il governo locale si sta muovendo
in questa direzione progettualmente e concretamente. Ne sono esempi evidenti i
progetti in corso: da quello per l’arredo urbano (che in un confronto aperto
con l’istituto nazionale per l’arredo urbano, tende a dare soluzioni ai
problemi del centro storico, del suburbio e delle frazioni), a quello del palazzo
dei Congressi; dal progetto di restauro del teatro Mancinelli a quello della
nuova sede della biblioteca comunale presso il palazzo ex Posta; dalle pratiche
in corso per acquisire il complesso storico del S.Anna (da destinare a centro
sociale per anziani) a quelle per ricevere in donazione dall’Opera del Duomo il
convento dei Cappuccini (da utilizzare come struttura culturale-turistica e
come luogo di ricerca e di sperimentazione nazionale nel settore delle arti
visive), al progetto casa (un ambizioso programma sperimentale di recupero del
patrimonio edilizio storico cittadino ad uso abitativo, del costo di 20
miliardi, recentemente inoltrato al ministero dei Lavori Pubblici per il
finanziamento), al progetto scuole (che prevede il consolidamento ed il
restauro di alcuni edifici storici per ubicarvi definitivamente due istituti
medio-superiori e la creazione di un centro per l’innovazione scolastica e
l’educazione permanente), al progetto cultura (che tende al recupero pieno per
usi culturali del teatro Mancinelli, del palazzo
57
ex Posta e del Carmine, al
riassetto dei musei archeologici orvietani e alla creazione di un museo d’arte
moderna con la già avvenuta donazione Greco), al progetto sanità (che, oltre
all’ultimazione dei lavori del nuovo ospedale, punta al reperimento di tutte le
strutture idonee e attrezzate per garantire la piena attuazione della
distrettualizzazione ed il rilancio dei servizi territoriali), al progetto
sport (che prevede nel centro storico il recupero di alcuni spazi interni ed
esterni per la pratica sportiva ma punta anche e soprattutto al pieno utilizzo
coordinato delle strutture suburbane, palazzetto dello sport, piscina, palestre
scolastiche, che per la loro felice ubicazione logistica, possono svolgere
anche un ruolo fortemente promozionale-turistico).
Un enorme lavoro di progettazione
per settore dimensionato però a un’idea-guida trainante: risanare il patrimonio
storico-artistico, riutilizzarlo per usi moderni (edilizia abitativa, servizi
culturali, sociali, sportivi, turistici), valorizzarlo come bene culturale ed
economico-turistico. Un immane sforzo di elaborazione e di progettazione che
non si deve fermare, deve andare avanti, deve trovare uno sbocco graduale e
positivo in termini di concretezza e di attuazione.
Noi comunisti riteniamo che, per
andare avanti su questa strada, sulla via di un nuovo sviluppo per Orvieto e
del territorio circostante, è necessario e decisivo aprire una battaglia
politica storicamente nuova, che faccia entrare a pieno titolo in Umbria e nel
Paese Orvieto, la specificità di Orvieto, come problemi, risorse materiali,
come capacità di ideare, progettare, trovare soluzioni ad essi. Aprire una
vertenza Orvieto - questa la nostra indicazione politica - in funzione non solo
cittadina ma comprensoriale, significa affrontare la questione del riequilibrio
in seno all’Umbria delle attuali differenze di sviluppo; significa porsi il
problema di come utilizzare al meglio le risorse di ogni territorio; vuol dire
accelerare i tempi per esaltare le specificità di ogni zona in una visione regionale
e nazionale armonica e coordinata, ma contemporaneamente significa voler essere
parte integrante e attiva della battaglia per la difesa dell’Umbria dai
pericoli di nuova marginalizzazione e per il suo rilancio nel contesto
nazionale. Per questo fin da adesso diciamo che il piano regionale di sviluppo,
in fase di elaborazione, non potrà non tenere conto delle proposte complessive
che noi chiamiamo PO.
Siamo convinti che tale battaglia
comporta l’apertura di una vertenza globale con il governo nazionale che
affronti tutti i nodi economici, sociali e istituzionali che oggi frenano,
mettono in difficoltà, e spesso tendono a mortificare le capacità di governo
locale e regionale. In questa vertenza globale con il governo nazionale, noi
comunisti lavoriamo perché Orvieto sia uno dei punti focali non solo in quanto
parte del territorio umbro, ma anche perché capace di costituire una
piattaforma, specifica e originale.
Nell’affrontare i problemi
locali, già oggi il governo locale ha dimostrato di sapersi porre da un punto
di vista elevato (seguendo il metodo della globalità e dell’esemplarità
dell’intervento in diversi campi: rupe, centro storico, traffico, musei, ecc…)
e di sapersi ben raccordare con gli Enti di secondo grado (Azienda Turismo,
Usl, Comunità Montana e Consorzio economico-urbanistico, a cui spettano i
compiti di coordinamento e di gestione dei programmi) e con l’Ente Regione,
testimoniando che si possono coniugare fra di loro buon governo,
programmazione, democrazie ed efficienza. E’ con questa impostazione di fondo
che il governo locale, a nostro giudizio, dovrà chiamare il governo nazionale
da una parte a rispettare gli impegni già assunti e dall’altra a dare risposte
puntuali ai problemi che non possono essere ridotti al puro ambito locale, in
quanto non risolvibili con forze finanziarie locali.
Risposte urgenti in particolare
devono venire dal governo nazionale sulle seguenti questioni:
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rupe (rifinanziamento per 6
miliardi della legge 230 per il 1982, discussione e approvazione della nuova
proposta di legge di 60 miliardi, intervento delle strutture statali di ricerca
per l’avvio del centro di documentazione);
viabilità e traffico (intervento
di 7-8 miliardi per la realizzazione del sistema di mobilità alternativa per il
centro storico, intervento delle FF.SS. per una serie di opere ad Orvieto scalo
in funzione del suburbio e del piano più generale di mobilità, intervento
dell’Anas per la variante di Orvieto scalo);
musei (soluzione dei problemi che
hanno fatto perdere un anno di tempo per la realizzazione del museo Greco,
intervento di sostegno al piano di riassetto e valorizzazione dei musei della
città);
parco archeologico (finanziamenti
adeguati per intensificare e ultimare gli scavi, realizzazione del parco);
programma casa (risposta positiva
al programma sperimentale di intervento sul centro storico il cui costo è di 20 miliardi);
arredo urbano (interventi per la
progettazione di un piano globale di settore, finanziamenti per interventi
significativi ed esemplari di conservazione e valorizzazione del patrimonio
storico, coordinamento di un programma di intervento della Sip, dell’Enel,
della Rai per le antenne ed i cavi che deturpano il paesaggio
storico-artistico);
industria (garanzie per la
stabilità della Lanerossi, presenza delle partecipazioni statali nel settore
agroindustriale);
ospedale nuovo (garanzia di
finanziamenti immediati per non chiudere il cantiere in corso e per portare a
termine almeno gli assai avanzati lavori del primo lotto funzionale).
Non si tratta, a nostro giudizio,
di mendicare qualcosa nel rapporto con lo Stato ed il governo centrale ma di
chiamare chi rappresenta gli interessi generali del Paese a dare risposte
positive in termini di investimenti pubblici a proposte non localistiche, ma
fondate su ragioni di carattere generale, a partire da quella
dell’utilizzazione razionale delle risorse territoriali ed in particolare anche
di risorse uniche e irripetibili di valore nazionale ed internazionale.
A dimensionarsi sul complesso
delle proposte dovranno essere chiamati, oltre lo Stato, la Regione, gli Enti
territoriali di secondo grado, anche gli istituti di credito cittadini.
…Queste le linee di fondo del
nostro PO, un progetto che vuole delineare il ruolo e lo sviluppo di Orvieto in
un ambito regionale e nazionale, rifotografando il presente con nuovi strumenti
di analisi culturale e politica, riscoprendo e ridefinendo la nuova identità
culturale, sociale ed economica del territorio. Un progetto che non mira alla
gestione dell’esistente in crisi e in cambiamento, ma vuole favorire lo
sviluppo investendo produttivamente su tutte le vocazioni territoriali e
ricollocando al giusto posto la scienza, la ricerca, la cultura, come risorse e
finalità dello sviluppo della Orvieto degli anni ’80.
Un progetto che si pone come
punto di riferimento ideale e di interessi concreti per tutta la popolazione e
all’interno del quale tutti sono chiamati a fare la loro parte attiva:
59
- dalle forze economiche chiamate
a misurarsi sul terreno nuovo e moderno dello sviluppo qualificato,
imprenditoriale e non assistenziale, e a lavorare per creare occupazione
produttiva e qualificata;
- alle forze intellettuali e
tecniche, chiamate a contribuire alla ideazione e definizione di una immagine
più avanzata e moderna di Orvieto;
- all’associazionismo culturale,
che può trovare in questo progetto un terreno di ulteriore protagonismo nella
battaglia, che già da tempo conduce avanti, per la difesa dell’ambiente e per
la valorizzazione delle risorse ambientali e culturali;
- ai nuovi soggetti sociali
(giovani, donne, anziani), a cui si aprono nuovi terreni di aggregazione e di
confronto, a cui si prospetta una qualità di vita più elevata e soprattutto un
gusto nuovo di vivere nella città e di lavorare e lottare per una nuova identità
territoriale di Orvieto, non più ai margini della vita culturale, sociale ed
economica del Paese, ma finalmente tutta dentro i processi della storia
moderna;
- alle organizzazioni di massa e
sindacali, a cui si schiudono vie nuove per aggregare forze sociali, tecniche e
culturali, strade nuove per lo sviluppo dell’associazionismo ma anche per
battaglie mobilitanti per lo sviluppo di nuove professionalità e per
l’occupazione in un lavoro continuativo e qualificato;
- alle forze politiche, chiamate
a rinnovarsi e a concepire la politica come iniziative, invenzione, movimento,
cambiamento, ad elevare il dibattito a livelli qualitativamente nuovi di
analisi e di progettualità, liberando il confronto e lo scontro da aspetti
quotidiani e a volte meschini.
Un PO quindi come nuovo referente
della lotta politica e culturale orvietana, capace:
- di reimpostare i rapporti
unitari a sinistra sulla effettiva capacità e volontà di misurarsi con i
problemi e la ricerca della loro soluzione;
- di ampliare ad altre forze
laiche e di sinistra il confronto;
- di lanciare alla Dc una sfida
forte e nuova che non le consenta di liberarsi (come spesso ancora fa) dalle
sue responsabilità di maggiore forza di governo nazionale e di opposizione locale.
Sono queste le proposte su cui
intendiamo aprire un confronto con la popolazione orvietana, è questo il nostro
contributo aperto alla individuazione di linee politiche per uscire dalla crisi
e per rilanciare un nuovo sviluppo ad Orvieto
e nel Paese. Questi gli obiettivi che ci stiamo dando ad Orvieto e i difficili
compiti che ci attendono come partito laico e moderno (che vuole stare da
protagonista dentro i processi storici), come partito dello sviluppo (che vuole
rappresentare le forze sane, progressiste e moderne che reclamano una
fuoriuscita in avanti dalla crisi), come partito di lotta (e di governo nella
realtà orvietana, con ambizioni di governo nazionale) che individua in queste
nuove linee di sviluppo per Orvieto un processo di ulteriore consolidamento dei
suoi rapporti con il movimento dei lavoratori e la possibilità di costruire un
rapporto organico con nuove forze sociali, tecniche, culturali, la possibilità
di costruire un nuovo blocco sociale per il cambiamento”.
60
E il 2 luglio del 1982 il
Consiglio comunale di Orvieto approvò un documento denominato “Proposte per un
nuovo ruolo della città antica nell’ambito urbano”, un documento in cui erano
contenute le linee generali del PO.
Innanzitutto riporto una parte
del verbale riguardante gli interventi del Sindaco e dei Consiglieri comunali
relativi al documento in questione.
“La relazione viene svolta dal sindaco
(Franco Barbabella, n.p.) il quale così introduce l’argomento:
‘Le proposte che sottoponiamo
oggi all’esame del Consiglio comunale non sono frutto di improvvisazione, ma di
un dibattito vasto sviluppatosi in questi ultimi anni su aspetti specifici e su
tematiche generali cui hanno fornito contributi le forze politiche, le forze
della cultura locale e nazionale, le istituzioni ai vari livelli.
Di questo dibattito voglio qui
fare un rapido cenno citandone i momenti più salienti:
- la mostra dei progetti di
risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi, tenutasi a Belgrado nel
1980 sotto il patrocinio dell’Unesco e poi aperta ad Orvieto nella sala
inferiore del palazzo di Bonifacio VIII;
- il convegno ‘Orvieto: i luoghi
della cultura’ tenutosi nei mesi di gennaio-febbraio 1981 al teatro Mancinelli;
- il convegno ‘Todi e Orvieto: un
patrimonio internazionale da salvare’, tenutosi a Perugia nel 1981 nel quadro
del festival dell’Ecologia;
- il convegno ‘Mobilità
alternativa per il Progetto Orvieto’ tenutosi nel febbraio 1982 al teatro
Mancinelli;
- la pubblicazione nel 1982 del
libro dell’Unesco sul risanamento dei centri storici in Europa e nel Mondo in
cui, per l’Italia, si fa riferimento a Roma e a Orvieto;
- gli interventi pubblicati su
riviste specializzate (ad esempio Geo), su periodici e quotidiani, italiani e
stranieri;
- i numerosi servizi televisivi e
radiofonici, locali e nazionali;
- gli interventi della stampa
locale, i convegni, le conferenze, le iniziative di partiti politici e di
istituzioni di 2° grado (ad esempio la conferenza comprensoriale sul turismo
nel 1982);
- le visite dei ministri Biasini
e Scotti e di altre personalità del Governo e del Parlamento;
- infine, e non per minore
importanza, le discussioni del Consiglio comunale sui problemi della rupe e su
alcuni problemi specifici del centro storico, in particolare la discussione sul
documento-proposta per l’istituzione di un centro di documentazione per i
lavori della rupe.
E’ da questi incontri, iniziative
e contributi che è scaturita sempre più chiaramente l’esigenza di tentare una
prima sintesi, di fare il punto sulla politica per il centro storico, di
definire una linea
61
programmatica di intervento che,
sulla base del lavoro significativo già compiuto, si proietti oltre l’immediato
con uno sforzo progettuale, certo ambizioso ma insieme realistico, che tenda a
ridefinire il ruolo di Orvieto in Umbria e in Italia.
Di qui la stesura del documento
che oggi viene presentato al Consiglio Comunale.
…Il documento è un punto di
partenza. Ad esso dovrà seguire il dibattito più ampio possibile, sulla base
delle decisioni del Consiglio comunale di oggi, dibattito che deve
ulteriormente investire la città e deve proiettarsi oltre la città, fino a
coinvolgere le altre istituzioni, la Regione, il Governo, il Parlamento, le
forze della cultura al livello più elevato.
Si tratta di un vero e proprio
progetto di restauro globale del centro storico di Orvieto.
…D’altronde l’occasione che
abbiamo saputo creare tutti insieme è veramente grande. Oggi Orvieto è davvero
un caso nazionale e internazionale. L’attenzione che si è determinata per i
problemi della nostra città non è effimera. Essa concerne lo sforzo che stiamo
facendo per salvare Orvieto e per valorizzare Orvieto.
Due criteri abbiamo tenuti
presenti fin dall’inizio della vicenda rupe:
- la globalità;
- l’esemplarità’.
Il sindaco precisa poi che nel
puntuale rispetto dei due suddetti criteri sono venuti significativi successi
nell’attuazione della legge n. 230. E’ stato infatti possibile ottenere nel
1981 il rifinanziamento della suddetta legge, tanto che fino ad oggi sono stati
erogati dalla Stato 12 miliardi di lire per il risanamento della rupe. Con
questa cifra, prosegue il sindaco, è stato possibile garantire la prosecuzione
dei lavori previsti nel 1° stralcio del progetto esecutivo, con un andamento
che si può considerare senz’altro soddisfacente, tanto che fino ad oggi il
programma dei lavori è stato sostanzialmente rispettato. In questo ambito poi è
stato possibile affrontare il problema della ripavimentazione del centro
storico, che è stato inserito nel progetto generale di risanamento della città
in connessione con il rifacimento della struttura idrica e fognante. Questo
indirizzo per la ripavimentazione con i tradizionali materiali, tipici della
città, precisa il sindaco, ha certamente apportato un aggravio finanziario che
è comunque ampiamente giustificato dall’eccellente risultato dei lavori.
…‘Per perseguire gli obiettivi che
ci siamo posti’ continua il sindaco ‘è necessario che i finanziamenti della legge
230 proseguano, assicurando la possibilità di andare avanti con i lavori in
modo programmato. E’ necessario quindi che il Parlamento assicuri la
possibilità di continuare i lavori, non solo con il rifinanziamento per il 1982
della legge 230, ma anche e soprattutto accelerando l’iter della nuova proposta
di legge che prevede un finanziamento di 60 miliardi in 5 anni. Questa proposta
di legge contiene l’elemento più innovativo non solo per Orvieto ma anche per
l’Italia, e cioè il concetto che nessun intervento è efficace se non è
accompagnato dalla creazione di strutture che rendano possibile la prevenzione
e quindi la manutenzione permanente delle opere. Per andare avanti sulla strada
della globalità e dell’esemplarità è necessaria la creazione del centro di
documentazione dei lavori della rupe di cui il Consiglio comunale ha già
discusso e risolvere il problema della direzione lavori’.
62
…‘Altro elemento importante, per
andare avanti nella strada sopra indicata, è il rispetto dell’ambiente con
particolare riferimento alle pendici della rupe ed infine la problematica del
centro storico, che si lega inscindibilmente con il problema del risanamento
della rupe.
Ecco quindi il concetto
fondamentale, da cui siamo stati ispirati in questo lavoro: il concetto di
Orvieto come monumento naturale e storico, da considerare quindi nella sua
globalità e non settorialmente. Crediamo che per affrontare un’opera di
restauro di questo monumento naturale e storico, non si possa non abbinare il
concetto di conservazione con quello di sviluppo. Sono due termini inscindibili
nell’azione di restauro che vogliamo mandare avanti’.
…Nell’ambito poi del consistente
problema dell’arredo urbano, il sindaco, dopo aver fatto breve riferimento alla
questione del traffico, le cui tematiche sono ampiamente trattate nel documento
allegato, affronta il problema della residenza e quindi del risanamento
edilizio nei centri storici. A questo proposito il Sindaco precisa che non si
può affrontare il problema della permanenza dei cittadini nel centro storico se
non si riesce ad assicurare al cittadino la possibilità di risanare le proprie
abitazioni. Al riguardo il Sindaco fa presente che in questo ambito programmatico
l’Amministrazione comunale ha già avanzato al Cer (comitato per l’edilizia
residenziale) un piano per interventi del costo di circa 20 miliardi di cui 3
miliardi a fondo perduto per interventi pubblici e 17 miliardi come incentivo
per gli investimenti dei privati.
‘Questo programma’ continua il sindaco
‘è significativo in quanto per la prima volta, nell’ambito di un concetto di
restauro globale di una città storica, si inserisce il concetto che restauro
vuol dire anche restauro delle abitazioni, che oggetto di restauro non sono
solo i monumenti, ma è tutta la città storica, tutto il tessuto urbano storico,
quali le zone storiche di S.Giovenale, della Cava, ecc…In secondo luogo in
questo programma è possibile ricavare un altro concetto fondamentale e cioè che
non è pensabile di procedere ad un programma di risanamento delle abitazioni se
non saremo capaci di dare ai privati la possibilità di intervenire’.
Proseguendo nell’illustrazione
del progetto, il sindaco affronta poi il tema relativo ai servizi. A tale
proposito il Sindaco ricorda che ormai da tempo si sono individuati tutta una
serie di contenitori storici quali il palazzo del Capitano del Popolo, il
palazzo dei Sette, il S.Giovanni, il S.Anna, i palazzi di piazza del Duomo, per
una loro utilizzazione specifica finalizzata a determinati servizi.
Nel documento, precisa poi il sindaco,
non è stato interamente affrontato il problema dello sport in quanto non sono
ancora maturi i tempi per poter inserire tutti gli obiettivi a cui l’Amministrazione
comunale mira. Il riferimento è al problema Isef e cioè della presenza ad
Orvieto dell’Istituto superiore di educazione fisica per cui sono stati fatti
incontri ad alto livello, senza comunque che la pratica sia stata definita in
modo accettabile. La questione comunque interessa l’Amministrazione comunale di
Orvieto, che ne auspica una soluzione positiva anche in considerazione del
fatto che la città di Orvieto è in grado di offrire strutture sportive di
prim’ordine.
Della prospettiva per i musei,
compreso il museo Greco, si parla ampiamente nel documento sottoposto all’esame
del Consiglio e nel documento del comitato di settore del ministero dei Berni
Culturali, parimenti sottoposto all’attenzione dei consiglieri, di cui fra poco
dovremo discutere con l’introduzione dell’assessore Casasole.
…Il progetto per il centro
storico di Orvieto, nella volontà dell’Amministrazione comunale, è concepito in
un’ottica globale di restauro ambientale che non può riguardare solo il centro
storico ma deve estendersi al territorio circostante. Il panorama e l’ambiente
sono risorse fondamentali per
63
Orvieto e quindi quando si parla
di restauro del centro storico si deve avere l’occhio rivolto anche verso ciò
che esiste fuori dal centro storico.
…Avviandosi alla conclusione
dell’intervento il sindaco sottolinea che il programma per il centro storico di
Orvieto non può essere realizzato se non c’è il concorso di tutte le forze
locali e nazionali, ed in primo luogo degli Enti Pubblici.
‘L’intervento che
l’Amministrazione comunale di Orvieto chiede allo Stato ha una sua
giustificazione logica in quanto’ continua il sindaco ‘con questo programma noi
tentiamo di dare un contributo non solo a noi stessi, ma all’Italia tutta,
perché nel momento in cui mettiamo in gioco queste nostre risorse diciamo
anche, ad un livello più generale, che questa è la strada per andare avanti nel
nostro Paese, questo è l’obiettivo che l’Italia dovrebbe perseguire per
rilanciare la sua immagine, la sua economia, la sua civiltà. In questo senso
pertanto il ruolo dello Stato non è marginale se è vero che Orvieto è un caso
nazionale, lo Stato deve stare dentro i problemi di Orvieto. Se è vero che la
legge n. 230/78 ha riconosciuto che la rupe di Orvieto non può essere un caso
locale e che il risanamento della rupe avviene per salvaguardare il patrimonio
paesistico, archeologico, storico-artistico della città, allora, nel momento in
cui facciamo un programma per risanare questo patrimonio, è necessario che lo
Stato sia presente e dia il suo contributo’.
…Terminato l’intervento del sindaco
prende la parola il consigliere Tatta (della Dc n.p.) il quale, riferendosi al
documento elaborato dalla Giunta municipale, ne riconosce la vastità e la
completezza. La rilevanza dei progetti in esso contenuti, secondo il
consigliere Tatta, richiede di non restare isolati come istanza municipale, ma
di lavorare affinchè sul programma convergano altri interventi, come quelli
della Regione e dello Stato.
…Al riguardo il consigliere Tatta
ricorda ancora che da circa un ventennio il gruppo consiliare Dc avanza istanza
al fine di ottenere un’attenzione più realistica dell’Amministrazione comunale
sul ruolo del centro storico, su cui troppo spesso le passate Amministrazioni
hanno rivolto scarsa attenzione, autorizzando anche interventi che hanno
contribuito a deturpare vari aspetti della città ed in particolare quello
viario. Il centro storico, continua il consigliere Tatta, è un unico bene
naturale da fruire globalmente nella sua articolazione. Perciò conviene
completamente sulla tesi che punta alla conservazione dell’Orvieto medievale
non per la sua mummificazione, ma per promuovere e per esaltarne lo sviluppo,
perché questa città sia vivibile e fruibile da parte dei cittadini con una
nuova qualità della vita, che parta dal risanamento delle abitazioni e si
sviluppi in una ricchezza di iniziative produttive. In merito al problema del
recupero delle abitazioni del centro storico, il consigliere Tatta fa presente
al Consiglio il suo interessamento personale presso il ministero dei Lavori
Pubblici per una verifica iniziale sull’iter della pratica avviata
dall’Amministrazione comunale di Orvieto.
…A conclusione del suo intervento
il consigliere Tatta ribadisce il più ampio
consenso al programma elaborato dalla Giunta municipale e preannuncia un
contributo significativo perché le istanze propositive possano essere condotte
in un piano di realizzazione e di concretezza operativa, con l’ausilio della
Regione e dello Stato”.
E quindi il Consiglio comunale
approvò all’unanimità il documento “Proposte per un nuovo ruolo della città
antica nell’ambito urbano”.
A questo punto mi sembra
opportuno riportare integralmente il documento approvato dal Consiglio
Comunale.
64
Premessa
Il tema del recupero del centro
storico di Orvieto, di un suo ruolo più ampio e complessivo all’interno
dell’intero tessuto urbano della città, ha ormai assunto dei connotati di certezza
e di acquiescenza tali da non consigliarne, almeno in questa fase, un
approfondimento nelle sue caratteristiche generali.
Quello che al contrario emerge
ora come problema da affrontare in termini risolutivi, è l’approntamento di
strutture, anche con competenze di carattere specifico, che consentano una
rapida e disciplinarmente corretta attuazione dei singoli programmi di
intervento, assicurandone il reciproco coordinamento. Nello stesso tempo vanno
definiti i contenuti, da approfondire e ricercare, anche nel corso
dell’elaborazione dei singoli “progetti finalizzati”, di una strategia globale
di intervento “sulla città”, ovvero di quegli elementi, manifesti o latenti
all’interno delle singole “aree” omogenee, e dei relativi programmi di
intervento, che si definiscono come “costanti” e “permanenti” di un’unica
complessità di caratteristiche ambientali, storiche e architettoniche.
Orvieto è stato più volte
paragonata a Venezia per l’impossibilità, nel definire il luogo urbano di
entrambe le città, di prescindere da quegli elementi naturalistici e ambientali
che risultano chiaramente e determinatamente “topici” dello sviluppo della
città, della sua forma, dei suoi materiali. Tale vincolo, di natura oggettiva,
deve quindi essere interpretato in termini positivi ed esplicitato nei singoli
programmi di intervento, con un ulteriore controllo e verifica di carattere
architettonico e ambientale per quei programmi che prevedono interventi di
carattere edificatorio (restauri, interventi sulla viabilità, nuove strutture
pubbliche).
Per recuperare una organicità al
discorso generale, sono state individuate sei aree di intervento:
1. Area relativa al recupero
funzionale e relazione del centro storico
In tale area sono stati
ricompresi tutti quegli interventi di carattere complessivo che investono la
generalità dei componenti del tessuto urbano come la rupe tufacea e le sue
pendici, la circolazione veicolare, l’aspetto “epidermico” della città e la
definizione di tutti quegli spazi d’uso collettivo, ma a carattere quotidiano,
senza una particolare destinazione ad eccezione di quella relazionale.
Sono stati individuati i seguenti
progetti finalizzati per i quali, come per le altre aree, saranno da meglio
definire successivamente la fase attuativa ed i canali di finanziamento.
1.1 Restauro e consolidamento
della rupe
E’ questo uno degli interventi
più fondamentali ed essenziali di quelli che interessano la città di Orvieto.
E’ da sottolineare l’aspetto di “restauro territoriale” con cui il progetto di
consolidamento è stato impostato, fatto questo eccezionale in un Paese come
l’Italia dove la progettazione di grandi opere pubbliche non tiene mai conto
dell’ambiente di intervento.
A seguito di una serie di
disastrose frane che interessarono la rupe nel 1977, il Parlamento ha approvato
all’unanimità la legge 25.5.1978 n. 230 concernente “Provvedimenti urgenti per
il consolidamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi a salvaguardia del
patrimonio paesistico, storico, archeologico ed artistico delle due città” e che
prevedeva uno stanziamento per la città di Orvieto di 6 miliardi di lire
rifinanziati per il medesimo importo ai sensi dell’art. 8 della legge 30.3.1981
(legge finanziaria).
65
I lavori, gestiti dalla Regione
dell’Umbria, affiancata da una commissione tecnico-scientifica prevista per
legge, sono stati appaltati nel 1979 e comprendono:
- rifacimento impianto idrico e
fognante del centro storico;
- sistemazione
idraulico-forestale della rupe;
- sistemazione ciglio e restauro
conservativo della rupe;
- installazione rete di
strumentazione.
I lavori sono a tutt’oggi ancora
in corso ma, l’eventuale mancato finanziamento per l’esercizio finanziario 1982
della citata legge 230/78 comporterebbe la interruzione dei medesimi a partire
dalla metà dell’estate.
E’ necessario perciò che il
finanziamento di sei miliardi approvato dalla quinta commissione della Camera
nella seduta del 9 giugno venga presto confermato dal Senato. Ed è soprattutto
necessario che venga discusso al più presto il disegno di legge presentato nel
luglio 1981 dai parlamentari umbri sia per dare finalmente una impostazione
programmatica di largo respiro ai lavori di risanamento sia per impostare una
politica di sorveglianza e di manutenzione continua, cioè di prevenzione.
1.1.1 Con riferimento alle
discussioni già avvenute e al documento approvato un anno fa dal Consiglio comunale
si tratta di avviare la realizzazione del centro di documentazione dei progetti
e dei lavori di risanamento della rupe.
1.2 Interventi per il
miglioramento della mobilità all’interno del centro storico e per la
predisposizione di nuovi servizi di trasporto pubblico
Le condizioni di fragilità della
crosta superficiale della rupe, evidenziate dai numerosi cedimenti del manto
stradale con conseguenze negative, in alcuni casi, anche per la stabilità degli
edifici limitrofi; l’inadeguatezza degli spazi viari ad uso veicolare perché
pensati in epoche e per usi diversi da quelli attuali; la particolare
morfologia del “sito” di Orvieto nel quale esistono soluzioni di continuità e
barriere all’interno del tessuto urbano, non ultime infine, condizioni
culturali di fondo che impongono la ricerca di tutte le soluzioni, idonee a
realizzare una migliore qualità della vita e a recuperare all’uso della
popolazione spazi con caratteristiche architettoniche e ambientali di tipo
eccezionale, hanno determinato nell’Amministrazione comunale la volontà di
ripensare in maniera complessiva tutto l’ambito della mobilità e del servizio
di trasporto pubblico.
In questo settore sono in corso
di elaborazione due progetti finalizzati:
1.2.1 Un piano per un nuovo
assetto della mobilità (veicolare e pedonale) all’interno del centro storico e
nelle pendici della rupe, con la previsione di aree pedonalizzate, anche
parzialmente, e di depositi-auto anche di ridotte capacità.
1.2.2 Un progetto per la
riattivazione di un servizio di funicolare, un tempo esistente, con arrivo in
piazza Cahen, e per la previsione di un secondo collegamento meccanizzato dal
lato opposto della città. La realizzazione di tale progetto consentirà
l’attuazione completa del piano di cui al punto precedente in quanto ne è
condizione propedeutica dal punto di vista funzionale.
66
1.3 Attuazione dei programmi
di settore per l’arredo urbano
La Regione dell’Umbria con
propria delibera n. 519 del 15.3.1982, pur individuando il campo dell’arredo
urbano come un ambito sovrastrutturale rispetto alle componenti architettoniche
che delimitano lo spazio urbano d’uso pubblico, vi ha definito otto settori di
intervento, per i quali le Amministrazioni comunali debbono predisporre dei
“piani di settore” prima di porre mano ad interventi di carattere sostanziale.
1.3.1 Programma per il settore
delle plance pubblicitarie
L’Amministrazione comunale di
Orvieto è il primo Ente dell’Umbria che predispone un piano di settore,
relativo alle plance pubblicitarie, per attuare un intervento organico tendente
a:
a) liberare da elementi
occultanti e di aspetto degradante i prospetti delle vie cittadine, recuperando
delle prospettive libere di alto valore storico-ambientale;
b) recuperare le valenze di un
tessuto urbano che vedeva generalmente i suoi punti di accumulo funzionale e
relazionale nei larghi e nelle piazzette, e non lungo gli assi viari come un
effetto combinato della rendita di posizione da un lato e dell’uso del mezzo
meccanico, dall’altro, ha di fatto imposto nella realtà attuale.
1.3.2 Programma per il settore
del verde intorno alla città
Al di là del mero soddisfacimento
dello standard urbanistico, nell’elaborazione di un progetto per gli spazi
“verdi” all’interno della città, ci si è posti l’obiettivo di recuperare ad un
uso collettivo tutta una serie di spazi di tipo cortilizio, o posti sulla rupe,
ma a margine dell’edificato, che storicamente erano fruiti maggiormente da
parte della popolazione, e che, attualmente, restano privatizzati o adibiti ad
un uso degradante (magazzini, garage, deposito merci). Tale progetto è
attualmente nella fase di rilievo degli spazi disponibili.
Esso si articolerà in due
principali ambiti:
a) recupero di spazi all’interno
della città (orti, corti, giardini) per un uso essenzialmente relazionale;
b) predisposizione di aree a
scala urbana poste in prossimità del centro storico da destinare a tempo
libero.
Il più importante intervento di
questo 2° ambito è costituito dalla realizzazione di un parco archeologico, del
quale, oltre al chiaro valore scientifico dato dall’importanza dei reperti,
sono da notare:
a) riscoperta della memoria
storica della città e della sua identità culturale;
b) attrezzatura di una vasta area
posta alle pendici della rupe, nella quale sarà visibile una parte del
materiale rinvenuto durante le varie campagne di scavo.
Nonostante l’impegno della
Regione dell’Umbria che nel 1981 ha varato un piano decennale per il
finanziamento di scavi nella località Cannicella, la vastità dell’intervento ne
fa intravedere una possibile attuazione solo nell’ambito del più vasto progetto
Etruria che il ministero dei Beni Culturali sta elaborando.
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2. Area relativa alle
attrezzature per una migliore funzione della città
Negli interventi e nei progetti
sui centri urbani, elaborati negli anni, l’attenzione dei progettisti e delle
Amministrazioni comunali si applica sempre maggiormente alla ridefinizione e
alla rivitalizzazione dello spazio collettivo delle città, delle attrezzature e
dei contenitori che, senza operare delle fratture o barriere di sorta, riescono
a dilatare ed a arricchire quelle aree d’uso collettivo che costituiscono lo
spazio di relazione sul quale può avere un senso pensare qualsiasi progetto o
programma alla scala urbana.
In questa area sono individuate
quelle attrezzature, funzionalmente definite, che si innestano sullo spazio
collettivo di base, (la via, la piazza) superando come complessità funzionale
gli spazi di tipo cortilizio o simili, ma conservando sempre una facile
aggredibilità e utilizzazione, anche fisica, da parte dell’utenza.
Sono stati quindi individuati i
seguenti progetti finalizzati, tutti ultimati almeno nella elaborazione di
massima.
2.1 Restauro e ristrutturazione
del palazzo dei Sette
E’ questo l’intervento più
significativo di quelli ricompresi nella area due, e di maggiore riferimento
alla scala urbana. Divisibile, grosso modo, in due parti, in esso sono
previsti: una nuova biblioteca nei livelli superiori al piano terra, della
quale ci si occuperà in un altro punto; una serie di attrezzature inerenti la
comunicazione e l’informazione (emeroteca, nastroteca, sale d’incontro, spazi
espositivi), che posti al piano terra dell’edificio, in parte utilizzando un
padiglione in ferro e vetro di evidente riferimento d’epoca, dovrebbero
assicurare l’attivazione di un centro di alto valore relazionale.
2.2 Ristrutturazione della
chiesa del Carmine
Connotato degli stessi requisiti
del precedente, tale intervento si pone un riferimento territorialmente più
definito e funzionalmente più specialistico, in quanto vi saranno ospitate principalmente
attività laboratoriali, spettacolari, di animazione culturale di quartiere.
2.3 Ristrutturazione dell’ex
conservatorio delle Zitelle Sperse
Anche per questo intervento vale
come prioritario il riferimento di quartiere: vi sarà infatti creato un centro
polifunzionale, comprendente sale per coro, banda cittadina, attività culturali
e musicali e per attività sportive e di tempo libero.
3. Area delle attività di
carattere culturale di ricerca e conservazione
La politica culturale che sta
alla base degli interventi che si intendono realizzare, presuppone la volontà
di considerare tutta la città come un unico bene culturale da fruire
globalmente nella sua complessità ed articolazione. Si tende in tal modo alla
integrazione tra il momento della memoria in cui il patrimonio collettivo viene
studiato, ricercato e conservato, ed il momento della utilizzazione del
medesimo nel vissuto quotidiano della città. Di qui la necessità di studiare e
realizzare un piano organico per i beni culturali al fine di offrire all’utente
della città e del territorio, non meno che al turista ed allo studioso, la
chiave per una lettura dei “fatti” storici, artistici ed ambientali intesi
nella loro più ampia accezione.
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L’idea della stesura di un tale
piano trova il fondamento giuridico nella legge regionale 3.6.1975 n.39; i
primi finanziamenti per interventi di settore nella delibera del Consiglio regionale
del 18.12.1979 n.1096; la propria specifica definizione concettuale nella
manifestazione “Orvieto: i luoghi della cultura” tenutasi ad Orvieto presso il
teatro Mancinelli nel periodo 24 gennaio, 21 febbraio 1981. In quella sede le
proposte, le idee, i progetti appena abbozzati o già realizzati, trovarono un
primo momento di sintesi e di verifica, e soprattutto, rappresentarono un
momento di conferma per le intuizioni dell’Amministrazione comunale ed un
sostanziale stimolo a procedere con fiducia sulla strada della realizzazione di
un globale seppure ambizioso progetto per il centro storico.
Nell’ambito della presente area
sono stati pertanto predisposti una serie di interventi di settore che
sinteticamente sono stati individuati nel riassetto dei musei orvietani,
ristrutturazione del palazzo dei Sette, restauro del teatro Mancinelli,
restauro dell’ex convento di San Giovanni.
Per quanto riguarda la
realizzazione del parco archeologico da intendersi :
a) come struttura di difesa e
salvaguardia della rupe;
b) come struttura di verde
pubblico;
si è trattato in altra parta
della presente proposta.
Nella trattazione delle
problematiche della presente area preme sottolineare le valenze intese:
c) come struttura culturale in
quanto centro di lettura della città, museo del paesaggio storico,
testimonianza della vita etrusca e medievale;
d) come struttura promozionale
della città e di forte attrazione turistica.
Per comodità di consultazione si
riporta di seguito una scheda analitica per ogni singolo intervento
3.1 Riassetto dei musei
orvietani
Progetto finalizzato
Il riassetto dei musei, di tutti
i musei orvietani, va visto in un ottica globale che al di là suoi aspetti più
strettamente museologici ed espositivi favorisca una fruizione di tutti i beni
culturali della città e del suo territorio al fine di una lettura unitaria di
tutte le testimonianze del passato. Riassetto significa insomma una gestione
integrata dei musei esistenti, una più razionale utilizzazione delle
infrastrutture e soprattutto la necessità di procedere al recupero e alla
catalogazione di tutti i reperti disponibili.
Il raggiungimento di quanto sopra
pone come irrinunciabile il verificarsi di alcune condizioni:
a) che tale operazione sia
realmente estesa alla globalità del patrimonio dei beni culturali ed ambientali
della citta;
b) che detto patrimonio venga
diviso in tre settori strettamente correlati tra loro: 1) archeologico, 2)
dell’ambiente e dei monumenti architettonici, 3) delle opere d’arte;
c) che l’ordinamento dei
materiali dei tre settori avvenga secondo criteri di rigida scientificità senza
tener conto della proprietà legale dei reperti, sia essa di Enti Locali, di
Fondazioni, Amministrazioni dello Stato, ed altri Enti.
Il momento introduttivo a tali
settori dovrà essere individuato in un “museo della città”, organismo ricco di
materiale illustrativo, visivo ed audiovisivo, ma privo di reperti. Detta
struttura dovrà
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inoltre essere in grado di
focalizzare gli elementi testimoniali di tale svolgersi storico rimandando, per
il loro approfondimento, ai settori di appartenenza. Particolare incisività
dovrà essere posta nel tentativo di esplicitare la interrelazione di
causa-effetto esistente tra gli elementi del passato e quelli del presente.
I tre settori, poi, dovranno
essere articolati secondo tre momenti di conoscenza realizzati con i seguenti
strumenti:
1) centro di lettura di settore,
volto alla conoscenza ed all’inquadramento storico del materiale del settore,
ed alla successiva individuazione e visualizzazione delle testimonianze
specifiche del settore, nel tessuto urbano (siti, monumenti, musei);
2) itinerario di visita, a
carattere museologico, delle testimonianze individuate nella fase 1), totale o
parziale, con suddivisioni cronologiche, topografiche, tipologiche, suggerito
dal centro di lettura e realizzato nel tessuto urbano mediante opportuna e
discreta segnaletica, studiata in modo da rendere facilmente individuabile la
differenziazione dei percorsi nel più corretto susseguirsi delle testimonianze
stesse;
3) attrezzatura dei siti,
monumenti, musei con adeguati strumenti di lettura, realizzata con “linguaggio”
differenziato indirizzato a: pubblico generico-scuole di vario grado-studiosi.
Alla luce delle metodiche di cui
sopra non resta che da individuare le vocazione degli edifici che ospitano (o
che ospiteranno) i musei e che possono essere individuati nella maniera che
segue anche su conforme proposta del comitato di settore Beni Ambientali e
Storici del ministero dei Beni Ambientali e Culturali:
a) palazzo di Bonifacio VIII da
destinare a museo dell’Opera del Duomo con valenza medievale e rinascimentale;
b) palazzo Papale da destinare a
sede delle sculture del Mochi, ad esposizioni temporanee, a sale didattiche e
all’interno della stessa struttura dovrà essere individuata una sala destinata
alle opere di Emilio Greco;
c) museo della Fondazione Faina
(eventualmente da ampliare utilizzando proprietà pubbliche esistenti nello
stesso isolato) con esclusiva valenza archeologica.
A margine di quanto sopra va ricordata
la ristrutturazione del palazzetto Faina, da adibire ad Archivio storico di
Stato, i cui lavori sono stati appaltati e consegnati alla impresa vincitrice.
Stato di attuazione
progettuale
Il progetto per il riassetto dei
musei e lo studio connesso è stato affidato ad una équipe di esperti e studiosi
coordinati dal prof. Mario Torelli, direttore dell’Istituto di archeologia
dell’Università degli Studi di Perugia. Gli elaborati relativi sono in fase di
avanzata realizzazione. Il progetto relativo alla ristrutturazione del
Palazzetto Faina è stato realizzato da alcuni professionisti locali.
3.2 Ristrutturazione del
Palazzo dei Sette
Progetto finalizzato
70
Per quanto concerne il progetto
nella sua globalità, nelle sue caratteristiche di intervento, nelle soluzioni
adottate, si rinvia a quanto esposto nella corrispondente sottosezione
dell’area di recupero funzionale del centro storico dove il problema trova
ampia trattazione.
Interessa invece la presente area
la trattazione relativa alla realizzazione di uno spazio da adibire a
biblioteca ed a centro culturale polivalente, nell’ambito della più ampia
utilizzazione prevista per tutto il complesso del palazzo.
In effetti il trasferimento della
biblioteca comunale “L.Fumi” dal palazzo Clementini, che attualmente ospita
anche il Liceo Classico, risponde a due requisiti fondamentali: uno di
carattere funzionale che si sostanzia nella acquisizione di maggiori spazi da
parte del succitato liceo, l’altra che riguarda più direttamente la fruizione
del bene culturale biblioteca. L’esigenza di un “luogo” biblioteca strutturato
in maniera diversa, eventualmente suddiviso in comparti secondo le esigenze ed
i gradi di interesse del fruitore, è
condizione fondamentale per il realizzarsi di quella integrazione più volte
auspicata tra momento di consultazione e momento di promozione culturale. Si
ipotizza insomma una biblioteca ove sia da un lato possibile “usare” il libro
ivi conservato, ma da un altro sia possibile dare e ricevere informazioni,
verificare ipotesi e programmi di studio, recepire, elaborare e quindi
ritrasmettere esperienze e fatti culturali.
Stato di attuazione
progettuale
Per quanto riguarda la stesura e
le connotazioni progettuali si rinvia come su riportato, alla corrispondente
sottosezione degli interventi elencati nell’ambito dell’area n. 1.
3.3 Restauro teatro comunale
Progetto finalizzato
L’ipotesi del teatro come luogo
ove si fa cultura, oltre che a recepirla sotto forma della tradizionale
rappresentazione scenica, comporta necessariamente un adeguamento ed un
restauro della struttura esistente.
Comunque nello specifico del
teatro comunale “L.Mancinelli”, se da un lato non è pensabile mutare la
vocazione del contenitore stante la tipologia e la struttura dell’edificio (non
è da dimenticare che si tratta di uno dei più notevoli teatri ottocenteschi),
dall’altro è necessario procedere ad una verifica circa una più completa
utilizzazione degli spazi scenici e delle strutture al fine di rendere
possibile oltre alla fruizione anche la progettazione e la sperimentazione del
prodotto teatrale.
Gli interventi, come si evince
dalla relazione allegata al progetto di restauro, sono individuati come
necessari ed opportuni. Quelli necessari sono l’impermeabilizzazione del tetto,
la protezione delle strutture lignee, il rifacimento dei pavimenti, la
ricostruzione secondo criteri di maggiore funzionalità dell’apparato scenico,
il rifacimento della platea, lo spostamento dell’uscita di sicurezza, il restauro
degli stucchi, il rifacimento della tinteggiatura, il rifacimento degli
intonaci fatiscenti o mancanti, il rifacimento dell’impianto elettrico secondo
le norme di sicurezza. Gli interventi utili riguardano invece una
razionalizzazione degli spazi, un miglioramento dei servizi (riscaldamento,
bagni, bar, ecc…) e la possibilità di gestire il ridotto come un corpo a se
stante indipendentemente dal resto del teatro.
71
Stato di attuazione
progettuale
Il progetto, realizzato da un
gruppo di professionisti locali, è stato approvato ed inviato per l’opportuno
parere alla commissione tecnica amministrativa della Regione dell’Umbria.
3.4 Ristrutturazione ex
convento di San Giovanni
Progetto finalizzato
L’obiettivo è quello di proporre,
all’interno dell’ex convento di San Giovanni ristrutturato e restaurato dalla
Provincia di Terni, una immagine la più integrata possibile della realtà
dell’Orvietano sotto il profilo economico, turistico e promozionale.
In conformità ai criteri di cui
sopra il San Giovanni è stato individuato quale sede:
a) del centro di documentazione
dell’artigianato artistico da intendersi della duplice valenza di mostra e di
promozione del prodotto artigianale;
b) della mostra dei costumi del
corteo storico che, se da un lato prolunga la godibilità degli stessi durante
tutto il corso dell’anno (con innegabili riscontri a livello turistico),
dall’altro rende utilizzabile il salone del palazzo del Capitano del Popolo,
già adibito a deposito dei costumi ed ora indicato come sede del palazzo dei
Congressi;
c) dell’enoteca che è forse
l’intervento più significativo in quanto si intende fare della medesima sia la
vetrina del prodotto che più incide sull’economia agricola del territorio, sia
un momento di promozione e di qualificazione del vino di Orvieto.
In sintonia con quanto sopra è
stato di recente istituito in Orvieto l’Istituto per il diritto del vino, unico
di tal genere in Italia, che ha come scopo di studiare i problemi giuridici e
gli altri connessi e relativi alla produzione e commercializzazione del vino,
anche promuovendo a tal fine ricerche, convegni, congressi, tavole rotonde,
curando pubblicazioni, il tutto diretto ad una migliore e più vasta conoscenza
dei problemi tutti relativi al vino ed alla sua produzione.
Stato di attuazione
progettuale
Il progetto relativo è stato
approvato e realizzato a cura della Provincia di Terni. Restano da definire
alcuni elementi secondari finalizzati a scopi specifici.
4. Area relativa agli
interventi per il recupero ai fini residenziali del patrimonio edilizio storico
Anche se nella fase attuale è
stata, fortunatamente, superata la velleità di riconvertire qualsiasi
contenitore storico, a prescindere dalle sue caratteristiche architettoniche,
all’uso residenziale il problema della costante “emorragia” del numero di
abitanti del centro storico e dei rimedi per arrestarla in tempi brevi rimane
uno degli impegni prioritari dell’Amministrazione comunale. Se da un lato la
cura gestionale è rivolta ad un’attenzione sempre maggiore per la conservazione
di caratteri anche minori degli edifici che, per incuria o mancata
consapevolezza, sono sottoposti ad un costante processo di degrado, dall’altro
si è rivolto l’impegno verso l’acquisizione di un corredo di conoscenze
tecniche e tecnologiche, economicamente valide, da parte dall’Ente Pubblico da
mettere a disposizione degli operatori privati come incentivo per gli
interventi di restauro e ristrutturazione.
72
Una iniziativa concreta che
dovrebbe avviare un processo di risanamento della città su larga scala è la
predisposizione, da parte dell’ufficio urbanistica, di un programma di recupero
del centro storico basato in parte su interventi pubblici a carattere
sperimentale ed in parte su contributi, in conto interesse, ai privati per
l’attuazione diretta degli interventi, sperimentando e costruendo elementi di
controllo come convenzione ed atti d’obbligo, in grado di offrire margini nuovi
e più interessanti agli operatori privati.
In tale programma che
l’Amministrazione comunale ha inviato al Cer (comitato per l’edilizia
residenziale) per un importo di 20 miliardi di lire, il settore trainante per
il recupero del centro storico è proprio quello privato (proprietari ed
operatori del settore) per il quale è destinata la maggior parte della cifra
(17 miliardi). Per assicurare una corretta attuazione di tale programma nelle
sue componenti sono stati individuati due livelli di direzione scientifica: uno
con riferimento ad ogni area, espletato da gruppi di lavoro specifici, un altro
più complessivo espletato da una commissione interdisciplinare con lo specifico
compito di coordinare le elaborazioni settoriali compiute in ogni singolo
gruppo di lavoro.
5. Area delle attrezzature di
carattere turistico
Sembra superfluo ricordare la
vocazione turistica della città di Orvieto caratterizzata da un invidiabile
patrimonio archeologico, artistico, culturale (musei, Duomo, pozzo di San
Patrizio, ecc…), situata sulle principali vie di comunicazione che collegano il
Nord al Sud e per di più attualmente al centro dell’attenzione dell’opinione
pubblica italiana ed internazionale per le note vicende della rupe. Meno
superfluo sembra ricordare le deficienze strutturali ed organizzative della
“industria turismo” che soffre di lunghi periodi di stasi nel corso dell’anno e
può contare su una permanenza limitata nel tempo da parte del visitatore.
Della necessaria inversione di
tendenza, finalizzata a una presenza turistica più articolata nei vari periodi
dell’anno, intende farsi carico l’Amministrazione comunale con la realizzazione
di due infrastrutture che risultino funzionali alle due forme di turismo in
netta espansione: il turismo congressuale e quello sociale.
5.1 Palazzo dei Congressi
L’individuazione del palazzo del
Capitano del Popolo a sede del palazzo dei Congressi sembra essere una ottima
risposta alla prima problematica su richiamata. Già adibito a cinematografo,
ancora in parte sede dell’archivio storico e del laboratorio dei costumi del
corteo storico, la nuova destinazione d’uso quale palazzo dei Congressi risulta
essere la più valida utilizzazione e valutazione di una tra le più interessanti
strutture urbanistiche della città.
L’intervento da realizzare è
stato definito in due fasi: una prima fase riguardante il consolidamento
statico dell’immobile, una seconda fase riguardante la ristrutturazione degli
interni e la predisposizione degli arredi e dei servizi necessari all’uso che
se ne vuole fare. Relativamente agli interventi di cui alla prima fase sono
stati finanziati ed appaltati a stralcio i lavori di consolidamento della torre
campanaria.
Stato di attuazione
progettuale
Il progetto per il consolidamento
statico è stato affidato ad un’équipe di esperti che per contratto dovranno
consegnare gli elaborati entro il 30.11.1982.
73
5.2 Ristrutturazione di un
immobile da adibire a struttura ricettivo-turistica per finalità sociale
Progetto finalizzato
L’esigenza di dotare la città e
il comprensorio di una struttura in grado di ospitare a prezzi contenuti
giovani o gruppi famiglia risponde ad una serie di esigenze articolate. Se è
vero che la prima e più immediata finalità è quella di dare un servizio a
prezzo sociale a determinate categorie di utenti che intendono fruire delle
bellezze storico-ambientali, è altrettanto vero che la realizzazione del
progetto in questione si pone come necessaria struttura di supporto in grado di
soddisfare le più qualificate esigenze di studio e di ricerca di una utenza che
si raccorda ai centri di documentazione e di ricerca che il Comune di Orvieto sta allestendo (centro
di documentazione rupe, istituto per il diritto del vino, centro di
documentazione artigianato artistico, ecc…).
La realizzazione di quanto sopra
prevede l’acquisizione di un contenitore all’interno del centro storico che,
opportunamente restaurato, dovrebbe essere arredato con strutture mobili e
prefabbricate al fine di mantenere inalterata la tipologia di origine.
Stato di attuazione
progettuale
Per quanto riguarda l’ipotesi
progettuale si è ancora nel campo dello studio in quanto il progetto esecutivo
resta subordinato alla individuazione del contenitore più idoneo tra quelli
acquisibili.
6. Area degli interventi nel
settore dei servizi
Gli interventi inquadrati nella
presente area trovano il denominatore comune nel loro porsi come elementi
sussidiari e di supporto per una più completa vivibilità ed agibilità del
centro storico. E’ indubbio che la credibilità di una Amministrazione si gioca,
oltre che sulla capacità politica e di programmazione, anche e soprattutto
sulla risposta da dare alla collettività in termini di quantità e qualità dei
servizi. Consapevole di questa elementare verità il Comune di Orvieto ha
programmato una serie di interventi nel settore dei servizi sociali, della
edilizia scolastica e della edilizia sportiva da realizzare in tempi brevi e in
tempi medi.
6.1 Edilizia sociale,
ristrutturazione del complesso di S.Anna da adibire a casa albergo per anziani
Progetto finalizzato
L’assunto è quello di dare una
risposta propositiva e non assistenziale a quel problema sociale che assume
sempre maggiore rilevanza e che viene individuato con il termine di terza età.
In effetti l’espulsione degli abitanti dai centri storici, fatto già di per se
stesso gravissimo, diventa drammatico quando l’espulsione (per motivi che vanno
dalla inagibilità degli alloggi, alla mancanza di servizi, allo smembramento
della famiglia patriarcale, ecc…) riguarda persone anziane che si vedono
costrette ad abbandonare l’ambiente in cui hanno sempre vissuto e, molto
spesso, a troncare di colpo ogni rapporto relazionale consolidato.
Per ovviare a quanto sopra si è
fatta strada l’ipotesi della realizzazione di una “casa albergo” per anziani
autosufficienti strutturata in modo tale da garantire all’ospite sia la propria
indipendenza abitativa ed il mantenimento delle proprie abitudini, sia tutta
una serie di servizi collettivi quali la lavanderia, la predisposizione dei
pasti, luoghi di ritrovo collettivi, che sono un supporto indispensabile per
l’anziano.
74
Il contenitore che meglio
risponde allo scopo è stato individuato nel complesso edilizio dell’ex convento
di S.Anna in quanto, previa opportuna ristrutturazione, può essere facilmente
convertito in moduli abitativi tipo mini-appartamenti o monolocali attrezzati
serviti da una serie di spazi collettivi integrati con la realtà di quartiere.
Stato di attuazione
progettuale
L’elaborazione del progetto è
subordinata all’acquisto del complesso edilizio del’ex convento di S.Anna per
la cui acquisizione nulla sembra ostare da parte della proprietà.
6.2 Edilizia scolastica,
ristrutturazione e risanamento di alcuni edifici
Progetto finalizzato
Gli interventi di cui al presente
punto rispondono a due criteri ben definiti:
a) risanamento ed opere di
ordinaria e straordinaria manutenzione tendenti alla conservazione del
patrimonio edilizio esistente (gli interventi consistono nel risanamento delle
pareti, nel rifacimento del tetto e nella ritinteggiatura delle scuole
elementari di piazza Marconi e di via Pecorelli);
b) ristrutturazione del palazzo
Clementini adibito a sede del Liceo Classico al fine di renderlo più funzionale
alle esigenze che la destinazione d’uso comporta (è prevista la realizzazione
al piano terra di uno spazio polifunzionale di quartiere).
Stato di attuazione
progettuale
Per quanto riguarda il palazzo
Clementini sono allo studio alcune ipotesi progettuali.
6.3 Edilizia sportiva,
realizzazione di una palestra in via Pecorelli
Per quanto riguarda le linee di
indirizzo circa la politica dell’Amministrazione tendente a reperire spazi
verdi da destinare ad attività ludico-sportive si rinvia alla parte della
presente proposta ove si tratta dell’arredo urbano.
Per quanto riguarda il settore
propriamente scolastico con riferimento alla pratica sportiva, l’intervento che
si intende realizzare consiste nel ricavare una palestra mediante sbancamento
dell’area annessa alla scuola di via Pecorelli ed a ripristinare, a costruzione
avvenuta, il verde soprastante.
Elementi progettuali
Il Comune ha allo studio la
realizzazione del progetto.
Alcune brevi considerazioni sul
documento approvato dal Consiglio Comunale nella riunione del 2 luglio 1982.
Una limitata parte dei progetti
contenuti nel documento non fu attuata. Occorre aggiungere però che talvolta fu
realizzato di più di quanto fu ipotizzato, come nel caso del sistema di
mobilità alternativa. In qualche caso mutarono le destinazioni d’uso degli
immobili presi in esame. Ad
75
esempio nel palazzo dei Sette non
trovò sede la nuova biblioteca comunale, che fu realizzata invece nel complesso
del San Francesco, mentre, tra l’altro, nell’ambito di quel palazzo, fu
ristrutturata, per utilizzarla anche a fini turistici, la torre del Moro.
Ma il più importante progetto
incompiuto fu rappresentato dalla mancata ristrutturazione degli edifici
privati, o meglio la loro mancata ristrutturazione grazie ad incentivi
finanziari pubblici.
Non solamente non ci fu
l’approvazione del progetto, contenuto nel documento, da parte del Cer
(comitato per l’edilizia residenziale), ma fallì il tentativo di inserire nella
legge 545, la legge che finanziò anche diversi interventi per ristrutturare una
parte piuttosto consistente del patrimonio storico-artistico del centro
storico, anche interventi finanziari per favorire la ristrutturazione di
edifici di proprietà privata.
Si disse che i partiti di centro
destra che avevano allora la maggioranza in Parlamento non vollero concedere
quella che sarebbe stata la “quadratura del cerchio”, cioè gli interventi a
favore della ristrutturazione di edifici privati, ad un governo locale di
sinistra, nell’ambito del quale un ruolo predominate veniva svolto dal Pci.
Concedere molto sì, ma troppo no…
E così continuò lo spopolamento
del centro storico, soprattutto a causa dell’impossibilità dei proprietari di
intervenire su quegli edifici che avevano bisogno di una notevole
ristrutturazione.
La ristrutturazione di quegli
edifici avvenne successivamente soprattutto da parte dei nuovi proprietari,
spesso non orvietani, che acquistarono numerose abitazioni nel centro storico
di Orvieto, quando la popolazione che vi risiedeva si era ormai ridotta
considerevolmente, garantendo comunque che il numero degli abitanti si
stabilizzasse intorno alle 5.000 unità.
76
Orvieto: i luoghi della cultura
Nel 1981, in due giorni, il 24
gennaio e il 21 febbraio, si tenne un convegno denominato “Orvieto: i luoghi
della cultura”.
Nella prima giornata ci si occupò
delle prospettive di tutela e di incremento del patrimonio archeologico di
Orvieto e nella seconda dei progetti delle Amministrazioni comunale e regionale
per il patrimonio storico, artistico e ambientale di Orvieto.
Nel convegno si discusse anche
del PO, soprattutto in due interventi, quello dell’assessore alla Cultura,
Adriano Casasole, e del sindaco, Franco Barbabella, nella giornata conclusiva
del convegno.
Pertanto mi sembra opportuno
riportare gran parte dei contenuti di questi due interventi.
Adriano Casasole, nel suo
intervento dal titolo “I programmi dell’Amministrazione comunale per il centro
storico: linee di un progetto per Orvieto”, scrisse, tra l’altro:
“…Ci teniamo però a sottolineare
che nella nostra realtà, qui ad Orvieto, il bene culturale, sopravvissuto
fisicamente in assenza di speculazione edilizia, sta, semmai, disgregandosi,
per mancanza di manutenzione. Ne sono esempi concreti la rupe, malata sempre
più gravemente, ed il centro storico con i monumenti, il Duomo, i palazzi che
presentano segni preoccupanti di degrado. Della questione Rupe, dei programmi
di risanamento, dello stato di attuazione dei lavori, hanno già parlato altri
amministratori e tecnici in maniera particolareggiata.
Quel che a me preme sottolineare
e chiarire è il motivo dell’inserimento del tema rupe (e sua salvaguardia,
conservazione, manutenzione e risanamento) in un convegno che porta il titolo
di ‘Orvieto: i luoghi della cultura’. Non lo abbiamo fatto a caso o per
opportunità, ma con un preciso intento politico di fondo. Inserendo il tema rupe
in questa iniziativa dedicata ai beni culturali, abbiamo voluto sottolineare
che quello della rupe è un argomento complesso con risvolti tecnici di
risanamento, consolidamento, ecc…, ma è anche e soprattutto un problema
squisitamente storico-culturale. La rupe infatti non è solo la struttura
portante del centro storico, non è puro supporto, ma è parte integrante e viva
della nostra città; non va concepita come un bene naturale a sé stante, bensì come
bene naturale, ambientale e culturale insieme. La rupe infatti nei secoli,
oltre a subìre processi di deterioramento dovuto al passare del tempo, è stata
attraversata dall’uomo che in essa ha scavato meandri, grotte, cunicoli,
costruito cantine, fognature: che su di essa ha coltivato orti, edificato
abitazioni, prodotto un suo sistema di vita e di cultura. La rupe come natura
intatta in senso romantico non esiste, non c’è più, non c’è mai stata. In essa
rupe, su di essa rupe, si realizza nei fatti qui ad Orvieto quell’unità tra
ambiente e storia, tra natura e storia, così difficile da realizzare e
concepire.
E’, diciamolo chiaramente, una
scelta culturale e politica, vedere insieme questi due fatti oppure
considerarli separati. Di fronte a chi, a livello internazionale, ancora
ribadisce anche in termini di legislazione, la divisione astratta fra le
competenze per la natura e per l’ambiente e quelle per i beni culturali, ad
Orvieto noi rispondiamo sia denunciando questa assurda separatezza (noi che viviamo
quotidianamente la testimonianza concreta tramandataci dal tempo e dalla storia
di questa unità) sia mettendo alla base del nostro intervento
politico-culturale, del nostro ‘progetto per Orvieto’, una visione culturale
unitaria di natura-storia, di ambiente-cultura.
77
Al di là dell’affermazione di
principio, va infatti ricordato che l’Amministrazione comunale sta facendo di
questa idea dell’unità bene naturale-bene culturale l’asse portante del
progetto politico di governo della città di Orvieto. Un progetto che punta alla
conservazione ed alla valorizzazione del patrimonio rupe-centro storico, di
questo bene culturale integrato che va considerato - nella sua capacità di
essere vissuto culturalmente come testimonianza del nostro passato; - nelle sue
possibilità di riuso cittadino a livello di luogo di produzione e di consumo
culturale; - nelle sue potenzialità di attrazione turistica, in quanto risorsa
economica. I significati politici e culturali di quello che a me piace
chiamare, anche per motivi di brevità, ‘progetto Orvieto’, sono racchiusi in
gran parte nell’espressione ‘Orvieto: i luoghi della cultura’ con cui abbiamo
intitolato l’iniziativa che oggi andiamo a concludere, almeno qui dentro il teatro
Mancinelli, riaprendo da domani un confronto cittadino più ampio, quartiere per
quartiere, frazione per frazione.
Non abbiamo scelto a caso questo
titolo. L’insieme della espressione ‘Orvieto: i luoghi della cultura’ non va
considerata una equivalenza statica fra uno (Orvieto) e più termini (i luoghi
della cultura), ma una affermazione dinamica (i luoghi della cultura, le
testimonianze del passato vanno conservate, tutelate e valorizzate) ed un
interrogativo che cerca una risposta: Orvieto (città antica), i luoghi della
cultura (gli edifici monumentali, i contenitori storici, il patrimonio
storico-artistico) sono ancora oggi luoghi in cui si fa, si produce, si consuma
cultura e, se non lo sono, come renderli tali? Questo è l’interrogativo aperto.
Ad una volontà politica di conservazione e valorizzazione culturale ed
economica dei beni culturali si aggiunge, e fa tutt’uno con essa, una
intenzione di uso sociale e culturale dei medesimi per i bisogni odierni. Ma
altri interrogativi si aprono: quale cultura? Prodotta da chi? Perché? Per chi?
L’espressione ‘Orvieto: i luoghi
della cultura’ è quindi carica di tensione ideale e progettuale: i luoghi della
cultura non sono solo la realtà di un patrimonio da conservare, ma anche un
fine da realizzare continuamente e innovativamente, oggi, come domani. In questo
ambito progettuale e politico tutto si carica di significati nuovi e dinamici,
nulla è acquisito, tutto è da sperimentare per fare dei ‘vecchi’ luoghi della
cultura i luoghi della, e per la, cultura oggi. Affermare questo significa
esprimere l’intenzione politica di lavorare tutti insieme (forze culturali in
primo luogo) ad un progetto di politica culturale che, riconsiderando
globalmente la città e la sua funzione, sappia conquistarsi, per divenire
operante, il necessario consenso sociale, culturale e politico.
Come amministratori pubblici
stiamo lavorando da tempo in questa ottica cercando di conciliare la realtà
della città storica con i bisogni della vita odierna, le esigenze culturali e
sociali con quelle economiche. Sono tappe di questo percorso le scelte
amministrative già fatte negli ultimi anni, come la variante al piano
regolatore (che punta al risanamento del patrimonio edilizio esistente nel
centro storico, visto come bene culturale ed economico da riusare) e le scelte
che saremo chiamati a fare nei prossimi mesi e che sono legate in primo luogo
al concorso di idee per la ristrutturazione del traffico (da cui si attendono
soluzioni sia per la viabilità cittadina che per una migliore qualità di vita
complessiva nel centro storico). Altre scelte le stiamo preparando qui, insieme
a voi, in questi giorni, confrontandoci apertamente e serratamente, sul piano
di riassetto dei musei orvietani e dei servizi culturali della città.
Una unica idea-guida e portante
sta dietro i singoli progetti, parti e momenti del più complessivo ed organico
‘PO’. Noi pensiamo che in una città storica come la nostra in cui l’assetto
urbano ed architettonico, in cui l’antico e il moderno si coniugano, senza
reciproche violenze, con le esigenze del vivere moderno; in cui il tessuto
sociale e relazionale non presenta quei sintomi di grave disgregazione e
scollamento presenti un po’ ovunque nelle grosse realtà urbane; in cui il
cittadino è spesso deposito inconsapevole o disattento di una memoria storica e
culturale di cui consuma inerte
78
le testimonianze senza essere
però capace di orientarsi nei diffusi consumi culturali odierni; in cui è
ancora carente la vita partecipativa e culturale e si registra la tendenza da
parte del cittadino a cercare nel proprio isolamento soluzioni individuali a
problemi sociali e collettivi; in cui la vita economica, dopo la grave crisi
che ha investito le attività agricole ed artigianali, vede come voce sempre più
in attivo il turismo; noi riteniamo, dicevo, che una città con queste caratteristiche
abbia bisogno di un progetto di governo che non miri alla gestione
dell’esistente in crisi ed in cambiamento, ma a favorire e a qualificare lo
sviluppo della Orvieto anni ’80, guardando razionalmente i processi in corso.
La direzione progettuale in cui stiamo lavorando parte dalla consapevolezza che
Orvieto è un patrimonio inestimabile della cultura italiana e mondiale che
presenta caratteristiche originali ed irripetibili, costituite da quel bene culturale
perfettamente integrato rupe-centro storico che, se messo in gioco nelle sue
immense potenzialità culturali e turistiche, può costituire per gli orvietani
la più grossa risorsa economica ai fini di un nuovo sviluppo.
Lavorando su questa intuizione
teorica, abbiamo già raggiunto risultati tangibili da tutti:
- lo Stato ha riconosciuto con
l’iniziativa legislativa per la rupe di Orvieto e il colle di Todi
l’eccezionalità del caso Orvieto ed ha già erogato una prima trance di
finanziamenti;
- la Regione dell’Umbria sta
erogando altri finanziamenti per interventi di pronto intervento sulla rupe; ha
invitato all’appalto concorso per i lavori di risanamento del masso tufaceo
ditte fra le più qualificate a livello nazionale; ha costituito una commissione
di supporto tecnico scientifico di altissimo valore professionale e
culturale;
- al convegno internazionale
dell’Unesco, tenutosi a Belgrado nel settembre 1980, Orvieto ha rappresentato
l’Italia come caso e modello nazionale di intervento sulla Rupe;
- la stampa, la radio, le tv
nazionali ed estere dedicano con continuità ampi spazi ad Orvieto per la
vicenda rupe.
Orvieto, che fino a qualche tempo
fa era conosciuta prevalentemente per il Duomo, per il pozzo di S.Patrizio, la
funicolare ad acqua ed il vino, ha assunto d’improvviso una nuova dignità nazionale
e si è ricostruita un’immagine fortemente promozionale in Italia e nel mondo
per il fatto rupe. L’obiettivo politico che si è posto l’Amministrazione comunale,
e su cui si sta lavorando, è quello di diffondere questa consapevolezza ai vari
livelli e di far diventare la questione rupe, da emergente e trainante,
questione centrale ed elemento portante del nuovo progetto di sviluppo della
città di Orvieto. Al tema rupe stiamo saldando, collegando con un approccio
globale ed unitario quello del centro storico, della città storica e
monumentale. Alla questione rupe stiamo insomma legando politicamente e
progettualmente (naturalmente, storicamente e culturalmente già lo sono) la
questione del patrimonio storico-artistico di valore nazionale ed
internazionale che su di essa poggia e che insieme ad essa costituisce un caso
unico ed irripetibile di bene naturale, ambientale e culturale perfettamente
integrato.
In questa direzione abbiamo già
prodotto una notevole mole di lavoro progettuale che sta già dando i primi
risultati positivi.
Dal risanamento della Rupe,
inteso come masso tufaceo, stiamo passando ad un serio ed innovativo processo
di ricerca scientifica e di innovazione culturale: dando corso a nuovi studi,
ricerche, verifiche; richiedendo l’istituzione di un osservatorio scientifico
permanente; raccogliendo l’idea, emersa durante questo convegno, di istituire
un centro (unico a livello nazionale) di documentazione e ricerca sulla rupe e
di formazione di operatori specializzati sulle problematiche del masso tufaceo.
Risanare la rupe non vuol dire solo consolidarla, ma porsi anche il tema della
79
manutenzione (di una struttura
permanente di manutenzione e di un gruppo stabile di operatori che garantisca
un intervento continuativo ed il tema della prevenzione). Anche su questa linea
stiamo producendo elaborazioni, progetti, fatti concreti: dal rifacimento delle
fognature della città, alla sua ripavimentazione scrupolosa e rispettosa del
contesto storico-artistico-monumentale, alla proposta dell’osservatorio, al
concorso di idee per la ristrutturazione del traffico, ecc…
Al tema ‘prevenzione rupe’ va
strettamente legata l’idea di una salvaguardia della rupe dall’esterno e
all’intorno, di una cintura di sicurezza alle pendici del masso tufaceo che,
nel caso di Orvieto, non può che identificarsi con il parco archeologico, da
progettare e realizzare con tutte quelle valenze che ha suggerito, nei suoi
interventi, il prof. Mario Torelli.
Un parco archeologico che sia
cioè contemporaneamente:
- struttura di difesa e di
salvaguardia della rupe;
- struttura culturale (centro di
lettura della città, museo del paesaggio storico, ecc…);
- struttura promozionale e di
forte attrazione turistica (contributo alla trasformazione dell’attuale turismo
di passaggio in un turismo almeno di sosta se non di soggiorno);
- struttura di verde pubblico
attrezzato (contributo all’elevazione della qualità della vita cittadina).
Come la rupe, tutto il restante
patrimonio storico-artistico che costituisce il centro storico, può e deve
giocare un ruolo centrale e trainante nello sviluppo della Orvieto anni ’80.
Durante questo convegno le forze della cultura nazionale, regionale, locale si
sono misurate su questo tema ed hanno offerto al Comune di Orvieto contributi
decisivi alla delineazione di un raccordo progettuale fra tanti settori e
progetti di intervento già da tempo messi in cantiere dall’Amministrazione
comunale d’intesa e con il sostegno della Regione dell’Umbria. Una città
monumentale come Orvieto - ho sentito affermare più volte dai partecipanti al
convegno - può e deve essere naturale luogo di documentazione, ricerca,
sperimentazione del rapporto antico-moderno; una risorsa straordinaria da
vivere culturalmente, da riutilizzare per i servizi e vita abitativa, da
giocare promozionalmente in tutti i suoi aspetti per la sua capacità di
attrazione turistica.
Noi amministratori comunali siamo
pienamente convinti di questo e stiamo lavorando perché questa consapevolezza
della centralità rupe-centro storico divenga patrimonio di tutti a livello orvietano,
umbro e nazionale. Il governo locale si sta muovendo in questa direzione
progettuale. Ne sono segni evidenti i progetti in corso: dal progetto di
restauro del teatro Mancinelli a quella della nuova sede della biblioteca
comunale presso il palazzo dei Sette (ex Posta); dalle pratiche in corso per
acquisire, nella forma della donazione dall’Opera del Duomo, il convento dei
Cappuccini (da destinare a struttura culturale e turistica e a luogo di ricerca
e sperimentazione nel settore delle arti visive) a quello del restauro del palazzo
del Capitano del Popolo (da adibire a centro turistico-congressuale) e del
restauro della ex chiesa del Carmine (individuata come centro culturale
polivalente); dal progetto casa (un ambizioso programma sperimentale di
recupero del patrimonio edilizio storico cittadino ad uso abitativo) a quello
per l’arredo urbano; dal completamento del restauro, da parte della Provincia
di Terni, del’ex convento di S.Giovanni (destinato a sede di mostre permanenti dell’artigianato
artistico orvietano, dei meravigliosi costumi del corteo storico e
dell’enoteca) al trasferimento dell’Archivio di Stato nel restaurando palazzetto
Claudio Faina; dalla creazione di un museo d’arte moderna, ove collocare la
donazione Emilio Greco, al piano di riassetto complessivo dei musei
archeologici nonché dei beni museali medievali e rinascimentali, di cui tanto
abbiamo discusso fino ad oggi.
80
Tutto questo enorme lavoro di
progettazione risponde ad una unica idea-guida più volte enunciata: risanare il
patrimonio storico-artistico riutilizzando per usi moderni (edilizia abitativa,
servizi culturali, sociali, turistici), valorizzarlo come bene culturale e
risorsa economico-turistica.
Come dare sbocco graduale e
positivo in termini di concretezza e di attuazione, per evitare che resti un
‘libro dei sogni’, a questo sforzo di elaborazione e di progettazione? Noi
amministratori comunali di Orvieto siamo convinti che, per andare avanti sulla
strada intrapresa, per percorrere la via di un nuovo sviluppo per Orvieto, è
necessario aprire una battaglia politica
e culturale storicamente nuova che faccia entrare a pieno titolo in Umbria e
nel Paese Orvieto, la specificità di Orvieto, come problemi, risorse materiali,
come capacità di ideare, progettare, trovare soluzioni ad essi.
Mentre prendiamo atto
positivamente della volontà politica della Regione dell’Umbria ribadita più
volte durante il convegno dall’assessore regionale Abbondanza di tenere conto
delle nostre proposte complessive nell’elaborando piano regionale di sviluppo
umbro, vista l’assenza politica e la reiterata disattenzione finora tenuta dal
governo nazionale nei confronti dei temi più volte postigli, riteniamo di dover
aprire con esso, insieme al governo regionale, una vertenza globale sulla base
della nostra piattaforma specifica ed originale (‘PO’), che lo costringa a
misurarsi correttamente con i problemi del nostro territorio e a dare
finalmente risposte positive sul terreno della programmazione e della messa a
disposizione di fondi adeguati per consentire un utilizzo razionale delle
nostre risorse ed una valorizzazione piena delle vocazioni territoriali di
Orvieto. Non si tratta, a nostro giudizio, di mendicare qualcosa nel rapporto
con lo Stato ed il Governo centrale, ma di chiamare chi rappresenta gli
interessi generali del Paese a dare risposte positive in termini di
investimenti pubblici a proposte non localistiche, ma fondate su ragioni di
carattere generale, a partire da quella della utilizzazione razionale delle
risorse territoriali e, nel caso di Orvieto, di risorse uniche e irripetibili
di valore nazionale ed internazionale.
Queste le linee di fondo del ‘PO’,
un progetto che vuole delineare il ruolo e lo sviluppo di Orvieto in un ambito
regionale e nazionale, ridefinendo e riscoprendo la nuova identità culturale,
sociale ed economica del nostro territorio; un progetto che non mira alla
gestione dell’esistente in crisi ed in cambiamento, ma vuole favorire la
crescita progressiva investendo produttivamente su tutte le vocazioni
territoriali e ricollocando al giusto posto la cultura come risorsa e finalità
dello sviluppo della Orvieto anni ’80”.
Ed ora una parte dell’intervento
conclusivo dell’allora sindaco Franco Barbabella:
“Io intanto credo che dalle
ultima battute di questo convegno si è notato che forse bisognerebbe, proprio
oggi, ricominciare da capo. Da una serie di interventi si è notato cioè che
bisogna ancora discutere, parlare, spiegare, approfondire. C’è proprio bisogno
di continuare il dibattito, la partecipazione, perché indubbiamente non è
facile coordinare, non è facile far conoscere, non è facile acquisire pareri.
Però ritengo che il taglio che abbiamo dato a queste iniziative sia risultato
giusto. E appunto quello che dirò adesso non sono conclusioni, ma
considerazioni che vengono fatte a conclusione di un dibattito che ha bisogno
di ulteriore sviluppo…
Con l’incontro di oggi abbiamo
voluto sviluppare una riflessione sul lavoro che è stato svolto ad Orvieto fin
qui, e quando dico fin qui intendo dire non solo da questa amministrazione, ma
anche dalle amministrazioni che l’hanno preceduta. Abbiamo avuto l’ambizione di
fare di queste giornate un momento di riflessione per poter andare
ulteriormente avanti, per poter produrre poi le idee che qui venivano elaborate
e confrontate e discusse in progetti specifici operativi nei vari settori…
81
Io esprimo con chiarezza quella
che è stata la nostra valutazione nel dare il via a questa iniziativa: abbiamo
voluto dare ai problemi nostri il massimo risalto, l’impostazione più ampia.
Abbiamo voluto cercare soluzioni le più produttive e, qualitativamente, le più
elevate. Abbiamo voluto pensare in grande, abbiamo voluto rivolgere il nostro
sguardo al di là del puro ambito cittadino. E credo che questo non sia un vezzo
di provinciali, cioè di gente che si sente frustrata dalla realtà che vive e
che quindi sogna, pensa alle grande cose perché è angustiata dalle piccole. Le
cose che abbiamo fatto e che facciamo non sono la proiezione verso mete troppo
elevate e non effettivamente possibili.
Si tratta perciò di avere su
questo una coscienza critica molto precisa. Noi crediamo che, in questo
momento, proprio oggi, sia stato bene avere fatto quello che abbiamo fatto. Non
mi riferisco solo agli aspetti generali della crisi italiana, ma a ciò di cui
si parla in questo momento con maggiore insistenza, e cioè terremoto,
ricostruzione, sacrifici, restrizioni che devono pesare su tutti; si parla di
fabbriche che licenziano, di cassa integrazione; e la questione riguarda
l’Umbria, la nostra realtà; ci sono tensioni sociali forti, non solo nel
Meridione, ma in tutto il tessuto sociale e produttivo italiano; c’è il
terrorismo; c’è la questione morale; c’è la crisi dei partiti. Ebbene, in
questo momento, noi, ad Orvieto, discutiamo dei luoghi della cultura. E’ chiaro
che questa non è una discussione sul superfluo, sul contorno, ma è una
discussione concreta sull’oggi di Orvieto e sul suo futuro. Noi l’abbiamo
voluta impostare così. Abbiamo la coscienza precisa dei costi economici, sociali,
umani, di uno sviluppo sbagliato, pagato anche da realtà come Orvieto e vediamo
oggi, proprio in questa situazione di crisi, il pericolo che si apra una nuova
fase di emarginazione dell’Umbria. C’è questo pericolo e da esso non ci si
difende parlando soltanto della crisi, ci si difende reagendo con progetti, con
proposte, con idee concrete. Il concetto di fondo da cui partiamo, lo ha
chiarito l’assessore Casasole, è quello dell’uso razionale delle risorse di
ogni parte del territorio. Le nostre risorse sono note: agricoltura,
artigianato, turismo, beni culturali e ambientali. E pensiamo che con la
programmazione, insieme alla Regione, dell’utilizzazione di queste risorse,
Orvieto possa fare dei sensibili passi in avanti. Diamo da questo punto di
vista al settore dei beni culturali e ambientali un ruolo importante, non
soltanto settoriale, specifico, limitato, ma più generale, un ruolo che per
quanto riguarda il centro storico di Orvieto è indubbiamente trainante, perché
si lega a precise capacità economiche della città, a precise potenzialità. Se
guardiamo Orvieto da un punto di vista ampio e la collochiamo geograficamente,
guardando alle altre realtà che esistono, più o meno vicine, ci accorgiamo che
Orvieto è posta in una condizione geografica che oggi assomiglia alla periferia
delle grosse città, anzi è una posizione migliore addirittura di alcune parti
delle periferie delle grosse città. Questa posizione geografica evoca una
storia gloriosa, indubbiamente, ma evoca insieme anche una situazione di emarginazione.
Ebbene, guardando alla crisi del Paese e ai suoi riflessi, puntare sullo
sviluppo delle attività culturali, sul recupero e sulla valorizzazione del
nostro patrimonio storico-artistico-ambientale, in stretto legame con le
attività produttive della città, significa costruire il futuro di Orvieto.
Io vorrei che emergesse con
chiarezza - d’altra parte nella relazione dell’assessore Casasole emergeva con
chiarezza - il fatto che noi non diamo un’impostazione semplicemente
culturalistica al progetto di Orvieto, gli diamo un’impostazione produttiva,
economica; diciamo che questi sono i beni della città di Orvieto, e che essi
vanno recuperati, valorizzati e utilizzati in maniera corretta, perché questo
in definitiva è anche il modo migliore di salvarli.
Il dibattito che abbiamo svolto,
non solo oggi, ma nelle giornate precedenti, ha avuto il merito di sottolineare
la necessità di una visione unitaria dei vari aspetti che compongono la vita
della città. Così si sono andate saldando fra loro le varie questioni che
abbiamo affrontato in questi mesi, come nuova amministrazione. Si è venuto
saldando il problema della rupe con il problema della struttura
82
urbana, dei monumenti, dei beni
culturali, dei servizi, verso appunto una visione integrata e unitaria. Sul problema
della rupe io non voglio riprendere i singoli subproblemi, ma voglio dire che
giustamente in questa giornata conclusiva il tema rupe ha avuto il maggiore
spazio, proprio perché esso può coordinare tutti gli altri. D’altronde è questa
l’impostazione che abbiamo dato al risanamento della rupe. Sono testimonianza
di ciò le proposte che abbiamo avanzato e che sono state accolte con favore,
non solo nell’ambito regionale, ma anche in un ambito più vasto, sulla base di
una visione che tende a prevenire più che a correre dopo che i fatti sono
avvenuti, e che tende nel contempo a valorizzare al massimo gli aspetti
tecnologici, scientifici, culturali dell’intervento sulle cause fisiche del
degrado. Abbiamo parlato di centro di documentazione: è una proposta che è
stata accolta e su cui lavoriamo per costruire un progetto di grande
significato che sarà portato alla partecipazione dei cittadini. Il consolidamento
della rupe può essere un elemento trainante sotto molti punti di vista e
veramente non possiamo accettare in nessun senso le posizioni che sono
purtroppo emerse in questa fase, e cioè che da Orvieto, dalla Regione
dell’Umbria si tenta di pompar soldi. A dir la verità questa volta molto di
meno che nel passato, ma qualcosa purtroppo è venuto fuori anche adesso. Non è
affatto così: noi abbiamo impostato le cose per far risparmiare soldi alla
nazione, per valorizzare al massimo il territorio che abbiamo, per far
conoscere anche all’estero quello che facciamo come nazione italiana, perché
Orvieto è stata presente a Belgrado insieme a Todi in rappresentanza
dell’Italia. Allora, tutte le cose che sono state dette, la rupe, come bene
ambientale e umano, il parco archeologico, il museo della città, i servizi
culturali per i cittadini, i vari contenitori storici, ebbene, tutto questo
costituisce un progetto complessivamente visibile, già da adesso.
Le cose che ha detto l’assessore
Casasole in apertura, non sono cose su cui si discute oggi per la prima volta;
molte di esse sono già passate al vaglio del Consiglio comunale, molti progetti
sono stati già approvati. Si tratta di dare a tutto questo organicità. Si
tratta di dare carattere produttivo ai beni culturali della città. Il primo
punto di riferimento in questo senso è il turismo che rappresenta la principale
fonte di entrata. Noi possiamo pensare ad
una città che elabora il suo futuro a partire da quello che
effettivamente ha, senza chiedere impossibili interventi. Non abbiamo mai
pensato alle cattedrali nel deserto, alle industrie che arrivano e risolvono
tutti i problemi. Abbiamo invece pensato che bisogna partire da quello che c’è,
di specifico, o di caratteristico nella nostra realtà. Allora ecco che possiamo
vedere legati i vari aspetti, perché è chiaro che quello che si farà sul centro
storico complessivamente sarà, a partire dalla valorizzazione dei musei, ma
anche degli altri luoghi della cultura, qualche cosa che si connette in maniera
decisiva con lo sviluppo turistico. E lo sviluppo turistico mette in gioco la
ristrutturazione della viabilità all’interno del centro storico. La
ristrutturazione della viabilità è però solo un aspetto, perché altri aspetti
sono gli interventi sulle abitazioni, sulle grandi strutture (ad esempio il palazzo
dei Congressi). D’altra parte il turismo si connette all’artigianato, all’agricoltura.
Noi pensiamo ad un artigianato che viva non solo in funzione del turismo, ma
che viva comunque anche in rapporto al turismo. Quindi un artigianato rinnovato
nelle tecnologie e nella produzione. Un legame ci può essere anche con
l’agricoltura: penso alla creazione di un’enoteca; penso all’agriturismo.
Io vorrei andare rapidamente alle
conclusioni dicendo che cerchiamo con i mezzi che abbiamo a disposizione di
valorizzare al massimo il nostro patrimonio, le nostre ricchezze, proprio
perché abbiamo la coscienza che oggi esistono pericoli peggiori di ieri, a cui
vogliamo reagire senza rinchiuderci in noi stessi. Noi vogliamo valorizzare le
forze che esistono ad Orvieto, ma vogliamo anche utilizzare le migliori forze
che esistono a livello regionale e nazionale. Non è un vezzo questo di
proiettarsi sempre in una dimensione più alta; crediamo invece che questo sia
l’unico modo possibile sempre in una dimensione più alta; crediamo invece che
questo sia l’unico modo possibile, oggi, di porci all’altezza dei problemi.
Come parliamo, ad esempio, di ricomposizione unitaria dei
83
beni culturali con altri aspetti
della vita cittadina, non possiamo prescindere da considerazioni generali e da
riferimenti ad altre realtà. Mentre a Torino, Milano, Roma l’unità va
ricercata, inventata perché la frammentazione è troppo grande per pensare
immediatamente l’unità, questo ad Orvieto è possibile: possiamo pensare
all’unità della vita, dell’organizzazione della vita individuale e collettiva.
Possiamo pensare alla
programmazione. Su questo voglio essere molto chiaro. Non c’è nessuna volontà
delle istituzioni di prevaricare il privato. Quando parliamo di programmazione,
di globalità, di ricerca dell’unità, del collegamento certo parliamo di un
ruolo attivo delle istituzioni pubbliche. Ma il pericolo non è oggi quello
della prevaricazione da parte delle istituzioni pubbliche sul privato; la
realtà che esiste è quella di una frammentazione troppo grande, dispersiva, che
getta via risorse, che provoca danni, non risolve i problemi. Questa è la
situazione; il pericolo dunque non è quello della ricerca dell’unità e della
presenza del pubblico, quanto quello che si continui ad andare avanti in un
modo che ha prodotto tanti danni nel nostro Paese, con le separatezze, i conflitti
di competenza, le coltivazioni di orticelli. Da Orvieto è venuto un messaggio
davvero nuovo, valido non solo per noi, ma per la Regione e il Paese, un
messaggio di unità nel rispetto delle reciproche competenze. E l’unità è
bisogno reale, è esigenza vitale; o andiamo in questa direzione o non usciamo
dalla situazione di crisi in cui ci troviamo, non ad Orvieto, ma anche a
livello più generale. Mi sono chiesto, più volte, durante questo mese, se non
stavamo veramente lavorando al libro dei sogni, un’espressione che qui ha avuto
molta fortuna. Ce lo siamo chiesti anche quando ci siamo confrontati sulle cose
che bisognava dire a conclusione delle iniziative promosse. Il fatto è che
questo sospetto viene se si guarda la realtà che ci sta di fronte. Noi qui non
abbiamo parlato soltanto di una visione molto interessante in astratto:
ricomposizione unitaria, ricerca di valorizzazione massima del patrimonio che
abbiamo, progetti di grande valore che valgono per noi e per gli altri, ecc.;
abbiamo in realtà parlato soltanto di investimenti dell’ordine di miliardi.
Come è possibile allora non pensare subito alla situazione reale, concreta,
degli Enti Locali oggi, dei Comuni e delle Regioni (vedi il convegno sulla
finanza regionale tenutosi a Firenze in questi giorni, in cui è stato
denunciato il fatto che le Regioni hanno autonomia di spesa per il 10%, mentre
il 90% della spesa regionale è vincolata). Come non ricordare le restrizioni
decise dal governo con il D.L. 901 sulla finanza locale? Questo decreto è stato
respinto dall’Associazione dei Comuni Italiani e si sta facendo una battaglia
molto dura al Senato per modificarlo. Ma esso è il segno di una politica
punitiva proprio nei confronti degli Enti Pubblici più efficienti, che sono
appunto i Comuni. Allora come non ricordare a Bordino che, nel Comune di
Orvieto, in 5 anni si è passati dai cinque milioni ai sessanta di intervento
per quanto riguarda la cultura, i beni culturali?
Credo che un discorso analogo
possa essere fatto anche per la Regione, da questo punto di vista. Allora devo
ricordare, anche in questa sede che, quando si fa cenno alle difficoltà degli
Enti Locali e delle Regioni, ad una politica a nostro avviso sbagliata che
tende a far pagare alle Regioni e ai Comuni oneri indubbiamente eccessivi, si vuol
dire che stiamo facendo una battaglia su vari fronti, come autonomie locali,
non per chiedere quello che non possiamo fare, ma per chiedere quello che
possiamo e che dobbiamo fare ed essere.
Si discute da tempo dell’Ente
intermedio. Comunque venga risolto questo problema resta il fatto che i Comuni
sono nella nostra Costituzione gli Enti fondamentali dell’aggregazione e della
proposta sul territorio. E quindi, da questo punto di vista, quando come Comune
andiamo al di là delle nostre specifiche competenze per legge (perché siamo
andati al di là di esse con questo convegno) e cerchiamo di coordinare, di
trovare momenti unitari di confronto, di fare proposte, di andare avanti con la
programmazione, noi appunto pensiamo di andare in direzione giusta e crediamo
di lavorare non solo per salvare il nostro patrimonio, ma per valorizzarlo. Al termine di
84
queste considerazioni voglio dire
che abbiamo registrato già oggi una significativa partecipazione di diverse
forze. Credo che dobbiamo lavorare ancora di più, però, per coinvolgere
soprattutto le forze cittadine: ce ne sono, vanno valorizzate, vanno trovati i
momenti giusti per poter lavorare insieme. L’idea che è stata lanciata anche di
una storia di Orvieto scritta oggi e l’idea di un gruppo di lavoro che possa
coordinare i vari progetti fanno perno su questa necessità di collegarci alla
vita della città sempre di più, di marciare con i singoli progetti e con i
progetti complessivi, appunto con la realtà cittadina. Sappiamo che non è stato
fatto tutto, da questo punto di vista: molto possiamo ancora fare. E ciò vale
anche per gli interventi di risanamento della rupe. Però credo di poter dire
che abbiamo fatto già un lavoro serio, importante, un lavoro che dovrà essere
sviluppato e ulteriormente definito, ma che già delinea una volontà di
ripensare la nostra città, di ridisegnare il suo volto. E’ una sfida che
lanciamo innanzitutto a noi stessi, raccogliendo un bisogno che sentiamo
diffuso nella gente”.
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Orvieto: progetto per una città utopica
Ho ritenuto opportuno dedicare un
capitolo al libro “Orvieto: progetto per una città utopica”, scritto e
illustrato da Pietro M. Toesca, Livio Orazio Valentini e Alberto Satolli,
pubblicato nel 1985 dalla cooperativa Nuovi Quaderni, perché il modo di
concepire la città di Orvieto, contenuto in esso, presenta diverse analogie con
quello sotteso al PO. Tali analogie furono, peraltro, evidenziate anche in uno
dei molti interventi di Franco Barbabella, nei quali si è occupato di tale
Progetto.
Infatti, utilizzando termini più
semplici di quelli di cui ha fatto uso Toesca, la città utopica medievale
veniva da lui considerata come una città a misura d’uomo, che soddisfacesse le
esigenze dei residenti che l’abitavano ed anche dei turisti più consapevoli. E
questo modo di concepire la città è senza dubbio alla base di gran parte degli
interventi previsti nel PO.
Non posso che riportare solo
alcune parti di questo libro, per ovvi motivi di spazio, che consiglio, però,
di leggere interamente, anche perché non ho potuto inserire le bellissime
illustrazioni di Livio Valentini.
Inizio con l’introduzione,
scritta da Pietro M. Toesca.
“Il pur benevole lettore che
prenderà in mano questo libro - e sarà, come noi speriamo, il turista,
l’urbanista, l’amministratore di città, in progress - avrà forse mille ragioni
per chiuderlo dopo poche pagine, dicendosi ciascuno che in realtà esso è
scritto piuttosto in modo da interessare gli altri, e non lui.
Il turista, ad esempio. Egli ha
poco tempo, deve raccogliere molte immagini, e notizie, precise quanto basta,
portarsi via il ricordo di un’esperienza di viaggio tutto sommato non troppo
impegnativa. Questo libro non lo aiuta certo a fare in fretta, cambia
continuamente le carte in tavola, cioè elabora prospettive, e criteri con i
quali il guardare dovrebbe farsi più sapiente, più attento, meno passeggero. Ma
come conciliare la domanda con l’offerta? E’ vero, ci sono le immagini di un
pittore, Valentini, e le note storico-critiche, di uno storico urbanista, Satolli.
Ma anche questi, santiddio, prendono le cose così alla larga, mettono in
movimento una serie di ottiche precise e ad un tempo complesse, tali che
bisognerebbe mettersi lì tranquilli, magari al tavolino, a leggere, guardare,
confrontare, andare di qua e di là, ritornare sul luogo, allontanarsene per
guadagnarne le distanze. Cose tutte a cui il turista non è certo abituato.
Ebbene, ci si abitui. Il libro
gli è offerto per aiutarlo a far questo, per acquistare con pazienza,
nell’occasione di un viaggio, uno strumento generale per guardare e per vedere,
un criterio grazie al quale la visita gli possa diventare, nella memoria, elemento
culturale, modo di giudicare. Se egli è venuto ad Orvieto per vedere Orvieto, e
non il fantasma illustrato di un avvenimento accaduto mille anni fa (si fa per
dire, il calcolo è approssimativo, potrebbero essere anche duemila), è bene che
cerchi di leggere fra le righe, in questo caso di guardare tra le vie, dietro
alle case, di rivoltare un poco, sottosopra, più che la città, i moduli
consueti attraverso i quali essa si presenta al viaggiatore, diciamo che si
esibisce fregiandosi di quegli orpelli che, nella sua piccola astuzia
commerciale di vecchia nobile decaduta, sa che possono sollecitare la curiosità
e la disponibilità economica di chi viene da lei, in fondo, per portarle un po’
di denaro.
Ma le grandi ottiche culturali,
il rapporto così vivo all’origine, e così nascosto alla fine, fra ciò che
possiamo vedere - perché è stato fatto per essere visto, per essere goduto e
partecipato proprio con la vista - e la vita da cui esso ha ricevuto i suoi
tratti, i suoi connotati? Che cosa dicono più, per la
86
vita di abitatori e di
viaggiatori quasi siderei, abituati ai grandissimi spostamenti spaziali e
temporali (magari immaginati, magari soltanto vissuti per interposta persona),
gente comunque sollecitata a rapporti i cui confini si misurano a stento senza
ricorrere a cifre quasi impronunziabili, che cosa dicono più città costruite
per essere abitate, costruite dai loro abitatori, cresciute su di sé sotto
l’occhio vigile di chi bene sapeva (e conservava gelosamente questo prezioso
sapere) che di fatto l’orizzonte veramente tangibile dall’uomo, la cui statura
si misura in metri e centimetri, deve rispettare distanze non superiori a
centinaia e solo eccezionalmente a migliaia di metri?
Poiché questa è la dimensione del
nostro possibile intervento sulle cose, a meno che, s’è detto, si lavori per
interposte persone, e questo accade appunto quando si riesce ad accumulare un
potere, una forza, una potenza di intervento che non è già diretta sulle cose,
ma piuttosto sugli altri uomini, sul loro spirito e sul loro lavoro. Ecco
l’unica ottica sensata di una visita ad Orvieto: essa è una città ‘utopica’,
cioè una città costruita con criteri esattamente opposti a quelli attivi nella
crescita delle grandi città metropolitane moderne e contemporanee; criteri oggi
insoliti da poter essere tranquillamente definiti impossibili e assurdi, cose
se non da pazzi, almeno d’altri tempi.
Il messaggio, abbastanza semplice
ma che per essere documentato ha richiesto la fatica di un libro, che noi
vogliamo porgere al viaggiatore è questo: la città in cui lei è di passaggio
venuto è una vera città, le sue dimensioni non solo non hanno impedito, ma
hanno addirittura prodotto straordinari fatti culturali, opere d’arte,
costruzioni forme e colori che, oltre al valore universale (tutta roba entrata
nei libri di storia dell’arte) hanno anche l’incredibile pregio (ecco
l’utopia!) di essere - o almeno di essere stati - oggetti d’uso di una comunità
vivente e operante ‘dentro’ ad essi, dentro cioè ad una città costituita
esattamente, né più né meno, dal loro insieme.
E l’urbanista, allora. Con tutto
il rispetto, le antenne con cui egli percepisce l’utilità di un libro per il
suo lavoro, sono sintonizzate su altre lunghezze d’onda. Questo non è un libro
iconografico, non è un libro storiografico, non è un libro tecnico. Almeno, non
è soltanto una di queste cose, e neppure soltanto tutte e tre queste cose
insieme. E’ un libro in cui la filosofia dell’abitare indaga in una concreta
realtà storica le figure di una possibilità definitiva, cioè di un modo di
stare nello spazio tanto adatto all’uomo da metterlo in grado di provocare da
sé, dal proprio interno, e da fargli eseguire, coi propri mezzi addirittura
quotidiani, con le mani e pochi altri strumenti, meravigliosi contenitori della
sua attività, e dei suoi desideri, e dei suoi pensieri, e delle sue
rappresentazioni ideali. Noi crediamo sinceramente che l’urbanista si pone,
quasi sempre, il problema del rapporto tra i bisogni degli abitanti e la
sperimentazione spaziale che un progetto di città deve offrire per permettere
alle attività appropriate di soddisfarli. Ma siamo appena meno convinti che
queste domande contemplino termini di questo rapporto tali da costituire non la
registrazione (e la corrispondente versione spaziale) di indicazioni ed
obblighi stabiliti da una logica già tutta definita e predisposta (per esempio,
oggi, quella neocapitalistica), ma proprio la discussione delle condizioni
umane per realizzarlo correttamente. Concepiscono dunque l’architettura come
discussione del significato spaziale dei bisogni umani e perciò delle figure
più adatte per farli emergere e ad un tempo soddisfarli.
Questa radicale problematicità ci
sembra essere la caratteristica della costruzione medievale di una città come
Orvieto: la diciamo utopica, intendendo soprattutto utopia la disponibilità di
un urbanista odierno ad assumere quei criteri come possibili per la
progettazione di uno spazio da abitare. Ogni progetto ha, sia pure in misure
diversamente esplicite, un aspetto tecnico e un aspetto ‘culturale’, cioè
relativo alla vita, prima di tutto ai rapporti interumani. Le grandi (cioè
piccole) città medievali realizzano questo rapporto, ovvero ne rappresentano il
risultato dinamico, non privilegiando nessuno dei due termini, ad esempio il
peso, i limiti, le stesse possibilità dispiegati dei materiali e
87
delle attrezzature costruttive
prese a sé indipendentemente dall’uso che poi gli oggetti prodotti dovranno
nell’esercizio della quotidiana umanità nonché nella prospettiva degli ideali e
dei bisogni concepiti dalla comunità; e neppure questi altri aspetti,
ideologici, sono fatti agire senza far loro strutturalmente i conti con tutto ciò che di materiale (dal paesaggio
agli elementi fisici e geometrici della costruzione) dev’essere impiegato per
realizzarli.
Perché questo rapporto dinamico
avvenga è necessaria un’attenzione primaria ed esplicita al problema
dell’abitare come condizione culturale e politica fondamentale, cioè non
affidabile al caso, e neppure all’abitudine che è il meccanismo consolidato del
caso (cioè dell’accadimento non controllato). La cultura delle città medievali
è ad un tempo materiale e di grande respiro, attraversa il lavoro artigianale e
le più ardite imprese artistiche. Ciò che ne collega i due aspetti,
incrociandone ad ogni passo i procedimenti, è il fatto che la città come
attrezzamento dello spazio di vita è l’oggetto principale, assoluto, per certi
versi esaustivo, di quelle attività; il rapporto fra produzione e consumo di
tutto ciò che la riguarda impegna tutte
le capacità, interiori ed operative, degli abitanti. Ciò fa sì che la città
medievale sia un mondo ed in essa siano presenti ed evidenti i segni di tutto
il mondo conosciuto, sognato, idoleggiato. E siamo a portata di mano, di occhio
e di piede. Ogni mediazione fruitiva (e quindi, prima di tutto, creativa) è a
disposizione - almeno in qualche misura di partecipazione - dell’uomo singolo,
poiché richiede non il suo affidamento ad un meccanismo oggettivo che
fisicamente comporti l’immissione di enormi energie solo da molti cumulabili,
ma l’acquisizione e l’esercizio di capacità mentali e fisiche che nel rapporto
di quella miracolosa comunità che è il comune medievale nascono e crescono
quasi ‘naturalmente’, cioè nel rapporto stesso, che è sempre, per qualche verso
essenziale, esplicitamente pedagogico.
Questa possibile partecipazione
universale può ben essere l’ideale perduto, e cercato, dell’urbanista odierno;
purchè sappia strapparsi dalle certezze infuse dei processi produttivi
contemporanei. Senza questo neppure la sua curiosità può essere mossa da un
libro che analizza - certo solo per identificare criteri, e non già per
ordinarli e svolgerli sistematicamente - un modo così perfetto ma così insolito
di costruire. Con tutto il rispetto dunque, e con la relativa modestia di chi
conosce oltretutto la difficoltà di
rendere credibile l’inconsueto, non rinunziamo a rivolgerci a chi progetta
città, volendo discutere con lui della possibilità di assumere, oggi di nuovo,
città come Orvieto quale riferimento preciso di un progetto di città, alla
ricerca delle condizioni evidentemente non solo tecniche, ma culturali e
politiche, di simile operazione.
Infine, l’amministratore di
città. Egli è oggi, a diversi livelli di percezione problematica e di capacità
elaborativa, soprattutto un politico, nel senso che tale parola ha acquisito
nel mondo moderno. Egli ha l’occhio agli equilibri da mantenere e da
utilizzare, alle forze che possono fargli realizzare i suoi progetti. In questa
attenzione i progetti, anche quelli amministrativi, diventano senza difficoltà
percorsi di navigazione ordinaria, da cui per necessità di economia (di tempo,
di energia mentale, di elaborazione concreta ed efficace) sono bandite tutte le
ipotesi che appena appena vadano al di là del costituito, del dato e quindi
della loro gestione realistica. A che serve dunque leggere un libro che parte
proprio dal presupposto di un ribaltamento di prospettive e che ricerca i fili
d’oro di un tessuto perduto, - bene o male che sia - non restituibile senza uno
sforzo titanico, di reperimento e di messa in moto di elementi che coinvolgono
piuttosto ciò che è stato rimosso, che anzi è stato per progetto fatto tacere e
cancellato dalla geografia dei bisogni, delle abitudini, delle possibilità di
abitatori di città? Ma un amministratore di città non deve essere proprio
questo, colui che attrezza i bisogni e i diritti comuni che da soli non
riescono a farsi valere, e che organizza una politica culturale volta a far
prendere coscienza delle reali capacità di uomini i cui rapporti pubblici gli
sono affidati, ed una politica economica in grado di aiutare a rendere
possibile l’autogestione delle energie produttive e creative, ed infine una
politica sociale generale
88
che riappropria al pubblico, cioè
a tutti, alla comunità, ciò che secoli di privatizzazione e di separazione di
classe hanno riservato alla fruizione di pochi singoli, e solo eccezionalmente
a tutti gli altri che siano riusciti a sottrarre un po’ del loro tempo e della
loro energia all’obbligo della subordinazione specializzata e parcellizzata? La
vecchia città medievale di cui l’amministratore oggi cura il fantasma più o
meno conservato resiste al tempo: le sue pietre, in cui si è espressa una
concezione politica eccezionalmente configurata, pongono almeno il problema di
un uso non improprio, e per questo non ottuso, di spazi disegnati non
semplicemente per la storia ma tenendo d’occhio il problema universale
dell’identificazione dei bisogni sostanziali e fondamentali dell’uomo.
Orvieto è o non è un città
medievale: non lo è se questo significa essere legata a un destino
necessariamente obsolescente poiché costituito da versioni irrevocabilmente
legate a visioni, a ritmi, a possibilità definite e ormai cadute; lo è se
questo significa un modo di filtrare l’attività umana attraverso scoperte,
attitudini, abilità, aspirazioni definitive, acquisite alla storia dell’uomo
come patrimonio indimenticabile, in un’ epoca in cui civiltà e città
corrispondevano per grandissima parte. Orvieto, come ogni città medievale, è un
modo di vivere: l’amministratore sapiente ed esperto deve volerlo attrezzare e
restituirne le condizioni più autentiche, in modo da trasformare un culto di
conservazione museale in opportunità di riscoperta politica, di prospettiva
fervorosamente politica.
Orvieto regge tutto questo; ma
chi ne sarà capace? Chi vorrà rinunziare alla gestione fiduciaria di un insieme
di reperti soltanto da contemplare, per restituire a splendidi oggetti d’uso la
loro funzione sociale (cioè estetico-funzionale) per cui sono nati?
Quale lettore ci resterà dunque,
dopo che tanti, avendo sfogliato il nostro libro, lo riporranno cautamente
nello scaffale della libreria da cui con qualche imprudenza l’avevano tolto?
Tutti gli altri, coloro che da questo libro si aspettano proprio ciò che esso
può dare: un’indagine su Orvieto, città storica, conoscibile, davvero soltanto
quando la si assuma come progetto di città utopica, cioè di città fatta dai
suoi abitanti per abitarla. Un progetto grazie al quale è sorta; e non si vede
perché non lo si debba più considerare capace di creare quelle stesse
condizioni come spazio di vita anche per noi. Non si vede vuol dire che abbiamo
bisogno di capire il perché di una storia di decadenza, o di smarrimento, e
quali ne siano gli antidoti”.
Mi è sembrato poi interessante
riportare integralmente il capitolo denominato “Orvieto: progetto per una città
utopica”, scritto sempre da Pietro M. Toesca.
“Gran parte di ciò che ho scritto
in questo libro vale non soltanto per Orvieto, ma per quasi tutte le piccole
città medievali. Non potrebbe non essere così, poiché la struttura ‘utopica’
che noi vogliamo porre in evidenza appartiene ad una intera civiltà cittadina e
la contraddistingue. Questo non toglie che il libro sia anche una precisa
descrizione di Orvieto, e non un riferimento generico ad essa. Ne fanno fede le
tavole di Valentini e le note urbanistiche di Satolli, che hanno dunque una
funzione mediatrice rispetto a questa analisi: la quale è pure, un’analisi
guidata. Appunto dalle tavole di Valentini e dalle note di Satolli.
La coincidenza di analisi ed
elaborazione teorica è poi la controprova di un rapporto dialettico tra due
aspetti di quelle città che le definisce dinamicamente, e che non si ritrova in
quasi nessun altro esempio di città storica. Si tratta del rapporto tra la loro
storicità, assolutamente distinguibile e inconfondibile, e la loro
‘universalità’, quella figura per cui esse sono città in senso proprio e si
potrebbe dire assoluto. Per questo si può parlare di ‘progetto per una città
utopica’ descrivendo Orvieto: poiché essa è ‘è una città che si presenta,
correttamente, come un progetto utopico, cioè
89
come la definizione dello spazio
in vista della creazione di una società utopica’. L’insistenza sull’utopia è
evidentemente paradossale: riguarda quei luoghi che, appunto, non
‘localizzano’, non riducono alla localizzazione esclusiva l’occupazione di uno
spazio, tra l’abitante e le possibilità, i valori, le prospettive dello spazio.
Le città medievali utilizzano lo
spazio in modo tale da trasformarlo in contenitore di possibilità di
riconoscimento umano, singolare e reciproco. Cosicchè l’utopia non è
l’indicazione di un’impossibilità reale (la città impossibile), ma di una
realtà dinamica che contiene l’utopia, cioè il possibile come continuo
superamento prospettico della realtà quale dato statico. Questa città è utopia,
poiché abitarvi è costruire, con essa, un rapporto comunitario creativo di
reciprocità dinamica. Ci si deve chiedere allora qual è la ragione di una
decadenza, cioè della separazione sopravvenuta storicamente tra il polo
architettonico, conservato nei secoli, e il polo sociale, venuto meno nella sua
forza sia auto creativa che prospettica. La risposta sta proprio nel fatto che
quelle città costituiscono una civiltà, e le trasformazioni storiche relative
ad epoche civili sono soggette all’interrelazione di molti elementi, alcuni
interni altri esterni ad esse. La civiltà cittadina medievale è legata
all’artigianato come modo non solo di produzione, ma di esistenza. L’industrializzazione
moderna è un altro modo di produzione e di esistenza, con una enorme forza di
omogeneizzazione: tanta da uccidere la città come progetto utopico. Ad una
struttura urbanistica comunitaria, ovvero democratica ‘nel senso su descritto’
(la precisazione è necessaria data la tormentata storia del vocabolo), si
sovrappone una logica sociale prodotta e consumata nelle grandi città moderne:
per cui ciò che era un modo globale di vita si riduce ad una resistenza spesso
inconsapevole e non del tutto capace di emergere come principio dinamico. Lo
stesso rapporto tra coscienza della città e restituzione di essa alla sua
integrità (per esempio mediante il restauro) deve passare spesso attraverso la
‘mediazione tecnica’ di operatori la cui scienza o la cui arte, tutte moderne,
non sempre rispondono ad un tempo alle leggi delle scoperte post-medievali e
alla capacità dei cittadini di introiettarle, rielaborarle e restituirle come
volontà e progetto comune.
La vicenda delle porte del Duomo
di Orvieto è esemplare. Il disagio che si è creato intorno ad esse manifesta
per contrasto qual è lo sguardo corretto nei confronti di una città: esso è lo
sguardo utopico, cioè quello che rileva il rapporto tra la comunità e lo
spazio, fra gli abitanti e la città come rapporto reale e dinamico. Anche
quando è sopito e sommerso esso è essenziale: e chi interviene sullo spazio
esistente può ignorarlo o evidenziarlo. Nel primo caso provoca un risentimento,
apparentemente strano, imprevisto, poiché quel rapporto non è oggi del tutto evidente
e attivo; chi lo evidenzia compie un’operazione politica, di indicazione di una
possibilità riesumabile e fondamentale. Per questo il progetto utopico passa
attraverso il rilievo della struttura utopica: ed è questo rapporto dialettico
che caratterizza la pittura come rappresentazione non statica, ma
trasfiguratrice. Gli inserti animati di Valentini hanno precisamente questo
significato: per un aspetto le sue tavole si limitano a congiungere il presente
con uno spazio sì odierno ma tramandato dall’antico; per un altro questa
congiunzione è un’indicazione, un confronto, mediante il quale la presenza di
tramiti diversi di approccio (il lavoro; la festa; gli strumenti ottici)
costituisce un giudizio. Questo giudizio è dunque un progetto: utopico perché rileva,
direttamente o per antifrasi, le possibilità che hanno costituito o possono di
nuovo costituire (ma a quale prezzo? ecco l’aspetto concretamente politico)
l’indicazione spaziale della città medievale. E utopico poiché coinvolge
necessariamente - escludendo l’illusione che possa avvenire il contrario - il
riferimento alla civiltà nel suo insieme,
ad un modo di vivere e di produrre incompatibile con la serie
estraniante della grande città moderna, a sua volta segno reale di una civiltà
mondiale fortemente capace di assimilazione universale.
90
Avviene, a proposito della città
medievale rivisitata, un incontro fra tre prospettive che diventano, nel
rapporto, attività convergenti: pittura politica utopia.
Valentini dipinge Orvieto
includendo nello spazio rappresentato quella vita che l’ha fatta essere e la
può di nuovo far essere città; quella vita che non è una componente neutrale
ovvero di ornamento, ma è costitutiva. La corrispondenza di distribuzione degli
spazi pittorici fra città ed abitanti riproduce esattamente il rapporto
creativo reale fra i due termini, facendolo passare, come si conviene,
attraverso la visualizzazione: esso è stato e quindi può di nuovo essere un
rapporto visivo. Riprendere coscienza piena di questa verità non può che produrre
l’utopia: cioè l’iniziativa politica verso la capacità dei cittadini di
riproporsi come comunità compatta ed attiva rispetto ai problemi di convivenza
e di appropriazione dello spazio in cui realizzarla. S’intende che tutto questo
non esclude del tutto l’uso degli strumenti moderni di approccio alla realtà,
ed anzi per molti di essi si propone come possibile la rielaborazione
soggettiva, l’assunzione all’interno di una prospettiva di autogestione
diretta, cioè di gestione comunitaria diretta dello spazio di abitazione e di
lavoro. Esclude evidentemente quegli strumenti che costituiscono il modo di
produzione industriale alienante, poiché ad esso sono assolutamente compatti:
quegli strumenti di moltiplicazione seriale infinita delle immagini che permettono
sì la diversificazione innumerevole delle varianti, ma a prezzo di una
semplificazione-identificazione totale di esse all’origine, cioè nell’unità del
sistema riproduttivo. L’unità produttiva o riproduttiva di queste immagini non
è dunque il gesto educato dell’uomo stesso che ne fruirà e per questo le potrà
riconoscere quando date poiché da lui prodotte; ma un organismo delegato
tuttofare, tanto più perfetto quanto più automizzato. Questo organismo così
oggettivato costituisce una mediazione insopportabile, necessariamente
estraniante, non tanto indominabile in sé, (poiché anzi è per lo più manovrabile dall’uomo in vista di principi
solo con essa raggiungibili), ma tale da allontanare l’uomo dal suo oggetto
quanto al procedimento produttivo di esso, che quindi non può più essere né
visivo né manuale, non può essere ad un tempo il tramite della produzione
dell’oggetto e della fruizione dinamica di esso (cioè attiva, fabbricazione
durante).
La città medievale non è un
oggetto da fruire, ma una realtà che si costruisce in permanenza secondo regole
obbedite attraverso il loro rispetto visivo, e quindi secondo una crescita e
una manutenzione assolutamente coerente, ma il cui principio è lo sguardo
soggettivo comunitario dei cittadini, e non un meccanismo oggettivato che ha
con l’uomo un rapporto puramente mentale, essendo il prodotto della sua logica
scientifica. Anche qui è una questione di misura: e il pizzico di follia della
prospettiva utopica sta nella vertiginosa convinzione di poter contrastare il
processo moderno del puro sviluppo oggettivo delle possibilità che avviene
senza previo collegamento con i bisogni reali dell’uomo.
Utopia è credere che sia
possibile far dipendere le decisioni dalla percezione attiva dei bisogni e dal
giudizio sul loro valore: percezione per una parte previa, il che consente un
progetto; ma in parte itinerante, legata ad un’esperienza di vita che consente
via via di ‘aggiustare’ il percorso in funzione dei bisogni elaborati non alla
luce delle possibilità emergenti ma della coscienza di sé raggiunta dai
cittadini. Questa luce è appunto l’utopia, intesa come bisogno fondamentale e
dinamico di sviluppare al meglio e la massimo le possibilità soggettive
dell’uomo, utilizzando le possibilità oggettive della natura e della storia come
strumenti di crescita umana, e non come sistema autonomo a cui dare corso
sfrenato, addirittura senza bisogno di iniziativa da parte dell’uomo che lo ha
innescato e che ne sarà poi utente”.
Ed ecco un altro capitolo, senza
dubbio degno di attenzione, scritto da Toesca,
“L’utopia di Signorelli”.
91
“Gli affreschi di Luca Signorelli
nella cappella nuova del Duomo di Orvieto sono un segno straordinario, ad un
tempo semplice e complesso, della città medievale come utopia. E se c’è bisogno
di ripeterlo non s’intende utopia come progettazione teorica a tavolino, da
realizzare poi con mirabile ma puramente esecutiva applicazione di una spazio
designato (ciò che accadrà per alcune esemplari città rinascimentali e post rinascimentali,
segnando la nascita di una professionalità, quella dell’architetto-urbanista,
separata dalla coscienza-cultura-operatività del contesto popolare capace di
provocare da sé tutti i passaggi inventivi e costruttivi come autogestione
dello spazio). Questa città ideale rispecchierà poi una cultura ormai
distaccata e di classe, via via tendente a procurarsi gli strumenti esecutivi
come strumenti di mera efficienza. Con essa nasce la scienza-tecnologia. La
città medievale come utopia è invece relativa ai rapporti interumani, ed è la
rappresentazione spaziale della società utopica. Una cosa semplicissima:
Signorelli insegna, e i suoi affreschi, senza questo riferimento, sono
illeggibili. Essi sono la rappresentazione pittorica dei rapporti sociali
giudicati alla base di quel criterio.
Cominciamo dall’Anticristo. La
composizione decentrata e polidispersiva contiene una serie di rapporti la cui
annotazione è già una denunzia atroce: su tutto aleggia un’indifferenza sociale
assoluta, dei gruppi tra di loro, e dei singoli occupati a far denaro, dei
violenti prevaricatori sopra tutti i quali domina la culminante fredda
efficienza di squadra dei neri soldati nazisti occupatori di città, e dei
politici che si perdono in discussioni, e dei religiosi che consultano libri e
indicano in permanenza un fuori e un altrove. L’anticristo, il Cristo-demonio,
è il simbolo centrale dell’equivoco, dell’ambiguità cercata: tutta la
scenografia è mirabilmente divisa,
contrapposta tra le fruizione dell’apparenza (è l’unico affresco i cui
personaggi sono doviziosamente vestiti), che poi è distrutta ai piedi della
statua animata (nel senso più classico, del ‘daimon’ che è spirito e demone), e
l’insensatezza e l’inconclusività di rapporti fondamentalmente estranei ed
estranianti. L’uomo di cultura non può che constatare, guardare: ma quanto di
questa impotenza è connivenza? Il Signorelli e l’Angelico sono vestiti di nero,
lo stesso nero dei soldati freddamente efficienti. Persino la pittura è
impotente, poiché la sua forza pratica sta nella sua stessa teoreticità: e se l’equivoco
domina, ogni parola, ogni segno, sono equivoci. Aldilà dei raggi divini non
salvifici ma giustizieri, si intravede, lontana, un’altra città, appena
disegnata: è il ricordo, o il sogno? Ma ecco cosa sanno fare gli uomini per gli
altri uomini, cioè per se stessi: trasformarsi in demoni, attraverso una
graduale mutazione bestiale, realizzando una composizione perfetta, garantita
da uomini-angeli che non permettono, con le loro spade, ed armature, agli
uomini aggrovigliati nell’attività della tortura di uscire dallo spazio
compatto (assolutamente pieno, discontinuo, senza vuoti eppure continuamente
rifornito di corpi precipitanti) che la loro attorcigliata fantasia negativa ha
ritagliato come unica, invalicabile possibilità sociale. E’ l’Inferno.
Ma l’antidoto? Altrettanto
semplice, anche se non in senso così riduttivo, ma piuttosto sintetico di una
complessità di atteggiamenti che lo spazio, occupato ma non affollato, coi suoi
pieni e i suoi vuoti relativi - non di separazione, ma di relazione - contiene
e coordina. La semplicità sta nel rapporto, fra il basso e l’alto, la terra e
il cielo: non i guardiani ma i ‘rianimatori’, coloro che mediano la
resurrezione e l’ordinamento paradisiaco. Sempre di uomini si tratta,
muscolosi, fisici, in carne ed ossa. Ma la loro rappresentazione animata,
attraverso la pittura, non è inganno, illusione, finzione; l’inclusione
dinamica del cielo nella terra e viceversa ripropone la città utopica, lo
spazio da occupare mediante rapporti ideali, significativi, reciprocamente
vitali. Al risveglio della tromba (Resurrezione della carne) tutti si danno da
fare, gli uni con gli altri, anche i piccoli bambini angeli festosamente
circolanti in uno spazio mediano che, una volta riempito, permetterà di
ricominciare il dialogo, l’interesse reciproco, la convivenza tra uomini deboli
e bisognosi e uomini forti capaci angelici.
92
Il Paradiso. Medioevo?
Rinascimento? Signorelli segnala la forza distruttrice di un particolare modo
di odiarsi di opprimersi; la separazione-contrapposizione tra gli uomini
comincia con l’unità organizzativa dell’oppressione, a cui le vittime non
possono opporre che la debolezza personale, l’incapacità di essere solidali
nella difesa. Il massimo di non-negatività è il guardare, l’essere spettatori;
che è poi anch’esso una forma di negatività, dal rigore contenitivo metallico
dei guardiani all’impotenza constatativa e in sostanza garantistica degli
intellettuali.
E così il Signorelli può
segnalare il principio della società: l’amore come disponibilità reciproca,
reciproco aiuto, rapporto. Non è questa la città utopica? S’è faticato quasi
cento anni (dal 1409 al 1504) perché la grande chiesa assembleare di Orvieto
potesse contenere, in una cappella, l’esplosiva dichiarazione visiva, finale,
grandiosissima, dei criteri, tradotti in forma di giudizio storico, grazie ai
quali tutta la città era andata costruendosi e, col tempo, andava, per loro
rovesciamento, distruggendosi”.
Nella parte del libro scritta da
Alberto Satolli c’è un capitolo denominato “L’orma dell’utopia”.
“Se si vuole affermare che la
struttura urbana della ‘città tripartita’ interpreta e manifesta effettivamente
i caratteri urbanistici della ‘città utopica’ si deve altresì rilevare che la
Orvieto medievale, anche nel momento di massima coscienza civica dei cittadini
- e considerando possibile l’utopia - fu
solamente una ‘città pre-utopica’, nel senso che, sul piano sociale, le
condizioni di vita degli abitanti si rivelarono ‘utopistiche’, addirittura in
rapporto agli stessi rapporti formali.
Da un canto, infatti, l’impatto
urbano si era modificato nel tempo - sia con la sovrapposizione ad una
struttura di formazione lineare di quella, ancora semplice, fondato sulla
‘crux-viarum’ e infine di quella, più complessa, organizzata sui ‘tre poli’, sia
con l’applicazione articolata di schemi urbanistici vari (da quello a ‘pettine’
ortogonale a quello radiale ‘misto’) adattati a differenti situazioni
planoaltimetriche e favoriti da criteri architettonico-aggregativi evoluti -
fino a raggiungere un assetto originale, e non solo rispetto alle formazioni
urbane sorte sulle colline dirupate del territorio circostante e dell’Italia
centrale.
Nasce così la città sulla rupe
isolata, con un’immagine densa anch’essa di simbologie esistenziali e utopiche.
La sintesi figurativa fra ‘rupe’ come ‘…manifestazione per eccellenza della
forza creatrice della natura’ e ‘città’ come opera dell’uomo, congiunta alla
raffigurazione ideale di ‘…una comunità elitaria in uno spazio circoscritto
(l’isola topos utopistico sommo)’: ‘…l’immagine di Orvieto - scrive Quaroni -
compatta, sulla roccia uscita dalla terra, come una gemmazione della roccia
stessa…’. D’altro canto, però, la crisi politica ed economica del Comune
medievale degenereranno, seppur tardivamente a Orvieto, nella Signoria finchè,
dopo la peste nera, la città non si assoggetterà al ruolo di provincia
periferica dello Stato pontificio, definitivamente imposto dopo gli scontri
sanguinosi alla fine del Trecento.
Volendo indicare una data
significativa per collocare storicamente il momento culminante delle tensioni
comunali si può scegliere il 1322, l’anno in cui si insediò l’ultimo breve
governo popolare.
Più difficile sarebbe, invece,
datare l’interruzione dell’utopia nella costruzione della città, ma per questo
si può far riferimento al Duomo - il manufatto più conosciuto e più emblematico
- che segnala anche le minime variazioni di tendenza nel gusto e nella
mentalità documentandole nel gran libro di pietra. Del Duomo, concepito agli
inizi del penultimo decennio del Duecento, fu posta la prima pietra soltanto
nel 1290 e la costruzione procedette speditamente per quasi vent’anni secondo
il progetto, ma nel 1308 una ‘crisi di attivismo’ blocca la realizzazione di
quel progetto fatto da un
93
architetto anagraficamente
sconosciuto e nel 1310 sarà chiamato Lorenzo Maitani per proseguire la fabbrica
con altri intendimenti. Scrive efficacemente il Bonelli che ‘…ad un tratto, nel
cantiere del Duomo e nell’ambiente artistico e culturale che andava elaborando
di continuo le soluzioni da dare ad ogni problema relativo alla costruzione e
decorazione del tempio, si verificò un oscuramento della sensibilità formale e architettonica,
e insieme una frattura col recente passato, con le sue premesse storiche, con i
suoi motivi spirituali e la sua cultura figurativa, preludio ad una svolta e ad
un cambiamento di gusto, di idee e di programmi. Tutto quello che era stato fatto
fino allora cessò di essere capito e sentito e si procedette a modificarlo
senza alcuna preoccupazione’.
Questa ‘frattura col recente
passato’ potrà anche apparire relativa ed equivocabile a chi non percepisce
l’originalità e la purezza architettonica del Duomo irrealizzato, abbagliato da
quello realizzato dal Maitani, ma qualche interrogativo o qualche sospetto
dovrà pur nascere nei più distratti o nei più accomodanti nei confronti di
quella nuova generazione di committenti e di costruttori che intenzionalmente
stravolsero il progetto originario dell’edificio. C’è un episodio, sconosciuto
e in apparenza marginale, la cui considerazione può essere illuminante per
tutti coloro che vogliono capire quanto il cambiamento di mentalità fu
radicale. Nel 1282 era morto il cardinale Guglielmo De Bray che, in vita, era
stato un convinto nemico dell’eresia e i domenicani - che avevano anch’essi
tenuto quel tribunale molto impegnato a Orvieto a perseguire (o perseguitare?)
gli eretici - chiamarono Arnolfo di Cambio per fargli costruire un imponente
monumento funebre. Arnolfo progettò e scolpì subito il monumento nel San
Domenico di Orvieto e vi incise la firma: ‘hoc opus fecit Arnolfus’.
Questo accadeva proprio mentre si
stava progettando il Duomo e alcuni studiosi, compreso il Carli, non hanno
esitato ad attribuire ad Arnolfo il progetto del Duomo e la stessa Romanini
che, al contrario, ha sempre contestato la paternità arnolfiana, trova
‘indubbie, molteplici consonanze formali e culturali’ tra il Duomo di Orvieto e
l’architettura di Arnolfo, consonanze che le fanno ammettere ‘…una reciproca
conoscenza e scambio di idee tra Arnolfo e l’architetto del Duomo di Orvieto’.
Si può concludere, quindi, che se non fu Arnolfo a concepire il primo Duomo fu
certamente un architetto che operava nella sua stessa ottica innovatrice e che
aveva, se non lo stesso ‘gusto’, la stessa mentalità ‘progressista’. Il
monumento al cardinal De Bray è stato nel tempo smontato, rimontato e
manomesso; soltanto una parte dei pezzi originali ne ricompongono oggi
un’immagine difforme da quella primitiva, mentre un’altra parte dei pezzi è
finita tra un mucchio di reperti di pietra in un angolo del museo dell’Opera
del Duomo di Orvieto.
Rilevando quelle pietre
abbandonate si può notare che alcune sono ricavate da un sarcofago strigilato
e, anzi, rimontandole con pazienza - ma anche con curiosità - si può
ricostruire il fronte del sarcofago quasi per intero. Si constata allora che
Arnolfo aveva riutilizzato, per comodità ed economia, il marmo di un sarcofago
antico tagliandolo sistematicamente a fette e riciclandolo per il nuovo
monumento. La distruzione (dell’immagine) di quel sarcofago per creare una
nuova immagine (di monumento funebre) non avrebbe destato troppo stupore se non
si fossero notati altri sarcofaghi strigilati in bella mostra sui bassirilievi
della facciata del Duomo, scolpiti appena trenta-quaranta anni dopo, sotto la
direzione o forse direttamente dal Maitani. Da un paio di questi sarcofaghi
strigilati risorgono i morti il giorno del ‘Giudizio’ sul quarto pilastro (e
fin qui il significato potrebbe essere soltanto di allusione ad un remoto
passato), ma un terzo esempio è nella ‘Natività’ del terzo pilastro dove,
affiancata provocatoriamente all’architettura gotica dell’ ‘Annunciazione’ sottostante,
‘…la mangiatoia è ridiventata la classica urnetta strigilata cara al primo
Nicola’ e, in questo caso, il significato simbolico è di un vero e proprio
ritorno al passato.
94
La deduzione immediata che nasce
dal confronto di atteggiamenti così contrastanti nei riguardi del passato è che
- considerando come la stimolante creatività dei primi progettisti del Duomo
sia rifluita nell’efficienza conservatrice dei secondi costruttori - ci
permette di datare, approssimativamente entro i primi due decenni del Trecento
quella crisi dei valori che interruppe anche la crescita utopica della città.
Se nella seconda metà del
Duecento vi fu la capacità di inventare la città, la cattedrale e persino un
miracolo universalmente riconosciuto, nella prima metà del Trecento vi fu solo
la protervia nel bloccare una struttura urbana ‘aperta’, nel rinnegare il primo
Duomo e nel commissionare smaglianti reliquari, ma questa impotente adorazione
per tutte le reliquie del passato, che raggiunge il suo culmine nell’epoca della
signoria, contiene i germi della decadenza e della dissoluzione.
Da allora in avanti infatti della
città medievale - semiabbandonata e cadente già agli inizi del Quattrocento,
‘trasformata’ nel Cinquecento e dimenticata nei secoli successivi - resta incompresa
fino ai nostri giorni, l’impronta di una ‘città ideale’, il ‘segno’ della
immaginazione al potere, l’orma dell’utopia.
Chiunque, tra gli irriducibili
‘polisantropi’ più che tra i sognanti ‘polifili’, provi un minimo di repulsione
per la città (e la società) di oggi, può riscoprire e calcare quell’orma per
costruire una città (u)topica sulla Orvieto interrotta nel medioevo”.
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“…L’onorevole Gerado Bianco: ‘La città di Orvieto appartiene alla cultura europea e alla cultura mondiale’. L’onorevole Renato Balzanti: ‘Intendiamo assicurare ogni sostegno al PO. I rapporti avviati autorizzano a dire che un’attenzione particolare sarà rivolta verso un progetto che è ben organizzato e che si è contraddistinto per la forte integrazione dei caratteri che lo compongono: il parco archeologico e il centro documentazione sulla rupe’. Il dottor Gianfranco Giro: ‘Desidero segnalare la singolarità dell’iniziativa. E’ un’onore per la comunità europea appoggiare questa richiesta. Seguirla ad appoggiarla in ogni suo aspetto’. Il parlamentare spagnolo onorevole Del Castillo: ‘Non mi sento come un estraneo, ma come un compatriota. Ho sempre guardato con interesse all’Italia e l’Italia mi ha ripagato, in questa eccezionale occasione del PO’. L’onorevole Michele Cifarelli, del Consiglio d’Europa, tra i fondatori di Italia Nostra: ‘La validità del PO va vista con la risoluzione del problema turistico nel centro storico’. Il professor Franco Minissi: ‘Orvieto è una città a dimensione umana, che va salvaguardata’. L’onorevole Emanuele Macaluso:
95
Il Progetto Orvieto a livello internazionale
Il PO suscitò interesse e
attenzione anche fuori dei confini dell’Italia.
In primo luogo con la mostra dei
progetti di risanamento della rupe di Orvieto e del colle di Todi, tenutasi a
Belgrado nel 1980 sotto il patrocinio dell’Unesco e poi aperta ad Orvieto nella
sala inferiore del palazzo di Bonifacio VIII.
Successivamente, nel 1986, tre
importanti eventi devono essere evidenziati.
Il 9 luglio 1986 49 membri dell’Assemblea
parlamentare del Consiglio d’Europa sottoscrissero una dichiarazione relativa
alla protezione e all’avvenire di Orvieto.
Il 18 settembre 1986, il Sindaco
Franco Barbabella presentò il PO, a Strasburgo, ai membri della Commissione
della cultura e dell’educazione del Consiglio d’Europa, allora presieduta dal
tedesco Gunther Muller.
Il 26 e il 27 settembre, dello
stesso anno, si svolse, ad Orvieto, la manifestazione europea per il PO, a cui
parteciparono anche rappresentanti del Consiglio d’Europa e del Parlamento
europeo.
La dichiarazione, prima citata, è
la seguente:
“I sottoscritti membri
dell’Assemblea
- coscienti dell’importanza
artistica e della originalità geologica che presenta Orvieto;
- preoccupati di vedere questo
sito esposto alle infiltrazioni, alla circolazione automobilistica ed alla
polluzione atmosferica;
- felicitandosi del fatto che,
dopo le frane verificatesi nel 1977, il Parlamento italiano ha votato delle
misure di intervento urgenti che hanno permesso di preservare la stabilità
della piattaforma di tufo sulla quale è costruita Orvieto;
- approvando il fatto che a
seguito di questo primo intervento, le autorità regionali hanno promosso degli
studi e delle operazioni di restauro del Duomo e degli altri monumenti della
città e che il Comune di Orvieto, su queste basi, ha concepito un vasto
progetto globale in favore della salvaguardia della città sotto molteplici
aspetti;
- felicitandosi del fatto che
questa iniziativa ha costituito oggetto di consenso da parte di differenti
forze politiche ed istituzionali ed ha permesso il confronto di differenti
interventi nazionali, regionali, provinciali, comunali e privati;
- stimando che questo progetto
costituisca una esperienza significativa ed originale che potrebbe servire da
modello ad altre città e ad altri Paesi e che, in questo spirito, è importante
che esso benefici di un sostegno europeo per essere portato a buon fine;
lanciano un appello pressante
alle autorità italiane, in particolare al Parlamento e al Governo, affinchè
essi accordino alle migliori condizioni possibili i finanziamenti che
permetteranno il completamento del progetto”.
96
Questo è, poi, l’intervento che
il sindaco Franco Barbabella pronunciò nella già citata riunione della Commissione
della cultura e dell’educazione del Consiglio d’Europa, a Strasburgo, il 18
settembre 1986:
“Desidero ringraziare Lei, signor
Presidente, e gli onorevoli membri della Commissione, a nome mio personale e
del Consiglio comunale di Orvieto, per l’invito rivoltomi e dunque per
l’opportunità di esporre ad un consesso così prestigioso quanto la città di
Orvieto sta facendo per salvare e valorizzare un patrimonio ambientale e
storico di immenso valore, un patrimonio di tutti.
Prima di entrare nel merito
permettetemi però di ricordare che l’incontro di oggi è il risultato di un
rapporto con il Consiglio d’Europa che, iniziato alcuni mesi fa, si è
sviluppato con una rapidità ed una intensità davvero esaltanti: dall’incontro
tenutosi ad Orvieto nei giorni 22 e 23 maggio scorsi, su ‘Ideologia, protezione
e conservazione del patrimonio storico-culturale’, in cui circa 100 esperti di
diversi Paesi esaminarono casi concreti di protezione di città e monumenti e
giudicarono il ‘PO’ un modello a livello europeo di piano integrato per la
protezione e la conservazione del patrimonio culturale, alla gradita visita
dell’on. Gunther Muller il 18 giugno, all’adesione della Commissione e
all’appello firmato da 49 parlamentari.
La nostra proposta e il nostro
lavoro sono dunque in larga misura già noti. Ciò mi consente di esporre
soltanto gli aspetti essenziali del ‘PO’.
E il primo aspetto è certamente
il risanamento e restauro della rupe di tufo su cui sorge Orvieto. Si tratta di
eliminare le cause che determinano le frane e minacciano i monumenti,
l’ambiente e l’insediamento umano. L’intervento che è in corso ormai da sei
anni riguarda dunque: il rifacimento dell’intera rete fognante e della rete
idrica; il consolidamento, mediante tiranti, ancoraggi e chiodature, delle
pareti esterne della rupe che presentano dissesti e pericoli di crollo; il
restauro di tutte le opere murarie che presentano gravi fenomeni di degrado; il
risanamento e restauro ambientale del ciglio e delle pendici della rupe;
l’installazione di una complessa rete di strumenti automatici per il controllo
dell’evoluzione geomeccanica del masso. Per queste opere sono stati stanziati
dal 1978 al 1984, dal Parlamento italiano, 46 miliardi di lire, ciò che ha
permesso di lavorare ininterrottamente e di ottenere già oggi risultati da
tutti apprezzati.
Il risanamento della rupe è certo
importante di per sé ma è importante soprattutto perché consente di preservare
il patrimonio naturale e storico che con essa si identifica. In realtà il tema
che abbiamo affrontato non è dunque semplicemente il consolidamento di un
rilievo di natura rocciosa particolare e nemmeno solo quello della sicurezza di
un centro abitato. Il tema che abbiamo affrontato è come si preserva
globalmente una città e il suo territorio, come si interviene globalmente per
assicurare la permanenza di un patrimonio di grande valore storico e ambientale.
Il fatto è che c’è una unità inscindibile fra rupe, centro storico, pendici
della rupe e territorio circostante. E allora non si può affrontare un problema
senza affrontare anche tutti gli altri.
Di qui una serie di progetti
integrati fra loro, tante pietre di un unico mosaico, in sostanza un grande,
ambizioso progetto di restauro, trasformazione e sviluppo di una intera città.
Questo è il ‘PO’. Esso è così
articolato:
- completo risanamento e
consolidamento della rupe;
- realizzazione, tutt’intorno alla
rupe, di un parco archeologico che recuperi le necropoli etrusche poste lungo
le pendici e offra al turista un’altra occasione di eccezionale valore
culturale;
97
- revisione dell’intero sistema
del traffico sulla base di un progetto (mobilità alternativa) che prevede la
realizzazione di due parcheggi esterni, la risalita al centro storico con
sistemi meccanizzati (da una parte la funicolare, dall’altra scale mobili e
ascensori) e il collegamento tra i due blocchi tramite minibus, dunque la
graduale chiusura al traffico del centro storico e un sistema razionale di
trasporti che colleghi il centro con la periferia e con il parco archeologico,
talchè il cittadino e il turista potranno passeggiare a piedi, visitare le
necropoli etrusche e i monumenti senza essere assoggettati ai pericoli e alle difficoltà attuali e la
città e l’ambiente potranno essere restituiti alla loro integrità e vivibilità;
- restauro del Duomo e del
prezioso patrimonio architettonico ed artistico della città, che presenta uno
stato di degrado che, a partire dal Duomo, ci allarma e che deve allarmare la
comunità nazionale ed internazionale;
- riassetto dei musei cittadini,
ricchi di reperti di ogni epoca, da quella etrusca e medioevale a quella
moderna e contemporanea, oggi scarsamente fruibili per carenza di locali idonei
e di adeguata esposizione;
- restauro dei maggiori edifici
pubblici per attività culturali (il palazzo del Capitano del Popolo per
attività congressuali, il teatro Mancinelli, il convento di S.Francesco per un
albergo collegato al Palazzo dei Congressi, il restauro della torre del Moro
perché i turisti possano ammirare dall’alto la città, come ne penetrano le
viscere con la visita al pozzo di S.Patrizio e con il progettato risanamento
delle grotte scavate nella rupe;
- risanamento del patrimonio
edilizio privato a fini abitativi, perché i cittadini restino o addirittura
tornino a vivere nel centro storico;
- metanizzazione del centro
storico per fornire energia non costosa e non inquinante;
- cura dell’arredo urbano, dalla
segnaletica commerciale e turistica, alla eliminazione dei cavi elettrici e
telefonici dalle facciate dei palazzi, fino al ripristino delle vecchie
pavimentazioni stradali e ad un nuovo sistema di illuminazione.
Questa enorme, complessa,
difficile, opera di risanamento e valorizzazione globale è ormai in corso da
anni:
- della rupe ho già detto;
- presto sarà completato
l’intervento nel palazzo del Capitano del Popolo;
- sono iniziati gli interventi
nel teatro Mancinelli e nel museo comunale;
- sono iniziati i lavori per
realizzare il primo stralcio del progetto di mobilità alternativa e quindi per
la realizzazione del primo dei due parcheggi e per il ripristino della
funicolare;
- contestualmente al rifacimento
della rete fognante ed idrica nel centro storico si stanno ripristinando le
antiche pavimentazioni e si stanno realizzando le canalizzazioni per interrare
i cavi elettrici e telefonici nonché per l’erogazione del metano.
Il ‘PO’ dunque è in cammino.
Ma molte cose devono essere
ancora fatte, molte opere debbono essere iniziate. Mancano i fondi e siamo
molto preoccupati perché temiamo che il lavoro possa rimanere incompiuto e che
gli sforzi possono rimanere vanificati. In particolare siamo preoccupati perché
dall’aprile del 1985 giacciono presso il nostro Parlamento programmi e progetti della Regione
dell’Umbria e del ministero dei Beni Culturali, che riguardano aspetti
essenziali del ‘PO’ (la rupe, il Duomo, il parco archeologico, la mobilità
alternativa) e che appunto permetterebbero di portare a termine l’opera, che è
stata iniziata, di risanamento della città, programmi e progetti che non si
sono tradotti fino ad oggi in una nuova legge organica, sebbene esistano due
disegni di legge, presentati da parlamentari di diversi gruppi politici.
98
E i lavori di consolidamento e
restauro della rupe si fermeranno nel febbraio 1987 e il Duomo e il patrimonio
storico-artistico-archeologico e ambientale hanno bisogno di interventi
urgenti.
Fino ad oggi il lavoro svolto è
stato apprezzato da tutti. L’unità delle forze politiche locali, regionali e
nazionali, la sensibilità del Governo e del Parlamento italiano, il sostegno
del mondo della cultura e di istituzioni internazionali, insomma la fiducia che
è stata data al governo regionale dell’Umbria e alla città ha trovato riscontro
nell’impegno che è stato profuso, fino a far parlare di un intervento esemplare
per correttezza ed efficienza. Un consenso vasto e qualificato di cui sono
espressione proprio le prese di posizione del Consiglio d’Europa attraverso la
vostra Commissione, le parole del presidente Muller, l’appello così
significativo diretto al Governo e al Parlamento italiani. E oggi a tale
consenso va aggiunto quello di grandi
personalità della cultura che hanno aderito a quello stesso appello che
lanciai in occasione del convegno del 22 e 23 maggio: da Giulio Carlo Argan a
Leonardo Benevolo e Luciano Berio, da Carlo Bo e Silvano Bussotti ad Antonio
Cederna e Massimo Cacciari, da Eugenio Garin ed Emilio Greco a Luigi Malerba e
Giovanni Klaus Koenig, da Cesare Musatti a Gian Luigi Rondi, da Giorgio Tecce a
Mario Torelli e Paolo Volponi e tanti altri.
Dicevo che siamo preoccupati, ma
voglio anche aggiungere che siamo contemporaneamente fiduciosi, perché una così
vasta e qualificata manifestazione di solidarietà ci fa sperare in un rinnovato
impegno di tutti coloro che possono prendere decisioni per l’attuazione del ‘PO’.
Il fatto che stiamo qui oggi è qualcosa di più che non l’incontro con persone
che sono sensibili ai problemi dell’ambiente e della cultura, è l’incontro con
rappresentanti di un organismo europeo prestigioso che può usare tutto il suo
peso, tutto il suo prestigio, per una causa che ritiene meritevole di grande
attenzione.
E come voi stessi avete detto, si
tratta di un’esperienza, quella che stiamo tentando ad Orvieto, che può essere
utile per altre città e per altri Paesi. Un modello che può essere proposto in
Europa per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio storico e
ambientale, di cui il nostro continente è così ricco. Orvieto vuole essere un
esempio da seguire. Vuol dire a tutti che si può lavorare proficuamente, che si
può costruire il futuro sulle fondamenta ineliminabili del nostro passato. Vuol
dire a tutti che siamo chiamati a custodire un patrimonio di civiltà che va
usato dagli uomini di oggi in modo corretto e trasmesso alle generazioni
future. Orvieto vuole proporre non solo un progetto di città nuova perché
antica, ma anche di vita futura perché modellata su valori umani forti,
profondi, universali.
E allora vi chiedo di continuare
a sostenerci e di far sentire il vostro consenso. Di qui l’invito a partecipare
alla manifestazione europea che abbiamo organizzato per i giorni 26 e 27
prossimi ad Orvieto, alla quale parteciperanno anche esponenti del Parlamento europeo,
del Parlamento italiano, del mondo della cultura e rappresentanti delle
Istituzioni locali. Una manifestazione che vuol essere l’incontro non tanto, e
comunque non solo, degli amici di Orvieto, ma degli uomini e delle donne che,
nei diversi campi e per le responsabilità che hanno, si sentono impegnati sul
terreno della salvaguardia e della valorizzazione del patrimonio
storico-artistico-ambientale di tutti i Paesi e che propongono il ‘PO’ come
tentativo valido di andare in tale direzione.
Certo non chiediamo solo
solidarietà, non proponiamo solo idee che pure riteniamo importanti. Al Governo
e al Parlamento italiani chiediamo anche una buona legge e finanziamenti
consistenti. Ma in questo caso, anzi, mai come in questo caso, vale quanto fecero
scrivere sul camino del proprio palazzo i signori Benincasa:
99
“Pecunia viro non vir
pecunia”
E il 26 e il 27 settembre 1986 si
svolse ad Orvieto, nella sala consiliare, la manifestazione europea per il PO.
L’intervento iniziale, anche in
questo caso, fu tenuto dal sindaco, Franco Barbabella.
“Autorità, gentili signore e
signori, a tutti porgo il saluto più caloroso mio personale,
dell’Amministrazione comunale, dell’intera città. Desidero ringraziarvi per la
vostra presenza e per il tono di forte impegno che essa dà alla manifestazione
di oggi. Desidero anche ringraziare tutti coloro che hanno dato il loro apporto
perché tale manifestazione potesse essere fatta.
Tutti i soggetti ai quali gli
Enti organizzatori, il Comune di Orvieto e la Regione dell’Umbria, si sono
rivolti, sono presenti in modo significativo: dai rappresentanti delle
Istituzioni locali e regionali a quelli delle due Camere del Parlamento
nazionale, del Consiglio d’Europa, del Parlamento europeo, del mondo della
cultura, della stampa. E la presenza in questa sala anche di rappresentanti di
organizzazioni della società civile orvietana, partiti, sindacati,
organizzazioni e semplici cittadini, sta a testimoniare che la vostra adesione
è circondata da un elevato grado di consapevolezza della città. Non so se altre
volte si sia verificata una così vasta partecipazione ai problemi e alle
proposte di una piccola comunità. Certo è, però, che questa comunità sta
producendo uno sforzo enorme, cosciente che il patrimonio che ha ereditato non
è solo patrimonio suo, ma, appunto, patrimonio di tutti.
Tutti voi conoscete il Progetto
Orvieto attraverso gli incontri che abbiamo avuto, il dépliant che è stato
distribuito, la vostra conoscenza diretta e le notizie che i mezzi di
comunicazione di massa hanno diffuso con tanto vigore e dovizia. Fra poco
avremo modo di vedere un filmato che illustra il PO, elaborato dall’Istituto
statale d’arte di questa città. Tutto ciò mi consente di non entrare nei
particolari.
Il PO è una proposta che si
fonda, tutto sommato, su un’idea molto semplice: la città a misura d’uomo può
esistere. Pietro Toesca, Alberto Satolli, Livio Orazio Valentini, hanno detto
che Orvieto è già oggi la città utopica perché già oggi è una città a misura
d’uomo. Ma il fatto è che perché continui ad esserlo nei decenni a venire è
necessario che tutta una serie di interventi di consolidamento, di restauro, di
valorizzazione, vengano fatti, e fatti rapidamente, perché vi sia
contemporaneamente sicurezza fisica, preservazione del patrimonio culturale e
naturale e un’organizzazione della vita che le consenta non semplicemente di
sopravvivere ma di vivere e di svolgere un ruolo produttivo nella nostra
regione e nel nostro Paese. Questo risultato si ottiene se non si guarda a
ciascun aspetto, a ciascun problema, in modo separato, ma solo se si considera
l’unità inscindibile di questo fenomeno originalissimo della natura e
dell’uomo, per cui la città si identifica con il masso di tufo su cui è stata
costruita e con il territorio con il quale questo masso si è formato e di cui
rappresenta l’emergenza più significativa e questo con la cultura dei
cittadini.
Ecco perché, dopo che, a seguito
di una legge dello Stato (230/1978), nel 1980 la Regione dell’Umbria potè dare
inizio ai lavori di consolidamento della rupe, con unanime consenso è stato
gradualmente costruito quel complesso di scelte e di proposte che va sotto il
nome di PO. Il quale dunque è il tentativo di restituire al suo antico
splendore un’intera città, conciliando la modernità con un ricco e suggestivo
retaggio storico ed assicurando all’ambiente urbano e naturale di vivere nel
tempo senza manomissioni ed anzi valorizzandone i caratteri originali.
100
L’ottica della globalità, con cui
abbiamo elaborato la progettazione, non poteva aver senso senza seguire anche
un altro criterio, quello dell’esemplarità. Per noi esemplarità del PO non vuol
dire soltanto che esso può essere riproposto metodologicamente per altre
situazioni, di diverse città e di diversi Paesi, ma che innanzitutto esso deve
avere applicazione efficace, e dunque rapidità e correttezza di esecuzione. E’
quanto la Regione ha fatto in questi anni, è quanto il Comune e gli altri Enti
hanno fatto per la parte di loro competenza. Ed è proprio col linguaggio dei
fatti, delle cose già controllabili, che ad un certo punto ci siamo sentiti
autorizzati a proporre ai livelli istituzionali più alti il PO come modello. Il
riscontro che abbiamo avuto nel Consiglio d’Europa, nel Parlamento europeo e
nella Commissione della Cee, ci dice che la nostra non era un’ambizione
eccessiva. Ma prima ancora è stata l’unità delle forze politiche e delle
Istituzioni, locali, regionali e nazionali, il sostegno del mondo della
cultura, che ha costituito la verifica forte della giustezza di questa
impostazione.
Dunque, un’idea di città che
guarda al futuro in ragione di un patrimonio antico; una vasta utilizzazione
delle migliori energie scientifiche e tecniche; una progettazione integrata, di
alto livello culturale, tecnico ed amministrativo; rapidità e correttezza degli
interventi, qualcosa di più che una sostanziosa efficienza; coordinamento
istituzionale, apertura a stimoli culturali di ampio respiro. Questi i tratti
essenziali, che sento di poter evidenziare, senza inutili timidezze, del PO.
Come dicevo, i riconoscimenti
sono incominciati a venire, man mano che siamo andati avanti, in modo sempre
più convinto e sempre più vasto. Innanzitutto è cresciuta la consapevolezza
della città, che ha vissuto e vive disagi pesanti per la complessità dei lavori
e per l’ansia che accompagna questa faticosa ricostruzione della sicurezza di
Orvieto e questo processo di restauro diffuso. Si è affermata, nelle forze
politiche e nel Parlamento nazionale, una linea di tendenza che riconosce non
solo la necessità di portare a compimento l’opera di risanamento della rupe ma
di affrontare la globalità del problema Orvieto, e cioè la salvaguardia e il
restauro del patrimonio complessivo della città, come testimonia in particolare
la legge 227/1984.
Si è determinato un interesse
molto forte del Consiglio d’Europa per questa nostra esperienza e da parte sia
di esperti che di organismi politici sono venuti riconoscimenti ed iniziative
di grande valore:
- nel documento finale del
convegno, tenutosi ad Orvieto nei giorni 22 e 23 maggio scorsi, con la
partecipazione di circa 100 tecnici e scienziati provenienti da diversi Paesi,
è detto che il PO è ‘un modello a livello europeo di piano integrato per la
protezione e conservazione del patrimonio culturale’;
- nell’appello, rivolto al
Governo e al Parlamento italiani, sottoscritto da 49 membri dell’Assemblea
Parlamentare del Consiglio d’Europa, fra l’altro si afferma che ‘questo
progetto costituisce un’esperienza significativa e originale che potrebbe
servire da modello ad altre città e ad altri Paesi’;
- durante la visita che ho
compiuto a Strasburgo dal 17 al 19 di questo mese, su invito del presidente
della Commissione per la cultura e l’educazione, onorevole G. Muller, non ho
avuto solo l’opportunità di illustrare alla Commissione stessa il PO, ma di
verificare nel dibattito che ne è seguito, nell’incontro con il gruppo italiano
alla presenza, oltre che dell’onorevole Gerardo Bianco, presidente, di altri
autorevoli parlamentari di diversi gruppi e poi nei colloqui avuti con i più
alti funzionari del Consiglio, un profondo interesse ed apprezzamento e uno
sforzo, entusiastico, per cercare tutti i modi utili affinchè questo nostro
progetto possa essere pienamente realizzato.
101
Si sta sviluppando un rapporto
proficuo anche con il Parlamento europeo e con la Commissione della Comunità e
negli incontri che ho avuto lo scorso mercoledì a Bruxelles con il commissario
onorevole Carlo Ripa di Meana alla presenza dell’onorevole Carla Barbarella,
che ringrazio, ho potuto constatare come ci sia non solo vivo interesse ma
volontà di verificare possibilità concrete di intervento su aspetti molto
importanti del Progetto, dal parco archeologico al centro di documentazione della
rupe.
Infine, ma non certo per minore
importanza, il sostegno determinante del mondo della cultura e della stampa che
è passato dall’allarme per il pericolo della morte lenta ma inesorabile della
città ad un consenso, ampio e convinto, all’opera di risanamento ed alla
proposta di intervento globale, talchè l’appello per la salvezza ed il futuro
di Orvieto lanciato poco più di un mese fa, ha ricevuto ad oggi più di 80
adesioni; ma al di là del numero sono significativi i nomi, personalità fra le
più prestigiose di diverso campo e di diverso orientamento culturale; e poi le
motivazioni con cui è stata data l’adesione; talchè pensiamo che meriti di
raccogliere queste testimonianze in un volume e darne adeguata diffusione.
Che cosa significa dunque la
manifestazione di oggi? Significa che tutti coloro che sono qui e tutti coloro
che hanno aderito sono consapevoli che la nostra epoca ha bisogno di tutelare
le ragioni della storia, dell’arte, dell’ambiente, ha bisogno di ripensare lo
sviluppo puntando decisamente sulla qualità, sui grandi valori di un’esistenza
a misura d’uomo; e sono consapevoli che il PO merita di essere attuato perché
va in questa direzione.
Ho parlato del consenso e del
riconoscimento che gli altri ci hanno accordato. Vorrei dire però a tutti voi
che c’è anche una nostra consapevolezza, quella appunto che il consenso ci
carica di ulteriori responsabilità. E tali responsabilità vogliamo assumercele
in modo concreto. Fino ad oggi è stato documentato ciò che è stato fatto. Noi
vorremmo che si andasse oltre: vorremmo che si realizzasse quel centro di documentazione,
di cui parliamo ormai da tempo e che ha lo scopo di fornire a tutti la
possibilità di capire ogni aspetto del risanamento della città. Avanziamo
inoltre la proposta di costituire qui quasi un laboratorio di intellettuali, a
livello nazionale ed internazionale, perché al grado più alto si possa vedere e
partecipare ciò che qui si fa, si diano suggerimenti e si avanzino proposte
valide per Orvieto, ma anche tali da avere valore generale. Certo non vogliamo
fornire garanzie solo per chiedere solidarietà. Chiediamo anzitutto di essere
messi in condizione di realizzare davvero ciò che abbiamo progettato, di
portare a compimento un’opera così bene avviata. Chiediamo l’impegno di tutte
le Istituzioni perché ciascuna esamini e decida le sue possibilità di
intervento. Chiediamo in particolare al Governo ed al Parlamento che venga
rapidamente varata la nuova legge per Orvieto e Todi, una buona legge. Fra
pochi mesi i lavori in corso si fermeranno. La rupe, il Duomo, gli altri
monumenti, le opere d’arte, il tessuto urbano, l’ambiente, i cittadini, stanno
lì con tutti i loro problemi, che restano gravi nonostante sia stata fatta già
una parte importante di lavori. Ma appunto bisogna concludere i lavori avviati
e bisogna iniziare gli altri che sono programmati. Sono stati presentati due
disegni di legge nei rami del Parlamento.
Ora è necessario:
- che il Governo ed il Parlamento
attuino quanto stabilito dalla legge 227/1984 e diano concreto seguito alle
numerose dichiarazioni e agli impegni formalmente assunti;
- e che i due disegni di legge
vengano unificati secondo lo spirito e la lettera dell’art. 3 della legge
227/1984 e cioè con l’ottica degli interventi completi, globali e risolutivi,
accogliendo i programmi e i progetti della Regione dell’Umbria e del ministero
dei Beni Culturali.
102
Chiediamo che si recepisca il PO,
perché, come ha scritto Pier Luigi Cervellati, esso è ‘tutt’altro che
ambizioso, essendo indispensabile per salvaguardare, anche e soprattutto, la
nostra identità e la nostra cultura’. E’ stato scritto che il PO è una
scommessa perché ‘impegnarsi a riparare, non soltanto la rupe, ma tutta la
città, i suoi beni e la sua vita, dando a tutti i suoi cittadini una nuova
grande motivazione collettiva, è una sfida al pessimismo e anche alla
rassegnazione, alla miopia spacciata per realismo, al pensar corto’ (Jader
Jacobelli).
Crediamo che tale impegno di
un’intera comunità debba essere incoraggiato. Crediamo che l’appello di tante
personalità e di tanti rappresentanti di diversi Paesi europei debba essere
accolto. Possiamo dimostrare che crediamo nel futuro, che crediamo alle
speranze delle nuove generazioni, che l’Italia può offrire esempi positivi e
significativi di gestione lungimirante di quella autentica miniera che è il suo
patrimonio naturale e storico, che è sedimentazione di una millenaria
esperienza umana. Per questo sentiamo di poter assumere per il PO lo slogan:
Pecunia viro non vir
pecunia”
L’appello a cui si fa riferimento
nell’intervento di Barbabella è il seguente:
Appello per la
salvezza e il futuro di Orvieto
In questi anni Orvieto è passata
da città-simbolo dei pericoli che corre il patrimonio ambientale e
storico-artistico del Paese a città-simbolo di come si può operare per salvare
tale patrimonio.
Dunque una speranza per tutti.
La Regione dell’Umbria,
avvalendosi dei finanziamenti dello Stato, ha realizzato una parte importante
delle opere necessarie a garantire la stabilità della rupe e la sicurezza della
città.
Le Soprintendenze umbre,
avvalendosi anch’esse di finanziamenti speciali, hanno iniziato uno studio
sistematico e prodotto i primi interventi urgenti per il restauro del Duomo e
di altri beni artistici e archeologici.
Il Comune, da parte sua, ha
elaborato una proposta organica di sviluppo della città, imperniata proprio
sulla salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio ambientale e
storico-artistico, il “PO”: parco archeologico intorno alla rupe, funicolare,
scale mobili e parcheggi per eliminare il traffico nel centro storico, nuovo
assetto dei musei, restauro del palazzo del Popolo per attività congressuali,
restauro del teatro Mancinelli e di altri edifici storici, ripristino delle
antiche pavimentazioni di vie e piazze, eliminazione dei cavi elettrici e
telefonici dalla facciate e delle antenne televisive dai tetti.
I diversi interventi in atto,
statali, regionali, provinciali e comunali, fanno sì che oggi Orvieto si
configuri come una città-cantiere, come piccolo ma significativo laboratorio.
Al fondo c’è la convinzione che
conservare i caratteri distintivi di questa città, anzi valorizzarli
decisamente, con un consolidamento che abbini le più moderne tecnologie al più
rigoroso rispetto dei prodotti della natura e dell’uomo e con un’opera di
rilettura della funzione non solo degli edifici ma del tessuto urbano e del
rapporto città-territorio, significa insieme costruire il futuro di una
comunità locale ed avanzare una proposta di valore generale: la città a misura
d’uomo.
103
E’ certamente eccezionale che si
sia riusciti ad innescare un processo per intervenire contestualmente, seppure
per diverse vie, finanziarie ed amministrative, sull’intero patrimonio
culturale ed ambientale di una città e che si stia tentando energicamente e
lucidamente di passare da una pur indispensabile esigenza di manutenzione
straordinaria ad una operazione più ambiziosa di restauro territoriale a grande
scala e di impiantare su questa una nuova fase di sviluppo economico, civile,
culturale.
Ma proprio perché ha questo
carattere di eccezionalità, proprio perché vuol essere un esempio, tale esperienza
va condotta in porto, va compiuta.
Perché ciò avvenga, oltre allo
sforzo già fatto, c’è anzitutto il bisogno di non interrompere i lavori in
corso e di realizzare i programmi e i progetti che la Regione dell’Umbria e il
ministero dei Beni Culturali hanno portato in Parlamento, in esecuzione del
disposto dell’art. 2 della legge 227/1984, al fine di completare il risanamento
della rupe, restaurare il Duomo e l’incomparabile patrimonio artistico ed
archeologico orvietano, realizzare le opere che a tale risanamento ed a tale
restauro fanno da corollario indispensabile: la difesa e la valorizzazione
delle pendici, un nuovo sistema di mobilità che elimini gli effetti negativi
del traffico, il sistema di controllo e di manutenzione permanente della rocca
di tufo.
I fondi oggi a disposizione
consentono di lavorare ormai per pochi
mesi.
Facciamo dunque appello al
Parlamento ed al Governo della Repubblica perché venga approvata quanto prima
una nuova legge che accolga l’esigenza di organicità e di completezza degli
interventi progettati.
Non si tratta solo di salvare una
città né solo di assicurare il futuro ad una comunità.
Si tratta di non mandare dispersa
un’esperienza cui hanno lavorato unitariamente tutte le Istituzioni e le forze
politiche e alla quale la cultura del Paese guarda con speranza giacchè può
essere la dimostrazione che l’Italia ha consapevolezza del suo patrimonio
ambientale e storico e vuole dimostrare al mondo che è in grado di operare per
salvarlo e valorizzarlo.
Dopo l’intervento di Franco
Barbabella ci furono diversi altri interventi. In un articolo, scritto da
Francesco Della Ciana e pubblicato da “Il Corriere dell’Umbria” il 30 settembre
del 1986, fu riportato quanto sostenuto in alcuni di questi interventi:
“…L’onorevole Gerado Bianco: ‘La città di Orvieto appartiene alla cultura europea e alla cultura mondiale’. L’onorevole Renato Balzanti: ‘Intendiamo assicurare ogni sostegno al PO. I rapporti avviati autorizzano a dire che un’attenzione particolare sarà rivolta verso un progetto che è ben organizzato e che si è contraddistinto per la forte integrazione dei caratteri che lo compongono: il parco archeologico e il centro documentazione sulla rupe’. Il dottor Gianfranco Giro: ‘Desidero segnalare la singolarità dell’iniziativa. E’ un’onore per la comunità europea appoggiare questa richiesta. Seguirla ad appoggiarla in ogni suo aspetto’. Il parlamentare spagnolo onorevole Del Castillo: ‘Non mi sento come un estraneo, ma come un compatriota. Ho sempre guardato con interesse all’Italia e l’Italia mi ha ripagato, in questa eccezionale occasione del PO’. L’onorevole Michele Cifarelli, del Consiglio d’Europa, tra i fondatori di Italia Nostra: ‘La validità del PO va vista con la risoluzione del problema turistico nel centro storico’. Il professor Franco Minissi: ‘Orvieto è una città a dimensione umana, che va salvaguardata’. L’onorevole Emanuele Macaluso:
104
‘Bisogna considerare lo sbocco
produttivo che può derivare dall’attuazione dell’iniziativa orvietana’. Il
professor Mario Torelli: ‘Non è tanto la globalità delle iniziative che fa
scaturire interessi, quanto la ristrutturazione e la fruibilità dell’ambiente
orvietano con la realizzazione dei provvedimenti del PO’”.
105
105
Il sistema di mobilità alternativa
Il sistema di mobilità
alternativa rappresenta una componente molto importante del PO, sia perché è
stato finanziato, in gran parte, con i fondi delle legge speciali per Orvieto,
sia perché cambiare, radicalmente, come è avvenuto con quel sistema, l’assetto
del traffico e dei parcheggi degli
autoveicoli nel centro storico era considerato come uno degli strumenti per
ridurre i pericoli di instabilità della rupe, in quanto il sistema era anche
finalizzato a far diminuire notevolmente il numero degli autoveicoli che potessero
attraversare il centro storico e ciò era ritenuto molto utile per favorire la
stabilità della rupe stessa.
Per descrivere le principali
caratteristiche del sistema di mobilità alternativa ho utilizzato,
principalmente ma non esclusivamente, la relazione dell’ingegner Enrico
Coluzzi, che faceva parte del cosiddetto gruppo di progettazione, presentata in
occasione del convegno “Orvieto e Todi due città da salvaguardare”, tenutosi ad
Orvieto, presso il centro congressi il 23 febbraio 1995, e a Todi il 24
febbraio dello stesso anno, presso il teatro comunale.
“Il sistema di mobilità
alternativa della città di Orvieto deriva dallo studio di fattibilità per il
ripristino della funicolare promosso dalla Regione dell’Umbria nel 1980 e
consiste in un sistema multimodale integrato che fornisce una risposta completa
e articolata alla domanda di accesso alla città.
Lo studio di fattibilità prendeva
le mosse da un’analisi della domanda di accesso al centro storico (sulla base
di dati ricavati in parte da rilevamenti diretti e in parte forniti dalle Aziende
di trasporto pubblico, dall’Azienda di soggiorno e turismo, dal Comune e dai
Vigili urbani), proponendo oltre alla funicolare, un sistema di minibus per la circolazione
nella città,
Successivamente, partendo dallo
studio di fattibilità, il Consorzio per i servizi di trasporto pubblico della
Provincia di Terni bandiva un concorso di idee per l’attuazione del piano. Il
primo premio veniva aggiudicato dall’associazione Rpa (Perugia)-Sotecni (Roma)
che proponeva un sistema integrato allargando la scala d’indagine all’intera
mobilità di Orvieto e dei centri sub-urbani. Nel 1983 il Consorzio trasporti di
Terni incaricava la Rpa e la Sotecni di elaborare il progetto di mobilità
alternativa della città di Orvieto come previsto nel concorso di idee.
Il sistema prevede due assi
preferenziali di ascesa alla rupe, uno sul versante orientale ed uno su quello
occidentale, due parcheggi di scambio ed un sistema di distribuzione nel centro
storico.
Il sistema proposto, a regine,
costituirà il presupposto per una riduzione drastica del numero dei veicoli
(specie pendolari e turisti) in accesso al centro storico, con evidenti
vantaggi sia dal punto di vista della sua mobilità interna che della sosta. E’
noto che i problemi di degrado degli edifici del centro storico di Orvieto
sono, almeno in parte, collegati alle vibrazioni indotte dal traffico, specie
di quello pesante. E’ quindi intuibile la validità di un intervento organico di
mobilità alternativa strutturato tramite una rete intermodale con nodi di
interscambio.
Da quanto detto il sistema dovrà
garantire:
- eliminazione dei mezzi pubblici
pesanti di linea e turistici in accesso al centro storico, riduzione drastica
delle auto private in accesso ed in sosta nell’area urbana;
- abbattimento degli indici di
inquinamento atmosferico con conseguente riduzione del degrado e della
manutenzione ai monumenti storici;
106
- miglioramento
dell’accessibilità e della sosta ai mezzi privati dei residenti.
Il sistema è articolato in tre
sottosistemi indipendenti ma integrati dal punto di vista funzionale di cui i
primi due sono relativi alle infrastrutture ed il terzo alla gestione e
informatizzazione.
Il sottosistema 1, già
realizzato, è articolato in:
un nodo di interscambio
costituito da:
- un parcheggio di superficie nel
versante orientale ai piedi della funicolare per 50 pullman e 340 posti auto;
- un edificio di ricezione
turistica di superficie di circa 160 mq.;
un sistema di mobilità
alternativa costituito da un asse di adduzione alla sommità della rupe che
si articola in:
- un percorso coperto d’accesso
al sottopassaggio della stazione ferroviaria costituito da un scala mobile e da
una rampa per handicappati;
- un ascensore e una scala mobile
dal sottopassaggio della stazione ferroviaria alla piazza antistante la stessa;
- una stazione di imbarco della
funicolare;
- un tratto di funicolare;
- una stazione di sbarco della
funicolare.
Il sottosistema 2, parzialmente
realizzato, prevede:
un nodo di interscambio
costituito da:
- il parcheggio interrato di
Campo della Fiera per 600 posti auto;
- un capolinea per gli autobus di
linea presso il parcheggio sopraddetto;
un sistema di mobilità
alternativa costituito da:
- un percorso pedonale meccanizzato
Campo della Fiera- piazza Ranieri e due ascensori Campo della Fiera-via Ripa
Medici.
Il sottosistema 3, quasi
totalmente realizzato, prevede:
- una centrale di controllo e
gestione dati relativa alla mobilità la quale è collegata, tramite linea telefonica
dedicata, ai vari componenti del sistema stesso e ubicata presso il parcheggio
della funicolare nell’edificio di ricezione turistica;
- acquisto e utilizzo di minibus
equipaggiati con apparecchiature di bordo in grado di trasmettere e ricevere
via radio segnali alla centrale di raccolta e gestione dati;
- linee di minibus per il
collegamento tra piazza Cahen e il centro storico con una linea diretta di
collegamento tra piazza Cahen e il Duomo;
- installazione lungo le linee di
percorso dei minibus di fermate attrezzate con pannelli luminosi che segnalano
la posizione degli stessi lungo il loro tragitto, sistema di informatizzazione
per la gestione automatizzata presso i due parcheggi della funicolare e di
Campo della Fiera;
107
- installazione di pannelli
luminosi a messaggio variabile ubicati nei punti nevralgici della viabilità per
le indicazioni sullo stato di capienza dei parcheggi;
- sistema di integrazione
tariffaria costituito da apparecchiature in grado di gestire i biglietti per
l’utilizzo della funicolare, dei parcheggi, dei minibus e di alcuni musei
(museo Greco, Faina e pozzo di San Patrizio);
- sistema di rilevamento
automatico del traffico per il controllo in continuo dei mezzi in entrata ed in
uscita dal centro storico;
- giornali elettronici costituiti
da pannelli luminosi in grado di trasmettere messaggi di vario tipo ubicati
presso la piazza della stazione ferroviaria e in piazza della Repubblica;
- sistema di informazione
turistica costituito da apparecchiature in grado di fornire agli utenti
informazioni turistiche, ubicate presso il parcheggio della funicolare, il
parcheggio di Campo della Fiera e in piazza Duomo.
Per esigenze di programma non è
possibile trattare in dettaglio tutti gli elementi che compongono i tre
sottosistemi. In tal senso si è scelto di puntare l’accento su alcuni
interventi rappresentativi, quali il nodo intermodale del parcheggio di Campo
della Fiera e i sistemi di mobilità alternativa costituiti dalla funicolare,
percorso meccanizzato e ascensori.
Il parcheggio di Campo della
Fiera fa parte del sottosistema 2 ed è ubicato sull’area del Campo della Fiera
contenuta in un tornante della statale Umbro-Casentinese sottostante la zona di
Ripa Medici nel versante occidentale della rupe di Orvieto. Il parcheggio è costituito
da un struttura in acciaio con due piani interrati che sono quelli destinati
propriamente ad autorimessa. La copertura è invece sistemata a piazza, con lo
scopo di recuperarla a fini sociali, come spazio per giochi e manifestazioni di
vario genere. Inoltre la piazza, in caso di necessità, potrà essere usata come
parcheggio per mezzi ad uso privato o pubblico. Ciascuno dei due piani
interrati, di superficie di 7.100 mq., ha una capienza di circa 300 posti auto.
Il parcheggio è stato ultimato e messo in funzione nel 1994.
La funicolare, quale componente
fondamentale del sottosistema 1, collega il parcheggio di Orvieto scalo con
piazza Cahen posta sul pianoro della rupe. La via di corsa ha una lunghezza di
557 m., un dislivello di 155 m. ed una pendenza di circa il 28%. La funicolare
è di tipo convenzionale, con due vetture a pianale unico lievemente inclinato
(4%) con capienza di 75 persone ciascuna e unico asse di rotaia con scambio
centrale lungo il percorso. Con l’obbiettivo di recuperare, per quanto
possibile, la sede esistente, sono state mantenute le medesime pendenze,
ripartite su tre livellette fondamentali. Si è conservato così l’andamento del
profilo che si avvicina a quello ottimale di tali sistemi di trasporto. Le
stazioni, completamente riprogettate, sono superficiali e organizzate in modo
da garantire sia la sicurezza dei viaggiatori che il rapido incarrozzamento e
svuotamento delle vetture, per minimizzare i tempi di sosta, previsti non
superiori ai 30 secondi. La velocità massima è di 6 m./sec.; il ciclo completo
è di 145 sec.; il tempo totale di viaggio non raggiunge i due minuti alla
massima velocità. L’impianto ha quindi una capacità di portata di circa 1.800
passeggeri l’ora. Sono state installate una serie di telecamere lungo la linea
in maniera da controllare il regolare svolgimento della corsa; queste sono
collegate ad una cabina di manovra ‘intelligente’ ubicata nella stazione di
monte, dalla quale un solo operatore, tramite sistemi elettronici di
avviamento, frenatura e controllo, gestisce le varie fasi di imbarco e sbarco
dei passeggeri. Automatismi di accesso permettono di controllare e convogliare
il traffico dei passeggeri dall’ingresso
all’uscita delle stazioni. Tutto l’impianto è stato progettato tenuto conto
dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Va ricordato che la
funicolare di Orvieto, in funzione dal 1990, è la prima in Italia ed in Europa
ad avere un funzionamento completamente automatizzato allo scopo di ottimizzare
la
108
fase gestionale e rendere all’utenza
un servizio tecnologicamente avanzato e sicuro sotto tutti gli aspetti.
Sempre del sottosistema 2 fa
parte il collegamento meccanizzato tra il parcheggio di Campo della Fiera e il
centro storico. La descrizione dell’intervento sarà relativa agli aspetti
generali del progetto. Il collegamento è articolato in due percorsi, di cui uno
costituito da scale e tappeti mobili che esce in piazza Ranieri, ed un altro,
costituito da due ascensori che salgono fino a via Ripa Medici.
Dal parcheggio, attraverso due
rampe di scale in unione con un ascensore, si accede alla base del collegamento
meccanizzato dove sono ubicati anche i locali per le informazioni degli utenti.
Il collegamento meccanizzato è realizzato in sotterraneo sfruttando un cunicolo
in parte già esistente. Inizia con due rampe lunghe m. 16,80 ciascuna, prosegue
con un tappeto mobile lungo m. 33, quindi segue con un percorso pedonale lungo
m. 40, continua con due tappeti mobili, lunghi ciascuno m. 20,30 ed infine
termina con una terza scala mobile lunga m. 14,40. I vari impianti di risalita
sono raccordati tra loro da brevissimi tratti pedonali orizzontali. L’intero
percorso è lungo m. 180 e supera un dislivello di m. 35,60. Ogni rampa di scala
mobile ne prevede una per la salita ed una per la discesa. A fianco delle scale
mobili è prevista una scala fissa. I tappeti mobili funzionano solo per il
percorso in salita. A fianco degli stessi è prevista una rampa pedonale fissa
per il flusso di discesa. Il primo tappeto mobile ha pendenza media del 17% per
cui la corsia laterale pedonale è stata intervallata da tre rampe di gradini,
allo scopo di limitare l’acclività. I successivi due tappeti mobili hanno
pendenza del 13%. Il percorso pedonale lungo complessivamente m. 40 ha pendenza
media del 14%. Il tratto di percorso servito dalle sole scale mobili
complessivamente è lungo m. 48, pari al 26% del percorso totale e supera un
dislivello di m. 18,10, pari al 52% del dislivello totale. Il tratto di
percorso servito dai soli tappeti mobili complessivamente è lungo m. 73,60,
pari al 40,8% del percorso totale e supera un dislivello di m. 11,10, pari al
31% del dislivello totale. Ne risulta che il grado di meccanizzazione
complessivo del percorso è dell’83%.
Il sottosistema 2 prevede,
inoltre, due ascensori verticali a contrappesi, che superano un dislivello di m.
35 a partire dalla quota di base della piazza del parcheggio con uscita in via
Ripa Medici della capienza complessiva di 22 persone. I due ascensori sono
collocati all’interno di un pozzo escavato all’interno della rupe a ridotta
distanza dal ciglio. Alla base, alla quota del parcheggio, è prevista la
costruzione di una camera prospiciente l’ingresso, per la sosta degli utenti in
attesa degli ascensori, di una breve galleria di collegamento con il parcheggio e di due camere laterali per l’alloggiamento
degli impianti. Considerato che il collegamento meccanizzato, da solo, è in
grado di sopperire alle necessità di trasporto legate al parcheggio, il
servizio offerto dagli ascensori può anche essere integrativo in particolari
periodi di punta per sopperire a richieste di trasporto degli utenti
convogliati da mezzi pubblici presso il parcheggio di Campo della Fiera.
Inoltre tale servizio è comunque necessario per gli utenti anziani, per i
portatori di handicap e utenti non disposti ad utilizzare il servizio di scale
e tappeti mobili. I lavori relativi, sia al percorso meccanizzato che agli
ascensori, sono tutt’oggi in fase di realizzazione.
Il sistema di mobilità
alternativa, che quanto più succintamente si è cercato di esporre, al di là del
significato specifico, relativo ad un’ottimazione della situazione viabilistica
di Orvieto, deve essere considerato quale intervento necessario al fine di
assicurare la salvaguardia del patrimonio storico-artistico della città. A
conclusione dell’intervento si intende semplicemente sottolineare che, in una
corretta politica di salvaguardia, non è possibile prescindere da un discorso
plurisettoriale che faccia interagire l’analisi dello stato di degrado dei beni
storico-artistici presenti in una specifica area, con i dati relativi al
rischio ambientale ed antropico a cui questa è soggetta. In tal senso il
significato
109
complessivo del progetto di
mobilità alternativa può essere compreso a pieno solo se inserito all’interno
di un quadro più generale di salvaguardia, riassunto all’interno della legge
545/1987 che comprende, oltre al citato intervento, il consolidamento della
rupe di Orvieto e i restauri di edifici monumentali”.
Prima di esaminare l’ultima parte
del sistema di mobilità alternativa, mi sembra opportuno occuparmi della
“vecchia” funicolare, che è stata uno dei principali elementi caratteristici di
Orvieto, a partire dal XX secolo, e il suo ripristino è stato oggettivamente,
almeno per gli orvietani, la componente più importante di quel sistema.
Per quanto riguarda la storia
della funicolare ho fatto riferimento ad uno degli opuscoli illustrativi del
PO, realizzati dal Comune di Orvieto, curato da Alberto Satolli.
“Il 1° maggio 1884 - non ancora
giorno della festa dei lavoratori - comparvero dinanzi al regio notaio Cesare
Calabresi in Orvieto il nobil uomo sig. cav. Odoardo Ravizza, sindaco del
Comune, ed il sig. Sigfrido Luigi Neuburger in rappresentanza della ditta
industriale Morgan & Co. - con garanti il conte Adolfo Cozza e il sig.
Lorenzo Corseri - per stipulare la convenzione per la costruzione di una ‘linea
a trazione meccanica, vulgo funicolare’. L’atto notarile che si stipulò faceva
seguito ad una serie di deliberazioni già adottate dal Consiglio comunale fin
dall’aprile 1882 ed al lavoro di una commissione municipale che aveva elaborato
un progetto di massima ed un capitolato per la realizzazione di ‘una
funicolare, ossia linea ferrata a trazione meccanica per la facile e pronta
percorrenza della strada di congiunzione della Città alla stazione della
ferrovia e viceversa’.
L’ing. Raniero Mengarelli
ricorderà nel 1910 - spiegando così la presenza dei due garanti dal notaio -
che ad Adolfo Cozza ‘…si deve la prima idea della funicolare collegante Orvieto
alla stazione, idea che fu realizzata dalla tenacia incrollabile del
concittadino Lorenzo Corseri. Al Cozza si deve la priorità del principio delle
livellette compensate per ridurre al minimo lo sforzo di trazione nelle
funicolari, principio da me applicato per la prima volta nella funicolare
orvietana’.
In effetti la concessione passerà
nel 1887 dalla ditta Morgan a Lorenzo Corseri il quale ne cederà a Giacomo
Bracci (il cav. Giacomo era stato sindaco di Orvieto pochi anni prima) tutti i
diritti che gli verranno riconosciuti dal Consiglio comunale all’unanimità
(anche se i Consiglieri presenti erano soltanto dodici - con due assessori non
votanti perche parenti del nuovo concessionario - mentre diciotto erano
assenti).
Così il 7 ottobre 1888 fu inaugurata
la ‘Funicolare Bracci’, una funicolare tutta orvietana che precorreva i tempi
con soluzioni d’avanguardia e impostava ‘avveniristicamente’ la problematica
del collegamento della città sulla rupe isolata con i più moderni flussi
vallivi, incentivati dalla nuova ferrovia. Basti ricordare che la ‘carrozza di
prima classe’ era stata pensata ‘indipendentemente dalla sua piattaforma o
carro inferiore’ per ‘servire promiscuamente come vagone della linea funicolare
e come carrozza da transitarsi a cavalli’ ed era stato previsto anche un
‘modello di carri per materiali’ anticipando gli attuali containers; oppure si
pensi alla soluzione infine adottata del trasporto ‘ad acqua’ che risolveva
brillantemente, con l’acqua come contrappeso, problemi energetici ed ecologici.
Anche la calma ascesa lungo le pendici della collina - mentre si colmava un
dislivello con il sistema più veloce - e la conquista della rupe attraverso il
tunnel scavato nel tufo sotto la rocca dell’Albornoz era, e resta, il modo più
corretto ed emozionante per guadagnare, quasi attraverso una pausa di
meditazione, l’accesso alla città ‘alta e strana’.
110
All’efficacia del servizio
pubblico urbano si aggiunsero, perciò, implicite valenze turistiche, adatte
anche ad un turismo di massa e questi caratteri peculiari della funicolare
orvietana sono già ben evidenziati in una suggestiva sequenza di un film degli
anni Trenta (quel ‘Treno Popolare’ che Matarazzo girò con le musiche di Nino
Rota) che racconta, appunto, di una gita domenicale organizzata da Roma ad
Orvieto.
Oltre al rinnovamento delle
vetture, nel 1938 furono ricostruite anche le due stazioni e con quell’ultimo
ammodernamento della struttura la funicolare seguitò a fornire un ineccepibile
servizio per gli abitanti del nuovo nucleo urbano che si sta espandendo in
prossimità dello scalo ferroviario, oltre che per i pendolari e per i turisti
di sempre, fino alla sua inaspettata chiusura nel 1970.
Ora, a venti anni di distanza, la
funicolare è tornata finalmente a funzionare dal 16 giugno 1990, completamente
rinnovata ed efficiente”.
Nell’opuscolo, curato da Satolli,
ci si sofferma brevemente anche sulle caratteristiche della nuova funicolare.
“L’utilità della funicolare di
Orvieto è ampiamente dimostrata dal suo ininterrotto funzionamento quasi
secolare e la sua utilità, come funzionale mezzo di trasporto, fu confermata
nel piano regolatore del 1976 in cui era già contenuta la soluzione di politica
urbanistica per il complesso problema di viabilità.
Dalle indicazioni del piano
scaturì il ‘progetto di mobilità alternativa’, che includeva la funicolare,
come valida integrazione di tutte le altre componenti previste. Di questo
progetto in corso di realizzazione - che prevede un sistema di parcheggi fuori
della rupe e di trasporti meccanizzati per raggiungerla velocemente e trovarsi
in un centro storico finalmente liberato dall’incivile schiavitù di un traffico
veicolare già insopportabile ed in continuo aumento - il ripristino della
funicolare rappresenta, insieme all’ampio parcheggio costruito in prossimità
dello scalo ferroviario, una risposta concreta e conseguente alle istanze
programmatiche generali.
Il progetto della nuova
funicolare, studiato sul vecchio percorso (lungo 577,93 metri e con una
pendenza media del 27,86%), è stato naturalmente adeguato per rispondere alle
norme di sicurezza ed alle esigenze di regolare funzionamento, predisponendo un
impianto elettrificato ed automatizzato. Il tempo di percorrenza per superare
il dislivello di 156 metri con le nuove vetture, ad una velocità di base di 6
m./sec., è calcolato in meno di due minuti (105 sec.) che, compreso il tempo
d’entrata e uscita di passeggeri, non raggiunge per l’intero ciclo i due minuti
e mezzo (145 sec.). Ogni vettura può contenere 75 viaggiatori per cui la potenzialità
di trasporto diventa di 1.862 persone ogni ora. Le stazioni di valle e di monte
sono state ricostruite ex novo con una serie di servizi annessi che nelle
precedenti non esistevano ed anche la linea della funicolare è stata
completamente rifatta e illuminata.
I costi per la realizzazione del
nuovo impianto, comprese le sistemazioni del piazzale a valle, dei percorsi
fino al parcheggio e degli edifici accessori (museo-segreteria e ricezione
turistica) ammontano complessivamente a L. 6.203.300.000 (di cui L.
3.075.000.000 per le apparecchiature elettromeccaniche)”.
Si può aggiungere, inoltre, che,
relativamente agli interventi già evidenziati, nel gennaio del 1993 terminarono
i lavori di realizzazione del parcheggio in prossimità della stazione ferroviaria,
nel luglio del 1994 è stato completato il parcheggio del Campo della Fiera e
nel dicembre del 1996
111
furono attivati gli ascensori che
collegano quel parcheggio con il centro storico. E, poi, per quanto concerne
alcuni provvedimenti che hanno modificato sostanzialmente il sistema della
sosta e della circolazione all’interno del centro storico, nell’ottobre del
1991 furono introdotti i parcheggi a pagamento a tariffa differenziata e nel
novembre del 1994 entrò in vigore la circolazione “a stanze”.
Con l’ultima fase del sistema di
mobilità alternativa si introdussero ulteriori cambiamenti nell’assetto della
mobilità che portarono ad una sua configurazione, se non definitiva, comunque
non modificabile in un arco di tempo abbastanza ampio.
Tale fase fu definita, nelle sue
componenti essenziali, in seguito alla studio eseguito dal professor Filippi e
dall’ingegnere Ciuffini, riguardante la verifica e l’aggiornamento del piano
della mobilità e del piano integrato dei trasporti, approvato dal Consiglio comunale
nella seduta del 29 maggio del 1996.
Un unico, ma estremamente
importante, nuovo intervento strutturale caratterizzò la terza fase del
progetto: la costruzione di un parcheggio sotterraneo, che lasciò libera
completamente l’area dell’ex campo sportivo di via Roma. In tale area è stato
realizzato un piccolo campo di calcio e nella restante parte una zona a verde.
I piani del parcheggio sono due.
Ma nello studio citato, l’ingegnere Ciuffini formulò tre ipotesi: monopiano con
360 posti-auto, bipiano con 720 posti-auto, tripiano con 1.080 posti-auto. E
furono definite dieci possibili versioni del parcheggio, che si distinguevano a
seconda del numero dei piani, del fatto che i piani potessero essere in
elevazione o sotterranei, e del tipo di utilizzo della copertura. Il costo
variava tra gli 8 miliardi e 500 milioni e i 17 miliardi di lire.
Dei due piani che furono
effettivamente realizzati uno fu destinato ai residenti nel centro storico e
nell’altro si diede vita ad un parcheggio a rotazione, per i non residenti nel
centro storico.
I motivi che indussero a
costruire il parcheggio di via Roma furono diversi: liberare dalla sosta alcune
piazze cittadine, un diverso utilizzo dell’area dell’ex campo sportivo che, in
precedenza, era sede di un parcheggio, fornire un “ricovero” alle auto “lungo
stanti” di proprietà dei residenti, liberando così dalla sosta un certo numero
di vie vicine al nuovo parcheggio, fornire un parcheggio pertinenziale per le
auto degli eventuali futuri reinsediati nel centro storico di Orvieto.
Altri elementi di questa ultima
fase del sistema di mobilità alternativa possono essere considerati alcuni
interventi di moderazione del traffico. Innanzitutto una parte delle misure
attuabili in applicazione del progetto comunitario “Capture”, al quale il
Comune di Orvieto partecipò, in seguito ad un incarico specifico affidato al
professor Filippi. Le principali fra queste misure erano dissuasori fisici
della sosta, dossi artificiali, dossi combinati, restringimenti della
carreggiata, “chicanes”, strisce sonore, isole di traffico, spartitraffico,
rotatorie. La caratteristica comune di tutti questi interventi era
rappresentata dal fatto che con la loro forma fisica forzavano o proibivano
un’azione specifica. Gli svantaggi erano i costi, l’impatto negativo con
veicoli di servizio e di emergenza all’interno del centro storico. Inoltre tali
sistemi erano statici e dovevano essere appropriati per ogni ora del giorno e
della notte.
Occorre rilevare, poi, che nello
studio di Filippi e Ciuffini, veniva sostenuto che il blocco orario dalle ore
7,30 alle 9, per le auto dei non residenti, non appariva più di primaria
importanza, rispetto agli obiettivi del piano del traffico del 1990, alla luce
dei risultati ottenuti con l’adozione dello
112
schema di circolazione a stanze.
Infatti mentre tra il 1988 e il 1995 si era assistito ad un aumento dei veicoli
entranti e uscenti dal centro storico (passarono dalle 7.500 alle 9.500 unità),
parallelamente si verificò una notevole riduzione dei tempi di occupazione del
suolo pubblico urbano: infatti l’accumulo della sosta all’interno del centro
storico diminuì di circa il 50% nel periodo di punta (1.200 nel 1994 contro 600
nel 1995).
Nello studio di Filippi e
Ciuffini furono esaminate due ipotesi di moderazione del traffico. La prima
ipotesi era contraddistinta dal blocco veicolare e dall’introduzione di una
tariffa per i non residenti nel nuovo parcheggio di via Roma. I residenti
avrebbero potuto parcheggiare gratuitamente in quel parcheggio. Era previsto
anche un aumento della tariffa oraria dei parcheggi a pagamento, già esistenti,
all’interno del centro storico. Questa ipotesi avrebbe dovuto comportare
l’incremento dell’intermodalità pubblico-privato mediante il nodo di
interscambio del parcheggio della stazione ferroviaria a valle della funicolare
con conseguente incremento dell’utenza del trasporto pubblico. Sarebbe
diminuito inoltre il flusso veicolare all’interno del centro storico e si sarebbe
garantito un aumento dell’accessibilità agli utenti occasionali e a coloro che
non erano interessati alla fascia oraria 7,30-9. Nella seconda ipotesi erano
previsti alcun interventi che avrebbero risolto il problema della fluidità
veicolare e della sosta senza ricorrere a misure quali il blocco veicolare.
Anche in questo caso era ipotizzata l’introduzione di una tariffa per i non
residenti nel nuovo parcheggio di via Roma. Erano previste inoltre misure volte
a ridurre il numero dei posti auto disponibili lungo la viabilità principale e
secondaria all’interno del centro storico, l’aumento della capacità del
parcheggio di via Roma tramite la realizzazione in sotterraneo e/o in
elevazione di un autosilos in grado di soddisfare la domanda di stanziamento e ricoveri
di una parte rilevante dei residenti nel centro storico e di consentire il
recupero ad altri importanti usi della parte in superficie dell’area (si
precisa che inizialmente era stato ipotizzato che anche l’area dove sorgeva il
campo sportivo potesse essere utilizzata come parcheggio).
Un ulteriore elemento dell’ultima
fase del sistema di mobilità alternativa fu rappresentato dallo sviluppo
dell’utilizzo di sistemi di integrazione tariffaria. Si faceva riferimento ad
una serie di misure che permettessero all’utente di accedere a servizi di vario
genere mediante un’unica forma di pagamento. Lo scopo fondamentale era quello
di favorire l’intermodalità garantendo così all’utente una rete integrata di
spostamento che potesse essere competitiva con l’uso del veicolo privato. La
possibilità di accedere a più modalità di trasporto con un unico titolo di
viaggio determina infatti per il passeggero un notevole risparmio di carattere
economico a cui va aggiunto il risparmio di tempo e la maggiore semplificazione
legati alla possibilità di acquistare un unico biglietto. Il campo di
applicazione di tali provvedimenti poteva essere ampliato notevolmente rispetto
agli usi in precedenza prevalenti. Ad esempio si poteva utilizzare lo stesso
titolo di pagamento sia per servizi di trasporto pubblico che per servizi
legati all’uso di automobili (è il caso dei parcheggi a pagamento ma anche di
sistemi di pedaggio urbano o autostradale). Ai biglietti magnetici si può
affiancare l’uso di carte magnetiche o carte a microprocessore (“smart card”)
personalizzate che consentono l’addebito della tariffa dovuto direttamente sul
conto corrente del possessore, con possibilità di carte prepagate per coloro
che non sono dotati di conto corrente. Per i turisti la tariffa integrata avrebbe
potuto comprendere dei “pacchetti” di offerta in cui fossero incluse visite
guidate ad alcuni musei ed ai principali luoghi della città di particolare
interesse storico-artistico.
Inoltre, nell’ultima fase del
sistema di mobilità alternativa, già era ipotizzata l’introduzione di alcuni
cambiamenti nei meccanismi di funzionamento dei parcheggi a pagamento. Fu
previsto l’utilizzo dei cosiddetti “ausiliari del traffico” per il controllo
delle aree di sosta a pagamento, in modo tale che gli agenti della polizia
municipale fossero sgravati di alcune incombenze e potessero così dedicarsi in
misura maggiore allo svolgimento di altri compiti, in parte trascurati per
motivi di
113
tempo in considerazione della
scarsità dell’organico a disposizione dell’Amministrazione comunale. Poi fu
ipotizzata la possibilità di differenziare ulteriormente il sistema tariffario,
prevedendo un incremento della tariffa a partire dalla seconda ora di sosta. In
questo modo sarebbe stato favorito l’utilizzo dei parcheggi a pagamento,
situati nel centro storico, prevalentemente per soste di breve durata,
incentivando l’utilizzo, per soste di più lunga durata, dei parcheggi
all’esterno del centro storico. In prospettiva, in questo modo, sarebbe stato
anche possibile ridurre il numero dei parcheggi a pagamento nel centro storico,
liberando altre zone dalla sosta di autoveicoli.
Nello studio di Filippi e
Ciuffini furono ipotizzati anche altri interventi modificativi della situazione
esistente, di minore rilievo, senza che la loro fattibilità fosse
particolarmente approfondita (si trattava dei percorsi turistici ciclabili nel
centro storico, dei progetti per le strutture pedonali, del tipo di
organizzazione delle fermate, dei capolinea e dei punti di interscambio dei
mezzi pubblici collettivi, del tipo di organizzazione delle intersezioni
stradali della viabilità principale, del piano generale della segnaletica
verticale e del tipo di organizzazione della sosta per eventuali spazi laterali
della viabilità principale).
Anche in questo caso, cioè per
quanto riguarda il sistema di mobilità alternativa, come per le altre
componenti del PO, si può rilevare che, senza dubbio, per quanto riguarda gli
interventi strutturali, quelli ovviamente più importanti, tutti gli interventi
previsti furono realizzati, in tempi relativamente brevi. Ed anche in questo
caso si possono notare le correlazioni tra i diversi interventi, tali che è più
che legittimo parlare di sistema, e non invece di un insieme di interventi
scollegato e disorganico, per la realizzazione del quale furono sempre
perseguiti gli obiettivi iniziali.
Le forme di gestione delle varie
strutture sono state e sono diverse, e sono talvolta cambiate nel corso degli
anni. In alcuni casi è stata preferita la gestione diretta da parte del Comune
e in altri la gestione è stata affidata a soggetti esterni. Qualunque forma sia
stata utilizzata, si può senza dubbio sostenere che la gestione è stata
ampiamente positiva, sia per quanto concerne l’efficacia e l’efficienza dei
servizi erogati, sia per i risultati economici ottenuti.
114
Il palazzo dei congressi e il teatro Mancinelli
Nello stesso capitolo ho inserito
la ristrutturazione del palazzo del Popolo e del teatro Mancinelli perché, in
entrambi i casi, le attività di ristrutturazione sono state realizzate molto
bene ma, sempre in entrambi i casi, pur se per motivi diversi, la gestione
successiva, soprattutto dal punto di vista economico-finanziario, è stata
contraddistinta da notevoli problemi.
Uno degli interventi di maggiore
rilievo previsti dal PO è rappresentato dalla ristrutturazione del palazzo del
Capitano del Popolo o del Popolo (la seconda denominazione ha spesso
soppiantato la prima a partire dagli anni ’80) per realizzarvi un centro
congressi.
L’importanza della realizzazione
del centro congressi dipese soprattutto dal fatto che si considerò lo
svolgimento di attività congressuali come uno strumento di notevole rilievo per
garantire una trasformazione radicale del turismo orvietano, che era
prevalentemente di passaggio, contraddistinta da una considerevole crescita
della permanenza presso gli esercizi ricettivi. Tale obiettivo, per vari
motivi, però non fu raggiunto, in quanto l’indice di permanenza media,
nonostante la creazione del centro, non aumentò considerevolmente.
Prima di analizzare le caratteristiche
del centro congressi e le principali vicende che caratterizzarono la sua
gestione, può rivelarsi utile conoscere i precedenti utilizzi del palazzo, così
come furono illustrati in una delle diverse pubblicazioni, molto curate, che
l’Amministrazione comunale dedicò ai caratteri distintivi del PO. La
pubblicazione in questione risale al febbraio 1986 e i testi furono scritti da
Alberto Satolli.
“Tra gli antichi edifici
orvietani che, per mutamenti storici anche non radicali, hanno più volte
cambiato destinazione ed uso, il più importante è senza dubbio il palazzo del Popolo.
Concepito e realizzato nel
momento in cui il comune medievale raggiunse, proprio per l’avvento della massa
di popolo alla più alta responsabilità di potere, la forma più organica e
democratica nel governo della città-stato, il palazzo del Popolo significò
(urbanisticamente) la creazione di quel ‘terzo polo’ determinante per la
riqualificazione della struttura urbana e rappresentò (architettonicamente) una
sintesi imponente di tipologie già usate in altri palazzi pubblici medievali
nonché di tecniche costruttive e stilemi decorativi già sperimentati
nell’architettura civile orvietana.
L’istituzione del Capitano del
popolo risale, in Orvieto, alla precoce data del 1250, ma il palazzo - prima
‘del popolo’ poi ‘del capitano del popolo’, quando ampliando il palazzo fu
aggiunta l’abitazione del magistrato - non fu completamente costruito e
definitivamente utilizzabile fino al 1284.
La funzione principale del palazzo,
quella assembleare per cui era stato realizzato, durò pochi decenni, cioè
finchè il Comune fu retto da un governo popolare; con l’avvento della signoria
il palazzo del Popolo era già un simulacro e con l’annessione della città allo
Stato ecclesiastico diventò addirittura una presenza ingombrante e
compromettente al punto che, come i pontefici cercarono di annullare ogni
legittima aspirazione popolare, gli storiografi pontifici cercarono di
cancellare anche il ricordo del palazzo del Popolo.
Nella seconda metà del ‘300 il
palazzo del Popolo diventò residenza dei vicari papali e, successivamente, del
podestà; sede di chi amministrava la giustizia contro il popolo, l’edificio era
115
ormai una specie di palazzo di
giustizia e la sua funzione primaria fu quella di carcere, un carcere ben
distinto in tre settori con celle d’isolamento ‘subtus campanam’.
Nel 1480 furono necessari i primi
‘restauri’, così radicali che si parlò di reedificazione mentre si trattò, in
pratica, di una semi-demolizione; altri restauri del palazzo che, abbandonato e
cadente, aveva perduto anche l’immagine di palazzo pubblico, furono eseguiti
‘alla meglio affinchè stesse su’ nella seconda metà del ‘500.
Nel 1616 i padri della dottrina
cristiana sistemarono al piano terreno del palazzo una scuola, sostituita trent’anni
dopo dal Monte di pietà, mentre il piano superiore, già usato per ‘recitare la
comedia’ fin dal 1572 fu occupato nel 1680 dall’Accademia della Fenice che vi
costruì un teatro ligneo con quattro ordini di palchi, inaugurato nel 1683 e
funzionante fino al 1835.
I restauri di fine ‘800, in epoca
di neo-gotico imperante, riportarono il palazzo del Popolo alla sua forma
medievale, ma non potevano certo restituirgli la sua destinazione originaria:
utilizzato in seguito per qualche mostra, finì per essere trasformato al
pianterreno in un cinema e al primo piano in deposito-laboratorio per i costumi
del corteo storico, mentre nella torre (dove nel XV secolo erano le carceri
delle donne) trovò posto per alcuni decenni l’Archivio di Stato…”.
Nella seconda metà degli anni ’80
del XX secolo furono eseguiti accurati lavori di ristrutturazione finalizzati a
realizzare un moderno ed efficiente centro congressi. Quei lavori, che vennero
quasi completamente finanziati con fondi comunali - diversamente da quanto
avvenne per la quasi totalità degli interventi previsti dal PO che furono
finanziati con fondi statali - e realizzati prevalentemente da aziende locali,
comportarono una spesa complessiva pari a 5 miliardi e 700 milioni di lire (2
miliardi e 900 milioni per opere di consolidamento e strumentali, 1 miliardo e
200 milioni per impianti tecnici e speciali e 1 miliardo e 600 milioni per gli
arredi). I lavori ebbero termine nel 1990.
Il Centro congressi dispone di
più sale: la sala dei 400, la sala Expo e la sala Etrusca. La sala dei 400,
ubicata al primo piano, è in grado di ospitare fino a 400 persone ed è dotata
di impianti tecnologici di elevata funzionalità (un maxischermo collocato sopra
al palco degli oratori, sistemi di amplificazione, videoproiezione e videoregistrazione,
cabina regia e impianto fisso a raggi infrarossi per la traduzione simultanea,
sistema elettronico di oscuramento per le proiezioni). La sala Expo, situata al
piano terreno, è un’area polivalente utilizzabile sia per esposizioni e mostre
che per riunioni o seminari fino a 200 persone, oltre che per occasioni
conviviali. La sala Etrusca, situata nel piano interrato, ha una struttura
modulare in grado di accogliere meeting da 15 fino a 120 partecipanti, essendo
suddivisibile in tre salette indipendenti grazie a pareti mobili scorrevoli
fonoassorbenti.
Esaminando le caratteristiche
delle sale risulta evidente che il centro congressi può ospitare convegni di
piccole o medie dimensioni e rivolgersi però a un segmento di mercato anche
medio-alto.
Il centro congressi iniziò
effettivamente la propria attività nel 1991, anche se alcune manifestazioni vi
furono organizzate già nel 1990.
Il centro fu gestito direttamente
dal Comune per quattro anni, fino al 1994, dalla ripartizione Affari economici.
Per i primi tre anni la direzione fu affidata ad un consulente esterno. Con il
1995 la gestione passò ad una S.p.A, denominata “Orvieto Convention Bureau”, in
seguito alla stipula di
116
un’apposita convenzione tra
Comune e Società, avvenuta il 2 novembre 1994. Per la verità l’intenzione
dell’Amministrazione comunale di attribuire la gestione del centro ad una
società esterna risaliva a diversi mesi prima del momento in cui venne presa la
decisione definitiva. La nascita dell’ “Orvieto Convention Bureau”, infatti, fu
piuttosto travagliata, soprattutto perché il Comune, pur intendendo partecipare
alla società, sosteneva l’ipotesi di lasciare la maggioranza delle azioni in
mano privata, ad una pluralità di operatori economici. Non fu facile però
convincere un buon numero di soggetti privati ad aderire. Alla fine ci si
riuscì e il numero complessivo dei soci dell’O.C.B. oltrepassò le 50 unità,
compresi anche il Comune di Orvieto e la Fondazione della Cassa di Risparmio di
Orvieto, raggiungendo un capitale sociale di 233 milioni di lire.
La decisione del Comune di
affidare la gestione del centro ad una società esterna era motivata dalla
necessità di realizzare una gestione meno complessa e più tempestiva rispetto
alla precedente. La volontà dell’Amministrazione di fare in modo che la
maggioranza delle azioni fosse nelle mani dei privati era determinata dall’idea
che, in questo modo, la gestione sarebbe stata più efficiente e soprattutto
rivolta al massimo coinvolgimento degli operatori economici di settori collegati
all’attività congressuale, coinvolgimento che, si pensava, sarebbe stato
indispensabile per un buon funzionamento del centro congressi. In realtà tale
obiettivo fu raggiunto solo in minima parte.
L’Orvieto Convention Bureau
S.p.A., costituita il 27 ottobre 1993, aveva come oggetto sociale le seguenti
attività: l’utilizzazione e la gestione del palazzo del Popolo nonché di
ulteriori strutture e immobili ubicati nella città di Orvieto e con essa
territorialmente collegati, già destinati o destinabili ad attività attinenti
al sistema congressuale; lo svolgimento, nelle sedi indicate, di attività
culturali di vario tipo quali l’organizzazione di congressi, dibattiti, tavole
rotonde, seminari, concerti, esposizioni, mostre, e la promozione di attività
artistiche, turistiche ed artigianali; lo studio e l’attuazione di una
continuata ed articolata attività promozionale delle strutture facenti capo
alla Società. L’amministrazione della Società fu affidata ad un consiglio di
amministrazione composto da sette membri. La nomina dei consiglieri era
effettuata dall’assemblea dei soci, fatta salva la facoltà di nomina che veniva
conferita, ai sensi dell’art. 2458 del codice civile, ai soci enti pubblici. I
consiglieri nominati dai soci enti pubblici non potevano essere complessivamente
più di tre. Il consiglio di amministrazione eleggeva nel suo seno il presidente
e il vice presidente. Il consiglio di amministrazione poteva nominare un
direttore generale il quale doveva operare nell’ambito degli indirizzi
programmatici individuati dallo stesso consiglio.
Con la convenzione tra il Comune
e l’O.C.B., il Comune si impegnò a concedere all’O.C.B. l’uso temporaneo del
palazzo del Popolo, uso temporaneo che doveva essere esplicitamente richiesto
di volta in volta per iscritto (il Comune poteva negare l’uso richiesto
solamente se intendeva usufruire in concomitanza delle stesse strutture per
iniziative da esso promosse che non avessero comunque finalità di lucro).
L’O.C.B. era tenuta a versare al Comune un corrispettivo per l’uso temporaneo
delle strutture e delle attrezzature del palazzo del Popolo. Nel corrispettivo
si intendevano incluse le spese di energia elettrica, di riscaldamento e/o
condizionamento dei locali dati in uso, quelle attinenti al trattamento
dell’aria ed al funzionamento degli ascensori e degli impianti tecnologici
fissi e mobili, unitamente al consumo di acqua per i servizi igienici e per il
bar (erano escluse le spese di consumo del telefono). All’O.C.B. spettava di
provvedere alla pulizia generale delle strutture concesse in uso, per tutto il
periodo della concessione temporanea. La durata della convenzione fu fissata in
6 anni e poteva essere tacitamente prorogata per un analogo periodo.
Negli anni (1995, 1996, 1997) in
cui la gestione del centro congressi fu affidata all’Orvieto Convention Bureau,
l’utilizzo del centro non è stato notevole. Non si è cioè verificato quel
“decollo” della struttura congressuale che, da più parti, ci si attendeva,
soprattutto per accrescere
117
l’indotto economico derivante dallo
svolgimento dei congressi. Nel 1995 il centro congressi fu utilizzato in 49
occasioni per iniziative di varia natura, 21 delle quali organizzate o
patrocinate dal Comune. Delle iniziative promosse dall’O.C.B. solo 9 hanno
avuto una durata maggiore di una giornata. Complessivamente il centro fu
utilizzato per 68 giorni. Nel 1996 il centro congressi fu utilizzato per 52
eventi, 30 dei quali organizzati o patrocinati dal Comune. Degli eventi
promossi dall’O.C.B. solo 3 ebbero una durata maggiore di una giornata.
Complessivamente il centro fu utilizzato per 65 giorni. Nel 1996, quindi, come
del resto anche nell’anno precedente, i veri e propri congressi ospitati nel
palazzo del Popolo furono pochi. Nel 1997 la situazione migliorò, ma non in
modo particolarmente consistente. Dispongo solo dei dati al 12 settembre di
quell’anno: 33 furono gli eventi tenutisi presso il centro congressi, di cui 10
hanno avuto una durata maggiore di una giornata. Il centro fu utilizzato per 51
giorni.
I risultati conseguiti in termini
di utilizzo del centro congressi ebbero degli evidenti ed inevitabili riflessi
sul bilancio economico dell’Orvieto Convention Bureau.
Nel 1995 il conto economico fu
caratterizzato dal verificarsi di una perdita d’esercizio, peraltro di non
eccessiva entità, pari a L. 23.312.394. Tale risultato negativo è stato
determinato da un totale dei ricavi pari a L. 342.822.698 e da un totale dei
costi pari a L. 366.135.092. Fra i costi le voci che hanno assunto i valori più
elevati sono state la spesa per ristoranti ed alberghi (L. 93.423.018), la
spesa per consulenza e progetti (L. 50.000.000) e quelle per prestazioni di
terzi (L. 50.965.010) - la gran parte delle quali derivanti dalle attività
promozionali affidate a soggetti esterni -, la spesa per i servizi di
segreteria (L. 27.460.100) e la spesa per l’utilizzo della sala (L.
27.085.000).
Nel 1996 la perdita d’esercizio
ha assunto dimensioni molto consistenti (è stata pari a L. 178.851.999). Tale
risultato economico fortemente negativo è stato determinato da un totale dei
ricavi pari a L. 122.394.823 e da un totale dei costi pari a L. 301.246.822. A
fronte quindi di una riduzione dei ricavi del 64%, i costi diminuirono solo del
18%. La riduzione dei ricavi per servizi è stata anche superiore (pari al 68%)
alla stessa diminuzione del totale dei ricavi. Quindi la forte contrazione dei
ricavi per servizi, dovuta alla notevole riduzione delle attività congressuali
promosse dall’Orvieto Convention Bureau, accompagnata all’impossibilità o alla incapacità
di diminuire fortemente i costi, ha causato l’elevato disavanzo di bilancio che
ha avuto conseguenze sulla stessa natura della società. Fra i costi le voci che
hanno assunto i valori più elevati sono state rappresentate dalla spesa per
prestazioni da terzi (L. 43.570.765) e da quella per consulenza e progetti (L.
40.000.000), dalla spesa per pubblicità e promozione (L. 27.810.053), dalla
spesa per servizi di segreteria (L. 28.716.000), dalla spesa per ristoranti e
alberghi (L. 22.896.717), mentre la spesa per l’utilizzo delle sale si è
considerevolmente ridotta, rispetto all’anno precedente, fino ad arrivare a L.
4.930.000.
Il forte disavanzo verificatosi
nel 1996 ha fatto sì che i soci, nel corso dell’assemblea tenutasi il 28 aprile
1997, hanno dovuto prendere decisioni importanti per il futuro della società.
Infatti, con la perdita del 1996 aggiuntasi a quella relativa all’esercizio
1995, il capitale sociale subì una riduzione superiore ad un terzo del valore
iniziale. Quindi i soci avrebbero dovuto o ripianare le perdite con conseguente
ricapitalizzazione della S.p.A. o mettere in liquidazione la società oppure
trasformarla in altra forma giuridica nei limiti del capitale restante e/o
nuovamente sottoscritto. Fu scelta l’ultima alternativa. L’O.C.B. è stata trasformata
in società consortile a responsabilità limitata. Degli oltre 50 soci iniziali,
confermarono l’adesione alla società consortile solo 12, tra i quali comunque
il Comune di Orvieto e la Fondazione della Cassa di Risparmio di Orvieto,
ciascuno dei quali ebbe una quota del capitale sociale pari a L. 2.000.000.
Tali vicende hanno inciso fortemente quindi sulle stesse caratteristiche
dell’O.C.B. e la sua trasformazione in società consortile fu quasi una scelta
118
obbligata che, per la verità, si
sarebbe potuta rivelare utile in futuro per vari motivi (possibilità di
ottenere contributi derivanti da fondi dell’Unione europea per l’effettuazione
di attività promozionali - per due volte in passato ciò non fu possibile in
seguito alla natura giuridica di S.p.A - e possibilità di ottenere contributi
da parte degli enti pubblici soci).
Era evidente però che, se negli
anni a venire, i risultati economici e non connessi alla gestione del centro
congressi non fossero migliorati sensibilmente, si sarebbe potuta verificare
nuovamente una situazione di crisi che, necessariamente, avrebbe dovuto essere
affrontata con un esborso finanziario, anche consistente, da parte dei soci, ed
inoltre l’obiettivo principale che ci si pose sin dall’inizio dell’attività del
centro congressi - la creazione di un notevole indotto economico - sarebbe
stato ancora una volta mancato.
Negli anni successivi si venne a
determinare una nuova e pesante
situazione di crisi, relativamente alla società consortile, che cessò pertanto
la sua attività. Si passò di nuovo alla gestione diretta da parte del Comune di
Orvieto che non migliorò i risultati conseguiti, nel senso che il numero dei
congressi che si svolsero fu sempre, nel corso dei diversi anni fino ad oggi,
molto ridotto.
La causa di questi risultati così
negativi non può che essere individuata nell’incapacità da parte dei soggetti
che si sono alternati nella gestione del Centro congressi a svolgere
efficacemente questo compito. E questo non solo perché non furono individuate
persone realmente competenti nelle diverse attività necessarie alla gestione
del centro. Peraltro tali persone non era facile individuarle avendo a
disposizione risorse finanziarie non certo molto consistenti.
A mio avviso, il motivo
principale fu un altro. Si sbagliò fin dall’inizio il modo di concepire la
gestione del centro. Io in occasione della conferenza sul turismo che si tenne
nel 1985 realizzai, gratuitamente peraltro, uno studio di fattibilità
riguardante la futura società di gestione del centro, basato principalmente
sulle modalità di gestione di altri centri congressi operanti da tempo, in
altre città italiane. E da questo studio emerse un aspetto principale che,
successivamente, fu trascurato.
Quasi tutti i centri congressi
operanti in Italia presentavano dei deficit nella gestione
economico-finanziaria, che venivano coperti generalmente con contributi erogati
da enti pubblici, i quali peraltro nella quasi generalità dei casi avevano la
proprietà ampiamente maggioritaria delle società di gestione (i privati avevano
piccole quote del capitale sociale), contributi che erano giustificati dal
possibile rilevante indotto economico determinato dallo svolgimento delle
attività congressuali. Tali contributi di fatto assumevano la natura di vere e
proprie spese pubbliche di investimento in quanto tendevano a migliorare
sensibilmente la situazione economica dei territori dove operavano i centri.
Pertanto non sarebbe stato
improponibile che il Comune di Orvieto, la Fondazione della Cassa di Risparmio
di Orvieto ed altri enti pubblici erogassero contributi anche consistenti per
rendere più agevole ed efficiente la gestione del centro congressi, consentendo
ad esempio una politica tariffaria più competitiva, rispetto agli altri centri
concorrenti, in modo tale da acquisire un maggior numero di convegni. Tali eventuali
contributi finanziari sarebbero stati però giustificati solo se effettivamente
avessero determinato il verificarsi di un consistente incremento delle attività
congressuali svolte presso il palazzo del Popolo.
Ciò però avrebbe richiesto, come
condizione necessaria, che fossero stati affrontati alcuni problemi che hanno
condizionato l’attività portata avanti dall’Orvieto Convention Bureau. Tali
problemi sono stati, fra gli altri, un’insufficiente qualificazione delle
risorse umane utilizzate nella gestione quotidiana del palazzo (sarebbe stato
auspicabile che fosse stata individuata una figura di direttore
119
del Centro congressi con notevole
esperienza maturata nel settore) - peraltro tale insufficiente qualificazione
delle risorse umane si sarebbe potuta evitare solo se gli enti pubblici
avessero erogato contributi di notevole entità -, un’insufficiente capacità di gestione
dei componenti del consiglio d’amministrazione (i soci avrebbero dovuto
individuare anche in questo caso persone più qualificate) e le inefficienze che
caratterizzavano, e caratterizzano ancora, una parte consistente del sistema
ricettivo locale, che è contraddistinto anche dall’insufficiente numero di
esercizi, adatti ad ospitare i partecipanti ai congressi, presenti nel centro
storico (tale situazione potrebbe modificarsi attivandosi per migliorare la
qualificazione degli operatori già presenti e la qualità dei servizi erogati, e
per aumentare il numero degli esercizi alberghieri, di categoria elevata,
operanti nel centro storico).
Proprio in base a queste ultime
considerazioni, diverse Amministrazioni comunali, che si sono succedute nel
corso degli anni, si sono attivate affinchè sorgesse nel centro storico almeno
un nuovo esercizio ricettivo, di categoria elevata e con un numero consistente
di posti letto in grado di ospitare eventualmente tutti i partecipanti ai convegni
e cioè al massimo 400 persone. Tale obiettivo non è stato ancora perseguito,
anche per gli ostacoli frapposti da vari soggetti al suo conseguimento, ma
rimane ancora valido e attuale.
Il fatto che problemi inerenti
gli esercizi ricettivi abbiano influenzato negativamente la possibilità di organizzare
convegni presso il centro congressi di Orvieto è dimostrato anche da alcuni
dati, sempre relativi al 1996 e al 1997. Nel 1996 15 dei 30 eventi congressuali
per i quali non fu ritenuta Orvieto idonea rispetto alle richieste formulate
non si sono tenuti presso il palazzo del Popolo per problemi riguardanti la
struttura ricettiva locale. Nel 1997, poi, 5 dei 31 eventi congressuali,
potenzialmente interessati al Centro congressi di Orvieto, non si sono svolti
sempre per problemi relativi alla struttura ricettiva orvietana.
Un altro degli interventi di
maggior rilievo previsti dal PO è rappresentato dal restauro del teatro
Mancinelli.
Quanto scrivo sulla
ristrutturazione del teatro è ripreso dal volume “Il restauro del Teatro
Mancinelli di Orvieto”, editore Maggioli, realizzato da vari autori.
Nel 1979 il teatro Mancinelli fu
dichiarato inagibile e fu chiuso al pubblico, soprattutto per realizzare le
necessarie operazioni di adeguamento alle normative di sicurezza. I lavori di
restauro ebbero inizio però solo nel 1991.
Prima di illustrare le principali
caratteristiche di tale restauro, ho ritenuto opportuno di occuparmi di alcune
vicende relative alla costruzione del teatro.
Nella nostra città, tornata ad
essere capoluogo della Delegazione apostolica di Orvieto, istituita nel 1831,
si avvertì sempre di più il bisogno di un nuovo teatro e, come in ogni centro
della provincia italiana, i nobili imborghesiti ritennero necessaria la
presenza di un edificio per pubblici spettacoli in cui la società borghese si
autorappresentasse. E quarantaquattro azionisti, il 6 dicembre 1838,
costituirono una società denominata “Consorzio teatrale” per l’edificazione a
proprie spese del nuovo teatro, una volta constatato che “…quello antico che
esiste costruito in legno era, per questa ragione, e per la sua grande vetustà,
di evidente pericolo nel suo uso, né presentava quel decoro di cui pregiarsi
deve a ragione ogni ben civilizzata popolazione”. Il vecchio teatro iniziò la propria
120
attività nel 1683 e fu realizzato
nel salone superiore del palazzo del Popolo che, peraltro, era stato già
adibito a teatro, in precedenza.
Fu incaricato, nel 1841, del
progetto del nuovo teatro Giovanni Santini, il quale, in pochi mesi, terminò il
suo lavoro. I lavori iniziarono nel 1842 ma ebbero una lunga durata,
principalmente per problemi di natura economica, restando fermi per diversi
anni. Nel 1853 fu sostituito il progettista, perché nel frattempo erano state
formulate numerose critiche sulla bontà del progetto di Santini, e fu scelto
Virginio Vespignani. Ma solo nel 1866 i lavori terminarono, il 1° maggio di
quell’anno fu reso pubblico il programma della stagione teatrale, la prima di
una lunga serie, e il nuovo teatro fu inaugurato il 19 maggio 1866 con la
rappresentazione dell’opera “La favorita”, musicata da Donizetti. E il 9 marzo
1922 il teatro fu denominato “teatro Mancinelli”, in memoria di due fratelli,
Marino e Luigi Mancinelli, entrambi musicisti, il secondo direttore d’orchestra
e compositore, nati ad Orvieto.
Dopo la dichiarazione di
inagibilità che, ripeto, risale al 1979, il Comune di Orvieto incaricò il
Laboratorio Artistico Cooperativo del rilievo dell’edificio, della ricerca
storica e di un primo progetto di restauro funzionale del teatro che fu redatto
dagli architetti Flavio Leoni e Alberto Satolli. Successivamente la Regione
dell’Umbria, nell’ambito dei finanziamenti previsti dai Fondi Investimenti e
Occupazione (Fio) presentò un progetto complessivo di restauro e riattivazione
dei teatri storici e razionalizzazione del circuito teatrale.
Tale progetto fu finanziato e
definito, per lo stralcio relativo al teatro Mancinelli, con l’affidamento
dell’incarico all’architetto Lemmi e l’assegnazione dei lavori alla ditta
S.A.C.A.I.M., la quale, a sua volta, subappaltò il cantiere di Orvieto alla
ditta Cornacchini di Foligno. L’esecuzione dell’opera che fu sospesa per la
mancanza dei fondi necessari all’intervento, aveva però purtroppo già creato i
primi problemi, uno dei quali, la distruzione delle originali casse armoniche
da cui dipendeva la perfetta acustica del teatro, fonte di forti polemiche.
Questa prima tranche di lavori aveva realizzato il nuovo corpo per le scale di
emergenza e di servizio, eseguito il consolidamento - tramite sottofondazioni e
micropali - delle murature del boccascena, del palcoscenico e del
retropalcoscenico, scavato la zona sotto il palcoscenico (cosa che aveva
provocato la distruzione delle casse armoniche) in quanto era stato previsto di
abbassare il piano del palcoscenico e del golfo mistico, di realizzare alcuni
muri e le attuali uscite di sicurezza.
Con il rifinanziamento dei fondi
Fio, avvenuto nel 1986, la Regione Umbria incaricò poi gli architetti Salvatici
e Ripa di Meana e l’ingegnere Massaccesi della redazione del progetto di
scenotecnica. Il progetto, in realtà, non fu realizzato con i fondi Fio, anche
se nel 1988 l’incarico della direzione dei lavori fu affidato all’architetto
Orsoni.
E’ nel 1987, con la legge
speciale n. 545 destinata a Orvieto e Todi, che venne approvato e
successivamente finanziato uno stralcio del programma presentato dalla
Soprintendenza riguardante i lavori necessari al recupero del patrimonio
storico-artistico, monumentale ed archeologico delle due città e comprendente
anche il teatro Mancinelli.
Il ministero per i Beni
Culturali, tramite concessione, affidò la gestione di una grossa parte del
finanziamento alla società Bonifica, del gruppo Iri, la quale incaricò del
progetto di restauro la società R.P.A. e nomino consulenti per l’aspetto
architettonico l’architetto Signorini, per la ricerca storica l’architetto
Satolli e per la parte impiantistica l’ingegnere Spinozzi. Il progetto ultimato
da R.P.A. nel 1990, fu approvato sia dalla Soprintendenza sia dal ministero dei
Beni Culturali, i quali si riservarono di apportarvi tutte quelle modifiche che
durante il corso dei lavori si sarebbero
121
ritenute necessarie sia per
motivi di salvaguardia storico-monumentale che tecnici. Nello stesso anno i
lavori furono affidati alla associazione temporanea d’impresa costituita da
Fioroni Sistema S.p.A., capogruppo mandataria, Consorzio Cooperative Costruzioni,
Consorzio recupero, Todini Costruzioni Generali S.p.A., I.C.L.A. S.p.A., S.E.M.
S.p.A., Umbria 90, EDIL 2000 S.r.l., che, iniziati i lavori il 3 ottobre 1991,
dopo due anni ha ristrutturato e restaurato l’intero edificio, riconsegnandolo
finalmente alla città di Orvieto.
A questo punto, è bene rilevare
che l’affidamento, da parte del ministero per i Beni Culturali, della gestione
dei lavori alla società Bonifica, del gruppo Iri, suscitò non poche polemiche
perchè si ebbe il timore che, in questo modo, non si potesse verificare una
gestione trasparente dei lavori e che si determinasse un allungamento dei tempi
entro i quali essi dovevano essere terminati.
Per realizzare i lavori di
restauro, recupero e valorizzazione del teatro, ci si è dovuti confrontare con
problemi di carattere tecnico ma anche storico, culturale e scientifico.
Del resto, la situazione
all’indomani della chiusura non si presentava affatto confortante. Si possono
citare, come esempi eclatanti, che del palcoscenico era rimasto pressocchè
nulla, delle casse armoniche solo alcuni frammenti e la totale mancanza di un
rilievo. Pertanto, la ricostruzione delle parti più importanti del teatro,
oltre ad essere preceduta da un attento studio di altri edifici simili, è anche
avvenuta nel rispetto dei materiali originali (muratura di tufo e malta di
calce per le casse armoniche e legname per il palcoscenico, compresa la
struttura portante) e con l’obiettivo dichiarato di non alterare in alcun modo
l’acustica del teatro. Un problema, questo, che è andato di pari passo con la
ricerca costante delle soluzioni più adeguate per mantenere inalterato il
sistema architettonico, le forme, i colori, i materiali originali del
Mancinelli, e con la costante individuazione di quegli accorgimenti tecnici
che, sposandosi con materiali ed architettura originali, non creassero un
impatto tecnico ed estetico con l’organismo teatrale.
Uno degli esempi che dimostrano
felicemente la validità del progetto perseguito è quello relativo al
consolidamento delle volte, e soprattutto alla ricostruzione della
pavimentazione in cotto la quale è parzialmente avvenuta con l’utilizzo di
materiale praticamente identico a quello originale. Laddove infatti non era
necessario intervenire per il consolidamento di solai e volte (foyer, galleria
ed altri locali), si è cercato di conservare e restaurare in loco le bellissime
pavimentazioni originali in cotto evitando così, grazie alle continue e
svariate soluzioni alternative studiate, la loro rimozione per il passaggio
dell’impiantistica. Le coperture, di cui si sono sostituite solo alcune piccole
parti, sono state interamente restaurate con il restauro della “graticcia” in
legno necessaria al sostegno dei sipari e delle scene ed alla struttura in
legno, “incannucciata”, del grande soffitto finemente dipinto da Cesare
Fracassini. Proprio questo restauro dà un’immagine aderente alla filosofia
ricostruttiva: in effetti il legname è stato non solo ignifugato con speciali
vernici, ma anche maggiormente garantito dall’ “invenzione” di un sistema di
spegnimento automatico di tutta la zona sottotetto ben inserito nell’insieme.
Anche l’inserimento di nuove
strutture in acciaio, in grado di sopportare i carichi, di pareti divisorie
necessarie per adeguare l’edificio alle norme di sicurezza, non ha comportato
alcuna modifica estetica. E così vale per tutte le canalizzazioni degli
impianti tecnologici, che sono state tutte realizzate “a scomparsa”, fatta
eccezione, ad esempio, per le bocchette di ventilazione che comunque sono state
mascherate in maniera soddisfacente. Gli intonaci, sia interni che esterni,
sono stati invece rigorosamente ripristinati con malte simili a quelle
originali (calce e sabbia con totale esclusione del cemento) e compatibilmente
con la struttura muraria sottostante. E’ importante
122
sottolineare come il problema del
ripristino e del rifacimento degli intonaci è stato affrontato con l’intenzione
di restaurare e consolidare l’esistente. Dopo numerose sperimentazioni
realizzate con materiali tradizionali, e non volendo utilizzare resine che,
seppure studiatissime, non sarebbero comunque risultate compatibili con le
antiche murature (e sicuramente con il tempo avrebbero comportato seri ed
insolvibili problemi di conservazione: è noto che questi materiali diminuiscono
la permeabilità delle superfici cui si applicano con le conseguenze che si
possono immaginare), si è optato per il rifacimento parziale delle parti ammalorate
con le stesse tecniche e con gli stessi materiali originali, anche in
considerazione del fatto che l’intonaco, ovvero lo strato protettivo delle
murature, era già stato realizzato in previsione di un suo rifacimento, inteso
come ordinaria manutenzione del fabbricato.
Questo discorso induce ad
esaminare il progetto relativamente ad un aspetto di primaria importanza: la
tinteggiatura. Questa è stata rigorosamente eseguita con calce e terre
naturali, oltre che senza alcuna aggiunta di collanti naturali o sintetici e
nel rispetto della coloritura originale, individuata dopo alcuni saggi compiuti
sulla facciata. Anche i tinteggi interni sono stati realizzati con gli stessi
materiali, questa volta con l’aggiunta di collanti naturali studiati con l’intento
di realizzare tempere molto simili a quelle originali sia in tonalità di colore
che in sensazione visiva e tattile. Anche nel caso dell’intervento che
sicuramente ha profondamente modificato l’aspetto del teatro, ovverosia la
tinteggiatura interna dei palchetti, il progetto ha sempre mantenuto fede allo
spirito di conservazione delle origini. I palchetti, infatti, all’inizio dei
lavori avevano una colore rosso-porpora molto scuro, cupo a tal punto da
ridurre i palchetti stessi a zone d’ombra molto profonde e da rendere l’intero
teatro pesante e severo (esattamente il contrario di come lo aveva voluto il
Vespignani, che, come si è già accennato, aveva pensato ad un luogo di allegria
e di “gaiezza”). La scelta, per valorizzare in senso autentico questa sorta di
“vetrina” del teatro, è stata perciò quella di ripristinare la tinteggiatura
originale che fortunatamente è stata ritrovata eseguendo alcuni saggi al di
sotto del colore esistente. Tale originaria vernice, che una volta impiantata
dà all’ambiente una luce molto più chiara e gioiosa, è arricchita anche da
riquadrature colorate che ne mettono in evidenza l’architettura. Grazie a
questa soluzione precisa e nel contempo coraggiosa l’intero teatro, assieme al
soffitto, si presenta come una atmosfera più leggera, tornando anche ad essere
quell’ “unicum” di colori e sfumature voluta dal progettista.
Altrettanta attenzione è stata
posta per gli arredi, i quali sono stati realizzati nel rispetto delle attuali
normative di sicurezza. Le sedie dei palchetti hanno infatti oggi lo stesso
tipo di legno e la stessa forma di quelle originali, fatta eccezione per il
tessuto che doveva essere obbligatoriamente ignifugato, come pure ignifugato
doveva essere quello delle poltrone, delle tende e dei sipari. Si è cercato
pertanto un velluto in linea con le attuali norme di sicurezza che per colore,
pesantezza e sensazione tattile fosse il più possibile simile a quello
originale. Molta attenzione è stata posta anche ai particolari dell’arredo.
Così, le maniglie delle porte sono state scelte tra quelle simili alle
originali (non più funzionanti); la tinta delle porte, realizzata a pennello, è
tale da collocarle armonicamente nel contesto architettonico originale; gli
appendiabiti sono stati ripristinati con materiale e forma identici ai pochi
rimasti.
Una parola particolare va spesa
per i lampadari, che hanno causato problemi di non facile soluzione, tali da
meritare un discorso più approfondito. E’ noto che i corpi illuminanti, a norma
delle attuali leggi in materia di prevenzione incendi, devono avere, per luoghi
di pubblico spettacolo, un elevato grado di protezione. Nel caso dei lampadari
e delle appliques della platea e dei palchetti, riuscire a dare la protezione
richiesta era molto improbabile tanto che, dopo i primi tentativi e con molta
riluttanza, si era pensato alla loro sostituzione. Dopo numerose prove e
ricerche, attingendo alla letteratura relativa alla progettazione di tecnologie
per situazioni ad altissimo rischio (petroliere,
123
centrali nucleari, ecc…) e grazie
all’utilizzazione di cavi a protezione minerale inguainati nel rame e
portalampade altrettanto protetti, si è riusciti a salvare le appliques
originali le quali, dal punto di vista normativo, ma non estetico, sono
diventate degli elementi di supporto perfettamente in linea con le attuali
necessità di sicurezza. Medesima operazione di restauro e conduzione entro i
canoni delle norme di sicurezza sono valse per il grande lampadario della
platea che per quello del foyer. Si sarebbe voluto fare così anche per tutti
gli altri corpi illuminanti dell’edificio. Ciò è invece stato impossibile,
purtroppo, in quanto tali corpi erano parzialmente mancanti o sostituiti nel
corso degli anni di vita del teatro; si è pertanto scelto di uniformarli
adottando delle lampade moderne che per forma e materiali si inserissero nel
contesto architettonico e decorativo neoclassico del teatro. Speciale
attenzione è stata riservata, in conclusione, alla scenotecnica ed a tutta la
zona “palcoscenico” e “golfo mistico”. Quest’ultimo, notevolmente ampliato al
di sotto del palcoscenico così da poter ospitare comodamente circa trenta
orchestranti, è stato progettato per mantenere e migliorare la sua acustica,
con una conchiglia fonica in materiale speciale in grado di controllare con sicurezza
risonanze ed altri effetti sonori non voluti. Il palcoscenico, poi, fornito di
un ampio e comodo sotto-palcoscenico realizzato tutto in legname secondo i
dettami classici della costruzione di queste strutture, è anche stato fornito
di piani sbotabili affinchè possa offrire quella flessibilità necessaria a
rendere il teatro adatto ad accogliere le più svariate tipologie di
rappresentazioni.
Sono stati poi rimessi in opera
il sipario storico raffigurante Belisario che libera Orvieto dall’assedio di
Vitige, ed il cosiddetto “comodino”, mentre il grande sipario in velluto e le
quinte sono tutte di nuova realizzazione. Tutto il complesso poi delle scene,
sipari, quinte, “americane” ecc…, è stato infine completamente meccanizzato
attraverso tiri motorizzati comandati elettricamente, senza parlare poi
dell’impiantistica elettrica necessaria alle varie funzioni: dagli spianamenti
all’illuminazione fissa, dai comandi al palco di regia agli interfoni nei
camerini, e così via. Gli stessi camerini sono stati ricostruiti secondo
moderne esigenze di funzionalità ed economicità e senza nulla togliere al
comfort. Ognuno di essi è dotato di bagno con doccia, aria condizionata e
l’essenziale mobilio, con il pavimento in parquet di legno, lo stesso presente
nelle sale comuni e nelle sale prova. Grande attenzione e spazio sono poi stati
riservati, nel piano interrato, agli ambienti destinati ad accogliere le
attrezzature e l’impiantistica necessaria a far funzionare questa grande e
complessa macchina che è diventata il teatro Mancinelli; nel logico rispetto
delle più rigorose norme di sicurezza e funzionalità che attualmente sono
richieste per un grande locale di pubblico spettacolo.
Mi sembra, poi, interessante
saperne un po’ di più sul restauro del sipario, realizzato da Cesare
Fracassini, denominato “Belisario che libera Orvieto dai Goti”, che può, legittimamente,
essere considerata una delle parti più importanti dell’intero teatro. Il
sipario e il “comodino”, rappresentante la continuazione illusionistica degli
ordini e della decorazione della bocca d’opera, di Annibale Angelini e di
Cesare Fracassini, furono rimossi dal teatro in occasione dei primi interventi
di restauro architettonico all’inizio degli anni ’80 e, avvolti su due robusti
rulli, furono messi all’interno del palazzo dei Papi. L’intervento di restauro
è stato eseguito, nel 1993, a Spoleto nel nuovo laboratorio della Coo.Be.C. che
disponeva di ambienti ed attrezzature idonee allo scopo. Infatti
l’insufficiente altezza dello spazio scenico del teatro di Orvieto impedì il
sollevamento “in prima” dei sipari, in quanto una porzione degli stessi sarebbe
rimasta comune ad impegnare la parte alta del boccascena per circa 2,5 metri,
fatto che costrinse ad abbandonare il preliminare progetto che prevedeva il
rinforzo dei sipari con un robusto supporto e il montaggio su un telaio
perimetrale in alluminio a pensionamento automatico che avrebbe garantito in
maniera ottimale la conservazione delle opere. Si è pertanto progettato di
ancorare i due sipari a due cilindri ruotanti sui cui avvolgere una prolunga
del supporto, congiunta al lato superiore, in modo da ottenere l’avvolgimento
della sola parte alta dei sipari senza sovrapposizioni del supporto originale,
e quindi
124
senza conseguenze per la
pellicola pittorica; questa soluzione, di cui si intravidero obbiettive
difficoltà tecnico-costruttive, avrebbe altresì richiesto l’uso di cilindri di
almeno 80 cm. di diametro col conseguente “impegno” di gran parte dei 2,60
della parte più alta della graticciata in un settore critico per la
funzionalità dell’intera scena, ed è stata quindi giudicata inattuabile dalla
direzione dei lavori. Non rimase che ripiegare sull’originale sistema di
elevazione “in seconda” che prevedeva lo scorrimento su se stessa della
porzione centrale delle tele con ovvie ripercussioni conservative sull’intera
struttura. Nell’intento di limitare tali conseguenze si è munito il supporto di
un rinforzo strutturale che fosse allo stesso tempo resistente alle
sollecitazioni meccaniche e sufficientemente elastico da assecondare lo
scorrimento, così pure è stata consolidata tutta la struttura originale con
materiali aventi le stesse caratteristiche; lo scopo è stato raggiunto
utilizzando tele e collanti di origine sintetica.
Lo stato di conservazione di entrambi
i sipari era tutt’altro che buono, i quali subìrono, nel corso degli anni,
danni di notevole rilievo. Le perdite di pellicola pittorica, più o meno
estese, erano diffuse su tutta la superficie specie nella zona immediatamente
al di sopra dello stangone centrale e in quella più prossima al lato inferiore;
pressocchè totale era la perdita di colore in corrispondenza degli spigoli
degli stangoni e tutto il colore mostrava uno stato di decoesione piuttosto
avanzato specie per quanto riguarda il comodino che aveva una maggiore
percentuale di cadute rispetto al sipario. La tela perse, con il tempo, le
proprie caratteristiche meccaniche, conseguentemente si determinarono
allentamenti e deformazioni: il sipario mostrava infatti un cedimento verso il
basso, con una freccia al centro del lato inferiore di circa 8 cm., determinata
probabilmente dalla sfessione degli stangoni non ben sostenuti dai tiri.
Contemporaneamente i margini laterali dei sipari risultavano slabbrati. Il
supporto era ulteriormente indebolito dalla presenza di lacerazioni,
fortunatamente di limitata estensione, presenti soprattutto in corrispondenza
degli agganci degli stangoni e per i fori lasciati dai chiodi di ancoraggio
alla struttura di sostegno che il più delle volte erano ampi quanto la testa
del chiodo. Un altro fattore che influì
gravemente sullo stato di conservazione dei sipari, specialmente del comodino,
fu l’assorbimento dell’acqua. Erano infatti evidenti su quest’ultimo numerose e
vaste gore ad andamento ovale che si ripetevano, sovrapponendosi ai margini,
lungo tre direttrici verticali. Il contatto con l’acqua avvenne evidentemente a
comodino arrotolato su se stesso: ciò provocò il ristagno all’umidità con
conseguente sbiadimento e decoesione delle zone interessate, la formazione di
una gora perimetrale molto scura e lo sviluppo di un esteso attacco fungineo
caratterizzato da numerose colonie puntiformi pigmentate di nero. Ma il danno
maggiore provocato dall’umidità era a carico del supporto, che ha subìto un
accentuato restringimento lungo le direttrici interessate dalle gore con
deformazioni assai gravi sia della tela che del disegno, particolarmente
evidenti nelle linee architettoniche.
I principali interventi
effettuati sono stati i seguenti:
- Asportazione delle polveri depositate
sulla superficie pittorica e di ogni altro materiale estraneo (gocce di
tinteggiatura, colonie funginee, rinforzi in tela sui margini laterali del
sipario, ecc…) con mezzi meccanici: pennelli di setola, spugne da tappezzeria,
bisturi e contemporanea aspirazione dei residui.
- Consolidamento parziale della
superficie pittorica eseguito a spruzzo con resina acrilica Paraloid B 72 al
2,5% in diluente nitro.
- Attenuazione delle gore
prodotte dall’acqua mediante applicazione di tensioattivo ad azione disinfettante
Neo Desogen al 5% in acqua demineralizzata e assorbimento su carta bibula.
- Consolidamento della superficie
pittorica del sipario mediante stesura a pennello di polimero acrilico Plexisol
P 550 al 40% diluito in cinque parti di acqua ragia.
125
- Velatura della superficie
pittorica con fogli di carta giapponese applicati con adesivo sintetico di
origine cellulosica Carbossimetilcellulosa (16 g. per litro d’acqua) mantenendo
in tensione il supporto con il sistema dei “falsi margini”; con tale operazione,
oltre ad ottenere un ulteriore consolidamento della pellicola pittorica e la
sua protezione durante le successive operazioni di foderatura, , si è potuto
ottenere una consistente riduzione delle deformazioni del supporto.
- Asportazione delle polveri
depositate, delle colonie funginee, dei rattoppi e delle tele di rinforzo sul
verso delle tele con mezzi meccanici: pennelli di setola, bisturi e
asportazione dei residui.
- Asportazione dei resti di
resina fenolica lungo i margini verticali del sipario eseguita con bisturi,
previo ammorbidimento con impacchi di diluente nitro.
- Asportazione parziale della
tinteggiatura bianca presente sul retro del sipario con carta abrasiva e
aspirazione dei residui fino a mettere in luce la trama della tela.
- Consolidamento del supporto con
polivinile acetato Mowilith DM 5 al 20% in acqua.
- Applicazione di inserti di tela
di lino nelle mancanze del supporto fermate sul verso con garza poliestere
Stabiltex 4/TR resinata con Mowilith DM 5 al 75% in acqua, applicata a caldo.
- Applicazione a spruzzo sul
verso della tela di uno strato di etilvinile acetato Gustav Berger’s Original
Formula 371 al 40% in diluente 372.
- Foderatura del supporto
eseguita con strisce di garza poliestere BGF PES 015/bis e fatte aderire per
riscaldamento a 70°C con ferro da stiro; lungo i margini laterali è stata
applicata una doppia striscia di tela a loro rinforzo.
- Asportazione meccanica della
velatura protettiva con leggero inumidimento delle zone più aderenti.
- Reintegrazione dell’immagine
mediante velatura delle mancanze di patina e di residui di ridipinture chiare
del sipario; abbassamento di tono delle lacune di pellicola pittorica e degli
inserti di tela con colori ad acquarello Winsor & Newton e a tempera
Maimeri scelti nella gamma dei colori meno alterabili.
Quanto scritto fino ad ora
dimostra chiaramente quanto sia stato efficace il restauro del teatro
Mancinelli. Del resto anche la sola e semplice visione delle varie parti del
teatro induce alla stessa conclusione. Senza dubbio i lavori di restauro sono
stati troppo lunghi, per vari motivi, e quindi per troppo tempo il teatro è
rimasto inutilizzato. Ma alla fine non si può non riconoscere che Orvieto
disponga di un teatro bellissimo e molto funzionale.
Alla stessa conclusione, come già
rilevato, si può pervenire relativamente al centro congressi.
Ma, come per il Centro congressi,
anche per il teatro Mancinelli, si può legittimamente sostenere che la gestione
abbia presentato problemi di notevole rilievo. O meglio, la gestione artistica
è stata più che soddisfacente (sono state realizzate ormai numerose stagioni
teatrali di notevole livello qualitativo e che hanno riscosso un consistente
successo di pubblico ed anche per altri eventi - musicali soprattutto - sono
stati raggiunti gli stessi risultati molto positivi), mentre, invece, la
gestione economico-finanziario è stata decisamente negativa.
Infatti, per la gestione del
teatro è stata creata l’associazione Te.Ma., il cui socio principale è il
Comune di Orvieto, a cui spetta la nomina della maggioranza dei componenti il
consiglio di amministrazione. Il bilancio di questa associazione è stato
contraddistinto, quasi sempre, da un deficit. Inoltre l’indebitamento
dell’associazione, soprattutto quello finanziario, ha assunto un valore molto
elevato. Ma i deficit di bilancio non sono stati causati solo dalla
realizzazione delle stagioni teatrali (il che è abbastanza normale in quanto
tutte le società che gestiscono teatri presentano dei deficit spesso coperti da
contributi pubblici) ma, prevalentemente, dal fatto che il
126
Comune di Orvieto ha affidato la
gestione economico-finanziaria di eventi quali le diverse edizioni di Umbria
Jazz Winter, ma non solo di questa importante manifestazione jazzistica, non
dotando però l’associazione di contributi sufficienti a coprire i costi dei
diversi eventi. Questo anche per facilitare la gestione amministrativa degli
eventi in questione che, se affidata direttamente al Comune, avrebbe comportato
problemi soprattutto di natura burocratica. Quindi tale scelta poteva essere anche
considerata giusta se, però, il Comune si fosse sempre preoccupato di garantire
all’associazione Te.Ma. le risorse finanziarie che avessero consentito la
totale copertura dei costi. Cosa che, appunto, generalmente, non è avvenuta. Di
fatto il Comune ha dirottato sulle casse dell’associazione, deficit e debiti
che altrimenti sarebbero stati a carico del bilancio comunale. E la
responsabilità di tale situazione non è addebitabile solamente agli
amministratori comunali ma anche ai componenti del consiglio di amministrazione
dell’associazione, i quali l’hanno accettata.
Pertanto le cause che hanno
determinato le notevoli difficoltà della gestione economico-finanziaria
dell’associazione Te.Ma. sono state molto diverse da quelle che hanno
contraddistinto il centro congressi.
Però, in entrambi i casi, è stato
chiaramente dimostrato che una cosa è ristrutturare, anche molto bene, degli
edifici, altra cosa è essere in grado di gestire le strutture create con la
ristrutturazione. Nei due casi esaminati è emerso che vi sono state notevoli
difficoltà, che si sono peraltro ripetute. Tali problematiche, però, saranno
oggetto di maggiore attenzione nel capitolo finale.
Prima di concludere, sarà
brevemente analizzata la gestione del palazzo dei Sette e di alcune grotte, o
cavità sotterranee, i cui risultati sono stati accettabili.
Sempre grazie alle leggi speciali
per Orvieto e Todi è stato ristrutturato il complesso del palazzo dei Sette e
sono state consolidate numerose cavità sotterranee (le caratteristiche del
consolidamento sono esaminate in un altro capitolo).
Per quanto concerne il palazzo
dei Sette, una parte doveva essere destinata all’organizzazione di mostre, ma
in realtà tale parte è stato poco
utilizzata a quel fine, e una parte, la torre del Moro, è stata resa visitabile
dai turisti e la gestione è stata affidata ad una cooperativa sociale. Il
numero dei visitatori della torre, pur non essendo enorme, è comunque più che
accettabile, tale da garantire una positiva gestione economico-finanziaria.
Alcune delle cavità sotterranee,
vicine al Duomo, sono state anch’esse rese visitabili dai turisti e la gestione
è stata affidata alla società Speleotecnica. Anche in questo caso il numero dei
visitatori non è stato notevolissimo ma abbastanza consistente, tale da
consentire, di nuovo, una gestione economico-finanziaria positiva.
Nella buona riuscita della
gestione economico-finanziaria di questi e altri beni culturali, di grande
interesse turistico, ha inciso positivamente l’istituzione della “carta unica”,
cioè di un biglietto unico con il quale viene consentito l’accesso a quei beni.
Occorre aggiungere però che, in
questi due casi, la gestione economico-finanziaria è stata positiva anche
perché essa non era contraddistinta da elementi di notevole complessità.
Invece, nel caso del Centro
congressi e del teatro Mancinelli, la cui gestione economico-finanziaria era
oggettivamente molto più complessa, i risultati ottenuti sono stati decisamente
negativi.
127
Il parco archeologico
Il parco archeologico è senza
dubbio alcuno una delle parti più interessanti del PO, o meglio avrebbe dovuto
essere una delle parti più interessanti.
Furono elaborati negli anni
passati sia un progetto di massima che
un progetto esecutivo, e di questi, inizialmente, mi occuperò, brevemente.
Il progetto di massima del parco
archeologico fu elaborato nel 1985.
La sua redazione fu il risultato
del lavoro del gruppo di progettazione, composto dal prof. De Rubertis e dagli
architetti Giannoni, Soletti e Vergoni, interno
alla commissione di studio e di consulenza per il parco archeologico di
Orvieto, composta da: Nicola Beranzoli, Adriano Casasole, Umberto Ciotti,
Raffaele Davanzo, Giuseppe Della Fina, Roberto De Rubertis, Anna Eugenia
Feruglio, Giorgio Giannoni, Arturo Jacchia, Giovanni Pugliese Carratelli,
Francesco Roncalli, Sante Serangeli, Adriana Soletti, Simonetta Stopponi, Mario
Torelli, Roberto Vergoni.
Fu realizzata anche una
pubblicazione del progetto di massima la cui relazione introduttiva fu scritta
dall’allora sindaco del Comune di Orvieto Franco Barbabella:
“Dal convegno ‘Orvieto: i luoghi
della cultura’ (teatro Mancinelli, gennaio-febbraio 1981), in cui
l’Amministrazione comunale presentò alla città e alla cultura nazionale una
ipotesi di piano di riassetto dei musei orvietani, emerse con forza e raccolse
un consenso unanime l’idea di dotare Orvieto di un parco archeologico.
Il prof. Mario Torelli, in
particolare, sottolineò l’esigenza di una ricomposizione unitaria di beni
archeologici orvietani sia sul piano della ricerca che su quello della
programmazione degli interventi e della concreta fruibilità. Pochi mesi dopo la
Regione dell’Umbria emanò una legge di sostegno al proseguimento degli scavi
archeologici intorno alla rupe.
Il ‘progetto Orvieto’, varato
all’unanimità dal Consiglio comunale nel luglio 1982, raccolse la proposta del
parco archeologico all’interno di un disegno complessivo della città basato su
una visione culturale unitaria di natura-storia, ambiente-cultura-economia e su
una lucida e decisa volontà politica tesa a valorizzare i beni culturali, e
quelli archeologici in particolare, come risorsa produttiva per lo sviluppo.
Si giunse, infine, nel corso del
1983, ad insediare una commissione di studio e di consulenza, formata da
rappresentanti del ministero per i Beni Culturali, della Regione dell’Umbria,
della Soprintendenza archeologica per l’Umbria e di quella per i Beni AA.AA.AA.
e SS. dell’Umbria, dell’Università degli studi di Perugia, della fondazione
‘C.Faina’ e del Comune di Orvieto.
La commissione ha delineato
unitariamente la filosofia del parco e i criteri progettuali con la
collaborazione di quattro architetti esperti di problematiche archeologiche, a
cui si deve la stesura del progetto di massima del parco.
Un parco archeologico che si
presenta già, fin da questa prima elaborazione, con quattro valenze
fondamentali:
128
struttura di difesa e di
salvaguardia della rupe;
struttura culturale (centro di
lettura della città, museo del paesaggio storico);
struttura promozionale e di forte
attrazione turistica;
struttura di verde pubblico
attrezzato (contributo all’elevazione della qualità di vita cittadina)…
E’ la proposta di un grande,
ambizioso progetto, un tassello essenziale per lo sviluppo di Orvieto, un’occasione
di confronto sulla concretezza delle scelte da compiere per una politica
nazionale dei beni culturali ed ambientali.
Auspico, dunque, contributi vasti
ed un elevato confronto, per un consenso profondo che faciliti un percorso di
elaborazione e realizzazione irto di difficoltà. Ringrazio i componenti della
commissione di studio e di consulenza, ed in particolare il suo coordinatore,
prof. Adriano Casasole, e gli Enti da essi rappresentati e i componenti del
gruppo di progettazione”.
Nel 1990 fu poi redatto, dal
Cipla (centro interuniversitario per l’ambiente dell’università di Perugia) un
progetto esecutivo relativo al parco archeologico. Tale progetto fu il
risultato dell’attività di un gruppo di lavoro guidato dal professor Alberto
Samonà.
Successivamente, sono stati
realizzati degli interventi concreti che hanno dato vita effettivamente al
Parco archeologico ambientale dell’Orvietano. Purtroppo, per il momento, con il
PAAO sono stati conseguiti, effettivamente, solo una piccola parte degli obiettivi
contenuti sia nel progetto di massima che nel progetto esecutivo, già citati.
Già dalla denominazione si
comprende che sono stati realizzati dei cambiamenti significativi rispetto a
quanto prevedevano il progetto di massima e quello esecutivo: maggiore
importanza attribuita alle questioni ambientali e diffusione degli interventi
in diversi comuni del comprensorio orvietano.
Presupposto degli interventi
realizzati è stato l’accordo di programma, stipulato il 17 novembre 2003, tra i
Comuni di Orvieto, San Venanzo, Parrano, Allerona, Castel Giorgio, Castel
Viscardo, Porano, Baschi, Montecchio, Provincia di Terni, Comunità Montana
Monte Peglia Selva di Meana, per la messa a punto di un progetto definitivo per
la costituzione del Parco Culturale, denominato “Parco Archeologico Ambientale dell’Orvietano” (PAAO) per la
relativa gestione.
Il progetto fu predisposto per
concorrere a forme di finanziamento comunitarie o di altra natura, compresi
quelle previste all’interno del Docup Obiettivo 2 (2002-2006), misura 3.2,
predisposto dalla Regione dell’Umbria, che comunque rendevano necessarie quote
di cofinanziamento da parte degli enti sottoscrittori dell’accordo. E in
effetti i fondi relativi agli interventi effettuati derivarono, in gran parte,
dall’utilizzo di risorse finanziarie di origine comunitaria.
Quali erano le principali
considerazioni che indussero gli enti citati a sottoscrivere l’accordo di
programma?
I valori di interesse storico,
archeologico e naturale, presenti nel territorio compreso all’interno dei
diversi comuni, erano un patrimonio collettivo cospicuo che andava tutelato e
valorizzato utilizzando tutti gli strumenti di programmazione economica e
urbanistica vigente.
La nascita, per raggiungere lo
scopo appena citato, dell’idea di sottoporre ad un particolare regime di
valorizzazione delle aree interessate tramite l’istituzione di un parco
archeologico-ambientale,
129
poteva permettere ai cittadini il
godimento delle stesse e contestualmente per consentire uno sviluppo economico
compatibile con l’ambiente.
La consapevolezza che la messa a
sistema del patrimonio culturale del territorio costituiva elemento essenziale
per lo sviluppo e la diversificazione economica dell’Orvietano, contribuendo in
modo sostanziale alla qualificazione e alla destagionalizzazione dell’offerta
turistica locale
E quali erano gli obiettivi che
tramite l’accordo di programma si intendevano perseguire? I seguenti:
- la valorizzazione dei beni
mobili ed immobili e delle aree aventi valore archeologico, storico, artistico,
ambientale e demo-etno-antropoloigico;
- il recupero delle presenze
archeologiche e monumentali, dei complessi storico-artistici e ambientali anche
attraverso attività di supporto alle funzioni di monitoraggio e tutela;
- favorire l’integrazione tra
uomo e ambiente anche mediante la salvaguardia dei valori antropologici,
archeologici, storici e architettonici e delle attività agro-silvo-pastorali e
tradizionali;
- la promozione di attività di
educazione, formazione e ricerca scientifica, anche interdisciplinare, nonché
di attività ricreative compatibili;
- la promozione dei beni e delle
aree di cui al precedente punto 1, a fini turistici;
- la valorizzazione delle risorse
umane e la promozione dell’occupazione tramite misure integrate che sviluppino
la valenza economica ed educativa dell’area del PAAO.
Limitando l’analisi al territorio
del Comune di Orvieto, occorre rilevare che sono stati realizzati cinque
itinerari.
Itinerario 1
E’ costituito dal cosiddetto
“anello della rupe”, un percorso pedonale con cinque possibili ingressi, la
chiesa della Madonna del Velo, porta Vivaria, porta Soliana, palazzo Crispo
Marsciano e il foro Boario.
Le principali “attrazioni” di
questo itinerario sono le seguenti:
- chiesa del Crocefisso del Tufo
(una cappella rupestre con un crocefisso intagliato nella roccia vulcanica,
probabilmente risalente al XVI secolo);
- necropoli etrusca del
Crocefisso del Tufo (un ampio settore della necropoli anulare di Velzna-Volsinii
, caratterizzata da un regolare impianto urbanistico con tombe a dado, sec.
VI-V a.C);
- porta Vivaria (rampa verticale
e resti della porta settentrionale medievale della città detta anche dello
Scenditoio);
- grotta della Fungaia (enorme
cavità artificiale originariamente sfruttata quale cava di pozzolana e
successivamente per la coltivazione di funghi);
- piagge e funicolare (resti del
tracciato medievale selciato che univa la porzione orientale della rupe con la
valle del fiume Paglia e galleria della funicolare, inaugurata nel 1888, che
collega Orvieto con la stazione ferroviaria);
130
- chiesa della Madonna della Rosa
(resti della piccola chiesa seicentesca dedicata alla Vergine Maria);
- porta Soliana (porta orientale
detta anche porta Postierla o porta Rocca, accesso medievale alla città);
- grotta dei tronchi fossili
(cavità artificiale con resti paleobotanici riferibili all’ecosistema
precedente la formazione della rupe - 350.000 anni fa circa);
- palazzo Crispo Marsciano
(edificio rinascimentale disegnato da Antonio da Sangallo e terminato da Simone
Mosca, accanto al quale è stata realizzata una delle moderne porte d’accesso al
parco);
- necropoli etrusca (settore
della necropoli anulare di Velzna - Volsinii -, sec. VI-IV a.C.);
- santuario di Cannicella (resti
del santuario etrusco inserito nel tessuto della necropoli, da esso provengono
la famosa statua in marmo greco detta “Venere” e decorazioni architettoniche di
VI-V e IV sec. a.C.);
- rupe e cavità artificiali
(visione panoramica della rupe e delle aperture delle grotte che si affacciano
a varie altezze lungo la parete verticale);
- acquedotto medievale (resti
dell’acquedotto che serviva Orvieto già nella prima metà del XIII secolo);
- porta Maggiore (il più antico
accesso monumentale alla città già da epoca etrusca, posto sulla via che porta
al lago di Bolsena);
- chiesa della Madonna del Velo
(la chiesa rappresenta uno dei pochi esempi di architettura ecclesiastica
settecentesca orvietana, fu costruita con
“le elemosine dei benefattori e di Giuseppe Marsciano, allora vescovo di
Orvieto, che ne fu promotore e architetto, consacrata il 5 giugno 1571).
Itinerario 2
Piazza Cahen - Porta Rocca -
Fontana del Leone – Cannicella - Campo Boario - Crocefisso del Tufo - Porta
Vivaria – Confaloniera - Piazza Cahen
Punto di partenza e punto di
arrivo dell’itinerario 2 è piazza Cahen.
Lasciando sulla sinistra
l’impianto della funicolare si scorge l’ingresso della fortezza Albornoz che,
adibita oggi a giardini pubblici, costituisce anche un ottimo punto panoramico
sulla valle del fiume Paglia. La rocca fu fatta costruire in gran fretta nel
1364 dal cardinale Egidio Albornoz, legato generale del Papa Innocenzo VI, per
proteggere le truppe pontificie dai frequenti tumulti dovuti all’insofferenza
del popolo orvietano verso i soprusi della classe pontificia.
Uscendo dalla fortezza ci si
dirige a sinistra lungo una strada sterrata che di lì a poco conduce a porta
Soliana, una delle porte monumentali d’accesso alla città di epoca medievale.
Tra gli archi della porta è collocata la statua onoraria dedicata a Bonifacio
VIII, realizzata nel 1297, in occasione dell’elezione del pontefice a Capitano
del Popolo di Orvieto.
131
Appena all’esterno della rupe è
possibile seguire con lo sguardo il tracciato delle “piagge” percorso selciato
che conduce attualmente verso Orvieto scalo. Costeggiando la rupe lungo il
pendio meridionale, si trova a breve distanza l’apertura di una cavità
artificiale, una cavità di pozzolana dismessa. All’interno di questa,
denominata grotta dei Tronchi Fossili, si trovano i resti paleobotanici di
conifere preesistenti alla formazione degli ignimbriti, testimonianza quindi
del paleo ambiente di almeno 400.000 anni fa. E’ ancora possibile osservare
parti del tronco in ottimo stato di conservazione.
Tornando indietro di pochi metri
si prosegue il percorso che si snoda fra campi coltivati ad orto e frutteto,
passando accanto a casolari attorno ai quali sono disposti cippi funerari
d’epoca etrusca: si tratta della strada della Fontana del Leone, località
interessata da un fontanile e dall’impianto di una cava di pozzolana nel 1935.
In campagne di scavo autorizzate nel XIX secolo ed in concomitanza con
l’attività estrattiva del XX secolo vennero rinvenute numerose tombe di
tipologia non dissimile da quella riscontrata a Crocefisso del Tufo, pertinenti
alla necropoli volsiniese.
All’altezza di un gruppo di case,
si gira a destra proseguendo per un sentiero che conduce all’area archeologica
della Cannicella; tale sentiero ricalca l’antico tracciato etrusco e raggiunge
i resti del santuario dal basso, restituendo in parte la percezione che si
aveva in antico avvicinandosi al terrazzamento sul quale erano eretti gli
edifici sacri. E’ possibile oggi osservare le strutture pertinenti all’edificio
sacro che si sviluppano su di un ampio terrazzamento per oltre 70 metri e che coprono un arco
cronologico che parte almeno dal VII secolo a.C. per arrivare all’epoca
medievale. Immediatamente a monte del santuario sono ancora visibili le tombe a
camera scavate dall’università di Perugia nel 1977. Proseguendo il sentiero è
possibile raggiungere un’altra numerosa serie di tombe, scavate dalla
Soprintendenza, costruite con le medesime caratteristiche architettoniche di
quelle della necropoli del Crocefisso del Tufo.
Da qui, passando per porta
Pertusa, poco distante, è possibile raggiungere il parcheggio coperto del Campo
Boario e decidere se usufruire del percorso meccanizzato delle scale mobili,
dell’ascensore o delle scalette che consentono di risalire all’interno del
pianoro oppure continuare il percorso del PAAO; in questo caso ci si dirige
verso porta Maggiore, considerata come il principale accesso alla città in
epoca etrusca; salendo per via della Cava, antico decumano, si può visitare a
poca distanza il muro di via della Cava, ristrutturato recentemente, muro
etrusco realizzato in opera quadrata probabilmente pertinente ad una porta
urbica della quale costituirebbe la spalla destra. Si discende per via della
Cava e oltrepassata porta Maggiore ci si dirige, sulla destra, verso un sentiero
parallelo alla strada statale che raggiunge prima la chiesina della Madonna del
Velo, innalzata dal vescovo Giuseppe Marciano nel 1751 e, a poca distanza, la
piccola cappella del Crocefisso del Tufo, che dà il nome alla vicina necropoli.
La necropoli, caratterizzata da
un impianto urbanistico estremamente regolare, è composta da monumenti
costruiti in conci di tufo posti in opera a secco, che racchiudono una o due
camere funerarie con banchine depositarie e coperture a falsa volta realizzata
in conci progressivamente aggettanti. Il materiale recuperato nelle varie
epoche è confluito in numerose collezioni italiane ed estere; ad Orvieto il
nucleo principale è quello della fondazione per il museo C.Faina e quello
esposto al museo archeologico nazionale.
Uscendo dall’area archeologica
del Crocefisso del Tufo un breve percorso che corre alle pendici della rupe
porta ad una salita verticale che permette di raggiungere il pianoro orvietano
passando attraverso i ruderi di porta Vivaria, altro antico accesso alla città.
Da piazza Vivaria è brevemente raggiungibile la strada della Confaloniera,
lungo un viale fiancheggiato da enormi ippocastani che
132
permette una suggestiva
panoramica sulla sottostante vallata del fiume Paglia e che riconduce a piazza
Cahen, punto di arrivo dell’itinerario. Lungo la strada è possibile visitare
due altri importanti siti di interesse storico-archeologico: il pozzo di
S.Patrizio, costruito da Antonio Sangallo intorno agli anni 30 del 1500 per
volere di Papa Clemente VII, e il tempio del Belvedere, unico tempio etrusco
che oggi sia possibile vedere ad Orvieto e che ha restituito notevoli
decorazioni in terracotta conservate presso la fondazione per il museo C.Faina
e presso il museo archeologico nazionale.
Variante 1
Dall’area archeologica di
Crocefisso del Tufo, si può decidere di non effettuare la risalita verticale
alla rupe di Orvieto ma di procedere per un breve tratto lungo la strada
statale e, attraversatala, accedere, tramite un piccolo cancello, al
sottostante sentiero che conduce alla località S.Zero. Qui, nel 1979, in
seguito ad un rinvenimento casuale, vennero fatte indagini che documentarono la
presenza di tombe a camera di struttura architettonica omogenea a quella di
Cannicella e Fontana del Leone, testimonianti l’estrema estensione della
necropoli arcaica orvietana. Da qui ci si dirige verso la strada delle Sette
Piagge dove nel secolo scorso furono individuate tombe risalenti al VI secolo
a.C. e, passando di fronte alla cappella della Madonna della Rosa, si ritorna a
porta Rocca e da qui a piazza Cahen.
Itinerario 3
Area di Campo della Fiera -
Arcone (acquedotto medievale) - Selciata dei Cappuccini - Necropoli di
Settecamini - Necropoli degli Hescanas - Buon Viaggio - Strada vicinale di
S.Valentino - Area di Campo della Fiera
L’itinerario parte da Campo della
Fiera che, oggetto dal 2000 di regolari campagne di scavo ad opera della
Soprintendenza per i beni archeologici dell’Umbria e dell’università degli
studi di Macerata, è destinato a divenire un punto focale per il PAAO. Da qui è
facilmente raggiungibile la strada dell’Arcone, detta così perché attraversa il
“murus fontis”, muraglione di sostegno del primo acquedotto orvietano, iniziato
sotto Urbano II nel 1092, proseguito a spese pubbliche nel 1220 e portato a termine
grazie all’interessamento di papa Gregorio X. Arrivati a ridosso
dell’acquedotto medievale si gira a destra per una strada che gli è parallela e
che è nota come selciata dei Cappuccini; ricalcando probabilmente un antico
itinerario turistico, la strada di cui ancora si possono notare dei tratti
selciati conduce dopo circa 700 metri di erta salita al complesso religioso e
ricettivo dei Cappuccini. Identificabile nel convento di San Gregorio di
Sualtulo, già conosciuto nel Medio Evo e abitato da vari ordini religiosi, il
convento nel 1500 passò ai frati Cappuccini che lo modificarono
considerevolmente.
Continuando il percorso della
Selciata, che attraversa una suggestiva castagneta, si raggiunge prima la
località Seminario dove nel 1930 si rinvenne una tomba a camera scavata nel
matile che restituì un ricco corredo e poco più avanti la località
Settecammini, posta sulle balze opposte alla rupe di Orvieto; qui nel 1863
Domenico Golini scoprì due tombe eccezionali, Golini I e Golini II, interamente
dipinte che costituiscono un’importante testimonianza delle necropoli
ellenistiche del territorio orvietano. Il complesso si colloca all’interno del
territorio comunale di Porano e gli affreschi delle tombe sono conservati
all’interno del museo archeologico nazionale di Orvieto.
Una strada battuta fiancheggiata
da due alti pareti conduce a Poggio del Roccolo, uno dei pochi apprestamenti
superstiti di questa antica pratica venatoria e poco dopo in corrispondenza del
bivio con la strada asfaltata che porta a Porano si apre una piccola vallecola
dominata, a destra, da un
133
casale accanto al quale nel 1883
si rinvennero più tombe tra cui quella più famosa degli Hescanas, affrescata.
Numerosi sono i sepolcreti che si trovano su tutta la fascia in direzione di
Castel Rubello, a destra della carrabile. Alcuni di questi presentano anche
elementi architettonici di rilievo, quali la finta travatura. Percorrendo la
strada asfaltata si arriva al bivio con la strada statale Umbro-Casentinese e
da qui una piccola strada sterrata sulla destra permette l’attraversamento
delle località Buonviaggio e S.Valentino entrambe interessate da rinvenimenti
fortuiti di materiale archeologico. La strada consortile di S.Valentino, sulla
sinistra, permette attraverso un percorso panoramico sulla rupe di Orvieto, di
raggiungere l’area archeologica di Campo della Fiera.
Variante 1
Superate le tombe Hescanas e,
puntando in direzione Sud, ci si inoltra in una castagneta che comprende il
fosso Montacchione o della Torre. Sui fianchi delle colline alberate si aprono
gli accessi ai cunicoli dell’acquedotto medievale, strutture con spallette in
muratura e copertura alla cappuccina. E’ possibile seguire il tracciato sino in
località Botte dell’Acqua, origine della sorgente che alimentava il “cannellato”.
Tornando verso Orvieto la direzione da seguire è in prossimità del bivio di
Torre San Severo, all’altezza del quale, in corrispondenza di villa
Buonviaggio, si prende la carrareccia chiamata scorciatoia del Sasso Tagliato,
con la quale si giunge alla strada
selciata del Tamburino. Scendendo verso valle si passa davanti alla chiesa di
S.Spirito, interessante struttura che rivela la sua originaria funzione per la
presenza di abside laterale. Sulla sinistra si ha un buon punto di osservazione
per la chiesa del cimitero e di parte dell’adiacente convento di S.Lorenzo in
Vineis. Alla base del percorso si giunge al Ponte del Sole e da qui, tramite
percorsi pedonali che prevedono anche l’attraversamento del fosso Rio Chiaro,
si riguadagna Campo della Fiera.
Itinerario 4
Porta Rocca - Fontana del Leone -
Strada della Culata - Canale vecchio - Canale nuovo - Botto - Roccia Sberna -
Riva destra del fiume Paglia - Funicolare
Per il primo tratto di percorso,
l’itinerario 4 ricalca l’itinerario 2 fino alla località Fontana del Leone. Da
qui, dopo aver attraversato la strada provinciale dell’Arcone, ci si dirige
lungo la strada sterrata detta strada della Culata che costeggia la località Le
Velette dove si rinvennero tombe alla cappuccina e Villa Felici che restituì
un’iscrizione latina su un cippo testimoniante la presenza di una sepoltura di
alto livello. Dopo circa 1,5 km., la strada della Culata incontra la strada per
Canale, ma prosegue oltre questa raggiungendo l’importante area archeologica di
Monte Cavallo; durante lavori di scavo per una cava, qui furono intercettate
sei tombe a camera, scavate nel matile che restituirono numerosi reperti
facenti parte del corredo. Si prosegue oltre finchè non si incontra la strada
asfaltata che conduce agli abitati di Canale vecchio prima e poco dopo Canale
nuovo. Da Canale nuovo si percorre la strada asfaltata in direzione Orvieto e
dopo poco, al km. 6, si incontra un bivio sulla destra che conduce al piccolo e
caratteristico borgo di Botto. Da qui una strada sterrata attraverso un
percorso panoramico che si apre su i Sassi del Diavolo permette il
raggiungimento di un’altra importante area archeologica, Rocca Sberna,
caratterizzata da un pianoro su cui è stata ipotizzata la presenza di un
insediamento dell’età del Bronzo. Il camminamento prosegue fino ad arrivare ad
un sottopassaggio che permette il superamento dell’autostrada del Sole e il
raggiungimento della riva destra del fiume Paglia che verrà costeggiata per un
tratto di circa 3 km., fino ad arrivare al Ponte dell’Adunata presso Orvieto
scalo. Attraversando il ponte in direzione di Ciconia, oltrepassata la zona
delle scuole si trova la strada che conduce al parcheggio della stazione ferroviaria di Orvieto e, usciti da questa,
alla funicolare.
134
Itinerario 5
Piazza Cahen - Stazione
ferroviaria di Orvieto - Passerella sul fiume Paglia - Massa di Paglia - Casa
Parrina - Grotte Botanico - Osarella - Podere l’Ortale - Podere S.Savino -
Camorena - Riva sinistra del fiume Paglia - Cimitero degli Inglesi - Stazione
ferroviaria di Orvieto
Da piazza Cahen, tramite la
funicolare, in pochi minuti è possibile raggiungere la stazione ferroviaria di
Orvieto che può anche costituire il punto di partenza di questo itinerario
essendo dotata di un ampio parcheggio. Proprio da questo è possibile
raggiungere la passerella sul fiume Paglia, di recente realizzazione, che
passando intorno ad un piccolo laghetto artificiale, conduce a Ciconia. Ci si
dirige quindi lungo la strada statale 79 bis fino ad incontrare una rotatoria
nei pressi del nuovo ospedale. Prendendo la strada a destra, poco lontano è
possibile vedere i resti della necropoli di Massa di Paglia dove nel 1974 la
Soprintendenza archeologica per l’Umbria mise in luce cinque tombe a camera,
scavate in un terreno sedimentario, ascrivibili al VII secolo a.C.
Ritornando alla rotatoria si
prende, questa volta, la strada di sinistra in direzione del nuovo ospedale e,
pochi metri dopo, superata una casa si imbocca una strada sterrata in salita
che si snoda tra campi coltivati alternati a zone boschive che conduce dopo
circa 2 km. a Casa Parrina, azienda agricola soprattutto nota per la produzione
di ottimo miele. Il sentiero continua inoltrandosi nella boscaglia e passando
per la località Grotte Bolavaio raggiunge il piccolo borgo di Osarella. Prima
di arrivare ad Osarella si deve deviare per una stradina di campagna che
passando per Casa Nuova conduce al podere Ginotti e poco dopo al podere
l’Ortale dove scavi clandestini misero in luce una piccola necropoli ormai
sconosciuta; più importante fu il rinvenimento di un tempietto “in antis” in
travertino in podere S.Savino a circa 300 m. dal precedente e di alcune
sepolture. Continuando per questa strada è possibile raggiungere la località
Camorena dove si trova il Cippo dei Sette Martiri in ricordo dei sette
orvietani condannati da un tribunale tedesco alla fucilazione. A questo punto
si può decidere di affrontare il cammino di ritorno passando per la strada
asfaltata in direzione di Orvieto oppure di attraversarla e costeggiare la riva
sinistra del fiume Paglia fino a raggiungere di nuovo la stazione ferroviaria
di Orvieto.
Quale giudizio esprimere sugli
itinerari realizzati, nell’ambito del PAAO, relativamente al comune di Orvieto?
Tali itinerari sono senza dubbio
interessanti, solo parzialmente però in linea con gli obiettivi sia del
progetto di massima che del progetto esecutivo, redatti negli anni passati
riguardo al parco archeologico.
Mi sembra necessario aggiungere, poi,
e ciò interessa anche altri interventi previsti dal PO (questione che sarà
ripresa nelle conclusioni), il PAAO non ha contribuito adeguatamente a
determinare effetti economici positivi. Più precisamente non ha determinato
quella crescita dei flussi turistici che si attendeva, non solo dal parco
archeologico ma anche da diversi altri interventi relativi al patrimonio
storico-artistico orvietano, attuati in base al PO.
E ciò induce a ritenere che non
sia stato raggiunto uno degli obiettivi principali che ci si proponeva con il
PO: non solo salvaguardare e tutelare il patrimonio storico artistico cittadino
ma anche valorizzarlo, il che significa, almeno a mio avviso, valorizzarlo a
fini economici, quindi a fini turistici.
135
Ma ciò non è avvenuto. Gli
interventi previsti dal PO sono stati nella grande maggioranza ben realizzati.
Però le strutture che si sono create, per vari motivi, principalmente legati a
evidenti problemi nella loro gestione, non hanno determinato un rilevante
effetto positivo sul turismo, soprattutto il turismo orvietano è rimasto un
turismo prevalentemente di passaggio. E ciò è dimostrato da un solo, ma molto
significativo, dato: in 30 anni l’indice di permanenza media presso gli
esercizi ricettivi di Orvieto è aumentato solo lievemente, mentre si attendeva,
anche in seguito agli interventi previsti nel PO, un considerevole aumento di
tale indice.
Per quanto concerne il PAAO, mi
sembra, è mancata, tra l’altro, un’adeguata attività promozionale tale da spingere
un flusso consistente di turisti a venire ad Orvieto anche esclusivamente, o
quanto meno principalmente, per visitare il parco.
Tale esigenza, comunque, rimane
ed è auspicabile che quanto non fatto fino ad ora si verifichi nei prossimi
anni. E, di nuovo, tale esigenza si manifesta non solo per il parco
archeologico ma anche per altri interventi e strutture realizzate in attuazione
del PO.
Ed è inoltre auspicabile che, con
il PAAO, si tenti di conseguite anche tutti gli altri obiettivi previsti sia nel progetto di
massima che nel progetto esecutivo, relativi al parco archeologico.
136
Gli altri interventi, soprattutto relativi al Duomo
Oltre a quelli già descritti in
attuazione del PO ci sono stati numerosi altri interventi, prevalentemente
riguardanti chiese (probabilmente alcuni interventi relativi a chiese di scarsa
importanza potevano essere evitati per ottenere così risorse finanziarie da
utilizzare in modo migliore) ma non solo, nell’ambito dei quali l’importanza
maggiore non può che essere attribuita a quelli relativi al Duomo, per ovvi
motivi.
Tra gli interventi relativi alle
chiese possono essere citati i seguenti: S. Lucia, degli Scalzi, S.Francesco,
S.S. Apostoli, S.Agostino, S.Giovenale, Madonna della Cava, S.Domenico,
S.Andrea, S.Paolo.
Tra gli interventi non
riguardanti le chiese possono invece essere citati i seguenti: palazzo Soliano,
palazzo Papale, palazzo dell’Opera del Duomo, museo Faina, palazzetto Faina,
complesso di S.Fancesco, palazzo Monaldeschi, palazzo Crispo-Marsciano.
Per quanto concerne gli
interventi relativi al Duomo, ho ritenuto opportuno, a tale proposito,
esaminare solamente quelli che sono stati effettuati nella cappella di San
Brizio perché essi l’hanno completamente trasformata, o meglio, riportata agli
splendori iniziali e perché poi quando ci si occupa del Duomo si considera
esclusivamente la facciata, di enorme importanza e di enorme bellezza,
ovviamente, ma, generalmente, si trascura l’interno del Duomo, cosa che non si
deve assolutamente fare soprattutto per la cappella di San Brizio, appunto.
Peraltro, da alcuni anni, si può
accedere alla cappella solo pagando un biglietto, lo stesso con il quale è
possibile entrare all’interno del Duomo, e pertanto essa è diventata un bene
culturale valorizzato anche a fini economici e, in questo e-book, sono stati
privilegiati gli interventi previsti in attuazione del PO che hanno determinato
o che avrebbero dovuto determinare una valorizzazione anche di natura economica
dei beni culturali.
Nel caso della cappella di San
Brizio gli effetti economici sono stati e sono molto positivi, anche perché la
gestione economico-finanziaria non presenta complessità di rilievo, come del
resto avvenuto anche in altri casi.
Per quanto concerne tale
cappella, il mio punto di riferimento è stato il volume “La cappella nova o di
San Brizio nel Duomo di Orvieto”, a cura di Giusi Testa, editore Rizzoli.
E ho ritenuto opportuno iniziare
con le origini della cappella, di cui si tratta nel capitolo “La costruzione
della cappella, le varie fasi edilizie e gli interventi attuali”, di Raffaele
Davanzo e Luciano Marchetti, di cui riporto alcune parti.
“Come è noto, l’avvio della
genesi architettonica della cappella di San Brizio, cioè la costruzione dei
rampanti e dei contrafforti su tre lati del transetto del Duomo di Orvieto, è
da collocarsi nel poco conosciuto vallo di confine tra i due momenti di
gestione della realizzazione del progetto del Duomo: il primo incentrato sulle
personalità del vescovo Francesco Monaldeschi e del papa Nicola IV, e di
spirito classicista; il secondo corrispondente alla preminenza del Comune
sull’organizzazione dell’Opera del Duomo e vissuto sullo spirito gotico
dominato dalle qualità culturali e organizzative di Lorenzo Maitani…
137
Il progetto iniziale del Duomo di
Orvieto (redatto nel 1284-1285) prevedeva l’unificazione interna del vano delle
tre navate con l’interposizione di altissime arcate di valico, e quella esterna
con l’estroflessione di sei absidiole per lato (indipendenti dai ritmi interni
del colonnato e del transetto), che costituivano un ritmo ciclico assieme ai
torreselli di risvolto del transetto e dell’abside originale, anch’essa
cilindrica, realizzando un’immediata immagine architettonica di volumi puri
sotto la luce. All’interno come all’esterno l’unità spaziale rappresentò una
precisa scelta di richiamo alla stereometria classica: la presenza del papa
Nicola IV, rinnovatore delle basiliche paleocristiane di Roma, e del vescovo
Francesco Monaldeschi e la primitiva organizzazione tutta ecclesiastica
dell’Opera garantivano questa scelta classicista. Non si conosce il nome del
geniale architetto, che pur con grammatica locale si muoveva nella linea
normativa inaugurata da Nicola Pisano…
Nel 1310, con la nomina ufficiale
del Maitani alla nuova carica onnicomprensiva di ‘caput magister’ si
consolidava definitivamente la nuova linea della figuratività gotica,
‘rayonnante’, rispetto alla spazialità delle scelte ‘romanze’ del progetto
originario…
Come si è già anticipato, le
opere di contraffortatura sui tre lati esterni del transetto furono impiegate,
come forse si era pensato fin dall’inizio, come muri longitudinali di nuovi
vani: la tribuna (terminata nel 1335) e la cappella del Corporale (1350-1355).
Alla fine del XIV secolo, sul fianco meridionale, tra gli speroni erano ancora
in piedi la sesta cappella semicilindrica dedicata ai Magi e di proprietà della
famiglia Monaldeschi, e la sagrestia vecchia, così denominata in
contrapposizione alla nuova, di maggiori dimensioni, costruita tra la cappella
del Corporale e la tribuna e contemporaneamente alla prima.
La data di inizio dei lavori
della Cappella Nova deve essere anticipata agli anni immediatamente successivi
al 1396, in luogo della data tradizionale scaturita dagli studi del Fumi
(1406): infatti nel 1396 l’orvietano Tommaso di Micheluccio stabilì nel suo
testamento un lascito per la costruzione di una cappella intitolata alla
Vergine Incoronata. Comunque negli anni tra il 1396 e il 1408 la preoccupazione
principale fu quella di reperire, sgrossare e lavorare per l’apparecchiatura a
cortina, nella loggia dell’Opera, i materiali necessari alla costruzione; solo
nel 1408 appare infatti per la prima volta il nome di un mastro costruttore (Cristoforo di Francesco da Siena) che doveva
affiancare Cipriano e Giovanni da Milano che non riuscivano a portare a termine
il lavoro di preparazione del materiale…
Dal 1408 risulta che si procedeva
speditamente con la realizzazione delle murature in elevazione: in realtà si
trattava solo di un adeguamento mimetico dei parametri costruiti subito dopo il
1300, poiché di quanto allora costruito non si sacrificò nulla: furono
rispettate le grandi dimensioni dello spessore del sistema provvisionale, e
nella sua parte inferiore il rampante, all’interno, fu mascherato da un
controarco a tutto sesto di imposta molto bassa, che servì a delimitare i vani
della cappellina dei Corpi Santi (di san Faustino e di san Pietro Parenzo), e
quella della Maddalena, poi Gualterio…Nel 1410 fu murata la chiave di volta
dell’arco che divide le due campate della cappella, mentre l’anno successivo si
preparava il materiale per gettare le crociere; e dal 1415 al 1419 si lavorava
alla cornice di coronamento. Le linee architettoniche dovevano a questo punto
essere pressoché completate se nel 1425 è testimoniato l’ingaggio dei pittori
mastro Bartolomeo di mastro Pietro da Orvieto e Giovenale da Orvieto per un
programma decorativo.
I documenti danno per terminato
il lavoro nel 1444, quando fu pagato lo sgombero della terra dietro la Cappella
Nova: si trattava forse di una prassi comune il formare dei piani inclinati con
del terreno di riporto per favorire l’ascendere dei materiali alle quote alte,
se un documento similare del 1335, relativo alla tribuna quadrata appena
completata, parlava anch’esso di trasporto di terra. Le vicende
138
costruttive di questo periodo
possono essere integrate con l’osservazione diretta delle coperture. Infatti
solo dal 1452 troviamo nei documenti il primo accenno a queste, quanto i
soprastanti dell’Opera decidono di ‘retractare tectus Cappellae Novae’, poiché
gli affreschi appena iniziati dal cantiere diretto da Beato Angelico si trovano
in situazione di pericolo (probabilmente per le infiltrazioni di acqua
piovana), più che per il resto della chiesa. E’ infatti molto probabile che a
quell’anno la costruzione non fosse addirittura fornita di un tetto nel senso
pieno della parola: nel 1455 infatti, ribadendo la decisione si precisa che il
nuovo tetto doveva essere più alto di quello allora in opera…La decisione di
dare una copertura efficiente alla Cappella Nova fu resa operativa con
l’affidamento dei lavori in appalto a Clemente di Pietro Clementi alla fine del
1455…Il tetto ha sempre rappresentato un elemento di particolare fragilità
nella conservazione della struttura e dell’apparato decorativo della
cappella…”.
Il capitolo successivo è
denominato “Vicende della decorazione, problemi della committenza e piani
iconografici”, di Giusi Testa e Raffaele Davanzo.
“Il problema della committenza,
quello della scelta del tema e quello della commissione che sovrintende al
programma iconografico sono strettamente legati tra loro.
La chiamata di Guido di Pietro
del Mugello (comunemente detto Beato Angelico) avvenne nel 1446 su suggerimento
di un monaco benedettino di Perugia, dom Francesco Baroni…Il contratto di
commissione del 14 giugno 1477 non accenna minimamente al tema da illustrare
nella Cappella Nova ma specifica solo che l’Angelico era tenuto a preparare i
disegni mentre si costruivano i ponteggi. Invece, nella delibera del 2 giugno
dello stesso anno l’Opera decide di attendere l’arrivo di Fra’ Giovanni da
Fiesole e di ascoltarlo e, quindi, udito il suo suggerimento, di prendere la
decisione definitiva…Si può quindi asserire che il tema del ‘Giudizio
Universale’ sia stato suggerito o proposto dal pittore medesimo: l’Angelico
infatti ‘riuniva in sé, la natura dell’artista e quella del teologo’…L’Angelico
del resto aveva già affrontato il tema del ‘Giudizio Universale’ in una occasione
nel 1432: si trattava di una tavola dipinta per la chiesa fiorentina di Santa
Maria degli Angeli…
La prima scelta del tema del
‘Giudizio Universale’ è dunque forse del Beato Angelico, almeno limitatamente
alle volte e al disegno della prima campata…Il riferimento alla tavola di Santa
Maria degli Angeli può essere illuminante: con ogni probabilità, se l’artista
avesse avuto la possibilità di terminare l’opera orvietana, avrebbe seguito lo
stesso tema compositivo dell’opera fiorentina organizzando la decorazione della
sezione inferiore della parete con l’apertura degli avelli per rappresentare la
‘Resurrezione della carne’ e, sulle pareti laterali, a destra del Cristo, il
‘Paradiso’ con il monte della Gerusalemme Celeste e alla sua sinistra
‘L’Inferno’ con i gironi delle bolge: il tutto impostato secondo una matura e
approfondita conoscenza teologica…
Sono gli anni in cui Luca Signorelli procede alla decorazione
della Cappella Nova. A distanza di cinquanta anni dall’interruzione dei lavori
l’Opera voleva che fosse ancora seguito il programma iconografico già
determinato del ‘Giudizio Universale’, sulla spinta di una cultura permeata
dalla letteratura condizionata dall’esegesi biblica che privilegiava i
‘novissimi hominis’ e che mostrava particolare interesse per la figura
dell’Anticristo…
Durante tutta la seconda metà del
secolo si sente quindi la necessità, anche sulla base della spinta
superstiziosa del secolo, di completare la cappella e si cerca di nuovo un
pittore di chiara fama ma che non sia esoso, e questo in contrasto al
disinteresse per l’entità della spesa che l’Opera aveva manifestato di fronte
al Beato Angelico…In quello scorcio di secolo le condizioni economiche della
139
città non erano assolutamente
fiorenti e questo è evidente in descrizioni coeve, come quella di Enea Silvio
Piccolomini, risalente al 1462… Nonostante la non più florida situazione
economica della città e quindi delle casse dell’Opera, i Soprastanti decidono
di far portare a termine i lavori nella Cappella Nova: cosa che avviene, e con
ottimi risultati…La scelta fu compiuta, pur con le dovute limitazioni di spesa,
dovendo necessariamente fare i conti con un bilancio non troppo favorevole. Se
prima non aveva potuto accettare le richieste del Perugino, con Signorelli
l’Opera arrivò a contrattare il prezzo, per cui si può concludere che la
commissione al cortonese fu il frutto di un compromesso fra le istanze
artistiche e intellettuali e quelle economiche.
Mentre nei rapporti preliminari e
nel contratto con il Beato Angelico non si faceva menzione di consiglieri in
materia teologica, in una delibera del consiglio dell’Opera in vista del nuovo
contratto con Signorelli per la decorazione delle pareti, sono espressamente
citati i ‘venerabiles magistri sacre pagine huius vitatis’, il cui parere
avrebbe guidato la scelta iconografica considerato che il tema del Giudizio era
stato confermato…Quindi, come già notarono il Carli e il Riess, è più che
probabile che proprio l’Albèri (arcidiacono al tempo della presenza del
Signorelli) fosse il coordinatore dei ‘venerabiles magistri’ assieme al vescovo
Della Rovere. E’ ipotizzabile che nel novero di questi consiglieri larga parte
avessero i Domenicani: in quel periodo infatti era priore nel convento di San
Domenico Fra’ Tommaso da Orvieto, ‘magister’ in teologia, formatosi presso lo
‘studium’ del Sacro Palazzo in Roma. Anche se non è da considerarsi tra i
‘venerabiles’, un ruolo di preminenza nella conduzione delle scelte operative e
iconografiche è da riconoscere alla figura del consigliere dell’Opera Ludovico
Benincasa che, come emerge dai documenti, segue il dibattito culturale, si
interessa, consiglia e i suoi interventi nelle riunioni del consiglio risultano
sempre molto seguiti…
Non è la prima volta che si
afferma che la Cappella Nova è un ‘unicum’: ma conviene qui ribadirlo proprio
alla luce della nuova lettura che in questa monografia si è data al ciclo, e
specialmente ora che il brano del Caino è a nostra disposizione per consentirci
di leggere chiaramente nella trama compositiva della cappella l’interazione
dialettica tra la Gerusalemme Terrena e la Gerusalemme Celeste attraverso il
Sacrificio, la Resurrezione e la Salvazione. Proprio perché quello di Caino non
è un tema iconografico frequente, la sua figura a buon diritto può entrare a
far parte degli elementi peculiari dell’ ‘unicum’ come l’Anticristo, le
grottesche e i ritratti degli uomini illustri. La cappella è stata concepita
dal Signorelli più che come una scatola, come una sfera dove tutti i punti
hanno lo stesso valore e dove l’uomo spettatore ne costituisce il centro: è un
uomo umanistico, centro del macrocosmo, oggetto centrale della Salvezza. Il
messaggio di redenzione che ne deriva è positivo: e anche se vi sono
raffigurate scene violente e comunque emotive, prevale il concetto che Cristo è
morto e risorto per noi. E’ un inno alla vita, e questo elemento positivo è
sottolineato dai toni brillanti che sono riapparsi con il restauro”.
Per quanto riguarda i lavori di
restauro della cappella si può fare riferimento al capitolo “Scheda di restauro
degli affreschi e dell’altare della Gloria”, di Carla Bertorello.
E’ bene ricordare che tali lavori
sono stati effettuati dalla cooperativa C.B.C. (conservazione beni culturali)
di Roma e, più precisamente, gli operatori che vi hanno partecipato sono stati,
oltre a Carla Bertorello, Veronique Albaret, Roberta Balducci, Maria Grazia
Chilosi, Rosanna Coppola, Marc Gittins, Assja Landau, Angiola Maroscia,
Giovanna Martellotti, Doretta Mazzeschi, Matilde Migliorini, Sibylle Nerger,
Cinzia Silvestri, Lucia Tito, Laura Vagaggini, Sabina Vedovello.
“…I lavori nella cappella hanno
avuto inizio nel 1986 con saggi e campionature sulla lunetta della
‘Resurrezione della carne’; sono proseguiti con il restauro della vela del
‘Cristo Giudice’ e dal 1989 hanno coinvolto, in lotti successivi, tutte le
superfici della cappella, incluso il grande altare
140
settecentesco e la tavola della
Madonna di San Brizio, gli stucchi e i rivestimenti marmorei della cappella
Gualterio e la tela del Muratori, inserita nel suo altare. Nel corso
dell’intervento il coordinamento del lavoro di restauro e di documentazione è
stato curato per la C.B.C. da Carla Bertorello, Doretta Mazzeschi e Lucia Tito.
Nell’attività lavorativa che si è sviluppata per nove anni, anche se non in
modo continuativo, sono stati coinvolti tutti i soci della Cooperativa e
numerosi collaboratori, con un impegno totale di circa 33.000 ore di lavoro.
Pregiudiziale al buon esito del
nostro intervento e al perdurare dei risultati ottenuti è stato il lavoro
effettuato sulle strutture architettoniche: la revisione delle coperture, la
bonifica delle murature, il riordino e la sigillatura dei paramenti esterni, la
sostituzione degli infissi delle tre grandi finestre. Il protrarsi del restauro
in un considerevole lasso di tempo e la presa in esame di materiali diversi
hanno reso necessaria la messa a punto di procedure operative e l’adozione di
soluzioni tecniche ed estetiche diverse e commisurate alle esigenze che via via
emergevano. In questa sede si vogliono sottolineare alcune scelte che nella
sintesi delle operazioni potrebbero non rivestire il giusto valore, e in
particolare le soluzioni adottate per le integrazioni storiche. Il mantenimento
dei rifacimenti antichi nella vela del ‘Cristo Giudice’ non è mai stato messo
in dubbio; in accordo con la direzione dei lavori, ci si è limitati a ritrovare
i margini dell’originale, ampiamente celati dagli intonaci di restauro, e ad
attenuare i più gravi squilibri tonali. Più complessa, e raggiunta dopo
tentativi e prove diverse, è stata la scelta relativa ai grandi rifacimenti
della zoccolatura, eseguiti da Marco Pelliccioli nel 1940-41, e all’ampia
stuccatura sopra le mensole nella cappella dei santi Faustino e Parenzo…
Sulla scelta di demolire le
integrazione di Pelliccioli e riproporre una nuova integrazione tratteggio ad
acquarello, su una malta coerente all’originale, ha quindi pesato una
valutazione sia conservativa che estetica. La finalità è quella di restituire
il massimo di continuità e leggibilità all’architettura dipinta, senza
sgradevoli interruzioni visive; a questo fine, anche le parti non chiaramente
interpretabili dei tondi a monocromo e delle specchiature di plinti e muretti
nella balaustra, sono state stuccate a livello e trattate a ‘intonaco abraso’.
La demolizione del rifacimento nella cappella dei santi Faustino e Parenzo,
ricoperto da una tempera nera, si è imposta soprattutto per ragioni
conservative: la malta in coccio pesto utilizzata per la stuccatura, di
notevole resistenza meccanica e poco permeabile all’umidità, aveva innescato
meccanismi di degrado e gravi sbiancamenti lungo i bordi, sulle figure dei
santi, dove aveva sfogo l’evaporazione…
Durante il restauro sono emerse
numerose problematiche per il cui chiarimento è stato necessario effettuare
prelievi da sottoporre ad analisi. Le esigenze di tale campionamento non sono
state determinate perciò dalla volontà di effettuare uno studio sistematico e
completo sui materiali e sulla tecnica del Signorelli e dell’Angelico, bensì
dalla necessità di chiarire, via via che procedevano i lavori di restauro, gli
interrogativi emersi; l’aspetto conservativo ha prevalso sulla semplice
ricognizione conoscitiva dei dati tecnici relativi alla realizzazione degli
affreschi, privilegiando le indagini legate alla caratterizzazione delle zone
di degrado, nonché dei prodotti di tale degrado e delle cause che lo hanno
determinato. Particolare interesse è stato poi dedicato allo studio di tutti
quegli interventi sulle superfici pittoriche, documentati o non, che nel corso
dei secoli si sono stratificati sulle volte e sulle pareti della cappella, e di
quelli che, pur estranei alla decorazione pittorica e alle fasi quattro e
cinquecentesca dei lavori, costituiscono degli elementi essenziali nell’attuale
assetto del monumento, come, ad esempio, le realizzazioni settecentesche
dell’altare della Gloria e della cappella Gualterio. Le analisi effettuate sono
state dunque finalizzate allo studio della composizione dei depositi
superficiali, dei materiali costitutivi dei supporti, alla ricerca di sostanze
organiche negli strati superficiali e alla definizione della struttura e
composizione degli strati pittorici…
141
La campagna fotografica come
metodo di indagine e documentazione delle superfici, prima e durante il restauro,
si è avvalsa, oltre che degli strumenti tradizionali, dell’esame fotografico
della fluorescenza suscitata da radiazioni ultraviolette e dall’esame
all’infrarosso in ‘falsi colori’. Sono state effettuate riprese a luce radente
e macrofotografie per evidenziare e documentare le tipologie dei danni, le
asperità degli intonaci, le caratteristiche tecniche legate a stesure delle
giornate, riporto del disegno, stesure pittoriche, dorature e segni della
lavorazione della pietra. Le riprese della fluorescenza da radiazioni
ultraviolette emesse con lampade di Wood, effettuate prima e durante il
restauro degli affreschi, hanno reso più leggibili le sovrapposizioni di strati
di alterazione superficiale, protettivi, ritocchi e ridipinture; hanno inoltre
contribuito alla individuazione dei danni, quali graffi e abrasioni del colore,
meno visibili con riprese a luce naturale. L’infrarosso in falso colore, metodo
ancora sperimentale di indagine per la sperimentazione di indagine per la
determinazione dei pigmenti impiegati nelle stesure pittoriche, ha spesso
aggiunto informazioni relative allo stato di conservazione e ai materiali
sovrapposti alla pittura originale”.
Per quanto riguarda gli affreschi
delle volte e delle pareti, viene prima evidenziato lo stato di conservazione e
poi vengono descritti gli interventi effettuati.
“Stato di
conservazione
Crepe strutturali dovute ad
assestamenti statici si sono rilevate all’angolo destro della vela del ‘Cristo
Giudice’ e nella parete dell’altare, a sinistra e a destra della scena
figurata, fino alla zoccolatura. Qui il fenomeno ha prodotto lo spostamento dei
conci, creando fessurazioni piuttosto ampie e profonde. Le discontinuità
murarie delle pareti sui cui sono dipinti l’ ‘Anticristo’ e la ‘Resurrezione
della carne’ hanno dato luogo a fessurazioni più sottili che corrispondono al
margine superiore del contrafforte inserito nella muratura e marcano il
contorno della finestra tamponata nella parete sud-ovest dell’oculo
preesistente nella parete nord-est.
Se si fa eccezione per le grandi
mancanze risarcite in antico nella vela del ‘Cristo Giudice’, le lacune delle
vele sono numerose ma tutte di piccole dimensioni. Esse risalgono per lo più
agli interventi di consolidamento e all’applicazione delle grappe, soprattutto per
mano di Cecconi Principi. La stessa situazione si verifica nelle scene figurate
delle pareti dove, oltre alle perforazioni praticate nei restauri, le mancanze
riguardano quasi solo le fessurazioni. Parti consistenti di intonaco sono
invece perdute nell’alta zoccolatura, per lo più a causa delle trasformazioni
settecentesche. Nella parete di fondo, dove sono ovviamente perdute la scena e
la zoccolatura sotto l’altare, si concentra il maggior danno: nella zona
sinistra dell’altare è mancante parte
della parasta angolare, quasi completamente quella centrale, quasi tutta la
balaustra monocroma e un’ampia fascia intorno ai pilastri marmorei; sulla
destra è altrettanto consistente la perdita lungo il margine dell’altare ed è
perduta una specchiatura della balaustra e il plinto della parasta centrale.
Nella parete di sinistra la mancanza più estesa riguarda l’arco di accesso alla
cappella Gualterio, con i relativi piedritti e parte della trabeazione dipinta;
nella parete destra risulta risarcita la mancanza di intonaco sopra le mensole
della cappella dei santi Faustino e Parenzo e pressoché tutta la zoccolatura.
L’ultima importante lacuna si situa infine nella parte sinistra della
zoccolatura del ‘Finimondo’, dove fu collocato il monumento funebre del
cardinale Nuzzi, ora rimosso. Mancanze di più modesta entità, da attribuire in
gran parte ad atti vandalici o manomissioni intenzionali, sono presenti un po’
ovunque nelle zoccolature. Nelle pareti lunghe, alla base della finta
balaustra, alcune mancanze di forma quadrangolare, situate a distanza regolare,
sono probabilmente relative al coro ligneo che per più di un secolo ricoprì le
decorazioni a grottesche.
142
Relativamente alle stuccature, il
margine dell’arco alla base della vela del ‘Cristo Giudice’ ha un grossolano
rinzaffo a cemento, analogo a quello che sostiene gli infissi moderni delle tre
grandi finestre della parete dell’altare. Sulle pitture tutte le mancanze sono
risarcite con malte e stucchi diversi: la varietà degli impasti documenta che
molto raramente nei restauri del primo Novecento si procedeva allo
smantellamento delle stuccature precedenti, anche se di cattiva esecuzione, o
incompatibili con l’originale; ciò determina sovente un sovrapporsi di
materiali che comprometteva anche i risultati dell’integrazione pittorica. I
fori dei consolidamenti sono per lo più stuccati con il gesso, come gli strati
più profondi dei grandi rifacimenti della zoccolatura; le stuccature finali,
realizzate spesso con calce e sabbia, non sono sempre omogenee tra loro per
resistenza meccanica e qualità dell’impasto; nelle vaste mancanze la finitura è
spesso a gesso. Nella cappella dei santi Faustino e Parenzo, la grande
stuccatura a base di coccio pesto, tra l’arco e le tre mensole, si differenzia
da tutte le altre sia per materiali
impiegati che il trattamento superficiale.
Difetti di adesione alla
struttura muraria sono molto diffusi su tutta la superficie, nelle vele come
nelle scene e nelle zoccolature. Nel recente restauro si è potuto constatare il
limite dell’intervento del Cecconi Principi che pure era concentrato
principalmente sulla conservazione degli intonaci: si tratta nella sostanza di
agganci puntiformi che non garantivano la riadesione di vaste aree, anche
perché i materiali utilizzati, a presa piuttosto rapida, non consentivano una
efficace infiltrazione. L’uso di malte a pronta presa e di grappe metalliche
giustifica anche l’enorme sproporzione del numero dei fori rispetto al
risultato ottenuto.
Difetti di coesione sono
localizzati quasi esclusivamente nelle pareti e nella zoccolatura, riguardano
il margine della finestra tamponata e tutte le zone interessate da
efflorescenze saline nella ‘Resurrezione della carne’, gran parte della
superficie della balaustra dipinta a monocromi, tutta la parte bassa della cappella
dei santi Faustino e Parenzo, in corrispondenza degli attacchi microbiologici.
Sono inoltre decoesi gli strati di arriccio messi in evidenza con la rimozione
delle stuccature dei grandi rifacimenti.
Per quanto concerne la pellicola
pittorica, a parte i brani di pittura ovviamente perduti in corrispondenza
delle cadute di intonaco, risultano abrase, a volte fino alla perdita totale
del colore, tutte le campiture a secco. Sono molto lacunose e offese da
graffiti le fasce di zoccolatura fino a circa un metro e mezzo da terra, le
raffigurazioni di tritoni e mostri marini delle balaustre e la decorazione a
grottesche sotto la scena dell’ ‘Inferno’, condotta per lo più a secco.
Difetti di coesione sono molto
diffusi su tutte le campiture di colore eseguite a tempera, sulle dorature a
missione dei fondi e ancor più sulle lumeggiature dorate. Difetti di adesione
agli strati preparatori sono localizzati in corrispondenza di danni da
infiltrazione e apprezzabili come minuti sollevamenti a bolla o scagliature
delle campiture a secco o delle dorature a missione. Sia nelle volte che nelle
pareti risulta precaria l’adesione delle decorazioni dorate su pastiglie di
cera o di malta.
Gli interventi pittorici, come
già le stuccature, risultano come sommatoria dei restauri precedenti; tutte le
stuccature di piccola e media dimensione e le numerosissime grappe metalliche
sono per lo più ritoccate a tempera senza troppa attenzione per la fedeltà al
tono originale né per l’accuratezza dell’esecuzione. Le ridipinture interessano,
nella volta, parte della figura del Cristo nella vela del ‘Cristo Giudice’, ove
è ripresa anche la doratura della mandorla per adeguarla al rifacimento
seicentesco. Nella parete sinistra sono ridipinti i manti grigi delle due
figure identificate come Luca Signorelli e Beato Angelico. Ritocchi
approssimativi deturpano soprattutto la scena dell’ ‘Anticristo’ nel gruppo di
figure al centro, sul cielo e in genere in corrispondenza dell’oculo
143
tamponato. Nella ‘Resurrezione
della carne’ sono riprese le sagome dei cherubini per ridare forma alle figure
molto danneggiate perché condotte ampiamente a secco. Ma sono le zoccolature
che, proprio perché più lacunose, presentano i più estesi interventi di
ridipintura e di ritocco. I rifacimenti, sia quelli antichi che quelli moderni,
sbordano anche notevolmente sull’originale, per dissimulare la diversa natura
della pittura oltre che la rozzezza dell’intonaco di rifacimento. Le
integrazioni eseguite dal Pelliccioli nella zoccolatura sono a tempera; il disegno è riportato nelle linee
essenziali, le campiture ricostruite mediante scomposizione del colore in
puntini, ottenendo un effetto sfumato, spesso sotto tono rispetto
all’originale.
Relativamente ai depositi in
superficie, la pellicola pittorica risulta offuscata e disomogeneamente
ingrigita per l’alterazione di protettivi di natura diversa. L’assorbimento
della paraffina, impiegata nel 1950 per eliminare gli sbiancamenti sui manti
scuri del Signorelli e dell’Angelico sulla scena dell’‘Anticristo’, ha
impermeabilizzato alcune zone dando luogo alla formazione irregolare di
efflorescenze saline ai margini delle stesse. Le polveri sospese, per effetto
delle correnti ascensionali, si addensano particolarmente in alto, sulle
asperità e le concavità dei costoloni, lungo le giunzioni delle giornate, se a
rilievo, e formano depositi abbastanza coerenti con masse di aggregati più
consistenti. Efflorescenze saline sono presenti su gran parte della scena dell’
‘Anticristo’; nella zoccolatura accanto ai rifacimenti; intorno alle
fessurazioni nella parete di fondo; lungo i margini dei rinzaffi a cemento
delle tre finestre; più sporadicamente nelle scene del ‘Paradiso’ e dell’‘Inferno’.
Patine di alterazione dovute ad attacchi microbiologici si concentrano nella
parete della ‘Resurrezione della carne’ e nella cappella dei santi Faustino e
Parenzo, sempre associate a gore di umidità ed efflorescenze saline.
Descrizione degli interventi
effettuati
Per quanto concerne gli intonaci,
le zone malferme sono state assicurate al supporto murario con infiltrazioni di
una malta idraulica ad alto potere adesivo; i distacchi di superficie sono
stati risarciti con infiltrazioni di resine acriliche o viniliche. Tutte le
grappe metalliche risalenti ai restauri di Cecconi Principi sono state
estratte, perché ormai prive di funzionalità statica ma anche per l’ossidazione
delle parti metalliche e per il danno potenziale relativo alla presenza di
gesso. Tutte le stuccature dovute ai restauri precedenti incluse quelle dei
grandi rifacimenti, sono state rimosse perché non idonee per materiali
impiegati (gesso o cemento) o perché la malta aveva perso coesione. Tutte le
lacune, sia quelle di grandi dimensioni che quelle dovute ai consolidamenti
antichi e alle grappe rimosse, sono state stuccate a livello della pellicola
pittorica con una malta a base di calce, sabbia e polvere di marmo. Sono state
lasciate sottolivello le due mancanze della cappella dei santi Faustino e
Parenzo, in corrispondenza degli arredi rimossi (altare e teca delle reliquie).
E’ stata lasciata in vista la pietra nelle lacune alla base dei pilastri
dell’arcone di accesso.
Per quanto riguarda la pellicola
pittorica, le mancanze di adesione della pellicola e della doratura sono state
risarcite con infiltrazioni di resine acriliche. La coesione delle campiture a
secco è stata restituita mediante impregnazioni successive di resine acriliche
a bassa concentrazione. I bordi dell’affresco originale, ai margini dei
rifacimenti, sono stati liberati con mezzi meccanici da sovrapposizioni di
intonaco e ridipinture; ciò ha consentito una più chiara lettura dell’immagine
e il recupero di parti occultate della pittura. Sono stati asportati tutti i
ritocchi alterati che sbordavano sull’originale. Le polveri sospese sono state
rimosse mediante spolveratura con pennelli morbidi e, prima di procedere al
fissaggio della pellicola pittorica e della doratura, dove possibile, è stata
effettuata un lieve pulitura a secco. Gli adesivi alterati sono stati asportati
mediante applicazione di sali inorganici ad azione debolmente basica. La
soluzione è stata stesa a pennello o su fogli di carta giapponesi nelle zone
più decoese della pellicola pittorica, dove si doveva ridurre al minimo
144
l’azione meccanica della
pulitura. Sulla vela del ‘Cristo Giudice’ la mandorla ridorata nel Seicento su
una missione di base di cera è stata pulita con miscele solventi. Sulla scena
dell’ ‘Anticristo’ la rimozione degli strati di paraffina, stesa come
protettivo, ha reso necessario l’impiego di solventi clorurati alternati a
soluzioni basiche per la rimozione delle ridipinture probabilmente a olio. Le
efflorescenze saline e i sali residui della pulitura sono stati asportati
mediante lavaggi ripetuti con acqua deionizzata e con impacchi della stessa in
polpa di carta. Le patine di alterazione rosata, dovute ad attacchi di
microrganismi, sono state trattate con un biocida specifico. Per quel che
concerne l’integrazione pittorica, in accordo con la direzione dei lavori si è
deciso di reintegrare a tratteggio tutte le lacune stuccate, sempre
interpretabili per la piccola dimensione o perché interessavano motivi seriali
delle decorazioni. La reintegrazione delle vaste stuccature della zoccolatura
si è spinta fino al possibile per ridare maggiore unità compositiva e cromatica
alla complessa architettura del basamento. Sono state abbassate di tono, con
velatura ad acquarello, le cadute e le abrasioni della pellicola pittorica
nelle scene e nella zoccolatura; allo stesso modo sono state trattate alcune
zone delle ampie stuccature non reintegrabili; in particolare i tondi e le
scene della balaustra orami perduti e, nella cappella dei Corpi Santi, la
lacuna sopra le mensole e quella in corrispondenza dell’altare”.
Tra gli altri interventi che,
successivamente, diedero vita a strutture che ebbero effetti economici
positivi, possono essere citati quello riguardante la torre del Moro e quello
relativo alle cavità sotterranee in prossimità di piazza del Duomo.
Per quanto concerne la torre del
Moro, tramite la realizzazione di un ascensore e il rifacimento delle scale che
conducono alla sommità della torre, fu consentito di accedere agevolmente
appunto alla sua sommità, in modo tale da avere un visione dall’alto
dell’intero centro storico. Per accedere alla torre fu deciso di far pagare un biglietto e la
gestione economica, fino ad ora affidata ad una cooperativa sociale, essendo
peraltro non complessa, ha prodotto risultati positivi.
Relativamente alle cavità
sotterranee, ne furono consolidate molte, e
per due di esse, la n. 536 e la n. 6, furono organizzate visite guidate,
affidate alla società Speleotecnica.
Per descrivere la cosiddetta
“Orvieto underground”, mi è sembrato opportuno fare riferimento a quanto
scritto, a tale proposito, nel sito web www.inorvieto.it:
“Insieme ad altri irrinunciabili
percorsi ipogei, la visita ‘Orvieto Underground’ costituisce un
itinerario guidato di grande suggestione e interesse che, attraverso un
labirinto di grotte aperte nel masso tufaceo dagli abitanti nel corso
di 2500 anni di scavi ininterrotti, vi metterà in contatto con le viscere
più misteriose e profonde della rupe: una vera e propria città sotterranea
fatta di innumerevoli cavità che si intersecano e si accavallano sotto il
tessuto urbano, in cui gli abitanti di Orvieto hanno svolto, fin dalle antiche
origini etrusche, molteplici attività della vita quotidiana. Si tratta di un
prezioso palinsesto di informazioni storiche e archeologiche, studiato solo
recentemente in modo organico e scientifico e restituito alla fruizione, a
partire dagli anni Novanta, con due importanti complessi
ipogei contrassegnati, tra le circa 1200 cavità del sottosuolo di Orvieto,
con i numeri 536 e 6…
Attraversando il vasto intrico
della cavità 536 avrete modo di ammirare i suggestivi resti di
un ampio frantoio, tra cui, ben conservate, la pressa e alcune mole di cui
una datata 1697, anche se la struttura potrebbe risalire addirittura alla
seconda metà del Trecento; di fronte alla pressa, un vano che potrebbe essere una
delle vasche in cui venivano poste le sanse dopo la prima spremitura,
145
per assorbire acqua ed essere poi
di nuovo spremute e, intorno, tutta una serie di ambienti e strutture
funzionali al mulino, quali altre vasche, cantine, stalle, un focolare e
una condotta per l'acqua. Nell'ampia cavità, che si estende per circa 850 metri
quadrati, noterete una misteriosa e irregolare serie di ambienti collegati tra
loro. Si tratta di una grande cava di pozzolana, che offre un
interessante esempio di come si procedesse nello scavo: in modo del tutto
disorganico appunto, senza neanche troppo preoccuparsi della stabilità,
seguendo non un piano spaziale preordinato ma i filoni offerti dalla presenza
di materiale. I documenti d'archivio fanno risalire l'apertura o la riapertura
di questa cava al 1882. Molto più indietro nel tempo, tra le emergenze
rinvenute sono presenti tre condotti verticali a pedarole risalenti
all'epoca etrusca.
Di grande fascino e interesse
anche l'immersione nella cavità n. 6 che, attraverso una serie di
anfratti, scalette e stretti cunicoli, vi condurrà a mirabili esempi
di vani a colombari posti su diversi livelli. Le fitte aperture
quadrangolari allineate nello scavo del tufo, che per molto tempo hanno
appassionato gli archeologi sulla natura della loro origine, si sono alla fine
rivelate come un razionalissimo sistema di celle utilizzato per far nidificare
e allevare i colombi, a fini alimentari, fin dall'epoca medievale, funzione
avvalorata anche dalla presenza di vasche per l'approvvigionamento idrico e da
aperture nel versante a ciglio della rupe, volte a mettere i volatili in
contatto con l'esterno. Le vasche dovrebbero essere servite, secondo la lettura
di frammenti ceramici trovati nei pressi, anche per due successive
fornaci in cui si cuoceva vasellame in argilla nel XVIII secolo.
Quando riemergerete, dopo circa
un'ora di percorrenza, lo slancio del Duomo vi sembrerà ancora più luminoso e
ardito”.
Anche in questo caso, poiché la
gestione economico-finanziaria non presenta notevoli elementi di complessità, i
risultati sono stati positivi.
Infine, una breve considerazione
relativa al riassetto dei musei, obiettivo anche’esso previsto, fin
dall’inizio, nel PO.
Il riassetto dei musei orvietani,
nel corso degli anni, si è effettivamente verificato. Ma esso è stato
realizzato, nella gran parte dei casi, per iniziativa autonoma dei diversi
soggetti interessati.
Non si è manifestato, invece,
come veniva auspicato nel PO, quel coordinamento fra i diversi soggetti a cui
spettava la gestione dei musei che sarebbe stato necessario, e, soprattutto,
tale riassetto non è avvenuto con la “regia” dell’Amministrazione comunale, che
sarebbe stata senza dubbio opportuna, in considerazione che il Comune è,
ovviamente, l’ente più rappresentativo dei cittadini orvietani.
146
Il “dopo Progetto Orvieto”
Già alla fine degli anni ’80,
quando solo una parte degli interventi previsti nel PO erano stati realizzati,
l’Amministrazione comunale iniziò a ragionare su quali altri obiettivi, diversi
da quelli alla base del PO, dovessero essere perseguiti negli anni successivi.
A tal fine fu costituito anche un
comitato tecnico-scientifico, composto da docenti universitari che si
occupavano di diverse discipline, che si riunì più volte e che contribuì a
scrivere un documento denominato “Progetto Orvieto due 000”.
“A partire dalle ipotesi formulate
dall’Amministrazione comunale per avviare una nuova fase del ‘Progetto Orvieto’
che sappia guardare e condurre oltre gli obiettivi fino ad oggi perseguiti e le
iniziative già in corso di realizzazione (quali il risanamento della rupe, il
recupero del centro storico, il sistema di mobilità alternativa, il sistema
informativo, il centro rupe, il parco archeologico, il centro congressi, ecc…)
il comitato tecnico scientifico ha in questi mesi svolto una serie di
riflessioni individuando alcuni scenari generali entro cui inserire le
strategie di sviluppo della città e del suo territorio, evidenziando alcuni
problemi che tendono ad ostacolare la crescita sociale, economica e territoriale
dell’area orvietana, valutando la consistenza delle risorse disponibili e le
possibilità che si danno di ampliare gli effetti positivi delle iniziate in
atto.
Gli incontri con esponenti del
mondo culturale, politico ed economico orvietano hanno consentito di meglio
inquadrare disagi e aspettative presenti nell’area e hanno portato a
focalizzare l’attenzione sulle problematiche emergenti in ordine alle quali è
indispensabile definire un programma integrato di interventi nel medio-lungo
periodo e prime indicazioni operative.
In relazione alla procedura
adottata il quadro generale e le indicazioni operative che ne conseguono (a
questa sezione dei lavori) discendono non tanto e solo da una analisi dei
fattori cosiddetti oggettivi che hanno costituito volta a volta stimolo o
ostacolo alla crescita socio-culturale e allo sviluppo economico e territoriale
della città e della sua naturale area di influenza, ma dall’intreccio delle
soggettività con cui vengono interpretati e vissuti tali fattori da parte delle
diverse componenti sociali operanti nell’area orvietana.
Gli incontri pertanto, lungi
dall’essere concepiti come un dovuto adeguamento al rito della consultazione ‘democratica’
hanno costituito un’importante affermazione di metodo per superare i limiti del
dato e intrecciare dato e vissuto. Tale procedura, informativa e formativa a un
tempo, riteniamo debba essere consolidata come caratteristica del lavoro di
analisi e di progetto.
Progetto ‘oltre’ non solo per una
sottolineatura di continuità e di proiezione nel tempo, ma per evidenziare la
sua natura di processo, di sforzo in avanti, di volontà di andare oltre il già
conquistato, per la sua capacità di interpretare nuove relazioni sociali atte
ad innescare ed orientare le iniziative della collettività orvietana. Progetto
‘oltre’ perché fondato su un’idea più ampia, più ricca e più complessa di
città, città unita nella differenza delle funzioni affidate ai suoi vari poli,
una città appunto policentrica, che proprio per questo tende a superare divisioni
paralizzanti non con l’omologazione ma con l’esaltazione della interrelazione
della diversità dei caratteri e delle funzioni.
Riservando a altra sede una più
dettagliata e approfondita ricostruzione delle scelte e delle indicazioni che
hanno connotato le trasformazioni della città, del suo territorio, della sua
composizione sociale e della sua economia negli ultimi anni, si può affermare
che oggi i maggiori
147
problemi dalla cui soluzione
dipende un salto di qualità nello sviluppo della realtà orvietana sembrano
essere:
- la conquista di una più precisa
identità della città nell’ambito complesso di tre sistemi urbani (e regionali)
di cui essa partecipa: quello umbro, quello dell’alto Lazio, quello della
Toscana meridionale;
- la revisione della rete infrastrutturale
e del sistema complessivo di mobilità e accessibilità garantito dai moderni
mezzi di comunicazione, terrestre, ferroviaria ed aerea;
- il forte bisogno di nuovi
livelli di ricettività, oggi limitati in assoluto e soprattutto ove li si
voglia rapportare ai valori ed alle potenzialità attrattive dell’area; le
strutture ricettive appaiono infatti, allo stato attuale, insufficienti da un
punto di vista quantitativo e qualitativo ed inadatte a supportare ipotesi di
incremento e sviluppo nel settore turistico e, più in generale, nel terziario
collegato ai settori produttivi tecnologicamente avanzati;
- il superamento di tendenze
ancora radicate a coltivare un’immagine della città improntata ad un eccesso di
valorizzazione del ‘pittoresco’ e di fattori formali e percettivi (legati al
consumo di massa) rispetto alla definizione e promozione di una ‘cultura del
luogo’ che, lungi dall’essere un messaggio rinsecchito di invito alla chiusura
dentro le mura, si proietti come messaggio forte della singolarità,
dell’originalità degli aspetti formali e sostanziali e dell’interrelazione fra
città e territorio;
- la determinazione di una
strategia di sviluppo per i settori produttivi già presenti, o che potrebbero
essere insediati nell’area orvietana, che, esaltando gli stimoli della
conferenza economica dell’area orvietana e della piattaforma elaborata dalle
organizzazioni sindacali, riesca a produrre effetti di innovazione puntuale e
complessiva e realizzi le necessarie sinergie fra i settori produttivi e fra le
attività direttamente produttive e le attività terziarie;
- la valorizzazione dell’insieme
delle risorse esistenti (materiali, umane, naturali, ambientali, ecc…) mediante
un investimento più mirato sulle risorse nuove promuovendo momenti formativi
adeguati alle nuove attività che si stanno sviluppando o che si prevede possano
svilupparsi, ed in tal senso, cogliendo tutte le opportunità di ricaduta che
possono venire da una esaltazione degli effetti innovativi della legge speciale
intesa quale moltiplicatore di iniziative.
Per ciascuno dei problemi citati
è possibile ipotizzare una soluzione positiva entro un progetto integrato che
sappia affrontare ad un tempo aspetti economici e socio-culturali, questi
ultimi visti come predisposizione di condizioni e contesti utili al decollo di
nuove attività imprenditoriali e alla espansione di qualificate attività di
servizio.
Un significativo indicatore della
volontà della Amministrazione comunale di proporre nuove modalità di rapporto
con la città e i suoi abitanti e nuove forme di comunicazione sociale, quali
condizioni necessarie per più attive forme di partecipazione, è costituito nel
primo PO dalla realizzazione del ‘sistema informativo locale e territoriale’.
Tale volontà va confermata promuovendo nella fase attuale un’azione di più
ampia comunicazione, di confronto esteso in cui coinvolgere volta a volta e su
obiettivi specifici l’intera popolazione. Un’azione informativa e formativa (di
conoscenze e competenze) capace di sfruttare appieno le opportunità che oggi si
danno di incorporare nel progetto una fase di sperimentazione e di verifica
sulla qualità e la rispondenza del progetto stesso alle esigenze manifestate
dalla popolazione.
Si può ad esempio tentare di
anticipare con la massima chiarezza una attendibile verifica delle iniziative
proposte e delle loro conseguenze. Si tratta di utilizzare le nuove tecnologie
per una grande operazione di simulazione che permetta al più gran numero di
persone di cogliere in modo sintetico gli aspetti e gli effetti positivi (o
negativi) di realizzazioni complesse che si attuano su un
148
lungo arco di tempo e a cui
concorrono risorse e soggetti molteplici. Una naturale diffidenza nasce per le
cose che non si capiscono, e d’altro canto molti hanno difficoltà a
materializzare in atti e fatti concreti ciò che viene enunciato al livello di
strategie ed obiettivi. Diffidenze e difficoltà potrebbero essere superate,
almeno in parte, con una comunicazione completa
e multimediale che comprenda adeguate simulazioni dei processi
realizzativi, di quanto verrà realizzato e infine di quanto verrà indotto da
quella particolare realizzazione.
In particolare, per quanto
riguarda l’ambiente, il territorio e l’architettura, alcune realizzazioni
sperimentali (a campione) e un uso intelligente della simulazione e della
comunicazione visiva (ipotizzando un accordo ad esempio con la Rai e sponsor
del settore elettronico) potrebbe essere assai utile. Tale produzione multimediale
potrebbe servire ad affinare gli obiettivi e le proposte progettuali, se vista
come base documentaria per un seminario di studio allargato; a coinvolgere sui
progetti in elaborazione operatori e singoli soggetti interessati; a
promuovere, anche a distanza, una nuova immagine della città nel suo farsi e
nel suo dinamico progredire, l’immagine di una città cantiere in cui operare,
contro l’immagine di una città ‘finita’ da ammirare per ciò che è stata,
dubbiosi che nel futuro possa essere migliore.
Una adeguata esplicitazione degli
obiettivi e delle iniziative concepite per raggiungerli e una adeguata
simulazione dei risultati attesi dovrebbe inoltre costituire la premessa in
termini di conoscenza per giungere ad orientare le scelte di quei soggetti
pubblici e privati che hanno definito o si avviano a definire propri progetti
che interesseranno in modo diretto o indiretto Orvieto e il suo territorio.
Soggetti con i quali può essere utile definire accordi di programma misurati
sugli obiettivi, sulle strategie, sui tempi e sui modi nonché sulle dimensioni
e la qualità delle realizzazioni, ed avendo come fini chiaramente espressi e
perseguiti, l’utilità sociale ed il bene collettivo. In attesa (o meglio in
vista) di questi incontri operativi è indispensabile continuare il ciclo di
consultazioni avviato con le forze locali estendendolo a interlocutori di
natura e scala diverse (Regione, Ferrovie, Anas, Autostrade, ministeri per
l’Ambiente, i Beni Culturali, la Pubblica Istruzione, la Ricerca Scientifica,
Rai, ecc…).
Le ipotesi anche di tipo
operativo per le quali è richiesto un confronto e una verifica sono in parte
già emerse durante il primo ciclo di consultazioni soprattutto nelle ultime
riunioni e possono essere così riprese:
- riesame e parziale ridisegno
del sistema territoriale, delle infrastrutture per la mobilità su ferro e su
gomma, delle accessibilità, ecc…;
- interventi di riqualificazione
urbanistica e architettonica sul centro storico e sulle diverse frazioni;
- azione di progetto sulle aree
industriali e di connettivo-riqualificazione ambientale e del verde;
- ridefinizione e
rilocalizzazione, secondo criteri di compatibilità e ove possibile sinergici,
delle attività produttive e di servizio;
- definizione del sistema
formativo medio-superiore in relazione alle ipotesi sulla dinamica indotta nel
medio-lungo periodo dalle nuove attività;
- definizione degli obiettivi per
un sistema formativo e di ricerca di livello universitario coerentemente
insediabile nell’area;
- definizione dei diversi comparti
del settore turistico e della diversa composizione sociale dell’utenza, con
articolazione dei servizi e dei percorsi urbani e territoriali di fruizione.
La seconda fase del PO quindi
deve essere concepita in funzione di un rilancio della città a partire da un
recupero dei suoi monumenti e del suo ambiente di vita, e va riportata
all’interno di una
149
strategia di connessione tra i
valori del passato, le necessità del presente e gli obiettivi futuri intesi
nella globalità delle istanze fisiche e sociali della città stessa.
La strategia di riqualificazione,
come già presupposto nel primo PO, deve allargarsi dal centro storico a tutto
il territorio, dai monumenti all’ambiente. L’oggetto di questa nuova fase deve
quindi essere più il ‘vuoto’ che il ‘pieno’, più il sistema connettivo che gli
elementi da connettere. Il sistema di connettivo e/o dei ‘vuoti’ è dato dalla
rete infrastrutturale; dagli spazi di relazione (all’interno dei centri abitati
e tra questi); dal contesto paesaggistico che fa da sfondo agli spazi
maggiormente antropizzati; dalle aree reliquali (interstiziali e intercluse)
risultate dalla non coincidenza e continuità - nel tempo e nello spazio - dei
disegni e dei piani. Il Progetto nella sua nuova fase deve quindi lavorare
sulle discontinuità, luoghi e fattori morfogenetici per eccellenza, anche
quando si applica a processi di apparente evoluzione lineare del passato. Le
integrazioni residenziali di alcune frazioni, ad esempio, vanno viste più come
occasione del ridisegno del margine, e del rapporto tra costruito e non
costruito, che pure espansioni dei nuclei edilizi esistenti. Vanno inoltre
intese come fattori di riequilibrio del sistema generale di relazione (livello
dei servizi….) più che secche risposte a fabbisogni pregressi.
Allo stato attuale dei lavori si
possono evidenziare con maggiore dettaglio alcuni sotto-progetti che si
ritengono prioritari quali:
- il progetto città-territorio
- il progetto morfologia e
qualità urbana
- il progetto paesaggio
- il progetto per il parco ambientale
e archeologico
- il progetto recupero della
città antica
- il progetto città intelligente
- il progetto università
Si è già detto inoltre che la
comunicazione sociale, utilizzando le forme tecnologiche più avanzate, venga
gestita come un vero e proprio progetto. Alcune ipotesi sono già delineate
nelle pagine che precedono.
Progetto città-territorio
1. Territorio esterno e
territorio interno. Ridefinizione e riqualificazione del territorio orvietano
all’interno della più vasta area dell’Italia centrale, tramite la
riappropriazione del concetto di appartenenza tra la città e il proprio
territorio, disperso tra tre regioni e tramite l’inquadramento all’interno dei
sistemi territoriali nord-sud (Roma-Firenze) e est-ovest (Maremma-Umbria).
2. Ridefinizione dei processi di
concentrazione-diffusione. Analisi delle fasi e delle ragioni dell’abbandono
delle aree di margine e ridefinizioni delle stesse aree quali ipotetico centro
di un sistema alternativo di sviluppo, per una riqualificazione delle aree marginali,
una loro nuova funzionalizzazione con introduzione di nuovi cicli produttivi,
differenziati rispetto a quelli tradizionali, di servizi e strutture
residenziali e ricettive, esaltandone le peculiarità e le differenze
(l’esaltazione delle differenze come sistema); definizione del nuovo ruolo del
centro storico che ne preveda la riqualificazione per un suo esteso sviluppo e
riutilizzo.
3. Mobilità e servizi. Nuove
regole di mobilità, di qualità e accessibilità ai servizi sia concentrati sulle
aree tradizionalmente baricentriche, che diffusi sul territorio; le reti viarie
e di trasferimento di persone e merci, le infrastrutture e i percorsi a bassa
velocità, maglia di penetrazione diffusa, sui punti di scambio con le reti di
velocità superiore.
150
4. Individuazione dell’esigenza
primaria di riqualificazione ambientale diffusa, sia per l’esistente che per le
nuove eventuali previsioni urbanistiche, su tutto il territorio comunale: in
questo senso si tratta di definire quali siano quelle operazioni urbanistiche e
quei settori produttivi che consentano una migliore salvaguardia e una
valorizzazione dell’assetto ambientale conservato.
Progetto morfologia e qualità
urbana
1. Sistema delle connessioni fra
la città alta e la città bassa; costruzione di una cornice di riferimento per
gli interventi in atto e/o programmati riguardanti il sistema costituito dal
nodo di interscambio tra la ferrovia e lo scalo, la piazza della stazione
ferroviaria e la stazione bassa della funicolare, il percorso della medesima, la
stazione alta e la piazza connessa. I contenuti del progetto vanno nella
direzione del controllo della morfologia di questo nuovo e importante fatto
urbano, nella definizione dei progetti architettonici mancanti e delle
integrazioni ritenute necessarie di quelli esistenti, nella progettazione degli
ambiti di arredo e della vegetazione atti alla definizione di una perfetta
integrazione architettonica e paesistica del collegamento con la rupe.
2. Progetto del sistema dello
spazio pubblico di Ciconia; revisione e ricostituzione degli spazi di relazione
e del collettivo urbano di Ciconia comprensivi della reintegrazione morfologica
dei manufatti edilizi esistenti, del carattere che deve assumere la
integrazione di nuove strutture edilizie, delle relazioni con il parco
fluviale, delle tipologie dell’arredo e della vegetazione.
3. Piano quadro del polo
comprensoriale di interscambio di Orvieto scalo. Il piano interesserà l’area
interclusa nel fascio delle infrastrutture di collegamento nord-sud di cui
dovrà essere definito il ruolo urbanistico e le destinazioni funzionali
principali. La variabile strategica principale del piano sarà costituita
ovviamente dalle aree libere e soprattutto dalle aree e dai manufatti dismessi
o in corso di trasformazione, del tabacchificio, della cantina sociale, dell’ex
consorzio agrario e dell’area Molajoni. La finalità del piano è di istituire
una relazione soddisfacente dell’insieme di Orvieto scalo nel contesto del
territorio visto sia sotto l’aspetto del paesaggio che sotto l’aspetto
infrastrutturale e urbanistico.
4. Progetto urbano di
Sferracavallo. Esso tenderà ad una nuova articolazione delle connessioni
viabilistiche che interessano la frazione, alla riqualificazione degli spazi di
relazione e collettivi urbani esistenti, all’integrazione ed al potenziamento
degli stessi in relazione all’insediamento Peep, al carattere morfologico che
essa deve assumere, all’esigenza di costruire un margine architettonicamente e
paesaggisticamente significativo della frazione nei confronti del territorio
circostante e del paesaggio della rupe.
Progetto paesaggio
Il progetto paesaggio viene
articolato in quattro parti sottoelencate. Premessa del progetto è l’attività
di concertazione con le autorità competenti e i soggetti istituzionali interessati
delle grandi variabili che interessano il territorio, in particolare, quelle
attinenti l’assetto idrogeologico, l’uso agricolo del suolo, il paesaggio nei
suoi aspetti normativi e istituzionali.
1. Sub-parco della rupe. Piano
paesistico e relativa normativa sull’uso del suolo dell’area compresa fra il
perimetro del parco della rupe e degli insediamenti circostanti. Il progetto
comporterà una analisi completa dell’uso del suolo, delle proprietà, delle
attività con particolare riferimento a quelle incongrue, delle infrastrutture e
dei relativi vincoli, oltre che della morfologia e del paesaggio storico che ne
devono costituire il supporto essenziale.
2. Area del fiume Paglia. Piano
paesistico di ‘area vasta’ a carattere essenzialmente normativo incentrato
sulla valle e sui corsi d’acqua. Il progetto mira a definire le compatibilità
produttive,
151
infrastrutturali e tecnologiche
in vista di una superiore tutela e della valorizzazione della qualità
ambientale dell’area interessata dal Paglia.
3. Parco fluviale. Progetto volto
ad individuare le misure di tutela di carattere naturalistico, le modalità e i
livelli di uso sociale (passeggiate, punti di sosta, parco didattico, percorso
fluviale), le connessioni morfologiche e funzionali con gli insediamenti
esistenti e quelli in programma (Chiani). Nel progetto del parco fluviale va
inserito il tracciato della bretella autostrada-nucleo abitato di
Sferracavallo, al fine della determinazione delle misure necessarie a rendere
la stessa parte del parco in esame.
4. Aree stralcio. A) collina del
nuovo ospedale, sistemazione ambientale; B) zona artigianale di Ciconia, piano
integrato di carattere ambientale del nuovo manufatto; C) nuovo tracciato della
bretella della provinciale, integrazione ambientale del nuovo manufatto nel
paesaggio; D) sistema lineare delle infrastrutture nord-sud, contenimento
dell’impatto ambientale del fascio infrastrutturale, permeabilità trasversale,
sistemazioni micro-ambientali; E) asse costituito fra il parcheggio del Campo
Boario, Gabelletta e la collina del Cimitero, sistemazione ambientale e
paesaggistica considerando anche la fruizione del paesaggio dall’alto della
rupe; F) progetto risistemazione dell’insediamento in località Arcone
(concessionaria Fiat).
Progetto parco ambientale e
archeologico
La struttura del parco ambientale
e archeologico di Orvieto si caratterizza per l’estrema semplicità
dell’impianto, una chiarezza fatta di polarità tematiche e di opposizioni tra
funzioni e tra valori di natura formale e valori inerenti alla sfera dei
contenuti.
La prima delle opposizioni è
quella che si manifesta entro la realtà del parco, con i suoi valori
ambientali, storici e archeologici quella detta del ‘sub-parco’, ove si creano
tutti i possibili raccordi-conflitti tra città e campagna, tra area protetta e
zona del costruito suburbano e perturbano.
Un’altra polarità è rappresentata
dai contenuti storico-archeologici del parco: mentre l’area intorno alla zona
archeologica del Crocefisso del Tufo si qualifica come luogo dell’archeologia
della morte, ove è possibile realizzare la didattica più articolata per
illustrare la struttura sociale, l’onomastica, l’architettura, l’urbanistica e
l’ideologia funeraria della Volsinii del VI-V secolo a.c., lo scavo del
santuario della Cannicella, sul versante opposto della città, offre l’occasione
per una illustrazione minuta dell’archeologia del sacro, del recupero cioè
della vita religiosa, dell’architettura templare, delle tradizioni agrarie e
delle forme mentali etrusche di epoca arcaica e classica.
Una terza opposizione affronta il
percorso fondamentale del parco, progettato alla radice della rupe e
virtualmente anulare, le direttrici di accesso alla città, radiali e basate su
percorsi pedonali e sugli accessi della mobilità alternativa: si può anche
ipotizzare una combinazione tra la esigenza del percorso al piede della rupe ad
anello, che privilegia l’esigenza funzionale e di valorizzazione ambientale e
naturalistica, con quella della ricostituzione del sistema a raggiera di
strutturazione territoriale, più aderente ad una adeguata integrazione della
conformazione storica della morfologia; inoltre si ipotizza una possibilità di
variante al percorso anulare con una possibilità di valorizzazione degli
accessi scomparsi al centro storico che può determinare un tratto archeologico
urbano.
E il discorso potrebbe
continuare: qui preme piuttosto mettere in rilievo quegli interventi
finalizzati al funzionamento del parco e resi necessari dalla nuova struttura e
quei possibili ulteriori sviluppi, sempre di natura urbanistica, che la
presenza stessa del parco rendono interessanti o utili o addirittura necessari.
Va sottolineata innanzi tutto l’esigenza di predisporre tutta una serie di
‘punti
152
didattici’ e di infrastrutture di
servizio sia lungo il percorso fondamentale del parco sia in prossimità dei
luoghi archeologici al centro dell’interesse del parco medesimo. In tal senso è
pensabile
estendere l’influenza della zona
soggetta fino alle pendici opposte rispetto alla rupe, a ricomprendere gli
insediamenti arcaici puntiformi al di fuori del territorio comunale; le
esigenze di servizi accessori per la didattica e di strutture di servizio
principali potranno essere ricomprese all’interno del convento dei Cappuccini
che, tra l’altro, è dislocato su una direttrice fondamentale; potrà inoltre
risultare interessante una estensione a punti singolari sul territorio al di
fuori dei confini propri del parco significativi per una adeguata
interpretazione della struttura storica del territorio; all’interno del parco
assume una importanza fondamentale la struttura attualmente in condizioni di
degrado e fatiscenza dell’ex chiesa della Madonna del Velo, quale punto di
ingresso al parco.
Sempre per quanto riguarda l’area
vera e propria del parco una attenzione particolare va data alla componente
ambientale, naturalistica, pedologica e agraria. E’ indispensabile conservare
il più estesamente possibile l’attività agricola attuale - e in qualche caso
incentivarne il ripristino - compatibile con i valori archeologici e ambientali
del parco, evitando cioè colture che comportino scassi profondi o modificazioni
sensibili nell’equilibrio floro-faunistico dell’area. Ma il discorso
urbanistico più complesso è quello relativo alle delicate ‘ricuciture’
all’interno del ‘sub-parco’. Forti preoccupazioni destano episodi di
inurbamento disordinato, in primis Sferracavallo, o di grave degrado
urbanistico in aree di cerniera assai sensibili e di particolare rilievo per il
parco, come l’estensione di Orvieto scalo lungo la strada per Bagnoregio; non
minori preoccupazioni destano sia il complesso rapporto tra viabilità
alternativa e grande viabilità, soprattutto per i suoi possibili riflessi sul
parco.
Progetto recupero della città
antica
1. Progetto città della cultura.
Consisterà nella valutazione del patrimonio edilizio monumentale destinato o
utilizzabile a funzioni superiori riferibili al progetto integrato delle
attività culturali, scientifiche, espositive e di spettacolo di Orvieto
(sistema museale ed espositivo, ricerca scientifica, formazione e
specializzazione universitaria, spazi per la cultura e manifestazioni
temporanee, attrezzature per lo spettacolo, attività di connessione con il
parco archeologico e ambientale della rupe). Il progetto comporterà una analisi
storica, tipologica e architettonica dei manufatti e una valutazione della
trasformabilità in relazione agli obiettivi sopra menzionati. Alla base del
progetto sarà sviluppata una opportuna attività di concertazione con i soggetti
istituzionali interessati e con la proprietà anche al fine di definire un piano
di priorità e di intervento speciale.
2. Strategia e strumenti di
recupero diffuso. Il progetto comporterà la valutazione del patrimonio edilizio
abitativo in particolare nelle fasce di degrado e di abbandono. Esso comporterà
una analisi dei meccanismi di mercato in atto e dei costi, che potrà essere
avviata con l’ausilio delle organizzazioni sindacali, della cooperazione e
dell’imprenditoria. Sarà altresì analizzato il regime delle convenienze e dei
supporti di carattere istituzionale-finanziario atti ad agevolare una politica
di recupero diffuso. La parte strettamente operativa del progetto si avvarrà
anche della definizione dei soggetti e dei comparti da coinvolgere in piani
integrati di recupero e nelle iniziative di carattere promozionale e operativo
già preventivate dalla Regione ai fini dell’incentivazione dell’attività di
recupero.
3. Manuale del recupero delle
principali componenti dell’edilizia antica di Orvieto. Il progetto consiste
nella redazione di un catalogo delle componenti dell’edilizia antica con
particolare riferimento a quelle più soggette a processi di degrado e di
distruzione, nella redazione di un elenco dei requisiti prestazionali degli interventi
di recupero e delle relative ricadute di carattere normativo. La parte
operativa del progetto consisterà nell’avvio di una serie di iniziative
concernenti la
153
formazione e la riqualificazione
dell’apparato tecnico ed operativo industriale-artigianale che si occupa del
recupero.
In conclusione va poi osservato
che non è sufficiente definire le linee di progetto e che è sempre più
importante promuoverne lo sviluppo in modo associato rispetto alle modalità di
gestione. Provocando una sinergia che coinvolge l’elaborazione
tecnico-scientifica e l’intero apparato amministrativo, in un ambito in cui
viene garantita anche una continua messa a punto sperimentale degli strumenti
(esperienze pilota per un partecipazione allargata e consapevole di forme professionali
e sociali). Uno o più laboratori associati agli uffici dell’Amministrazione e
dotati delle necessarie risorse potrebbero utilmente affiancare l’azione del
comitato tecnico-scientifico.
Progetto città intelligente
Le proposte formulate nei punti
successivi per il Progetto Orvieto due 000 rappresentano la naturale evoluzione
dei progetti presentati dall’Italsiel e sviluppati nel contesto del PO, avendo
recepito le linee strategiche di impostazione generale suggerite
dall’Amministrazione della città.
Progetto centro città
Costituisce il punto di forza
dell’intera proposta in quanto rappresenta il nodo di incontro e di confluenza
delle necessità comuni a tutte le strutture della città e del suo territorio
concretizzate nelle sue tre componenti fondamentali: la base dati del
territorio e delle entità in esso presenti viste sotto i molteplici aspetti che
le caratterizzano; la sala operativa di controllo dalla quale si opera la
supervisione integrata dei processi in atto e dei servizi della città; il
centro di servizi multimediali che mette a disposizione sia verso l’interno del
centro che verso utenti esterni pubblici o privati le potenzialità
polifunzionali dei suoi servizi di tipo avanzato.
Museo della città
E’ il luogo ove si conserva la
memoria della città con riferimento al presente ed al passato, sotto forma di
documentazione di qualsiasi natura ricorrendo anche a forme avanzate di
conservazione, catalogazione e presentazione. Una base dati costituirà il nodo
di aggregazione dei contenuti del museo fornendo contemporaneamente a
ricercatori e studiosi un potente mezzo di ricerca. Contrariamente alla base
dati del centro città, la base dati del museo della città è uno strumento
rivolto ad utenti specifici, caratterizzato pertanto da un’area di interesse
limitata ma documentata con il massimo approfondimento possibile.
Collateralmente a partire dalla base dati saranno sviluppati e resi disponibili
itinerari elettronici, consultabili su stazioni messe a disposizione dei
turisti in locali di immediato accesso.
Sistema informativo (Sicit)
E’ costituito da una serie di
stazioni autonome dislocate nei punti nodali della città ed in contenitori
(cabine stradali, luoghi pubblici). Attraverso esse il cittadino o il turista
può chiedere informazioni di qualsiasi natura sulla città (servizi, monumenti,
procedure amministrative, spettacoli, ecc…) ed ottenere informazioni ed anche
ubicazioni nel contesto cittadino delle sedi o posizionamenti di uffici,
alberghi, monumenti, ecc…). Nelle stesse sedi saranno presenti su pannelli
opportuni notizie di interesse generale o spot pubblicitari. Gli strumenti
necessari per entrambe le funzioni saranno realizzati dal Csm.
154
Linee di sviluppo per gli anni 90
Sul piano operativo si possono
definire i seguenti temi: integrazione ed estensione del controllo di processo;
ampliamento della base dati del centro città; estensione del sistema
informativo all’intero territorio del comune; realizzazione di strumenti
avanzati per supportare l’attuazione degli altri sottoprogetti e/o le attività
delle strutture permanenti nate dai sottoprogetti stessi.
Per quanto riguarda l’estensione
del controllo di processo, il sistema di monitoraggio descritto nel progetto
centro città prevede il monitoraggio di tre aree: la mobilità; gli impianti;
l’ambiente. Nell’area della mobilità l’ampliamento del sistema di monitoraggio
potrà derivare: dall’estensione del monitoraggio alle linee di autotrasporto
che servono il comprensorio; dalla creazione di nuove aree di sosta;
dall’aumento del numero di nodi controllati e dei punti di instradamento per
indirizzare la penetrazione nel tessuto urbano. Nell’area degli impianti il
sistema di monitoraggio sarà esteso ad altre categorie di sistemi che si
riterrà opportuno installare per il controllo: delle microcondizioni ambientali
in edifici o ambienti in cui siano presenti opere d’arte soggette a rischio di
deterioramento per fattori naturali o sostanze inquinanti; del microclima in
aree agricole di particolare valore produttivo; delle aree boschive soggette a
rischio di incendio; dell’inquinamento delle acque di fiumi, degli specchi
d’acqua, delle sorgenti di acqua potabile; di aree soggette a rischio
geologico.
Per quanto concerne lo sviluppo
della base dati, tale sviluppo seguirà di pari passo il sorgere di nuove
esigenze informative di utenze culturali, sociali, tecniche. Ciò si tradurrà da
un lato nel progressivo arricchimento della base dati in termini di quantità di
dati memorizzati, dall’altro nell’ampliamento della sua architettura con
l’introduzione di nuove viste locali.
Relativamente all’estensione del
sistema informativo, per quanto riguarda il sistema destinato alla diffusione
delle informazioni si propongono queste direttrici di sviluppo: estensione del
sistema informativo Sicit (installazione delle stazioni informative presso
nuclei abitati minori del territorio, ampliamento dei contenuti informativi,
specializzazione dei contenuti in funzione delle realtà locali sia in relazione
alle informazioni che interessano i cittadini che e soprattutto quelle che di
interesse dei turisti); sviluppo di ‘itinerari elettronici’ (il sistema degli
itinerari proposto per il museo della città è stato concepito in relazione a
temi riguardanti ‘oggetti’ distribuiti nelle città e/o nel suo territorio; la
proposta di ulteriore sviluppo del sistema è quella di applicarlo a realtà
puntuali quali musei, mostre d’arte, mostre mercato, fiere, ecc…); collegamento
in rete delle stazioni del Sicit (il Sicit è tipicamente un prodotto per
diffondere informazioni di tipo statico o semistatico e l’ipotesi di sviluppo è
quella di adattarlo al tele aggiornamento dei dati che consentirebbe
l’ampliamento del contenuto informativo alle notizie molto variabili e di
adattarlo alla interrogazione di base dati
centralizzate ed alla scrittura nelle basi dati consentendone l’uso per
fini di prenotazione di servizi e di accesso a spettacoli.
Riguardo agli strumenti di
supporto ai sub progetti, i diversi sub progetti in cui si articola il Progetto
Orvieto due 000 potranno usufruire per la loro attuazione del supporto fornito
dalla strumentazione Edp disponibile o realizzabile presso il Csm del centro
città.
Progetto università
Le vocazioni naturali di Orvieto
si incentrano su due elementi, che ne costituiscono irrepetibile specifico: la
straordinaria documentazione archeologica e il recente colossale investimento
di risorse e di tecnologia costituito dall’operazione di restauro ambientale
dei lavori eseguito attorno
155
alla rupe e dal parco
archeologico. Sotto questo profilo, due sono le possibili vie da percorrere per
un futuro proficuo insediamento universitario ad Orvieto, collegate appunto
alle vocazioni naturali della città, ai reali bisogni dell’università e alle
prospettive di utilizzazione professionale dei titoli conseguiti: una scuola
diretta a fini speciali per la storia e il restauro dell’ambiente e una scuola
di specializzazione in archeologia.
Nel primo caso, il mercato del
lavoro è costituito dal crescente interesse pubblico e privato per i problemi
dell’ambiente e nel secondo, dal notevole volume di investimenti finanziari
(‘giacimenti culturali’, legge 449, fondi Fio e Pim, legge Facchiano) riversati
nel settore della gestione pubblica e privata dei beni culturali e in
particolare di quelli archeologici; d’altro canto Orvieto in virtù della
gestione dei risultati dell’operazione rupe, rappresenta un campo privilegiato
per mettere a frutto, a fini sperimentali e di manutenzione ordinaria della
rupe, l’esperienza acquisita in una scuola di tipo semiprofessionale quale quella
diretta a fini speciali. Similmente, i musei archeologici (museo archeologico
nazionale, museo dell’Opera del Duomo, museo civico, museo Faina), il parco
archeologico e il piccolo patrimonio librario della biblioteca comunale
costituiscono il referente primario per la nascita di una scuola di
specializzazione in archeologia; se si considera poi che da oltre un decennio,
grazie ad una legge regionale speciale, l’università di Perugia e la fondazione
per il museo Faina conducono scavi archeologici nella necropoli della
Cannicella e nel santuario della Venere, riesce del tutto evidente
l’opportunità della collocazione di una tale scuola ad Orvieto.
La scuola diretta a fini speciali
Il centro interuniversitario per
l’ambiente (Cipla), struttura nata dal consorzio fra l’università di Perugia e
la Luiss di Roma, e responsabile della progettazione del parco archeologico di
Orvieto, ha da tempo approfondito uno schema di statuto per una scuola diretta
a fini speciali per la formazione di tecnici dell’ambiente, con una pluralità
di indirizzi (storico, giuridico, floro-faunistico, ecc…) particolarmente
studiata sulla base delle esperienze condotte dallo stesso Cipla in sede sia
didattica che scientifica. E’ pensabile che tale scuola, o quanto meno la
sezione (‘indirizzo’ secondo la definizione statutaria) relativa alla storia
dell’ambiente, possa trovare una sede nella città di Orvieto e in stretto
collegamento con il progettato osservatorio della rupe. I costi per tale scuola
sono relativamente contenuti dal momento che, non essendo di sede intramuranea,
si dovrà provvedere al vitto e all’alloggio di un solo professore pro-die per
la durata (semestrale sull’arco di un triennio) dei corsi e dunque fino a un
massimo di tre professori pro-die nel caso di una attivazione contestuale del
corso per i tre anni. Naturalmente nel caso di un’attivazione di tutti gli
indirizzi (cinque quelli previsti), il costo va moltiplicato per cinque.
Scuola di specializzazione in
archeologia
I diplomati della scuola (post
lauream, a differenza della scuola diretta a fini speciali) troveranno largo
impiego sia nelle Soprintendenze (ove il titolo di perfezionamento post lauream
è requisito per l’accesso e soprattutto per la nomina a Soprintendente) che
nelle molte carriere indipendenti che negli ultimi anni si sono aperte nel
mercato del lavoro ‘free lance’ o organizzati in cooperative. La scuola,
tuttavia, essendo residenziale ed extramuranea, dovrà prevedere una sede, vitto
e alloggio per gli allievi e per i professori; gli allievi, scelti a ‘numerus
clausus’, possono oscillare tra i cinque e i dieci all’anno; è necessario
prevedere ‘moduli’ di presenze di circa sei-sette settimane per ciascun corso,
moduli che opportunamente alternati possono coprire l’intero anno accademico.
Sarà infine necessario prevedere un investimento annuo (circa trenta-quaranta
milioni) per l’acquisto di libri e attrezzature”.
156
Il documento appena esposto
rappresenta l’ultimo atto del comitato tecnico-scientifico del Progetto Orvieto
due 000. Il comitato cessò la propria attività e di quel Progetto non se ne
parlò più. Comunque diversi dei temi affrontati nel documento caratterizzarono
l’azione dell’Amministrazione comunale di Orvieto negli anni ’90 e anche successivamente,
e si tradussero in realizzazioni concrete.
In seguito il sindaco Stefano
Cimicchi, il cui incaricò iniziò nel 1992 e terminò nel 2004, promosse
l’elaborazione di una progettualità, contraddistinta sì da differenze, anche
significative, rispetto al PO, ma, io credo, con elementi di continuità quanto
meno con le linee generali del PO.
E un documento, redatto proprio
da Cimicchi, denominato “Orvieto: dal progetto alla gestione del sistema”,
rappresenta una sintesi degli orientamenti di maggiore rilievo che Cimicchi
intendeva seguire e che ha seguito, quanto meno in parte, nell’azione
amministrativa durante il lungo periodo in cui fu sindaco di Orvieto, e
contiene anche alcune sue valutazioni riguardo al PO.
Di seguito, riporto integralmente
il documento in questione, che risale alla seconda metà degli anni ‘90.
“L’avvicinarsi della fine del
secondo millennio suggerisce molti temi di riflessione ai quali occorre dare
una risposta equilibrata, seguendo un ‘metodo’ che ad Orvieto ha guidato
l’azione delle classi dirigenti nei decenni post-bellici.
Il fatto che il succedersi di
impostazioni politiche non sia stato sempre lineare e che spesso vi siano state
rotture, discontinuità, nel suo insieme non ha impedito di rintracciare una
‘costante’ nella ricerca dell’approccio globale e nella ricerca di una
‘progettualità di sistema’. Compiendo lo sforzo di storicizzare le vicende di
questi decenni e rimandando ad una analisi più compiuta il giudizio su ciò che
ha caratterizzato la storia sociale, culturale ed economica dell’area
orvietana, individuiamo tre periodi più recenti all’interno dei quali collocare
l’attuale fase di riflessione e di rilancio di una progettualità più evoluta
nell’ambito di un ‘sistema’ complesso.
Il primo, che definiremmo della
stabilità, arriva fino al 1985, periodo questo caratterizzato da una forte
coesione politica in un ‘quadro’ generale già in movimento ma senza conseguenze
sostanziali per la vicenda politico-amministrativa di Orvieto.
Il secondo periodo è quello che
va dal 1985 al 1995 ed è questo il periodo dell’instabilità, della crisi di
sistema, del crollo, con il muro di Berlino, della vecchia classe politica
nazionale. In questo decennio si registra il massimo del rischio che insieme ad
una classe dirigente si potesse assistere al naufragio di quella politica di progettualità
‘alta’ che aveva affermato Orvieto di fronte alla opinione pubblica
internazionale. E, nonostante l’alternarsi di tre sindaci, diverse giunte e
molti consiglieri comunali, abbiamo assistito ad uno sforzo enorme intorno agli
‘interessi generali’ che ha permesso di salvaguardare quel grande sforzo
collettivo che aveva dato vita al PO. I lavori finanziati con la legge speciale
per Orvieto e Todi sono stati portati a termine e si sono poste le basi per il
rifinanziamento della stessa che permetterà di completare questa colossale
opera di risanamento e di valorizzazione.
Il terzo periodo, il cui primo
anno fu il 1995, è l’inizio di una ulteriore fase di stabilità, del ‘nuovo
inizio’ per una nuova alleanza politica che mira a costruire un nuovo ‘blocco sociale’
che proviene
157
dal processo di scomposizione e
di ricomposizione che ha caratterizzato la storia politica e sociale del nostro
Paese.
Quando agli inizi degli anni
ottanta Orvieto provò ad interrogarsi per riscoprire le radici delle proprie
origini, per comprendere quale ruolo svolgere, per progettare un futuro in base
alle sue reali risorse, nacque un documento ‘Nuovo ruolo della città antica
nell’ambito urbano’ che in breve fu chiamato ‘PO’.
Era nata l’idea che la natura e
l’ambiente, la cultura e il patrimonio storico-artistico, rappresentassero le
risorse decisive per lo sviluppo della nostra città.
In quel progetto c’era:
- il risanamento della rupe
- il recupero architettonico e
funzionale del patrimonio monumentale, storico e artistico
- il sistema museale
- il parco archeologico
- la mobilità alternativa
- l’arredo urbano
- il riuso abitativo del centro
storico
- i servizi sociali
- il raccordo con i soggetti
privati per il potenziamento e lo sviluppo delle attività produttive
- l’impulso alle iniziative di
aggregazione sociale
Dopo quel periodo di fertile
riflessione hanno seguito quelle fasi che prima venivano citate, caratterizzate
da quel continuismo che è risultato indispensabile al fine di evitare che tutto
finisse in quel vortice autodistruttivo che ha caratterizzato larga parte della
storia del nostro Paese. Continuismo caratterizzato da una ‘tenuta’ degli assi
fondamentali del PO e un sostanziale rilancio dell’evoluzione del ‘sistema’ e
dei ‘sottosistemi organizzati’ che da esso hanno avuto vita.
Non è oggetto di questo documento
analizzarne i limiti, né si tratta qui di vedere come si possa andare ‘oltre’
il PO. Non abbiamo questo assillo e non solo perché riteniamo di aver
contribuito non poco a far sì che esso si affermasse, ma perché non è quello il
problema. Il PO è un pezzo importante della nostra storia dal quale, comunque,
bisogna partire, sia per il metodo che per i contenuti.
Il ‘contesto’ è ora completamente
diverso da quello che vivevamo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli
anni ottanta. Allora mancava un vero ‘piano regolatore’ delle risorse materiali
e, cosa ancora più importante, mancava quello sulle risorse immateriali che,
oggi, se non attivato tempestivamente, rischierebbe di pregiudicare il successo
di questo importante lavoro che in questa area è stato posto in atto.
A questo punto qual è il nostro
compito?
Oggi l’area orvietana si presenta
come un parco scientifico, tecnologico, ambientale e culturale, dove tutte le
risorse sono messe a rete e vanno a far parte
di un unico sistema, dinamico e coordinato. Di un sistema generale di
riferimento fanno parte una serie di sottosistemi organizzati, dove troviamo
vari modelli di gestione che vanno ricondotti alla filosofia iniziale di
confronto, competizione e collaborazione tra pubblico e privato.
158
Il ruolo di Orvieto in ambito
regionale non è stato risolto dal dibattito politico-amministrativo in corso,
ma possiamo dire che la città ha provveduto a risolverlo da sola collocandosi
ben al di sopra della soglia di dipendenza che è invece tipica di altri centri.
Non si tratta qui di sostenere una sorta di ‘presunzione di autosufficienza’,
ma è evidente che la progettualità spinta e la collocazione delle problematiche
della città in ambito nazionale e internazionale hanno prodotto la situazione
in base alla quale molti degli interlocutori privilegiati di Orvieto risiedono
in ambiti più lontani di quanto non fosse in precedenza. Di questo fatto
indiscutibile occorre tenere conto quando si riflette sui modelli di
funzionamento del ‘sistema’, sulla coerenza tra il contesto politico e quello
politico-amministrativo, sulle modificazioni che sono intervenute nella nostra
società sia sul piano sociale che su quello culturale.
Occorre recuperare uno dei limiti
fondamentali del PO, che risiedeva nella sostanziale separatezza tra Progetto e
coscienza collettiva.
Oggi in tutti i campi in cui ci
si è misurati (festival internazionali, gestione dell’accoglienza, questioni
ambientali, problematiche infrastrutturali, politiche dei beni culturali, ecc…)
è stato dimostrato che non esistono limiti oggettivi al raggiungimento di uno
sviluppo equilibrato e compatibile.
Risulta sempre più evidente che
la somma di limiti soggettivi possa costituire un elemento di debolezza
eccessivo e insopportabile rispetto agli investimenti prodotti. Ciò sta a
significare che bisogna intensificare gli investimenti nell’ambito dell’immateriale,
puntare sull’uomo, sulla cultura, sulla formazione, sulla partecipazione.
Perché una idea veramente nuova di sviluppo compatibile non può che fondarsi su
un nuovo tipo di protagonismo sociale positivo dove le componenti fondamentali
della nostra società conducano un confronto dinamico a vantaggio delle
cittadine e dei cittadini di questo territorio. Non un insieme inanimato di
protagonisti, vittime magari di una progettualità illuministica e schematica,
ma un complesso di interventi che mentre trasformano l’esistente sono ‘vissuti’
da protagonisti da coloro i quali vengono individuati come fruitori degli
stessi.
Da queste schematiche
considerazioni ha origine la visione di Orvieto e della sua area naturale di
riferimento interprovinciale e interregionale come un sistema, cioè di una
sovrapposizione di reti costituite da sottosistemi, parchi, bacini, a carattere
ambientale, culturale e infrastrutturale.
Al centro di questo sistema
abbiamo le due questioni di fondo dove tutte le politiche si intrecciano e
contribuiscono a crearne le condizioni essenziali per il loro funzionamento:
- servizi sociali e
socio-assistenziali
- sviluppo economico,
diversificazione delle fonti di reddito, marketing territoriale
A queste due direttrici
fondamentali fanno seguito una serie di sottosistemi organizzati:
- Orvieto progetto ambiente
(rifiuti solidi urbani, acquedotti, depurazione, fognature, termovalorizzazione
dei rifiuti solidi urbani trattati)
- parchi ambientali e culturali
(urbano del Paglia, del Tevere, archeologico, Monte Peglia, Gianni Rodari)
- sistema museale, luoghi della
cultura
- sistema teatro Mancinelli,
eventi
159
- parco culturale (biblioteca,
centri di iniziativa culturale)
- consorzio interuniversitario
per l’alta specializzazione
- sistema congressuale e
ricettivo
- terza fase del sistema di
mobilità alternativa
A questi sottosistemi organizzati
vanno aggiunte le politiche infrastrutturali e di programmazione che devono
costituire i fattori essenziali che rendono dinamico il sistema.
Essi sono:
- il nuovo piano regolatore
generale
- la ristrutturazione e
riconversione della macchina comunale
- l’attuazione del completamento degli
interventi ex legge 545
- la sperimentazione della legge
142 per le autonomie locali in ambito
interprovinciale ed interregionale secondo il concetto di area vasta
- i rapporti con altre comunità
internazionali per scambi culturali ed economici (Maebashi, Aiken, Jamaga,
Betlemme, Riom, Bagdad)
A tutto ciò va aggiunta una
problematica infrastrutturale che qualora venisse attuata tempestivamente
darebbe all’area orvietana una dinamicità ed una attrattiva sostanziale tale da
velocizzare tutti i processi in atto. Si tratta del cablaggio integrale del
territorio comunale che renderebbe Orvieto un bacino sperimentale al quale si
collegherebbero naturalmente formazione e produzioni altamente specializzate”.
Termino il capitolo riportando un
articolo di Franco Barbabella, pubblicato su www.orvieto24.it, nel quale sono contenute alcune sue
riflessioni relative sempre al PO, senza
dubbio degne di attenzione.
“Progetto Orvieto: due o tre cose
che so di lui. E qualcos’altro
Avviso ai vari ed eventuali
lettori. Vedo che si torna a parlare di ‘Progetto Orvieto’. Vorrei dare per
questo un piccolo contributo alla sua conoscenza, con l’occhio di oggi e
rivolto a chi alla sua conoscenza voglia avvicinarsi sul serio, senza
pregiudizi. Perciò mi si permetta: astenersi perditempo, saccenti e denigratori
di professione. La tentazione potrebbe essere eccessiva.
Riproporre oggi la filosofia del
PO, e con essa il metodo di lavoro, la logica progettuale e i temi di sviluppo
che lo caratterizzarono, non significherebbe solo rendere giustizia ad una
straordinaria stagione di innovazione strategica, di coraggio politico e di
capacità realizzativa, ma riprendere le fila di un ragionamento sullo sviluppo
necessario e possibile della città e del territorio oggi non meno
indispensabile di ieri.
Che cosa fu infatti il PO se non
un ragionamento e un’idea operativa per uno sviluppo possibile? Bisogna dire
anche uno sviluppo per uscire da una lunga fase di marginalità, dovuta non solo
ad altri ma prima di tutto a noi stessi. Le potenzialità c’erano da tempo, ma
fino ad allora nessuno le
160
aveva individuate come
un unicum, un insieme creativo e un tutto dinamico. Soprattutto, un insieme da
mettere in sintonia con il mondo che stava cambiando.
Quale era l’idea? Si partiva
dalla constatazione non solo che la città storica e le sue pendici fanno un
tutt’uno, ma che questo unicum vive se vive il territorio nella sua
dimensione comunale, comprensoriale e interregionale. Cioè se svolge un ruolo
propositivo, da protagonista del suo stesso sviluppo. C’era stato il dibattito
sul superamento del Piano Regolatore Piccinato mediante la Variante
Benevolo-Satolli, poi era esploso il problema della rupe e delle frane, che
poteva essere, e nei fatti era, un possibile dramma. Con quella visione delle
cose, le scelte di Piano Regolatore e il problema della rupe furono trasformati
in occasione di rinascita, divennero un progetto di riallineamento strutturale
alla modernità mediante la valorizzazione dell’antico, del patrimonio
storico-culturale-ambientale. Lo strumento principale fu la legge speciale
(sull’esempio di Venezia, Siena e Matera), prima per la somma urgenza (le frane
di Cannicella del 1977/78) e poi per interventi strutturali e globali, ottenuta
insieme a Todi con il coinvolgimento attivo della Regione e l’unità delle forze
politiche, e con il contributo determinante delle istituzioni europee
(Consiglio d’Europa e Parlamento Europeo).
I problemi di una piccola città
(però gioiello di natura, storia e cultura universale) furono
internazionalizzati e divennero progetto di sviluppo, dichiarato dal Consiglio
d’Europa modello di salvaguardia e valorizzazione dei siti storici in Europa,
presente alla mostra dell’Unesco a Belgrado nel 1981 sui luoghi della cultura,
imitato da altre città (ad esempio il “Progetto Ascoli” di Ascoli Piceno).
E’ utile ricordare le linee di
intervento fondamentali del Progetto: il sistema di mobilità alternativa, il
parco archeologico anulare e il Fanum Voltumnae, il sistema museale, il
circuito di Orvieto ipogea, il palazzo dei congressi, la rete infrastrutturale,
il restauro del Mancinelli e la nuova stagione teatrale, il turismo e i suoi
legami con la cultura, con i prodotti tipici e la qualità dell’offerta
ricettiva ed enogastronomica, ecc.
Appunto un progetto di sviluppo
imperniato sulle risorse del territorio, per creare lavoro non più di ricasco,
diretto e di prospettiva. Come si fa a dire oggi che i soldi che allora furono
trovati, su diversi canali (ad es. i fondi Fio per il parcheggio di Orvieto
Scalo) e non solo con le leggi speciali, furono solo una spesa e non un investimento
produttivo, cioè generatore di futuro? La messa in sicurezza del masso tufaceo,
il rifacimento delle reti fognante e idrica, il sistema di convogliamento delle
acque chiare e nere per la loro depurazione, il sistema parcheggi-scale
mobili-funicolare, il risanamento di monumenti e palazzi per la loro fruibilità
e funzionalità, non sono forse un investimento produttivo? Non sono aumento di
valore, anzi, di per sé valore aggiunto e base per la creazione di ulteriore
valore aggiunto?
Certo, a tutto questo sarebbero
dovute seguire gestioni coerenti, sistematiche e lungimiranti, e attività
organizzate, pubbliche e private, capaci di trasformare le potenzialità in
sistema funzionante. Il fatto che così non è stato, o non è stato per quanto e
per come sarebbe stato possibile con quelle premesse, dovrebbe essere oggetto
di una riflessione seria, che però a distanza di un quarto di secolo ancora non
mi pare sia stata fatta.
E’ comunque sbagliato scambiare
gli effetti con le cause. Il fatto è che quella stagione, dopo un decennio di
creatività e di direzione fortemente innovatrice, fu bruscamente interrotta e
il clima progressivamente cambiò fino a giungere prima alla stasi e poi quasi
alla rinuncia a guardare al futuro, che è il carattere degli ultimi dieci anni.
161
Le conseguenze le stiamo ancora
pagando, non solo sul piano finanziario, ma anche in termini di nuova
marginalità, di occasioni perdute, di arretramento sociale e di clima politico
litigioso. L’ultima clamorosa controprova è stata la vicenda Risorse per
Orvieto, liquidata con la stessa logica che scattò quando ci si accorse che il PO
poteva dare i frutti che in nuce conteneva: quando un’idea dimostra di poter
andare in porto, allora non ci si adopera per favorirne il successo, ma si fa
ogni sforzo per fermarla. Si tratta davvero di qualcosa di straordinario,
qualcosa che non ha riscontro, credo, in nessun’altra parte del globo
terracqueo. Si pensi solo a questo: il socio unico di una Spa (il padrone della
società) ostacola in tutti i modi il Consiglio di Amministrazione da lui stesso
nominato e così fa fallire il progetto di valorizzazione del bene di sua
proprietà, da lui stesso approvato, non appena si accorge che questo potrebbe
essere realizzato. Danno finanziario (lasciamo perdere danni di altro tipo)
conseguente a otto anni di niente: non meno di sedici milioni.
Io trovo incredibile non solo che
una cosa del genere sia potuta accadere realmente, ma che di tutto si sia
discettato (con un disprezzo per la conoscenza delle cose che meriterebbe uno
studio a se stante) tranne che di questi aspetti, che con ogni evidenza sono il
cuore non di un problema qualsiasi, ma delle dinamiche delle classi dirigenti e
insieme degli orientamenti profondi della stessa città. Dopo averle viste e
sentite di tutti i colori, oggi mi si lasci almeno lo stupore.
Il discorso sulle cause profonde
di tutto ciò e in particolare sulle ragioni di quell’interruzione improvvisa
dell’esperienza del PO, nonché del permanere di logiche distruttive come quelle
che ho descritto, non può essere sviluppato in modo compiuto in un intervento
come questo, ma è certo che la città da allora ha perso progressivamente ruolo
in Umbria, si è impoverita di servizi territoriali fondamentali ed è arretrata
rispetto ai processi di internazionalizzazione che avevano preso slancio negli
anni ottanta. La sfida dell’autonomia locale rispetto al centralismo regionale
(così in effetti era stato vissuto e questo anche oggettivamente era il PO
nell’Umbria di allora) con questi passaggi si è trasformata inevitabilmente in
rinuncia e in atteggiamenti di accettazione di un ruolo marginale.
Così, alle conseguenze della
crisi generale si sono aggiunte quelle di una chiusura e di un avvitamento su
se stessi dei soggetti e delle istituzioni locali. E’ da questa condizione che
ora bisognerà uscire, con decisione, lungimiranza, e il più rapidamente
possibile. Per questo sarebbe utile riprendere il modo di ragionare che fu del
PO, sulla città e sul territorio. Oggi come ieri le parole chiave non potranno che
essere di nuovo visione, progetto, autonomia territoriale e spinta
all’innovazione. E oggi più di ieri le risorse di riferimento non potranno che
essere la cultura, l’ambiente, il turismo, la qualità dei prodotti, la cura
delle competenze, lo sviluppo delle infrastrutture moderne.
Dobbiamo collaborare e fare
sinergia con altre realtà e con i diversi livelli istituzionali, ma dobbiamo
essere noi che abbiamo le idee e la forza di proporle per farle diventare
realtà. Occorre generare entrate. Occorre una svolta vera. Da qui si può ripartire
per il lavoro e la qualità della vita, e per guardare con rinnovata fiducia al
futuro.
Come ho iniziato, così concludo.
Adesso avviso ai governanti. In molti nell’ultimo quarto di secolo è venuta a
più riprese la tentazione di parlare del PO, ma mai quella di riprenderne
metodo e obiettivi. Perché è roba faticosa, richiede scelte toste, coraggiose e
coerenti, impegno costante, battaglie rischiose. Se non ce se la sente, meglio
astenersi, sapendo però che potrebbe andare a finire anche peggio: in fondo, la
tentazione di seguire la regola andreottiana ‘l’arte di tirare a campare è
meglio di tirare le cuoia’ è stata sempre molto forte anche dalle nostre parti,
e il fatto che normalmente produce più prima che poi esiti deleteri per tutti
non ha scoraggiato più di tanto. Però questa volta i nostri amministratori,
almeno stando alle dichiarazioni, sembra che vogliano fare sul
162
serio, cioè riprendere un modo di
governare fondato su una politica, su un senso complessivo delle cose, su un
progettare che è anche un agire concreto e insieme ambizioso e coerente.
Speriamo che sia davvero così. D’altronde non hanno alternative: o così o pomì.
Auguri”.
163
Conclusioni
Innanzitutto vorrei spiegare
perché ho deciso di scrivere nel titolo dell’e-book, riferendomi al Progetto
Orvieto, “ormai dimenticato”.
Volevo sottolineare la mia
convinzione che, da diversi anni ormai, è assente ad Orvieto un progetto di
sviluppo di ampio respiro, complessivo, riguardante l’intera città, che
contenga non solo interventi relativi al breve periodo ma che si estendano al
medio-lungo periodo. Mentre il Progetto Orvieto era un progetto di sviluppo
contraddistinto dai caratteri appena citati.
Per la verità, tale situazione è
tipica di molti Comuni italiani e di molti altri enti locali, in primo luogo le
Regioni ed interessa, spesso, il Governo nazionale. Ed interessa non solo
l’Italia, ma molti altri Paesi, europei e non, anche se in Italia i problemi
evidenziati assumono una dimensione maggiore che altrove.
Ciò deriva non soltanto dal
livello qualitativo meno elevato degli Amministratori locali e degli esponenti
del Governo nazionale, rispetto a quanto avvenuto in passato. Ma dipende anche
dal ruolo meno importante che viene svolto dalla Politica, e più importante da
altri poteri, ad esempio, e prevalentemente, il sistema finanziario, il quale
per sua natura si pone esclusivamente obiettivi che si manifestino nel breve
periodo e porta avanti, frequentemente, attività che non possono che essere
definite speculative.
E poi, la tendenza a perseguire,
in misura maggiore rispetto al passato, obiettivi di breve periodo, riguarda non solo i rappresentanti delle istituzioni ma anche
le popolazioni, le componenti più significative della società.
Pur tenendo conto di tali
motivazioni, la comunità orvietana, le istituzioni ma anche i cittadini, deve
porsi come obiettivo prioritario, di nuovo, l’elaborazione e l’attuazione di un
progetto di sviluppo di ampio respiro, complessivo ed organico, il cui
orizzonte temporale si estenda anche nel medio-lungo periodo.
Ritornando, più specificamente,
al Progetto Orvieto, non posso che confermare il fatto che la quasi totalità
degli interventi previsti sono stati realizzati e gran parte degli obiettivi
che ci si prefiggeva di perseguire sono stati raggiunti.
Il Progetto Orvieto non è stato
per nulla un “libro dei sogni”, come fu definito da una parte minoritaria della
politica orvietana, soprattutto dal gruppo che faceva riferimento al periodico
“Il Comune Nuovo”, nel quale era presente anche l’attuale assessore comunale al
bilancio Massimo Gnagnarini.
Per quanto concerne gli obiettivi
non raggiunti, mi preme sottolineare, in primo luogo, quello relativo alle agevolazioni
tendenti a favorire la ristrutturazione delle abitazioni di proprietà privata.
Ma la responsabilità di questo obiettivo mancato non può essere attribuito agli
Amministratori locali, né a quelli comunali né a quelli regionali, ma ai
parlamentari di centro-destra, che, quando furono approvate le leggi speciali,
rappresentavano la maggioranza del Parlamento italiano. Il loro ragionamento fu
il seguente e risultò vincente: già è stato concesso molto ad Amministrazioni
locali guidate dalla sinistra e non si può concedere troppo, la ciliegina sulla
torta, rappresentata appunto dalle agevolazioni finanziarie a favore della
ristrutturazione delle abitazioni private.
164
Il risultato fu che molte abitazioni
furono abbandonate, perché bisognose di ristrutturazioni molto consistenti, dai
proprietari che non disponevano delle ingenti risorse finanziarie necessarie,
determinando così la continuazione dello spopolamento del centro storico, i cui
abitanti si sono ridotti, attualmente, a 5.000 unità circa, anche se da diversi
anni ormai la tendenza alla continua riduzione si è interrotta.
Successivamente numerose
abitazioni private furono sì ristrutturate ma dai nuovi proprietari, spesso non
residenti stabilmente ad Orvieto, ma residenti in altre città o addirittura in
Paesi esteri.
E, a tale proposito, non posso
non inserire un inciso, non riguardante il Progetto Orvieto.
Se è vero, come è vero, che il
migliore, e forse l’unico modo, per sviluppare il centro storico, è
rappresentato dalla crescita del numero dei residenti, sarebbe stato opportuno
che, agli inizi del 2000, quando l’ex caserma Piave tornò nella disponibilità
del Comune, essa venisse utilizzata per la realizzazione di abitazioni, di
uffici, di attività commerciali, anche prevedendo un supermercato, impedendo
sia la lottizzazione del Fanello sia il trasferimento del supermercato Coop
nell’area adiacente al casello autostradale, peraltro alluvionabile. E agli
inizi del 2000 tale progetto avrebbe avuto notevoli probabilità di essere
attuato, in considerazione del fatto che ancora non si era manifestata la crisi
del mercato immobiliare e che l’interesse
di diverse società o gruppi si sarebbe certamente manifestato poiché il
ritorno economico del loro investimento iniziale, connesso all’acquisto e alla
ristrutturazione dell’ex caserma Piave, sarebbe stato elevato. In buona
sostanza si sarebbe dovuto realizzare
quanto avvenuto relativamente all’area, nel quartiere Monteluce di Perugia,
dove sorgeva il policlinico ospedaliero.
Ritornando al Progetto Orvieto, alcuni
interventi sono stati sì realizzati, ma il loro ruolo è stato
significativamente più ridotto rispetto a quello auspicato. Faccio riferimento
soprattutto al centro di documentazione e all’osservatorio permanente della
rupe e al parco archeologico. Inoltre il riassetto dei musei non è avvenuto
secondo le modalità previste.
Poi, erano due gli obiettivi più
importanti del Progetto Orvieto: la tutela e la valorizzazione del centro
storico, sia della rupe che dei beni culturali più importanti.
L’obiettivo della tutela è stato,
senza alcun dubbio, raggiunto: oltre all’attività di consolidamento della rupe,
risultato molto efficace, le più importanti componenti del patrimonio
storico-artistico sono state ristrutturate nel miglior modo possibile.
Risanamento e tutela sì,
valorizzazione no, o meglio, poco.
Infatti, se per valorizzazione si
intende, come si deve intendere, valorizzazione a fini economici, nel caso di
Orvieto dei beni culturali, e nel caso di Orvieto determinando un consistente
sviluppo del turismo, tale valorizzazione non c’è stata.
O meglio, la gestione economico-finanziaria
è risultata essere positiva, quando essa non presentava notevoli elementi di
complessità (come nel caso della torre del Moro o nel caso delle visite guidate
alle cavità sotterranee in prossimità di piazza del Duomo ad esempio).
Ma quando la gestione economico-finanziaria
era molto complessa, seppur fattibile, i risultati sono stati negativi (ad
esempio il centro congressi nel palazzo del Popolo e il teatro Mancinelli).
165
E, quello che è più importante, è
rimasta la principale caratteristica negativa del turismo locale, il suo essere
prevalentemente un turismo di passaggio. Del resto ciò è dimostrato chiaramente
dal fatto che l’indice di permanenza media nelle strutture ricettive è rimasto
basso ed è aumentato solo lievemente. Tale indice, dato dal rapporto tra il
numero delle presenze e il numero degli arrivi, considerando esclusivamente gli
esercizi alberghieri, nel 1980 era pari a 1,3 e nel 2015 1,5.
Le responsabilità? Degli
orvietani, dei soggetti pubblici e dei soggetti privati. Forse sarebbe stato
meglio affidare la gestione di strutture complesse a soggetti non locali.
Del resto, in un libro che ho
scritto alcuni anni fa, una delle principali conclusioni a cui pervenni fu che
le insufficienti capacità imprenditoriali che caratterizzavano l’Orvietano agli
inizi del XXI secolo si erano già verificate un secolo prima, a testimonianza
che esse rappresentavano e rappresentano uno dei problemi di natura strutturale
più importanti della società orvietana, problema alla base anche delle evidenti
difficoltà manifestatesi nella gestione economico-finanziaria di alcune delle
strutture create in attuazione del Progetto Orvieto.
Peraltro, in passato,
scherzosamente, pronunciai la seguente frase: “Con il Progetto Orvieto abbiamo
fatto Orvieto, ora dobbiamo fare gli orvietani…”.
Solo una frase scherzosa?
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